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    Il Card. Stepinac eroe e martire dimenticato

    di Enrico Miscia

    L’arcivescovo di Zagabria, che lottò strenuamente contro la dittatura nazista e comunista, è un grande esempio per le nuove generazioni di cattolici del nostro continente che devono affrontare la dittatura relativista.


    [Da "Studi Cattolici", n. 531, Maggio 2005, pp 364-369]

    Il cardinale Alojzije Stepinac é una figura relativamente poco conosciuta in Italia.(1) Quando, il 3 ottobre 1998 durante la sua seconda visita in Croazia, Giovanni Paolo II lo proclamò beato, riaffiorarono le polemiche e ci fu chi contestò nuovamente il suo operato durante la seconda guerra mondiale (2). A quell'epoca, la Croazia aveva ottenuto un'effimera indipendenza e fu governata da Ante Pavelich, leader degli ustaša. La documentazione e le testimonianze prodotte per la causa di beatificazione che ora è possibile consultare, gettano nuova luce non solo su Stepinac, ma anche sull'intera vicenda dello Stato indipendente croato dal 1941 al 1945 (3).
    Per orientarci un po' fra le intricate vicende balcaniche di quegli anni, può essere utile un breve inquadramento storico. Senza andare troppo lontani nel tempo, ricordiamo che alla fine della prima guerra mondiale una delle conseguenze della scomparsa dell'impero austro-ungarico fu la creazione del «Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni» (Jugoslavia dal 1929). Favorito dalla volontà delle potenze vincitrici per poter contenere un eventuale ritorno dell'espansionismo tedesco e contrastare quello sovietico più recente, il nuovo regno fu però frutto di un affrettato accordo tra le varie nazionalità slave.
    Vennero presto alla luce i diversi obiettivi che si proponevano soprattutto i serbi e i croati: per questi ultimi, e anche per gli sloveni, il nuovo Stato avrebbe dovuto essere una federazione, con un ampio decentramento e nella quale ogni popolo avrebbe potuto mantenere le proprie istituzioni e le proprie tradizioni culturali. I serbi invece, che avevano pagato a caro prezzo la guerra contro 1'Austria-Ungheria e si sentivano perciò moralmente autorizzati a porsi a capo del nuovo Stato, pensavano all'unione degli slavi del sud con il suo centro a Belgrado e come la realizzazione della Grande Serbia.

    Sparatoria in Parlamento

    Questi contrasti si manifestarono ben presto e determinarono una forte instabilità politica, nella quale comunque il potere fu saldamente nelle mani dei serbi che mantennero il pieno controllo dell'esercito e dell'amministrazione pubblica. La polemica tra il regime di Belgrado e i croati raggiunse il culmine quando, il 20 giugno 1928, un deputato appartenente al partito radicale serbo, Punisa Račich, dopo un alterco in Parlamento con un deputato croato, si mise a sparare all'impazzata e uccise due deputati croati, ferendone altri tre. Tra questi c'era il leader dei partito contadino croato, Stjepan Radich, che morì pochi