IL RE ULIVO ORMAI E' NUDO
A nemico che fugge ponti d’oro. Lasciamo perciò le sbandate truppe della Grande Armata ulivista risalire le valli che avevano disceso con tanta arroganza. I contrasti laceranti nella Margherita, gli affondi interni contro Prodi, l’assenza polemica di Mastella, le continue contestazioni di Rutelli, i distinguo di Bertinotti, le frustrazioni di Fassino, l’attendismo di Di Pietro valgono più di ogni sofisticata analisi politologica o di qualsiasi tentativo di recupero, mentre fanno tenerezza le parole di Alfonso Pecoraro Scanio, che, su “l’Unità”, ha parlato di buon accordo e — testuale — di un’Alleanza che va avanti. Fanno tenerezza, a fronte delle telluriche affermazioni di un Furio Colombo in pieno delirio, il quale evoca Weimar, citando, a sproposito, l’Ernst Von Salomon del romanzo “I proscritti”.
Non c’è niente di nobile e di epico in questo Centrosinistra sbertucciato, diviso sulle poltrone, irriconoscente nei confronti di chi, otto anni fa, gli diede la vittoria elettorale.
Sarebbe tuttavia un errore considerare il triste spettacolo dell’Alleanza ulivista in rotta, come un problema solamente di liste e di Listone. Certo, il brutto spettacolo dei leader dell’ex-Gad, divisi su tutto, non è un bel vedere. Pensare però di ridurre la questione — come fa Pecoraro
Scanio nell’intervista apparsa su l’“Unità” — ad una pura e semplice «mancanza di regole», «di norme che regolino il modo in cui si coopera dentro una coalizione», appare come un gracile tentativo di nascondere dietro uno striminzito ramoscello le macroscopiche contraddizioni di un’Alleanza mai nata. A Milano, superata la retorica dell’adunatina “di massa”, più d’uno ne aveva avuto il sentore. La celebrazione dello storico rientro di Romano Prodi aveva prevalso però sulle più stringenti questioni interne, legate alla figura del leader, ai rapporti tra i partiti, ai contenuti dell’Alleanza stessa. Oggi, il “Re” ulivista è nudo. Quello che più gli manca è un progetto, un progetto costruito non solo sulle “procedure” (federazione, primarie, lista unitaria), quanto soprattutto sui programmi, su un idem sentire culturale e sociale. L’antiberlusconismo, insomma, da solo non basta. Non basta il pessimismo cronico dell’ex-Gad a delineare un percorso programmatico in grado di catturare consensi e di porsi come una credibile alternativa di governo. Quando mancano le idee comuni, quando non ci sono neppure i programmi su cui impegnarsi, al di là di una lunga sequela di no, pronunciati anche in occasione del meeting milanese, a prevalere sono gli interessi di bottega, il teatrino delle poltrone e dei veti incrociati, ben rappresentati in Piazza Santi Apostoli.
È questa l’autentica emergenza con cui dovranno fare i conti i responsabili dell’ex-Gad, anche
laddove i compromessi dell’ultim’ora e l’illusione delle “primarie” venissero a rattoppare le profonde lacerazioni di questi giorni.
Una contraddizione che ha anche un riscontro socio-politico da non sottovalutare. Insieme all’ex-Gad prodiana scricchiola infatti il ponte lanciato da Guglielmo Epifani alla Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo. Scricchiola sotto il peso di quelle contraddizioni, mai risolte anche all’interno del sindacato, che sono speculari all’immobilismo programmatico e progettuale del centrosinistra, con la Cgil in equilibrio instabile tra concertazione e massimalismo, con la Cisl alla ricerca dell’identità perduta e con una Uil “terzista”, poco disponibile a farsi tacitare dalle mire politiche delle altre due confederazioni.
La rabbia delle tute blu targate Fiom è a livelli di guardia. Giorgio Cremaschi, il segretario dei metalmeccanici della Cgil, arriva a ipotizzare — con una esplicita intervista, pubblicata da “Libero” — una lacerazione del sindacato “montezemoliano”, accusato di non sapere fare il proprio mestiere. I contratti in scadenza languono. In alcuni comparti l’unità sindacale è tutta di facciata. Grande insomma è la confusione sotto il cielo, mentre la Confindustria apprezza le aperture di Epifani chiedendo che si passi però dalle parole ai fatti.
Come per l’ex-Gad, anche sul fronte sindacale è infatti facile dire no, contestando tutte le scelte del governo, compreso l’abbattimento delle tasse. Più complicato è impegnarsi sulle scelte concrete e “di sostanza”, come hanno fatto — ad esempio — recentemente gli imprenditori e i sindacati tedeschi.
E qui il cerchio si chiude, in un’unica morsa in grado di stringere la coalizione ulivista e i suoi referenti sindacali, tutti prigionieri degli stessi ritardi culturali, delle stesse contraddizioni programmatiche, dello stesso mito incapacitante, incarnato dal governo brutto, sporco, cattivo e quindi da abbattere. Con quali risultati è ormai palese a tutti. Per nostra fortuna, e per la fortuna del popolo italiano, a pagarne le conseguenze, una volta tanto, sono gli stessi attori dell’ex-Gad, gli autori di questa poco esaltante sceneggiata politica. I programmi, le idee, l’autentica volontà di cambiamento è — con tutta evidenza — altrove.
Fonte : Secolo d'Italia del 23 dicembre
Autore : MARIO BOZZI SENTIERI




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