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Discussione: Europa etnica

  1. #1
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    Lightbulb Europa etnica

    ciao,
    vi segnalo la rivista Celtica sito internet www.celtica.it
    E' una rivista che parla di celtismo, ma da tre numari all'interno ospita il supplemento "Europa Etnica" dedicato alle lingue e alle culture dei popoli minoritari europei.
    Discutono soprattuto di culture e poco di politica (ma c'è nell'ultimo numero anche un attacco alla turchia in europa) credo che l'obiettivo sia di riprodurre la gloriosa e rimpianta Etnie.
    Spero che l'abbinamento a Celtica sia temporaneo e che la rivista possa divenire presto una testata completamente autonoma.
    Vi consiglio fortemente l'abbonamento.

    ciao

    P.

  2. #2
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    Post dal Fronte della Tradizione

    «Pretendere che le razze "non esistano" col pretesto che fra di esse esistono una gran quantità di tipi intermedi, significa non solo negare l'evidenza, ma anche voler raccordare lo statuto di esistenza soltanto ad entità metafisiche assolute. Ci troviamo infatti di fronte ad un tipico esempio di malattia della nostra epoca: la semantofobia. Sopprimendo la parola, si crede di poter sopprimere la cosa. Ma le parole non sono le cose, e le realtà restano» A. De Benoist

    Preferire l'assalto alla convalescenza


    La battaglia identitaria: ovvero il nostro "Fronte dell'Essere", contro il non-essere dell'omogeneizzazione, dello sradicamento, della dissoluzione nella mefitica brodaglia occidentale. Lotta per esistere e resistere, battaglia per l'autoaffermazione e l'autodifesa, istituzione di un progetto storico e messa in forma di una comunità di destino. Nell'epoca in cui i popoli europei sono ormai minacciati nella stessa sopravvivenza fisica, dopo aver già ceduto l'anima al demone mondialista, la lotta per la difesa della nostra identità, il risveglio della nostra coscienza nazionale e la rigenerazione della nostra forma etnica acquista un'importanza decisiva, cruciale. Ma, innanzitutto, cosa si intende con il termine "identità"? Possiamo definirla la risultante dell'incontro di tre fattori: natura, cultura e volontà[1]. Della natura fanno parte le caratteristiche più strettamente fisiche, biologiche e razziali di un popolo, la sua essenza più concreta, la "materia umana". La cultura rappresenta il modo unico ed originale con cui ogni popolo percepisce il mondo e vi si orienta, giungendo all'autocoscienza attraverso un confronto (e/o uno scontro) con l'altro da sé; e ancora, cultura sono le tradizioni, le usanze, le abitudini, la memoria storica, i riferimenti mitici ecc. Il lato volitivo è costituito dalla messa in forma dei primi due, è la piena assunzione del dato fisico e del dato culturale in un orizzonte di senso determinato da una decisione creatrice e fondativa. Volontà, cioè, è farsi carico della propria identità bio-culturale, proiettando nel futuro la propria memoria trasmutata in progetto. Questo punto è fondamentale. È sempre la volontà che fa la storia, un popolo che ne è sprovvisto è niente di più che una popolazione, un mero insieme di individui destoricizzati, un puro dato statistico-demografico.
    Nascere in un determinato stato, avere genitori di una certa nazionalità, possedere particolari tratti somatici, imparare a scuola determinate nozioni, parlare una certa lingua, mangiare particolari pietanze - tutto questo costituisce un'identità solo in potenza. Non basta che ci sia passato il testimone; bisogna volerlo ricevere ed avere l'intenzione di passarlo a chi viene dopo. La scelta contraria è possibilissima; si vedano a questo proposito i tanti intellettuali, politici, star dello show business che scelgono consapevolmente la via del cosmopolitismo, del mondialismo, dell'etnomasochismo, dello sradicamento.
    Costoro sono italiani ed europei quanto noi, ma vogliono rifiutare questa appartenenza in nome di una retorica "fratellanza universale". L'identità, quindi, può benissimo essere rifiutata. D'altronde oggi è la scelta che va per la maggiore. Questo è possibile perché l'apertura della storia, conseguente alla fondamentale libertà umana, consente anche l'opzione dell'uscita dalla storia stessa, ovvero la scelta dell'entropia etnica, culturale, sociale, ecologica ecc. Di fronte a tale libertà esistenziale, sarà allora nostro dovere scegliere la via identitaria.