giorni dopo. A quel punto il re, Alessandro Karadjordjievich, pensò di risolvere ogni problema con la dittatura personale: abolì la Costituzione, mise fuori legge i partiti e diede una nuova struttura amministrativa al regno, dividendolo in nove regioni (banovine). Soprattutto cercò di fomentare un patriottismo jugoslavo, per favorire 1'unità della nazione. Questo tentativo di omologazione culturale, che nascondeva in realtà un consolidamento del potere nelle mani dei serbi, provocò la reazione delle comunità minacciate e la radicalizzazione dei movimenti nazionalisti.
    È in questo momento che sorge il movimento ustaša (insorti) fondato da Ante Pavelich e si sviluppa quello nazionalista macedone dell'Orim (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone) di Vančo Mihailov. Insieme misero in atto alcuni attentati, fino ad arrivare a uccidere lo stesso re Alessandro, il 9 ottobre 1934 a Marsiglia. Pavelich (insieme ad alcuni suoi collaboratori) fu condannato in contumacia dal tribunale francese come mandante dell'assassinio. Poiché il figlio di Alessandro, Pietro II, aveva solo undici anni, le funzioni di reggente vennero esercitate dal principe Paolo. Questi cercò, con l'aiuto del primo ministro Milan Stojadinovich, di rinnovare la politica jugoslava tentando di raggiungere un compromesso con i croati. Per favorire questo avvicinamento, firmò un concordato con la Santa Sede per regolarizzare i rapporti con la Chiesa cattolica. Ma, al momento della ratifica da parte del parlamento, il vecchio establishment serbo e la Chiesa ortodossa in particolare insorsero violentemente. Ci furono manifestazioni e scontri con la polizia a Belgrado e in altre città della Serbia. Il santo Sinodo della Chiesa ortodossa scomunicò i membri della skupština (il parlamento) e del governo che avevano votato a favore della ratifica. Stojadinovich capì che la battaglia era persa e non presentò più il concordato in senato per l'ultima ratifica. Visti i risultati deludenti delle elezioni del 1938, il principe Paolo decise di sostituire il primo ministro e chiamò al governo Dragiša Cvetkovich, che cercò subito di riprendere i colloqui con il leader del partito contadino croato, Vladimir Maček. Finalmente il 26 agosto 1939, una settimana prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, dopo estenuanti trattative si giunse a un accordo (sporazum): fu creata una banovina croata comprendente, oltre all'originario territorio croato, anche la Dalmazia e buona parte della Bosnia-Erzegovina con un'ampia autonomia. Se questo accordo fosse stato firmato due decenni prima, avrebbe probabilmente assicurato l'unità dello Stato jugoslavo; adesso, dopo vent'anni di divisioni in cui gli odi e l'insofferenza reciproci erano cresciuti, non soddisfece nessuno e attirò le critiche dei nazionalisti di entrambe le parti. Inoltre, soprattutto a causa della guerra, la situazione economica peggiorò, frustrando le aspettative di miglioramento che i croati speravano.

