Se non l'avete già fatto, aspettate di leggere quello che scrivo prima di sobbalzare, anche se non sto scherzando.
"I poveri inventano la lingua e i ricchi la cristallizzano per sfottere i poveri". Questa frase la disse in un'agitata stagione sociale d'Italia Don Milani, il curato di Barbiana famoso per il suo spirito anticonformista e poco ortodosso.
Senza dubbio Don Milani fu un'ottima persona, ma alla luce degli eventi degli ultimi tempi, la sua frase appare tutt'altro che veritiera. Oggi si potrebbe affermare infatti che "i potenti cambiano la lingua già inventata dai governati"; e tali potenti se lo possono permettere anche se nelle consultazioni elettorali ottengono una percentuale di voti pari al 12-13 % dell'intero corpo elettorale.
Del resto, la lingua che una comunità sceglie come propria è una convenzione, e, nel bene o nel male, noi italofoni parliamo una lingua viva, e non una lingua morta come il latino, che se l'avessimo scelto ci avrebbe dato forse minori problemi.
Fatto sta che una lingua viva, magari a dimostrazione della sua vitalità, si modifica nel tempo, subendo chiaramente anche l'ideologia dominante di ogni epoca, e così non è difficile che una parola assuma un significato radicalmente diverso perfino dalla sua stessa etimologia.
Ho sempre tenuto a precisare e distinguere le definizioni di "antisemitismo" e "antisionismo", senza che vi stia qui a ripetere il significato dei due termini che è noto a tutti, ma la lingua, come ho detto, prodotto della cultura e quindi dell'ideologia dominante, si modifica nel tempo: perciò dopo le dichiarazioni di Frattini e Pera che affermano che "bisogna stare attenti al riemergere di forme di antisemitismo nascoste sotto le dichiarazioni di chi condanna lo Stato d'Israele asccusandolo di terrorismo", riconosco di essere stato sconfitto nella disputa culturale nella quale intendevo conservare il vecchio significato della parola antisemitismo, un po' per bieco conservatorismo, un po' perché senza dubbio più vicino al significato etimologico.
Perciò, nel riconoscere la mia sconfitta nella disputa culturale sull'opportunità della modificazione del vocabolo di cui sopra, accetto che il nuovo significato della parola "antisemitismo" non sia più, come ancora riportava lo Zingarelli del 2001 "atteggiamento, politica, ostile nei confronti degli Ebrei", ma che a partire dall'anno prossimo sarà pressapoco indicato come "atteggiamento, politica, ostile nei confronti o DI [non più "DEGLI"] Ebrei, o dello Stato d'Israele, o di elementi culturali ebraici singolarmente o totalmente intesi".
A questo punto, vale quanto sopra, non posso non definirmi antisemita. Sono antisemita, se antisemita significa condannare come massacratore uno Stato che come ieri ammazza una bambina palestinese di sette anni; sono antisemita, se antisemita significa definire terrorista uno Stato i cui generali compiono i massacri di Sabra e Shatila; sono antisemita, se antisemita significa condannare uno Stato che ammassa contro la sua volontà un intero popolo dentro uno sputo di terra e dentro i campi profughi, con tanto di cinta muraria intorno; sono antisemita, se antisemita significa condannare uno Stato che con i bulldozer butta giù le case anche di gente innocente; sono antisemita, se antisemita significa condannare uno Stato che impedisce, attraverso chek-in, a persone di frequentare regolarmente le scuole e le Università; sono antisemita, se antisemita significa condannare uno Stato che compie le proprie ritorsioni non colpendo i criminali responsabili di ignobili atti terroristici, ma sparando nel mucchio tra i civili
Il principio di "responsabilità individuale" è un elemento che la cultura occidentale ha di migliore rispetto ad altre, e come noi abbiamo da imparare dalle altre culture molte cose per le quali le stesse culture sono migliori della nostra, così penso che il principio di "responsabilità individuale" debba essere universale... e del resto un significativo passo verso l'affermazione di tale principio era già stato fatto ancor prima con il passo dell'Antico Testamento in cui si afferma che Dio avrebbe risparmiato una città in cui vi fossero stati quattro uomini giusti): perciò nessuno dica che "è normale che se I Palestinesi... allora è giusto difendersi DAI Palestinesi", quasi che "I palestinesi" siano visti come un unuum giuridico di popolo-nazione, come che la colpa degli ignobili e criminali atti di terrorismo di chi fa esplodere un autobus ricadesse sull'intero popolo palestinese, e non su coloro (singoli individui palestinesi con menti bacate) che hanno progettato e portato a termine il tutto.
