La chiesa e la roba
“La roba clericale”




di Ernesto Rossi

Il Mondo, 17 maggio 1960




Quando si tratta della "roba" i monsignori del Vaticano hanno la pelle delicata come quella della principessina che non riuscì a chiudere occhio tutta la notte per il pisello che le avevano messo sotto sette materassi.

L'Osservatore Romano ha incassato in silenzio la documentazione, da me portata per dimostrare che Pio XII è stato uno dei maggiori responsabili della Seconda guerra mondiale; ma ha reagito violentemente, sul numero del 2 maggio scorso, alla mia moderatissima osservazione esposta nel n.18 de Il Mondo che la politica reazionaria della Chiesa e la sua stretta alleanza con la Confindustria devono essere considerate anche un effetto dell'ingigantimento del patrimonio della Santa sede e degli ordini religiosi per lo sviluppo che hanno avuto in pratica le clausole finanziarie contenute nei Patti lateranensi, e una conseguenza degli investimenti massicci fatti dalla Santa sede e dagli ordini religiosi in partecipazioni azionarie delle società elettriche e degli altri maggiori gruppi che sfruttano monopolisticamente il mercato nazionale. Tali affermazioni, scrive l'Osservatore "destano un sentimento di pena prima che di sdegno: questo "saggio", infatti, rivela una mente chiusa alla comprensione di quanto trascenda l'interesse materiale e contingente; incapace, dunque, di misurare la realtà che contempla col metro del proprio squallore".

E più avanti scrive anche che "uomini come il Rossi, inclini a plaudire alla persecuzione comunista per la loro fondamentale statolatria, non possono riconoscere le benemerenze della Chiesa". "Ciò non toglie che le loro insinuazioni costituiscono un oltraggio non solo per la Santa sede e la Chiesa, ma per tutti i cattolici che ne sono figli e che, sotto la guida del suo magistero, rendono testimonianza per la vera libertà e per la dignità dell'Uomo". La segnalazione sarebbe risultata forse più efficace se il giornale vaticanesco avesse fatto riferimento all'art. 402 del codice penale Rocco, tuttora in vigore...
Uomini come il Rossi - potrei anche replicare - non sono mai stati "inclini a plaudire alle persecuzioni", né a quelle dei comunisti, né a quelle dei figli devoti della santa madre Chiesa; ed hanno dimostrato di essere così poco statolatri da preferire al proprio "interesse materiale" la galera piuttosto che accettare lo stato totalitario fascista, mentre Pio XI "testimoniava per la verità e per la dignità umana" esaltando l'uomo della Provvidenza e consigliando al cattolici dl prestargli giuramento di fedeltà (con una piccola riserva mentale per far salvi i diritti della Chiesa); mentre arcivescovi, vescovi, preti, frati, monache, plaudivano all'impresa di Abissinia e sfilavano in parata per rendere omaggio al Duce; mentre i giornalisti de L'Osservatore Romano non si lasciavano sfuggire alcuna occasione per inneggiare al regime...
finché non cominciarono, a sentire anche loro, puzzo di bruciato.

Ma questa replica l'ho già anticipata in Il manganello e l'aspersorio; e non voglio ripetermi. Un sacerdote che conosceva molto bene l'organizzazione della Chiesa, l'abate Antonio Rosmini, in un libretto scritto nel 1832 e pubblicato subito dopo l'elevazione di Pio IX al soglio pontificio (Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, una delle quali era appunto, "la servitù dei beni ecclesiastici", che è quanto dire "la roba") osservò che sarebbe stato di incredibile giovamento alla Chiesa una precisa, razionale ripartizione di tutte le sue entrate, e delle entrate degli ordini religiosi, tra i diversi impieghi, e la pubblicazione di un rendiconto annuale, "sicché apparisse a tutto il mondo il ricevuto e lo speso in quegli usi con una estrema chiarezza, sicché l'opinione dei fedeli di Dio potesse apporre una sanzione di pubblica stima o di biasimo all'impiego di tali rendite".
"No, per fermo, non conviene, non è espediente che la giustizia e la carità, secondo la quale la Chiesa nell'amministrazione economica de' suoi beni temporali di qualunque specie, si resti sotto il moggio nascosta, anzi è più che mai desiderabile che risplenda siccome ardente face sul candeliere. Oh quanto ciò non concilierebbe a lei gli animi dei fedeli! Che istruzione, che esempio non potrebbe dar ella all'universo intero! E solamente allora la debolezza de' suoi ministri, sostenuta dal giudizio pubblico, a terrebbe lontana dal cedere all'umana tentazione".
A leggere questo brano si capisce perché il dottissimo ed onestissimo abate di Rovereto fu oggetto di tanto odio, da parte dei gesuiti, e la ragione per la quale non venne nominato cardinale. Per convincere i lettori che le affermazioni contenute nel mio articolo "non meritavano di essere discusse", il corsivista dell'Osservatore non ha saputo portare una ragione migliore di questa: "Nei venti secoli della sua storia la Chiesa ha dimostrato di preoccuparsi soltanto delle anime". Venti secoli sono parecchi...