    L'indipendenza a della Croazia

    Dopo la sconfitta della Francia e l'adesione al Patto tripartito (Germania, Italia e Giappone) di Romania, Bulgaria e Ungheria, la Jugoslavia si trovò accerchiata e, non potendo resistere alle pressioni tedesche, il 25 marzo 1941 aderì anch'essa al Patto. La reazione interna all'accordo fu immediata: ispirati da agenti inglesi, la notte tra il 26 e il 27 marzo, i militari guidati dal generale Mirkovich, rovesciarono il governo e la reggenza, mettendo sul trono il diciassettenne Pietro II. La folla in delirio festeggiò a Belgrado gli autori del colpo di Stato e le potenze occidentali interpretarono l'episodio jugoslavo come un duro colpo assestato al prestigio di Hitler. Ma il Führer, che voleva i Balcani sicuri nelle proprie mani prima di sferrare l'attacco alla Russia, ordinò l'invasione della Jugoslavia. Nel giro di pochi giorni, dal 6 al 13 aprile, la Jugoslavia fu conquistata e poi divisa tra la Germania e i suoi alleati. Il 10 aprile fu proclamata l'indipendenza della Croazia e a capo del nuovo Stato venne insediato, con il consenso di Hitler e di Mussolini, Ante Pavelich (4), capo dei movimento nazionalista ustaša. Vladko Maček, il leader del partito contadino Croato che raccoglieva la grande maggioranza dei consensi tra la popolazione croata, aveva rinunciato all'invito fattogli dai tedeschi di essere lui il nuovo capo dello Stato. Il movimento ustaša aveva, ed ebbe sempre, una ristretta base popolare: era un'organizzazione clandestina con caratteristiche paramilitari (5). Nonostante ciò, il popolo croato accolse con gioia l'indipendenza, a lungo aspettata e che segnava la fine dell'invadente regime serbo. Partecipe di questo giubilo fu anche la Chiesa cattolica croata, che aveva subito durante il regno jugoslavo una forte discriminazione rispetto alla Chiesa serbo-ortodossa. Discriminazione che si era manifestata in diversi modi: venivano costruite bellissime chiese ortodosse in centri storicamente e di fatto interamente cattolici; si favorivano in tutti i modi i matrimoni misti a danno della Chiesa cattolica; veniva ostacolata l'apertura di nuove scuole cattoliche e si cercava di far scomparire quelle già esistenti; era quasi impossibile per i cattolici accedere ai gradi più elevati dell'amministrazione dello Stato e dell'esercito (6); le regioni cattoliche venivano sistematicamente colonizzate dagli ortodossi (7). Si calcola che la Chiesa cattolica, tra apostasia e matrimoni misti, abbia perso durante il regno jugoslavo circa 200.000 fedeli. Motivo di ulteriore umiliazione per i cattolici croati fu poi la mancata approvazione del concordato, di cui si è fatto cenno in precedenza. Anche 1'arcivescovo di Zagabria gioì per l’indipendenza. Egli era sicuramente un sostenitore della causa autonomista del popolo croato e vedeva nell'indipendenza una maggiore libertà per la Chiesa, ma non approvò mai il nazionalismo. In un'omelia che rivolse agli studenti universitari di Zagabria il 27 marzo 1938 disse: « Se pertanto l'amore verso la nazionalità supera il confine del buonsenso, allora non é amore ma passione, non é utile e neppure di lunga durata [...]. L'amore per la propria nazione non deve fare 1'uomo una bestia feroce, ma nobilitarlo». Dopo essere stato ricevuto da Pavelich il 16 aprile 1941, nel suo Diario (8) é annotato: «[...] l'arcivescovo ha ricavato l'impressione che il Poglavnik [il capo, ndr] sia un cattolico sincero e che la Chiesa avrà la libertà nelle sue azioni, anche se l'arcivescovo non si illude che tutto ciò possa avvenire senza difficoltà». Quindi gioia si, ma unita a una buona dose di realismo che faceva dubitare che questa indipendenza ottenuta sotto la tutela delle potenze dell'Asse potesse essere reale. All'uscita dell'arcivescovado, quando le prime truppe tedesche entrarono a Zagabria, un gruppo di ragazzi manifestava la propria esultanza per la proclamata indipendenza. Stepinac si rivolse al sacerdote che era con lui e gli disse: «Proprio questa ragazzaglia conosce cosa sia lo zoccolo prussiano! Chi piú desideroso di me che ci sia una Croazia libera! Ma non me la posso aspettare dalla pagana Germania. Prima la fede, non il paganesimo e la persecuzione della religione! Oltre a questo, politicamente non credo che Hitler voglia aiutarci a conquistare l'indipendenza». Di fatto, il nuovo Stato croato fu sempre sotto le dipendenze sia della Germania sia dell'Italia: a quest'ultima dovette cedere buona parte della Dalmazia, tedeschi e italiani si divisero il territorio croato in due zone di influenza, nelle quali, quasi sempre, esercito e amministrazione civile croati erano direttamente sotto il loro controllo. Ma le difficoltà vennero dallo stesso regime ustaša, che iniziò subito una campagna persecutoria contro la popolazione serba che si trovava nel territorio dello Stato indipendente croato. Deportazioni verso la Serbia, uccisioni di massa eseguite da bande piú o meno comandate dal potere centrale e in piú, soprattutto da settembre del 1941, una campagna di conversioni forzate alla Chiesa cattolica. Di questa persecuzione, indubbiamente, la propaganda serba prima e quella comunista poi hanno esagerato ampiamente le dimensioni, anche per nascondere cosi le stesse violenze che le bande etniche (nazionalisti serbi legati al precedente regno jugoslavo) e i partigiani misero in atto durante la guerra contro la popolazione croata cattolica e musulmana (9). Ma la persecuzione ci fu e fu sanguinosa. Anche gli ebrei e gli zingari subirono quasi il totale annientamento delle loro comunità presenti sul territorio dell'allora Stato croato (10).