Lo Stato d'Israele, volendo difendersi DAI Palestinesi (attraverso gli stupendi atti che ho sopra elencato e che, secondo il nuovo dizionario fanno di me un antisemita) anziché DA Palestinesi che compiono gesti criminali, dimostra di essere non solo TERRORISTA, ma anche xenofobo: xenofobo è infatti chi, come Israele, ha paura di un intero popolo, chi, come Israele, contro questo intero popolo prova odio e chi, come Israele, contro un intero popolo porta avanti azioni militari in via preventiva.
Sì, sono antisemita, se antisemita significa dunque riconoscere che lo Stato d'Israele non solo è terrorista, ma è pure xenofobo; sono antisemita, se antisemita significa elogiare quegli israeliani e quei palestinesi che, pur avendo perso amici e parenti in atti terroristici gli uni, in azioni militari israeliane gli altri, hanno dimenticato i reciproci rancori e hanno scelto di vivere insieme nella stessa cittadina di confine, mandando i propri figli a scuola insieme e costruendo diaologo e un'unica comunità anziché ghetti o bantu states; sono antisemita poi, se antisemita significa sognare che un giorno in terra di Palestina non esistano due Stati, Israele e i "bantu states" di sudafricana memoria, ma un'unico contesto nel quale israeliani ( ebrei israeliani ed arabo-israeliani) e palestinesi (arabi palestinesi ed ebrei di Palestina) possano vivere gli uni a fianco agli altri senza muri o fili spinati che li separino, prendendo esempio la cittadina di cui parlavo, in cui tutto questo è già una realtà. Sono tutti antisemiti i refusenik e Noam Chomsky, era un'antisemita Rachel Corrie !
Non è più possibile che lo Stato d'Israele, insieme agli italici governanti di casa nostra, strumentalizzando la drammatica vicenda umana di milioni di esseri umani, usi come paravento l'arma del gridare all' "antisemitismo" non appena qualcuno critichi i crimini che lo stesso Stato compie. Ecco perché definirsi antisemiti, perché effettuare, come lo chiamava giustamente un sociologo, un "ribaltamento del marchio": così si toglie allo Stato d'Israele il paravento dietro cui si nasconde per giustificare tutti i suoi crimini, il suo terrorismo di Stato e la sua xenofobia.
Ma poiché "antisemitismo" può significare tutto, anche il fastidio che qualcuno provi (non è il mio caso) nel vedere qualcun'altro scrivere da destra verso sinistra, è lecito affermare che abbia allora un ampio significato semantico: un po' come l'aggettivo "democratico", ormai "vuoto" di significato poiché tutti, dai marxisti fino ai tatcheriani, si definiscono "democratici", dando ognuno un prprio significante diverso alla parola.
Poiché insomma io, antisemita come ho spiegato, non avendo nulla contro gli ebrei, non voglio essere associato ad Hitler: si faccia perciò distinzione tra antisemitismo antistatale (il vecchio antisionismo) e antisemitismo giudeofobico (rivolto verso gli ebrei come persone e come etnia). Non ci si lamenti poi se qualche sondaggio rivela che un 30 % di intervistati si considerano antisemite: con un campo semantico così ampio, sono antisemita io se è antisemita significa condannare quanto ho condannato e augurarsi quanto mi auguro, è antisemita il nazista che da criminale vorrebbe rimettere nei campi di concentramento gli ebrei ed ivi ammazzarli, è antisemita chi non gli piace la cucina tipica ebraica. Non si costituisca la Struttura politica europea per contrastare l'antisemitismo: se antisemita è chi condanna l'uccisione di una bambina di sette anni, una struttura politica contro l'antisemitismo GENERICO va contro le più elementari libertà di pensiero.




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