    Un nuovo nazionalismo

    Per far questo è però necessario non cadere in vecchi errori né scadere in formule sorpassate. Va superata, in particolare, la credenza tipicamente reazionaria secondo la quale una lotta identitaria debba semplicemente difendere la presunta verginità di un insieme di valori ancora non contaminati dai mali della modernità. Non è assolutamente così. L'identità non è un concetto statico, un'essenza pura da preservare dagli sconvolgimenti della storia; è proprio nella storia, anzi, che essa viene perennemente generata e rigenerata, in un processo continuo, senza sosta. L'identità è un progetto in divenire, un'autocoscienza che eternamente si riformula e si ricrea. Non ci sono semplicemente valori da conservare, ma c'è tutta una serie di miti, di tradizioni, di memorie da scegliere, selezionare e re-interpretare, in forme sempre nuove ed originarie in base al futuro che ci si è scelto. È il progetto che dà un senso alla memoria, non il contrario; è questo che intendeva Giovanni Gentile quando affermava che la nazione è una realtà spirituale che "non c'è mai, è sempre da creare".
    Questa concezione dinamica della battaglia identitaria, rivolta più all'avvenire che al passato, si nutre quindi di una forma nuova e "post-moderna" di nazionalismo. Parliamo di un nazionalismo pervaso di sensibilità imperiale e grandeuropea, non più preda di ottuso e provinciale orgoglio sciovinista; un ideale popolare e comunitario, nella convinzione che una comunità nazionale è veramente tale solo se al suo interno la piena dignità sociale è riconosciuta ad ognuno, contro ogni dominio oligarchico e interesse di loggia. Contro l'idea regressiva, reazionaria e passatista occorre opporre uno spirito innovativo, rivoluzionario e futurista; contro il nazionalismo meramente difensivo, arroccato nella conservazione sterile di una memoria mummificata e nella preservazione bigotta di quanto, nell'oggi, persiste dello ieri, noi vogliamo un nazionalismo aggressivo, portato cioè ad aggredire la modernità morente ed il suo fallito "progetto incompiuto" per scardinarla, sovvertirla, superarla in un'epoca così nuova, eppure dalle suggestioni così arcaiche. Niente più culto immobile dei "vecchi e bei valori di una volta" né rimasticamento masturbatorio di folklore impolverato; al suo posto, una volontà di potenza deflagrante e rivoluzionaria fondatrice di nuova civiltà. Pensare o agire in modo diverso significherebbe rimanere indietro di almeno un secolo, rimanere fermi, cioè, alla vecchia destra liberale, classista e conservatrice spazzata via dalle avanguardie nietszcheane, futuriste, dannunziane e combattentistiche che all'inizio del novecento infiammarono il mondo. È da quelle suggestioni che dobbiamo ripartire, articolando un pensiero pienamente nazionalrivoluzionario, archeofuturista, discendente diretto del sovrumanismo fascista.

