La sinistra attacca: «Il governo ha paura dello scontro». Ma rimangono le divisioni
«Impossibile» Katia Zanotti dei Ds: «La mediazione non è più praticabile». Ma Pollastrini frena: «Prima il parlamento»
La paura è trasversale. Colpisce la destra, come dice la coordinatrice delle donne Ds, Barbara Pollastrini(«il governo ha paura del referendum»), ma colpisce anche nell'altra metà dell'emiciclo parlamentare. In attesa che la Consulta decida se il referendum sulla procreazione assistita s'ha da fare oppure no, infatti, la sinistra si prepara a un nuovo scontro interno. Militanti e dirigenti sanno benissimo che il referendum sulla fecondazione finirà per dividerli. Che non tutti hanno la posizione di Rosy Bindi, che parla di «scelta individuale». Che mentre tutti attaccano la scelta del governo di costituirsi davanti alla Consulta, può sempre uscire, come è successo ieri, la vicesindaco di Roma Maria Pia Garavaglia a dire che «l'assunzione di responsabilità rientra nei doveri di chi svolge attività politica» e che quindi il referendum è un atto dovuto. Per questo anche davanti alla linea dura presentata dall'avvocatura di Stato, la linea non è affatto quella dell'«al voto al voto». Alla chiusura della raccolta delle firme il segretario dei Ds Fassino aveva già detto di sperare nella strada parlamentare. E ieri in molti hanno ripreso la sua posizione. Lo ha fatto la Pollastrini appunto, spiegando in una intervista all'Unità che la strada del dialogo è ancora aperta: «In Parlamento affronteremo con trasparenza e determinazione il confronto per riscrivere da capo una buona legge. Se, come sembra più realistico, non ce ne saranno le condizioni, percorreremo la strada referendaria fino in fondo». Non tutte le donne del suo partito sono sulla stessa linea. Non lo è ad esempio Katia Zanotti, che già all'epoca dell'esternazione del segretario spiegò di avere altre idee sullo scontro in atto. «Bisogna andare al confronto referendario in modo netto e chiaro - dice ora - Quella del governo è una posizione ideologica di una maggioranza che si sente legittimata a imporre la propria visione etica del mondo parlando di diritti del concepito. Su questo punto non c'è mediazione che tenga e infatti il testo di modifica presentato da loro non tocca i quesiti referendari».
Nel resto della coalizione le posizioni sono altrettanto spaccate. Pierluigi Mantini, uno dei pochi deputati della Margherita ad essere favorevole alla consultazione popolare ieri spiegava che la via parlamentare non è più praticabile e che la presa di posizione del governo ha «politicizzato» lo scontro. «Si tende a sviare l'attenzione dai contenuti e un po' a dare alla consultazione un imprimatur quasi plebiscitario pro o contro il governo. Se non vi è la possibilità di cambiare questa brutta legge per via parlamentare, il referendum è un diritto costituzionale. L'indicazione della Margherita dev'essere quella della libertà di coscienza». Verdi e Rifondazione si sono schierati subito e in modo più netto. Giovanna Capelli del Prc ieri spiegava che il referendum per l'abrogazione della legge 40 rappresenta «la via maestra da percorrere e da rilanciare contro ogni tentativo, non solo del governo, di vanificarlo». E la Verde Loredana De Petris si è schierata più o meno sulle stesse posizioni.
Con le trattative prodiane in corso, però, la sinistra fa capire che la decisione sul da farsi è rimandata all'indomani dell'imprimatur della Consulta: fino ad allora falchi e colombe della libertà di coscienza dovranno attendere.
Da "Il Manifesto"




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