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Discussione: Sul Rosmini

  1. #21
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    Citazione Originariamente Scritto da Eugenius Visualizza Messaggio
    Il problema si può porre per i due pronunciamenti della Congregazione della Dottrina della Fede, ma visto Rosmini ha accettato la condanna e si è sottomesso al Papa, non c'è problema, la colpa è cancellata.
    Il sincero pentimento con relativa assoluzione cancellano la colpa, non la attenuano.

    Allora non avrebbero dovuto canonizzare neanche Sant'Agostino per il suo passato.

    CIAO
    Mi spiace doverti contraddire, ma nel nostro caso, l'attenuano per il semplice motivo che il decreto Post obitum fu assunto dopo la morte del Rosmini. Quindi, non ebbe modo di pentirsi per testi che sarebbero stati censurati dopo, ma solo per due operette minori messe all'Indice nel 1849.
    Ecco perchè la colpa è attenuata e non cancellata.
    Quanto a S. Agostino, il paragone non regge, giacché - che io sappia - non vi sono opere anteriori alla conversione e quand'anche vi fossero esse sarebbero stati superate da quell'evento (la conversione, appunto).

  2. #22
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    Come, la Chiesa non aveva fin da subito condannato le sue opere erronee?

    Fino a che Roma non si pronuncia vi è libertà di discussione, per avere peccato bisogna che ci sia la piena consapevolezza e la deliberata volontà di andare contro l'insegnamento della Chiesa.
    Vi è colpa se deliberatamente e consapevolmente si va contro quello che insegna la Chiesa. Si può ragionevolmente presumere che il Rosmini avrebbe accettato la condanna se fosse stata emessa quando era ancora in vita.

    http://www.santorosario.net/somma/se...ecundae/11.htm

    3. Rispondiamo con S. Agostino: "Se uno difende senza animosità e senza ostinazione la propria opinione, sia pure falsa e perversa, e cerca con la dovuta sollecitudine la verità, pronto a seguirla quando la trova, non si può annoverare tra gli eretici": perché non ha la determinazione di contraddire l'insegnamento della Chiesa. E in tal senso alcuni Santi Dottori furono in disaccordo, o su questioni che per la fede sono indifferenti; oppure su cose riguardanti la fede, ma che la Chiesa non aveva ancora determinato. Sarebbe invece un eretico chi si opponesse ostinatamente a una simile definizione, quando fossero state determinate dall'autorità della Chiesa universale. E questa autorità risiede principalmente nel Sommo Pontefice. Nei canoni infatti si legge: "Tutte le volte che si tratta della fede penso che tutti i vescovi nostri confratelli debbano ricorrere a nessun altro che a Pietro, cioè a chi detiene la sua autorità". E contro l'autorità del Pontefice, né S. Agostino, né S. Girolamo, né altri Santi Dottori, osarono difendere la propria sentenza. Scrive infatti S. Girolamo: "Questa è la fede, o Beatissimo Padre, che abbiamo appreso nella Chiesa Cattolica. E se nella nostra formulazione abbiamo detto o posto qualche cosa di inesatto o di avventato, desideriamo di essere corretti da te, che possiedi la fede e la cattedra di Pietro. Ma se questa nostra confessione è approvata dal tuo giudizio apostolico, chiunque vorrà accusarmi dimostrerà di essere ignorante o malevolo; oppure non cattolico, ma eretico".
    CIAO

  3. #23
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    Citazione Originariamente Scritto da Eugenius Visualizza Messaggio
    Come, la Chiesa non aveva fin da subito condannato le sue opere erronee?