    Morte e rigenerazione della patria

    Del resto, anche volendo, non sapremmo sinceramente su quali basi fondare un patriottismo piccolo-borghese di tipo conservatore, non foss'altro che per l'elementare ragione che non c'è più niente da conservare. Giacché, di grazia, dove sarebbe oggi la patria? Forse è nascosta da qualche parte nei discorsi trasudanti banalità ed ipocrisia di un Presidente della Repubblica già partigiano ed usurocrate, giunto recentemente a rivendicare, per l'Italia odierna, l'attualità dei valori. dell' 8 settembre (!)? Oppure nelle parate militari ultimamente tornate di moda, tanto più pompose quanto più patetiche nel tentativo penoso di mascherare la realtà del vero ruolo dell'odierno esercito italiano, ascaro servile del padrone d'oltreoceano? O forse, più modestamente, "patria" è oggi la nazionale di calcio, il cui tifo è solo un misero simulacro di appartenenza, quasi il solo "ideale" per cui ormai ci si riesca ad emozionare. Per questo dovremmo lottare? Dalle "terre irredente" al tridente Vieri/Totti/Del Piero? No, bisogna acquisire la consapevolezza che oggi la patria è morta, per lo meno in atto. Essa sussiste ancora, invece, in potenza, come un'insieme di valori e sensibilità inconsce da riattivare in forma radicalmente nuova. Bisogna prendere coscienza della dimensione fondamentalmente nichilista dell'era presente, del vuoto assoluto in cui ci troviamo, vuoto che è fonte di spaesamento e di angoscia, ma che può essere anche l'occasione della riscossa per chi lo sappia riempire. Dobbiamo accogliere il nulla che ci circonda come la condizione di possibilità di un nuovo inizio, come l'occasione che si dischiude di fronte a chi possieda una volontà storica di autoaffermazione. Di fronte all'avanzata del deserto, occorre essere "fondatori di città". Bisogna solo cercare di essere all'altezza di un tale compito, ri-evocando la nostra più antica memoria per proiettarla nel nostro più lontano avvenire contro lo squallore del più allucinante presente. Il Fascismo non fece nulla di diverso: rinnegò tutte le ammuffite tradizioni allora esistenti per evocare direttamente un passato remoto, arcaico, mitico, ponendolo allo stesso tempo alla base di un progetto politico e metapolitico che guardava ad un futuro millenario[2]; per questo fu ed è odiato dai conservatori di ieri e di oggi. Facendoci carico pienamente e consapevolmente della nostra libertà storica, dobbiamo assumerci il compito schmittiano di una decisione sovrana che stabilisca chi vogliamo essere, sulla base - certo - del dato bio-culturale, ma in uno spirito volontaristico ed eroico dove il mero "dato" è solo il materiale grezzo di un'opera di autocreazione in continuo divenire.
    Non si tratta, ripetiamolo, di "scoprire" ciò che si è; si tratta, nietzscheanamente, di volerlo diventare. È il concreto voler-esser-così contrapposto all'anelito verso l'indistinto, verso l'indeterminato, verso il generico tipico della tradizione egualitaria, che poi è una volontà-di-non-essere mascherata da un voler-esser-tutto (da qui l'elogio del cosmopolitismo: ci si illude di aver radici dappertutto poiché non se ne hanno da nessuna parte). Al dominio dell'informe opponiamo la volontà di forma, iniziando dalla nostra forma etnica [3], contro i mostruosi progetti di chi vorrebbe deformarla tramite la "morte tiepida" del consumismo globale o attraverso l'allucinante disegno multirazzialista.