Durante quei venti secoli, fra i tanti rompiscatole di cui la Chiesa ha avuto da lamentarsi, ci fu un certo Dante Alighieri (di cui anche il corsivista dell'Osservatore ha forse sentito parlare, perché la sua opera maggiore è rimasta all'Indice dei libri proibiti per alcuni secoli) che ebbe il cattivo gusto di presentarci, nella bolgia dei simoniaci, papa Nicolò III che, a testa in giù nel foro tondo, sprangava i piedi infuocati, smaniando in attesa di Bonifacio VIII e di Celestino V. Dante ingiuria lui e i suoi successori con questa terribile invettiva: "Fatto v'avete Iddio d'oro e d'argento e che altro è da voi all'idolatre, se non ch'egli uno, e voi n'onorate cento?" Negli undici secoli circa di dominio temporale (che corrono dalla chiamata dei Franchi in Italia da parte di Stefano III, alla breccia di Porta Pia) ci furono dei pontefici-sovrani che ne fecero di tutti i colori: guerre d'aggressione; alleanza con gli infedeli contro i cristiani; mancanze di parola e spergiuri; pratiche simoniache; operazioni predatorie; orge con prostitute in Vaticano; tradimenti, assassini, stragi. Fecero tutto questo per salvare le anime? Durante quei due millenni, ci furono almeno cinque secoli, anteriori alla riforma luterana, in cui le lotte tra i pontefici che fraternamente si scomunicavano a vicenda, le guerre contro gli infedeli, gli eretici e i sovrani cattolici, la costruzione della nuova basilica di S. Pietro, la magnificenza dalla corte pontificia, furono per la maggior parte finanziate con la vendita "a tariffa" delle indulgenze (veri assegni - spiegavano i grandi scolastici Alberto Magno e Tommaso d'Aquino - sul tesoro di meriti a disposizione della Chiesa, costituito dagli immensi meriti di Cristo e dall'incommensurabile cumulo dei meriti dei santi).

Le lettere di indulgenza erano divenute moneta corrente, tanto che l'Eck, campione del papato in Germania contro Lutero, lamentava che alcuni collettori arrivassero a pagare con esse il conto dell'albergo e, cosa anche più turpe, perfino le prostitute. ("Compertum est, quod aliqui pro expensis prandii dederint hospitibus aut abtulerint dare schedulas indulgentiamm et, quod turpissimum est, malis mulleribus pro nocturno salario". A. Mario Rossi, Lutero a Roma, p. 106).

Le indulgenze - riconosce anche il cattolico Pastor nella sua monumentale opera storica sul papi - divennero pura e semplice operazione finanziaria. "Non più l'acquisto di grazie spirituali, ma il bisogno di denaro divenne il vero motivo per cui si chiedevano e venivano concesse indulgenze". Oltre al sovrani, che riscuotevano una percentuale sugli incassi, e al grandi banchieri che ottenevano l'appalto delle riscossioni, molti ordini religiosi, vescovi, cardinali, pontefici, erano interessati a queste operazioni.

"Nessuno nega l'esistenza di abusi e per di più gravi" ammette l'Enciclopedia cattolica, edita nel 1951 dalla Città del Vaticano: "Purtroppo soltanto dopo l'accanita lotta protestante contro le indulgenze il Concilio di Trento soppresse per sempre la questua delle indulgenze".

Per affermare che, in tutta la sua storia bimillenaria, la Chiesa non si è mal preoccupata altro che delle anime, il corsivista dell'Osservatore non deve aver mai sentito parlare della vendita delle indulgenze; come non deve aver mal sentito parlare del "nepotismo", a proposito del quale la medesima Enciclopedia cattolica, dopo aver ricordato che si distinsero in esso alcuni papa avignonesi, e dopo aver dato un elenco di pontefici che più si preoccuparono del collocamento in Curia dei loro parenti, fornendo loro feudi, a danno dei legittimi signori, scrive: "Il nepotismo ebbe poi la sua più clamorosa espressione in Alessandro VI, che costituì il figlio Cesare Borgia gonfaloniere della Chiesa, si preoccupò di creargli una posizione eminente fino a fornirgli uno Stato ereditario nell'Italia centrale, che Giulio Il rovesciò poi senza pietà. Leone X si adoperò a conquistare il ducato di Urbino, compreso negli Stati pontifici, per il nipote Lorenzo dei Medici, togliendolo a Francesco Maria della Rovere, e maggiori mire aveva nell'Italia settentrionale. Non fu da meno Paolo III, che costituì per il figlio Pier Luigi un ducato a Castro, dove i Farnese avevano i loro possessi ereditari, aggiungendovi il governo perpetuo di Nepi, Ronciglione e Caprarola, e poi, nel 1545, gli diede in feudo la signoria di Parma, Piacenza e Guastalla, che appartenevano alla Santa sede".

Più difficile sradicare - aggiunge l'Enciclopedia cattolica - fu quello che viene chiamato "piccolo nepotismo", consistente nell'ingrandire la propria famiglia, con dignità, redditi e possedimenti ecclesiastici e civili: "Esso assunse un particolare aspetto con l'istituto del "cardinal nipote", detto anche "cardinal padrone", che compare col primo decorrere del secolo XVI e assume forma definitiva con Pio IV, per cui un membro della famiglia, di solito un nipote, era capo della Segreteria pontificia e di tutta la Curia, arbitro quindi dei favori pontifici. Gli Aldobrandini, i Borghese, i Barberini, i Pamphili, ripetono da questo le loro fortune".

Tutto questo dovrebbe, mi sembra, insegnare al corsivista dell'Osservatore che - essendo, anche l'anima dei preti, finché restano a questo mondo, legata al corpo - nei venti secoli della sua storia, la Chiesa non si è preoccupata soltanto delle anime: un pochino, sia pure in casi eccezionali, si è preoccupata anche della "roba".