    Fino a che Roma non si pronuncia vi è libertà di discussione, per avere peccato bisogna che ci sia la piena consapevolezza e la deliberata volontà di andare contro l'insegnamento della Chiesa.
    Vi è colpa se deliberatamente e consapevolmente si va contro quello che insegna la Chiesa. Si può ragionevolmente presumere che il Rosmini avrebbe accettato la condanna se fosse stata emessa quando era ancora in vita.

    http://www.santorosario.net/somma/se...ecundae/11.htm

    CIAO
    Questo è vero .... Ma colui che professa dottrine erronee non è necessario che sia in vita al momento della censura. Ad es., questo fu pure il caso di Giansenio la cui opera, Augustinus, fu condannata dopo la morte (anzi l'opera stessa uscì postuma).
    Certamente vi può essere nel caso del Rosmini la speranza che se le censure gli fossero state mosse in vita, egli le avrebbe accettate. Per questo ho detto, infatti, che era un pio sacerdote, animato da vera devozione verso la Chiesa ed il Papa. Ma ciò non gli impedì di sostenere delle dottrine, se non erronee, almeno equivoche. E con la beatificazione, in un certo senso, questi testi equivoci entrano nel "patrimonio" di fede. Purtroppo. Ecco la ragione per la quale questa beatificazione non si aveva da fare. Questo non intacca - come detto - la sua integrità morale e spirituale, ma solo quella dottrinale.

  4. #24
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    Predefinito Parole sconcertanti

    Cardinale Saraiva: Rosmini, “modello anche per l'uomo d'oggi”

    Nel presidere il rito di beatificazione del padre del cattolicesimo liberale


    NOVARA/ROMA, mercoledì, 21 novembre 2007 (ZENIT.org).- Antonio Rosmini (1797-1855), grande pensatore dell'Ottocento e alfiere del cattolicesimo liberale, è un “modello anche per l'uomo d'oggi”, ha detto domenica il Cardinale José Saraiva Martins, C.F.M., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

    Nel presiedere a nome del Papa il rito di beatificazione, svoltosi nel Palazzetto dello Sport di Novara davanti a 8 mila fedeli, il Cardinale ha detto che "la voce del Rosmini è un’eco moderna di quella dei grandi Padri della Chiesa a cui può essere tranquillamente affiancato, per l’acutezza e la vastità degli interessi speculativi, ben sposati con l’ardore evangelico dei pastori d’anime".

    Insieme al porporato hanno concelebrato monsignor Renato Corti – Vescovo di Novara – , il Cardinale Giovanni Battista Re – Prefetto per la Congregazione dei Vescovi – , il Cardinale Severino Poletto – Arcivescovo di Torino –, padre James Flynn – Superiore generale dei Rosminiani –, e altri 31 Vescovi tra cui il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), monsignor Giuseppe Betori.

    Tra le autorità presenti al rito il Presidente del Senato Franco Marini – che ha definito Rosmini “un sacerdote, un intellettuale dell’Ottocento, grande innovatore, non sempre capito” –, il Ministro della Difesa Arturo Parisi, l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

    Tra i fedeli anche delegazioni provenienti dall’Irlanda, dall’Inghilterra, dalla Tanzania e dall’India, Paesi in cui i religiosi e le suore della famiglia rosminiana svolgono tuttora il loro servizio.

    “Una santità non puramente declamata, ma vissuta in tutta la sua portata”, così il Cardinale Saraiva Martins ha tratteggiato la figura del filosofo di Rovereto, che all'inizio della seconda delle sue celebri "Massime di perfezione cristiana" scriveva: "Il primo desiderio che nel cuore del cristiano viene generato dal desiderio supremo della giustizia [santità], è il desiderio dell'incremento e della gloria della Chiesa di Gesù Cristo...".

    “Un aspetto – ha continuato – che Rosmini ha pagato a caro prezzo e che brilla in maniera altamente significativa ed esemplare nella vita del Beato: appunto il suo inossidabile e tenacissimo amore alla Chiesa”.

    Nel suo tenace impegno culturale, principalmente nel campo della filosofia, della pedagogia e della teologia, Rosmini si sforzò “di ricondurre l'uomo a Dio, che si era da Lui allontanato con un cattivo uso della ragione, prendendo la strada della ragione stessa”, ha aggiunto il porporato.

    Attraverso la sua speculazione teologica, Rosmini mirerà inoltre a riportare unità e libertà in una Chiesa ferita dalla commistione tra potere temporale e servizio pastorale e dalla ignoranza del clero.