    L'avvenire dei popoli europei

    Quest'opera di custodia, difesa, affermazione e rigenerazione della nostra forma etnica è al giorno d'oggi quanto di più blasfemo possa esistere. Per un Europeo è infatti un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo.
    Ha perfettamente ragione François Dancourt quando, su un sito identitario francese, nota come in Francia (ed in Europa) non sia affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come "antirazzista" patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli Europei trova la propria ragion d'essere. Noi, per quanto ci riguarda, riteniamo che ogni popolo, a cominciare dal nostro, debba poter coltivare le proprie tradizioni, godere della propria indipendenza e sovranità, sviluppare il proprio originale modo di essere al mondo. Siamo fondamentalmente d'accordo con chi, come Alain de Benoist, sostiene che l'identità vada difesa "in sé e non per sé", quindi per tutte le etnie e le culture; concordiamo anche con chi, come Marcello Veneziani, ritiene che "chi difende il suo popolo difende anche il mio"; riteniamo, però, che sia sempre e comunque da noi stessi che si debba partire[5]. Sono gli Europei i primi a subire gli effetti perversi dello sradicamento; è solo in Europa, non altrove, che si sperimentano le suicide politiche immigrazioniste, la xenofilia masochistica, l'accoglienza indiscriminata; è da noi che la società multirazziale, il dominio totalitario della religione dei diritti umani, l'americanizzazione delle menti, l'imbarbarimento dei costumi, l'egualitarismo più selvaggio si stanno trionfalmente affermando. Il primo popolo in pericolo è il nostro. È quindi solo cominciando col difendere l'identità "per me" che io potrò difenderla "in sé". E' affermando innanzitutto le mie specificità culturali che difendo anche le tue. In questo modo possiamo evitare le incoerenze ipocrite di molti Europei, intellettuali "impegnati", sempre pronti a difendere la più esotica e la più lontana delle cause per poi predicare in patria il cosmopolitismo, il suicidio etnico, l'umanitarismo decadente, l'oblio delle radici e la distruzione delle tradizioni. Solo questo può essere il senso di un rinnovato etnocentrismo imperiale europeo.
    Etnocentrismo non più filo-imperialista, intriso di messianismo cristiano ed universalismo illuminista, ma serena e radicale affermazione del proprio ruolo nella storia da parte di Europei finalmente liberi da colpevolismi e complessi vari. Etnocentrismo come coscienza etnica, consapevolezza di essere un unico popolo, nell'unità inscindibile degli antenati e dei discendenti.
    Etnocentrismo come orgoglio, fierezza, patriottismo, fedeltà a se stessi, volontà di perpetuarsi biologicamente e culturalmente. È solo essendo noi stessi che potremo contribuire alla salvezza dell'Altro. Solo un'Europa libera, etnocentrata, potente e fiera della propria identità potrà un domani
    rappresentare l'avanguardia mondiale della causa dei popoli - di tutti i popoli. Un'Europa serva, impotente, preda del caos etnico e dell'etnomasochismo potrà solo rappresentare il tragico monumento vivente al mondialismo trionfante.

    Adriano Scianca

    [1] Cfr. Pierre Vial, Une terre, un peuple, Editions Terre et Peuple, Paris 2000.
    [2] Per un'esposizione, sintetica ma profonda, degli aspetti del Fascismo messi qui in risalto si veda Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista, in L'Uomo Libero n. 53, marzo 2002, nonché le Note di Stefano Vaj che seguono tale testo.
    [3] Per il concetto di "forma etnica" vedi Franco Freda, I lupi azzurri, Edizioni di Ar, Padova 2000.
    [4] Su questo punto e su quelli che seguono ha recentemente insistito Guillaume Faye, non senza scivolare in deviazioni occidentaliste o volgarmente xenofobe. Per un lucido esame delle tesi dell'ultimo Faye e per altre intelligenti riflessioni sull'idea identitaria, sul tema immigrazione, sull'etnocentrismo europeo ecc si veda l'eccellente saggio di Stefano Vaj, Per l'autodifesa etnica totale, in L'Uomo Libero n. 51, maggio 2001.




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    Xenofobia, razzismo ed etnonazionalismo