    Fermezza dell'arcivescovo

    L'arcivescovo Stepinac prese una posizione di ferma opposizione contro questa campagna persecutoria e si impegnò in tutti i modi per soccorrere coloro che ne vennero colpiti. L'ampia documentazione al riguardo e le numerose testimonianze lo provano con sufficiente evidenza. Frequenti furono i suoi interventi presso le autorità del governo croato. Già il 14 maggio 1941, dopo aver avuto notizia del massacro di 260 serbi effettuato dagli ustaša a Glina, inviò una lettera a Pavelich, in cui scrisse: «Io so bene che i serbi hanno commesso gravi misfatti in questi venti anni di governo. Credo però mio dovere di Vescovo di alzare la mia voce e dichiarare che questo non é lecito secondo la morale cattolica; quindi, Vi prego di prendere le misure piú urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo se non sia dimostrato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Cielo, senza la quale dobbiamo soccombere». Innumerevoli furono gli interventi a favore dei serbi. Uno dei primi fu quello per il vescovo ortodosso Dositej Vasich, che era stato arrestato dagli ustaša e venne liberato a seguito dell'intervento di Stepinac. Il 16 maggio protestò contro la deportazione della popolazione serba di Kordun e si interessò della sorte dei deportati del distretto di Sisak. Il 21 luglio protestò contro il trattamento disumano riservato agli internati dei campi di concentramento e nello stesso mese riuscì a salvare 300 donne serbe catturate dagli ustaša e destinate a morte sicura. Un dato può essere significativo della grande opera di carità che svolse Stepinac durante la guerra: tra il 1942 e il 1944, L’arcivescovo riuscì a salvare, facendoli ospitare in istituti religiosi o presso famiglie di Zagabria, 6.717 bambini, di cui circa 6.000 di famiglie ortodosse e partigiane, rimasti abbandonati dopo la battaglia di Kozara del 1942. I bambini arrivarono a essere circa 14.000 quando, nel 1943, se ne aggiunsero 3.000 e altri 5.000 dai campi di concentramento in Dalmazia.

    A favore degli ebrei

    Altrettanto numerosi furono gli interventi di Stepinac a favore degli ebrei. Già prima della guerra, l'arcivescovo aveva prestato aiuto ai numerosi profughi ebrei che dalla Germania si erano rifugiati a Zagabria per sfuggire alle deportazioni ordinate da Hitler, creando un apposito «Comitato dei profughi», di cui si occupò personalmente. Contro le leggi e le disposizioni antiebraiche varate dal governo inviò, tra la primavera e l'estate del 1941, diverse lettere di protesta al ministro degli interni Artukovich e allo stesso Pavelich, riuscendo a far abrogare la norma che imponeva agli ebrei (anche quelli convertitisi al cristianesimo) di indossare sul braccio una fascia gialla con la stella di Davide e di non entrare nei luoghi pubblici. Di fronte a ulteriori rastrellamenti che si verificarono nel 1943, e sapendo che erano soprattutto le autorità tedesche a spingere in questa direzione, scrisse nuovamente al capo del governo croato: «Se c'è di mezzo qualche autorità estera che si immischia nei nostri affari interni, io non ho paura che questa parola di protesta sia portata a sua conoscenza. La Chiesa cattolica non teme davanti a nessun potere terreno, quando si tratta di difendere i piú elementari diritti dell'uomo...». Tantissimi furono anche gli aiuti concreti che prestò alle persone appartenenti alla comunità ebraica e non è possibile riportarli qui. Le stesse autorità ebraiche lo attestarono. Il delegato in Turchia della commissione per l’aiuto agli ebrei europei, Dr. Weltmann, scrisse ne giugno del 1943 al delegato apostolico a Istanbul Angelo Roncalli: «Noi sappiamo che mons Stepinac ha fatto tutto il possibile per alleviare la sorte infelice degli ebrei in Croazia» (11). Anche il grande rabbino di Zagabrk Freiberger scrisse a Pio XII «per esprimerVi come grande rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei in Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per la bontà che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della Chiesa verso i nostri poveri fratelli» (12).
    Pavelich, soprattutto dopo i primi mesi di regime, pensò di risolvere il «problema serbo» costringendo la popolazione ortodossa a convertirsi al cattolicesimo. La motivazione era eminentemente politica: creare uno Stato unitario e omogeneo, cosi da sottrarre i serbi di Croazia all'influsso politico della Chiesa ortodossa. A questo scopo fu emanata dal governo una serie di decreti per regolare queste « conversioni» e impedire che passassero al cattolicesimo quegli ortodossi che appartenevano alle classi colte e piú ricche, perché non si infiltrassero nel nuovo regime e continuassero a esercitare la loro influenza. Questa campagna rappresentava una vera e propria ingerenza dello Stato in un campo di esclusiva giurisdizione della Chiesa. Stepinac intervenne con decisione, sia protestando presso le autorità governative, sia inviando lettere circolari al clero per ricordare che «la fede é questione della libera coscienza e perciò nel decidersi ad abbracciarla devono essere esclusi tutti i motivi disonesti».