    Per queste sue prese di posizione verrà soprattutto accusato di minare le fondamenta stesse della Chiesa, di caldeggiare l'uso del volgare nella liturgia e l'elezione dei Vescovi da parte del popolo.

    Nel 1849 , infatti, i suoi due libri Le cinque piaghe della santa Chiesa e La Costituzione secondo la giustizia socialeverranno messi all’Indice dei libri proibiti, per poi essere prosciolti nel 1854 dalla stessa Congregazione dell'Indice con il decreto Dimittantur.

    In seguito mentre si iniziava la raccolta di testimonianze utili per la causa di beatificazione il Sant’Uffizio iniziò un’analisi delle opere di Rosmini, culminata nel 1887 con la condanna Post obitum (pubblicata soltanto il 7 luglio 1888) di 40 proposizioni rosminiane ritenute erronee.

    Infine, il 1° luglio 2001, nel 146° anniversario della morte di Antonio Rosmini, “L’Osservatore Romano” ha pubblicato una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede con la quale riabilitava le quaranta proposizioni condannate nel 1887.

    “Questo compito immane – ha detto nell'omelia il Cardinale – , che costò ad Antonio Rosmini fatiche e dolorose incomprensioni, ha recentemente ricevuto il sigillo autorevole della Chiesa, soprattutto nell'Enciclica 'Fides et Ratio' di Giovanni Paolo II”.

    Nell'Enciclica Papa Wojtyla ha indicato infatti in Rosmini uno dei pensatori che hanno saputo meglio coltivare “il fecondo rapporto fra filosofia e parola di Dio”, e approfondire il rapporto tra fede e ragone.

    La santità del sacerdote di Rovereto aiuta “a ricuperare l'amicizia tra ragione e fede, fra religione, comportamento etico e servizio pubblico dei cristiani”, ha detto il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

    Inoltre, ha aggiunto, “elevandolo all'onore degli altari, la Chiesa indica questo sacerdote come intercessore e modello anche per l'uomo d'oggi, per noi” .

    Al termine del rito il Vescovo di Novara Renato Corti ha riassunto l’attualità del nuovo beato nell'incoraggiamento “a farci carico di alcune questioni di primo piano per la vita personale e sociale”.

    “Rosmini sospinge la Chiesa sulla frontiera di una fede capace di farsi carico dei problemi dell’uomo, in tutte le sue dimensioni. E questa è una prospettiva estremamente importante oggi per l’Italia, per l’Europa e per tutto l’Occidente”, ha detto poi.

    Fonte: Zenit, 21.11.2007

  5. #25
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    “Questo compito immane – ha detto nell'omelia il Cardinale – , che costò ad Antonio Rosmini fatiche e dolorose incomprensioni, ha recentemente ricevuto il sigillo autorevole della Chiesa, soprattutto nell'Enciclica 'Fides et Ratio' di Giovanni Paolo II”
    Sconcertanti parole .... che provano che Giovanni Paolo II non era perfettamente ortodosso .... . Con queste parole si spiegano molte cose ....

  6. #26
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    Predefinito Qualche merito lo ebbe ....

    FILOSOFIA

    E Rosmini «bruciò» Marx




    Karl Marx non aveva ancora dato fiato alle trombe del comunismo. Il suo Manifesto del partito comunista era solo in bozze, eppure Antonio Rosmini, con singolare lungimiranza, ne smontò in anticipo l’impianto teorico pur non avendolo ancora letto. Lo dimostra la recente pubblicazione di un’opera del filosofo di Rovereto a torto considerata minore: Saggio sul comunismo e sul socialismo, edizioni Talete.

    Un breve trattato redatto in forma di discorso e letto all’Accademia dei Risorgenti di Osimo nel 1847. Rosmini prende spunto dalla diffusione in Europa del comunismo utopistico per appellarsi alle genti italiche e scongiurare l’adesione alla «fallace via» di quei «falsi sapienti ». Vengono così confutate punto per punto le teorie di Robert Owen, Saint-Simon, Charles Fourier, François-Noel Babeuf. Tutte tesi che promettono una pubblica felicità ma con il loro materialismo annientano il valore della persona, «asciugando la fonte di tutti i suoi beni individuali e sociali: la libertà». In simili dottrine i cittadini sono ridotti al rango di «macchine o animali, ad una sì vile condizione a cui non discesero mai gli schiavi greci né romani». La carica utopica pervaderà anche il trattato di Marx e fungerà da «e- sca» per molti, persuasi di veder finalmente migliorate le condizioni della «classe più numerosa e povera ». Per Rosmini però non era certo una novità dei comunisti questa sensibilità sociale che il cristianesimo proclamò per diciannove secoli, «inserì nelle menti, inscrisse nei cuori, trafuse nelle abitudini».

