....presunto Bin Laden

Roma. Il discorso di Osama bin Laden, o chi per lui, anticipato lunedì, per estratti, da quell’ufficio stampa di tutti i réseaux terroristici che è ormai al Jazeera, gira da ieri mattina in versione integrale su siti islamici.
E’ sorprendente in due punti, tanto che la sua pronta attribuzione al supposto leader di al Qaida, anche da parte americana, dà l’impressione di essere frutto di calcolo, più che di convinzione.
Il testo è credibile nei passaggi pubblicizzati da al Jazeera, là dove indica nell’obiettivo del boicottaggio delle elezioni in Iraq un passo strategico e in Abu Musab al Zarqawi il suo luogotenente in Mesopotamia:
“Questa è la terza guerra mondiale che hanno iniziato i crociato-sionisti contro la nazione islamica. E la sua più grande metafora è la guerra in Iraq. Lo spirito del mondo è in trasformazione e trova il suo polo d’attrazione in Baghdad. Tutto il mondo oggi osserva questa guerra e osserva i due rivali”.
Un testo da girare a Jacques Chirac e a Kofi Annan, che continuano a farsi notare per la loro latitanza.
Il segretario generale dell’Onu ha inviato a Baghdad soltanto 37 funzionari per seguire le elezioni, mentre il presidente francese non parla dell’Iraq, non fa nulla e ha ostacolato sino all’ultimo perfino l’impegno della Nato per addestrare le truppe irachene.
E’ la ripetizione di quella “drôle de guerre” che la Francia non combattè nel 1939-40 e che fu molto più vergognosa del deprecato “spirito di Monaco”.
A Monaco nel 1938, almeno, vi erano ancora delle illusioni di poter salvare la pace, sacrificando la Cecoslovacchia, ma nel 1939 queste illusioni non erano più possibili perché Adolf Hitler continuava a divorare pezzi d’Europa: Polonia, Danimarca, Norvegia…
Ma Parigi, pur dichiarando la sua guerra al nazismo, così come oggi la dichiara a parole al terrorismo, di fatto non la combattè; per un anno intero non tirò un colpo di fucile contro i nazisti che si espandevano in Europa, accucciata dietro la sua linea Maginot che credeva invincibile.
Bastò aggirarla e Hitler si prese Parigi senza combattere.
Schema identico a quello seguito dal 2001 in poi da Chirac, accucciato dietro la sua “linea Maginot” della politica “filoaraba”, che però già mostra – come s’è visto nella vicenda dei due giornalisti rapiti per quattro mesi e da poco rilasciati – tutta la sua fragilità.
A leggere attentamente il testo, trovano inoltre conferma le ipotesi della morte di Osama bin Laden.
Nel messaggio, infatti, nella parte dedicata alla Palestina, vi è un epiteto rivolto ad Abu Mazen che suona strano in bocca a un Osama, mentre sarebbe normale se pronunciato da un ayatollah iraniano o da un baathista alauita siriano:
“La Palestina è sotto occupazione, e le leggi internazionali lo ignorano. L’islam di questo fatto non ha colpe e il candidato Mahmoud Abbas, ‘bahai’, agente e miscredente, è venuto per eseguire il complotto degli accordi di Oslo, e propone altre concessioni per fermare l’Intifada, la resistenza e il jihad. Diffido tutti dal partecipare alle elezioni perché non c’è differenza se a indirle sono Allawi, Karzai, Mahmoud Abbas, Mubarak o Fahd”. L’accusa al leader dell’Olp di essere “bahai, agente e miscredente” suona strana: bin Laden è wahabita e non ha mai avuto a che fare con questo scisma islamico nato nel nord dell’Iran verso la metà dell’Ottocento (il suo fondatore, Mohammed Bah’b, fu impiccato per apostasia a Tabriz).
Gli ayatollah iraniani, invece, considerano i “bahai” nemici (anche perché molti “bahai” popolavano la corte dei Pahalevi), e così anche gli sciiti alauiti che costituiscono il vertice del Baath al potere in Siria.
Usare questo epiteto per attaccare Abu Mazen, che mai si è sognato di aderire a questo scisma, è una dissonanza che accredita la tesi di un’eterodirezione dei terroristi iracheni da parte di Teheran e di Damasco.
Il testo, dopo aver segnalato che le azioni terroristiche in Iraq costano 200 mila dollari la settimana, e aver auspicato l’uso dei martiri assassini per l’ottimo rapporto costi/benefici che li caratterizza, afferma che l’economia americana è entrata in crisi “come dimostra il dollaro sempre più debole”.
Questa analisi in bocca a bin Laden, quello vero, non torna: uomo d’affari, frequentatore del milieu finanziario di Zurigo, Osama sa che il dollaro debole è segno di forza, non di debolezza, degli Stati Uniti, che possono tenerlo basso, danneggiando così le esportazioni di tutto il mondo, grazie al loro status di unica superpotenza mondiale.

Carlo Panella su Il Foglio

saluti