    Niente conversioni forzate

    La posizione della Chiesa croata sulle «conversioni forzate» venne definita chiaramente nella riunione della Conferenza episcopale del novembre 1941, al termine della quale Stepinac inviò una lunga lettera a Pavelich contenente le risoluzioni prese dall'episcopato. In esse si ribadiva che «tutte le questioni riguardanti la conversione degli ortodossi alla religione cattolica sono esclusivamente di competenza della gerarchia della Chiesa» e che possono essere ricevuti nella Chiesa solo coloro che si convertono «senza alcuna costrizione, nella più completa libertà». Nella lettera si chiedeva che ai serbi «venissero garantiti ed effettivamente concessi tutti i diritti civili e particolarmente la libertà personale, il diritto di proprietà e si pronunciassero condanne solo dopo un processo regolare, uguale a quello degli altri cittadini. In primo luogo fosse punita con estremo rigore ogni iniziativa privata intesa a distruggere le loro chiese o cappelle o ad asportarne i loro beni». Il clima di sopraffazione e di violenza in cui si viveva costrinse Stepinac a fare un'eccezione alle leggi canoniche, quando in un'istruzione ai sacerdoti scrisse: «Quando vengono da voi persone di religione ebraica o ortodossa, che si trovano in pericolo di morte e desiderano convertirsi al cattolicesimo, accoglietele per salvare la loro vita. Non richiedete a loro nessuna particolare istruzione religiosa, perché gli ortodossi sono cristiani come noi e la religione ebraica é quella nella quale il cristianesimo ha le sue radici. L'impegno e il dovere del cristiano é in primo luogo quello di salvare la vita degli uomini. Quando sarà passato questo tempo di pazzia, resteranno nella nostra Chiesa coloro che si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, ritorneranno alla loro fede». La campagna di conversioni non ebbe il successo che il governo sperava; varie furono le cause, tra queste anche l'opposizione della Chiesa.
    Piú volte Stepinac condannò nelle sue omelie il razzismo, sostegno ideologico delle azioni degli ustaša e degli occupanti nazisti, in un momento in cui pochi in Europa ebbero il coraggio di farlo. Particolarmente incisive furono le omelie pronunciate nelle teste di Cristo Re. In quella dei 1941, dopo aver condannato le «teorie e ideologie atee» che « sono riuscite ad infettare il mondo», ammoni: «Vi é il pericolo che perfino coloro che si gloriano del nome cattolico, per non dire addirittura della vocazione spirituale, divengano vittime della passione dell'odio e della dimenticanza della legge che é il tratto caratteristico e più bello del cristianesimo: la legge dell'amore». L'allusione agli ustaša e a quei sacerdoti (pochi in verità) che collaborarono con loro é chiara. Nel 1942 denunciò apertamente le leggi e le violenze dettate dall'odio razziale: « Ogni popolo e ogni razza provengono da Dio [...] questa differenziazione non deve essere motivo di sterminio vicendevole [...] ogni popolo e ogni razza, quale oggi esiste sulla terra, ha diritto a una vita degna dell'uomo e a un trattamento degno dell'uomo. Tutti, siano zingari o di altra razza [...] hanno il diritto di dire: Padre nostro che sei nei cieli! [...] Per questa ragione la Chiesa cattolica ha condannato e condanna anche oggi, ogni ingiustizia e violenza a nome della classe, della razza o della nazione». L'omelia non fu pubblicata, ma circolò clandestinamente, come altre di cui i partigiani diffondevano il testo e Radio Londra ne trasmetteva interi brani. Gli ustaša e i tedeschi iniziarono una campagna diffamatoria contro l'arcivescovo, accusandolo di essere un collaboratore dei comunisti. Nell'omelia in occasione della festa di Cristo Re, Stepinac dichiarò: «Ora risponderemo a coloro che ci accusano di filo-comunismo [...] anche coloro che ci fanno un tale rimprovero, farebbero meglio, forse, a battere alla porta della propria coscienza e porsi una domanda come questa: non é grande il numero di coloro che si sono rifugiati nelle foreste, senza essere convinti della verità del comunismo, spinti invece molto spesso dalla disperazione, a causa dei metodi brutali di qualche individuo, che crede di poter fare ciò che vuole, come se non ci fosse per lui legge né umana, né divina?». La reazione delle autorità ustaša furono immediate: si vietò la pubblicazione dell'omelia e il ministro della cultura, Makanec, scrisse un articolo su Il popolo croato, nel quale attaccò l'arcivescovo «che recentemente, nelle sue prediche, ha oltrepassato i limiti della sua vocazione per immischiarsi in affari in cui non é competente».