    La xenofobia è l'odio indiscriminato e assolutamente irrazionale verso lo straniero, il "diverso". Senza dubbio si differenzia parecchio dal razzismo, il quale è più una teoria che un sentimento, e quindi rivendica una più o meno lecita scientificità. La xenofobia non pretende alcun riconoscimento teorico, e neppure sa spiegare se stessa: essa semplicemente si esercita, come prassi, come attitudine inconscia o conscia, manifesta o meno. Mentre il razzismo prende piede, che piaccia o no, da basi scientifiche e culturali che poi vedremo quanto fondate, la xenofobia si muove dall'animo delle persone, e generalmente da quello d'individui incolti. L'irrazionale odio per lo straniero che caratterizza gli xenofobi, infatti, sembrerebbe scaturire da un sentimento d'inquietudine ch'essi provano di fronte al diverso. Paura - fobia - quindi. E sappiamo bene come disagio, inquietudine e paura siano reazioni proprie della debolezza: in questo caso, la debolezza intellettuale di chi affronta usi, costumi, tradizioni e visioni del mondo diversi dai suoi, ma mancando delle capacità culturali per difendere i propri (e dunque accettare gli altrui), reagisce irrazionalmente e rabbiosamente, come un animale minacciato. La xenofobia non può avere alcun valore positivo, giacché raramente contempla una reale conoscenza delle proprie tradizioni, e conformità ai conseguenti costumi. Non credo allora corretto inserire genericamente nel contesto della xenofobia, fenomeni come la rivolta dei Boxer cinesi, che comunque fu la reazione alle invasioni, ai soprusi e alla colonizzazione degli stranieri; una difesa della propria tradizione ben motivata da un reale pericolo. Diversamente, non ravviso lo stesso valore nella xenofobia attualmente diffusa in Europa che, se è specchio d'un problema reale - quello dell'immigrazione di massa, che tratteremo più avanti -, lo affronta però in un modo scorretto e controproducente; tant'è vero che in questo particolare periodo storico la fiamma della xenofobia è continuamente alimentata dagli strumenti della propaganda filo-americana.
    La xenofobia si confà perfettamente, infatti, al quadro dello "scontro di civiltà" mosso dall'Occidente americano all'Islam: strumentalizzando il fenomeno migratorio che esso stesso ha provocato, l'Occidente può mantenere le docili masse europee sotto il proprio dominio, ed anzi utilizzarle contro l'attuale nemico. Questo è vero anche astraendo dall'attuale situazione internazionale: favorendo sottobanco il sorgere d'odio e inimicizie tra i popoli, il vero nemico di tutte le genti, cioè il Capitalismo, riesce a passare indisturbato e dominare questa nostra epoca.

    Il razzismo, come già accennato, è cosa certo diversa dalla xenofobia: se quella si fondava sull'ignoranza, la debolezza e la paura, questo trova la propria formulazione nel linguaggio della scienza. Non voglio entrare nella disputa sui significati originari e derivati del termine razzismo: limitiamoci a registrare che, nella sua accezione oggi di gran lunga più diffusa, esso definisce una qualunque dottrina che postuli la superiorità d'una data razza sulle altre. Il razzismo che si fonda esclusivamente su basi biologiche, figlio dei Lumi e squisitamente scientista (che già per queste sue caratteristiche fece inorridire Evola), è una delle tante aberrazioni dei tempi moderni. Se oggi esso è condannato a gran voce, è solo perché la popolarità di una simile teoria sarebbe d'ostacolo al conformismo mondiale promosso dal sistema capitalista. L'evidenza dei fatti, e cioè delle società dell'attuale "razza padrona" (con l'evidente discriminazione sociale imposta alle minoranze etniche, negli USA e in Israele), evidenziano tutta l'ipocrisia dei suoi cantori, e l'utile idiozia dei sinceri sostenitori del melting pot: a quest'ultima categoria appartengono i genetisti che s'accapigliano a mostrare mappature geniche che negherebbero il concetto stesso di "razza", ma che smarrendosi nel loro mondo a doppia elica, perdono la capacità d'osservare e comprendere persino i molto più semplici fattori somatici; insomma, combattere il razzismo negando le razze sarebbe come combattere il classismo negando l'esistenza dei poveri! Eppure, questa strampalata teoria, fa molto comodo al suddetto progetto del melting pot, e perciò gode di grande popolarità: poco importa se poi da due bianchi nasceranno sempre due bianchi, e da due neri sempre e solo due neri! Alain de Benoist ha sagacemente osservato: "Pretendere che le razze "non esistano" col pretesto che fra di esse esistono una gran quantità di tipi intermedi, significa non solo negare l'evidenza, ma anche voler raccordare lo statuto di esistenza soltanto ad entità metafisiche assolute. Ci troviamo infatti di fronte ad un tipico esempio di malattia della nostra epoca: la semantofobia. Sopprimendo la parola, si crede di poter sopprimere la cosa. Ma le parole non sono le cose, e le realtà restano".
    Bisogna mettersi in testa che, negando persino l'esistenza di razze differenti, si nega di fatto l'esistenza della diversità, prestandosi così al gioco conformista e culturicida del Mondialismo. Quando affermiamo che quella nera è una razza differente da quella bianca, non per questo facciamo torto ad una delle due: anzi, riconosciamo ad entrambe (e naturalmente anche alle altre non citate) la dignità d'essere considerate per se stesse.