    E replica: «Noi abbracciamo lieti cotanta umanità in verso la classe più necessitosa; ma ci lamentiamo nello stesso tempo, perché non l’estendano a tutte le altre classi, e così restringano e smozzino quella che da san Paolo è grecamente chiamata filantropia di Cristo, la quale non dimentica né i diritti, né i bisogni di uomo alcuno ». Quando poi dai principi si passa alla pratica, i mezzi proposti da quei «riformatori dell’umana famiglia» lasciano intravedere già i germi del totalitarismo: «Il gover-storia no datoci per sicura panacea delle presenti sciagure, deve possedere un’autorità, una potenza troppo maggiore di tutti i governi presenti, anche dei più assoluti, e di tutti quelli altresì che furono in sulla terra... Il suo potere è assoluto su tutte quante le cose e su tutte quante le persone: la proprietà individuale è abolita, il nuovo governo depositario di tutta la ricchezza ». Così come viene preannunapocalittica ciata dal filosofo roveretano la battaglia contro l’«oppio dei popoli»: «Tutti i progetti degli utopisti sociali richiedono a primissima condizione che quanti sono i popoli della terra cessino oggimai dal credere e dal professare la loro religione».

    La morale tradizionale finisce sotto accusa perché inibisce le passioni, con tutte le incongruenze sollevate da Rosmini: le passioni possono essere anche negative, e se ogni cosa è lecita, si finisce nella guerra di tutti contro tutti. Viene a cadere la distinzione tra bene e male: un anticipo se vogliamo del relativismo odierno. Come evidenzia il saggio, già per quei socialisti «il matrimonio monogamico è la più lacrimevole calamità della terra; ché egli pone un freno alle basse passioni ed abolisce la felicità delle unioni selvagge e ferine». In questi sistemi dove l’individuo non conta più nulla, lo Stato rimane l’unico riferimento: il «governo è tutto, arbitro di tutte le persone, regolatore di tutta l’attività dell’uman genere, da quella del pensare fino a quella del sentire». Per questo è amaro il nostro autore quando scrive che non basta la «corruzione del cuore» per produrre simili teorie che fondono anche «l’ignoranza dell’umana natura e un’ispirazione satanica». Ma Rosmini prevede comunque l’inevitabile fallimento di una società in cui i governati si aspettano di essere nutriti con amore dai governanti «come i rondinini dalla sollecita loro madre».

    E ironizza anzitempo sulle due fasi della rivoluzione comunista in cui «i maestri della dottrina procurano di tirare e rapire tutti i beni a sé, riserbandosi poi a distribuire l’uso con ammirabile uguaglianza e generosità a tutti… Ora voi vedete che tentare la prima delle due operazioni è cosa più facile e pronta che non sia adempire la seconda, riserbata a un tempo indefinito dell’avvenire… A chi sarà difficile, o signori, giudicare la probabilità della buona riuscita di un tale sistema?». Quando alcuni mesi dopo, fra il dicembre 1847 e il gennaio del 1948, Marx ed Engels nel Manifesto inviteranno i proletari di tutto il mondo a unirsi perché nella rivoluzione comunista essi «non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene», Rosmini aveva già implorato i suoi connazionali: «Aspetteremo una società libera da chi prima di tutto annulla ogni libertà individuale?».

    Antonio Rosmini
    SAGGIO SUL COMUNISMO E SUL SOCIALISMO
    Talete. Pagine 60. Euro 13,50

    Antonio Giuliano


    Fonte: Avvenire, 3.1.2009

 

 
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