    Un giudizio obiettivo

    L'immagine di uno Stepinac collaboratore dei regime di Pavelich o testimone inerte della pulizia etnica degli ustaša, che certa storiografia poco obiettiva ha voluto propinarci, non sembra quindi corrispondere a verità. Un interessante libro di uno storico americano (13) ci riporta la testimonianza di un emissario del governo jugoslavo in esilio, il tenente Rapotec, che nella prima metà dei 1942 compì una missione segreta in terra croata per stabilire contatti tra 1'opposizione in patria e quella all'estero. Arrivando a Zagabria, rimase stupito nel rendersi conto subito che l'arcivescovo era persona non grata al regime; le organizzazioni clandestine dei serbi e degli ebrei insistettero con lui affinché chiedesse al governo jugoslavo in esilio di fermare la compagna propagandistica contro Stepinac, perché l'arcivescovo li proteggeva. Alla domanda di Rapotec, perché non avesse rotto cor il regime ustaša, l'arcivescovo rispose che se lo avesse fatto non avrebbe potuto piú aiutare nessuno (i serbi, gli ebrei e gli oppositori che si trovavano nei campi di concentramento). La cosa piú importante era salvare quello che poteva essere ancora salvato. I suoi contatti con le autorità erano esclusivamente formali. Esse avrebbero voluto liberarsi di lui, ma al tempo stesso volevano far vedere a tutti che le loro relazioni erano eccellenti. Lo spiavano e sapevano sempre dove andava, cosi che Pavelich, quasi per caso, appariva alla stessa cerimonia o gli capitava di passare nei pressi quando Stepinac stava per partire. Si salutavano e un'intera batteria di fotografo riprendeva il loro incontro per fini propagandistici.

    L'opposizione a Tito

    Alla fine della guerra, dopo la fuga di Pavelich e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa: nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una prima lista di sacerdoti uccisi, che comprendeva 149 nomi. Una volta preso il potere, Tito cercò di convincere 1'arcivescovo a staccarsi da Roma e a fondare una Chiesa cattolica independente. Ma Stepinac si oppose con forza: « Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico». La persecuzione si fece allora ancora piú dura: nella lettera pastorale dei vescovi cattolici jugoslavi del 21 settembre 1945, si riferiva che 243 sacerdoti erano stati uccisi, 89 erano scomparsi e 169 erano in prigione o in campi di concentramento. Il regime inscenò un processo farsa contro Stepinac, con l'accusa di aver collaborato con il regime ustaša. L' 11 ottobre 1946 venne condannato a 16 anni di lavori forzati. Nel 1951 fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la sua parrocchia di origine di Krasich, dove morì il 10 febbraio 1960. Sembra ormai accertato che venne ucciso con un veleno che gli veniva somministrato poco alla volta, come testimoniato da uno dei suoi carcerieri nel corso della causa di beatificazione.
    Nella difesa di fronte al tribunale jugoslavo, Stepinac disse: «Io dico questo: quando la situazione si normalizzerà e quando potranno essere pubblicati tutti i documenti, quando gli stessi potranno estere studiati in pace, quando tutti potranno esprimere liberamente la loro parola, senza paura, pienamente liberi, alla luce della pura verità, dal punto di vista sia politico sia morale, allora non si troverà nessuno che punterà il dito contro 1'arcivescovo di Zagabria». È finalmente arrivato questo momento?