    L'accettazione dell'esistenza di razze differenti e nel contempo il rifiuto categorico di sentimenti xenofobi e dottrine razziste, è possibile laddove si comprenda che l'obiettivo di sopprimere le differenza e omologare tutti in un'entità sola e invariabile, è basilare nel sistema capitalista, e sarebbe una terribile sciagura per le civiltà e i popoli tutti, poiché essi stessi scomparirebbero in una sola indistinta massa di produttori-consumatori. Una razza, al pari di un'etnia e di un popolo, ben conscia della propria particolarità e fiera delle sue origini e tradizioni, opporrà sempre un ostacolo insormontabile agli apocalittici progetti del sistema; d'altro canto, una che abbia perso completamente coscienza di sé come entità, si sottometterà docilmente al padrone, e da esso accetterà d'essere stuprata in ogni modo. Qui entra in gioco il cosiddetto "etno-nazionalismo", figura più nobile ed accettabile della xenofobia e del razzismo, ma ancora ricca di pericolose ambiguità. In primo luogo, esso troppo spesso si limita ad un nazionalismo della "piccola casa", privo di qualsiasi visione d'ampio respiro, e facile a derive xenofobe e occidentaliste. Un esempio di questa portata limitata dell'etno-nazionalismo può essere considerato il primo periodo della Lega Nord, quello del "indipendentismo padano", ecc.; i limiti di una simile visione sono sin troppo chiari: mancanza di vaste prospettive, discutibili basi storico-dottrinarie, derive xenofobe, degenerescenza in senso conformista.
    Questi "piccoli nazionalismi" non fanno altro che seminare la discordia tra i popoli fratelli d'Europa (generalmente tra germano-latini e slavi, la cui rivalità ne è il terreno di coltura prediletto), con grande gioia del mondialismo che pretenderebbero di combattere. Ma limiti evidenti presenta anche il cosiddetto "nazionalismo europeo" che si richiama al mito della "fortezza Europa" perché, seppure propugna l'unità dei popoli europei, dichiara ingiustamente guerra a tutte le genti esterne, rendendole capro espiatorio d'un fenomeno immigratorio del quale sono esse stesse vittime. Inoltre, la "fortezza Europa" è una costruzione utopica con ben scarse prospettive geopolitiche: posto pure che si riesca a rilanciarne la demografia, la carenza di risorse renderebbe necessario un nuovo colonialismo, e finirebbe col renderci uguali agli Statunitensi che oggi tanto biasimiamo. Una simile prospettiva è incompleta e inconcludente, se non la si considera come punto di passaggio verso la costituzione di un blocco eurasiatico, liberatore e non carnefice di se stesso e dei popoli martiri d'Africa e America Latina. Definito severamente entro questi paletti irrinunciabili (rifiuto di xenofobia e razzismo, larghezza di vedute e prospettive, solide basi storico-culturali), l'etno-nazionalismo assume una valenza positiva di "orgoglio della particolarità", dunque d'ostacolo e nemico del progetto mondialista. Non a caso, simili correnti etno-nazionaliste riconoscono nella globalizzazione il proprio nemico: ad esso imputano, giustamente, la responsabilità delle attuali correnti migratorie di massa. Alcune sostengono che l'obiettivo del sistema sia quello d'indebolire la resistenza dei popoli indebolendolo "geneticamente" attraverso il miscuglio razziale: idee di dubbia valenza scientifica, queste, mutuato dal pensiero hitleriano sulla superiorità delle razze pure rispetto alle meticce. A mio parere, l'indebolimento della resistenza dei popoli alla globalizzazione, operato attraverso l'immigrazione di massa e il caos etnico, è dovuto essenzialmente alla perdita della coesione nazionale e al sorgere di tensioni interne ed inter-etniche che, come già detto, sviano le genti dal loro vero nemico, ponendo le une contro le altre: un po' come i celebri polli manzoniani che s'accapigliano l'un con l'altro, mentre entrambi stanno per essere scannati da Renzo! Val bene sottolineare, però, che tale azione disfattrice s'esercita tanto contro i paesi ospiti tanto contro gli emigranti.

    Sintetizzando, l'etno-nazionalismo ha un ruolo d'opposizione anti-capitalista, se segue l'insegnamento di Gottfried Keller: "Rispetta la patria di ogni uomo, ma ama la tua". In poche parole, esso deve concretarsi in un orgoglio etnico-culturale che conduca ad una riscoperta delle proprie più antiche tradizioni, in contrapposizione ai barbari modelli capitalisti, ma che non sfoci in deliri xenofobi o dottrine razziste, di modo da non rendere impossibile la necessaria e giusta solidarietà tra le civiltà che tentano di resistere all'invasione occidentalista. Uscendo dal campo puramente teorico, si dovrebbero sviluppare (non rinnegare) i piccoli nazionalismi attuali di modo da renderli partecipi di più grandi "nazionalismi" di civiltà: nazionalismo europeo, nazionalismo arabo, nazionalismo africano, nazionalismo sudamericano, ecc. E' assolutamente necessario che questi non cozzino l'uno contro l'altro, ma riconoscano negli altri i propri alter ego animati dai medesimi sentimenti e desideri, solo rivolti verso la propria dimensione etnico-culturale: il che implica rispetto, amicizia e apertura reciproca. Se il quadro suddetto è veritiero, e le considerazioni accettabili, le conseguenze non possono essere diverse da un profondo movimento riformatore tanto nella "destra" che nella "sinistra" antagoniste al sistema: la prima deve rinunciare a disdicevoli teorie supremazioniste, la seconda alla sua smania di fusione dei popoli; qual ora ciò non avvenisse, entrambe continuerebbero a prestarsi facilmente alle strumentalizzazioni del comune nemico. Va notato che una buona amalgama tra le due frange anti-sistema è storicamente osservabile in tutto il Mondo - bolivaristi, guevaristi e peronisti in Sudamerica, il partito Ba'ath nella nazione araba, sono perfetti esempi di questa augurabile promiscuità - eccetto l'Europa. E' inutile ora spendere molti pensieri e troppe parole nella ricerca delle ragioni del fenomeno; forse il fattore principale fu lo status di nazione libera del quale l'Europa ancora godeva quando sorsero le ideologie del secolo scorso, o forse è una più complessa differenza culturale - ma poco importa ora. Poco importa perché il nemico è tanto grande da oscurare tutti gli altri pretendenti, e perdersi in litigi tra nani, mentre il gigante sta per schiacciarli tutti, è davvero assurdo. Come assurdo è perpetuare la condizione di frattura ideologica tra una gente che dev'essere una e compatta, se vuol essere libera. Basta, per favore, con le anacronistiche dicotomie "destra-sinistra", "comunismo-fascismo", "internazionalismo-nazionalismo", "socialismo-corporativismo": oggi l'unica lotta auspicabile, e proponibile, è tra la realtà americano-occidentale, capitalista e borghese, e quella europeo-tradizionale, comunitaria e popolare! Dio solo sa quanto ci sarebbe di guadagnato se la si smettesse di discutere e accapigliarsi riguardo fatti accaduti oltre mezzo secolo fa, e s'iniziasse finalmente a badare al presente! Chi accetta il sistema capitalista, la globalizzazione, la tirannide borghese, l'imperialismo statunitense, con tutti i paralipomeni del caso, è nemico, a prescindere dalla sua autoproclamata collocazione politica; chi rifiuta la barbarie di qui sopra, e vi oppone il comunitarismo, la fratellanza tra i popoli e la giustizia nel consesso delle Nazioni - ebbene, questo è nostro amico, e chi se ne importa se sta a "destra" o "sinistra"; perché questa è l'epoca in cui una tale distinzione, finalmente, crolla. E crollando, lascia l'animo degli uomini nudo, che non possono più nascondersi dietro a fazioni e motti. Qui si vedrà chi sarà fondatore della Nazione Europea, e chi collaborazionista dell'occupante statunitense; tutto il resto, sono solo stupidaggini per bambini troppo cresciuti!

    Daniele Scalea

 

 

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