    Note

    1) Sul cardinale Stepinac sono reperibili, con una certa difficoltà, le seguenti opere:
    F. Cavalli, Il processo dell'Arcivescovo di Zagabria, Roma 1947;
    R. Pattee, The case of cardinal Aloysius Stepinac, Milwaukee 1953;
    N. Istranin, Stepinac. Un innocente condannato, Vicenza 1982.
    Piú recente: H. Barbour J. Batelja, Luce lungo il sentiero della vita. Una biografia spirituale dei Beato Luigi cardinale Stepinac, Zagabria 1998.
    2) Si può vedere l'articolo di Gad Lerner dal titolo Martire o protettore degli ustascia?, apparso su la Repubblica del 19 novembre 1999 che, nel suo apparente equilibrio, fornisce i contenuti di questa polemica.
    3) I brani delle lettere, del Diario e delle omelie di Stepinac citati in questo articolo, sono estratti dalla Positio della Causa di beatificazione.
    4) Durante gli anni Trenta, Pavelich e gli ustaša godettero della protezione e dell'appoggio del regime fascista. Mussolini pensò di utilizzare soprattutto all'inizio degli anni Trenta, l'organizzazione clandestina croata per destabilizzare il regno jugoslavo e poter estendere la sua influenza sull'altra sponda dell'Adriatico. Quando fu proclamato lo Stato indipendente croato, Pavelich si trovava in Italia.
    5) Afferma Ernst Noite: «L'organizzazione ustaša [...] appartiene fondamentalmente alle organizzazioni terroristico-segrete nazionalrivoluzionarie dei Balcani sul tipo della Mano Nera serba o della Imro macedone [...]. Essendo organizzazioni segrete, esse non hanno ancora dimestichezza con l’elemento opinione pubblica, che viceversa ha costituito dovunque una radice vitale dei movimenti fascisti» (E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Bologna 1970, p. 234).
    6) Alcuni esempi: di 127 funzionari dei ministero degli interni, 113 erano ortodossi serbi; di 117 generali dell'esercito, 115 erano ortodossi serbi e uno solo cattolico.
    7) Per esempio, delle terre comprese nella riforma agraria della Slavonia, il 96% venne attribuito a ortodossi e il 4% a cattolici.
    8) Questo Diario non é un giornale dell'anima, ma é piuttosto uno scritto di carattere ufficiale dove sono registrati tutti gli avvenimenti e le attività di Stepinac: dalle udienze alle visite, dalle cerimonie religiose a quelle civili, eccetera. È stato scritto da diverse persone: da Stepinac stesso ma anche dai suoi segretari Salich e Lackovich, che scrivevano in base alle direttive e talvolta sotto dettatura dell'arcivescovo. Viene ampiamente citato nella Positio della Causa di beatificazione.
    9) Alcuni studi piú recenti sia serbi sia croati, hanno cercato di definire cor maggiore obiettività l’entità delle perdite umane avvenute nel territorio jugoslavo durante la seconda guerra mondiale. Si possono citare qui i lavori di V Žerjavich, Population Losses in Yugoslavia, Zagreb 1997 e di B. Kocovich, Žrtve drugog svetskog rata u Jugoslaviji (Le vittime della seconda guerra mondiale in Jugoslavia), London 1985.
    10) La legislazione antiebraica e lo sterminio degli ebrei in Croazia furono realizzati soprattutto per la pressione tedesca sul governo di Pavelich. Molti ebrei riuscirono a salvarsi fuggendo nella zona sotto controllo italiano.
    11) Cfr Actes et documents du Saint Siege relatifs à la seconde guerre mondiale, 9, n. 226, p. 337.
    12) Ivi, 8, n. 441, p. 611.
    13) S. K. Pavlowitch, Unconventional perceptions of Yugoslavia 1940-1945, New York 1985.

    Fonte: Contro la leggenda nera

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    Uomo delle Beatitudini

    è stato l'"avvocato di Dio"


    Una schiera di eroici testimoni ha difeso la "communio" della Chiesa


    Il Servo di Dio Cardinale Alojzije Stepinac ha tenuto fisso il suo sguardo su Gesù, ha meditato Gesù, ha vissuto nella visione di Cristo e così sempre si è conformato a Cristo. Era trasformato in Cristo, lui stesso una immagine viva di Cristo sofferente con la corona di spine e con le ferite della sua passione.

    Del Sermone della Montagna il Santo Padre, nell'Enciclica Veritatis Splendor, dice che è una specie di "autobiografia nascosta di Cristo", perché in realtà è Cristo quel povero esemplare, che è nato nel "presepio" fuori città perché non c'era posto negli alberghi, che è morto nudo, privo di tutto, sulla croce. Cristo è stato odiato, espulso, perché ha annunciato l'amore di Dio per tutti. E così, meditando il Sermone, vediamo Cristo, ma possiamo anche così meglio capire il messaggio del Servo di Dio: il Cardinale Stepinac ci guida a Cristo e rende presente il suo messaggio. E Cristo ci fa vedere la profondità del cuore, le vere radici di questa vita. Vorrei attirare l'attenzione innanzitutto su questa parola di Gesù: "Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e respingeranno il vostro nome".

    Il Servo di Dio ha vissuto proprio questa espulsione dalla gloria degli uomini, ha vissuto la solitudine, la sofferenza. Il Cardinale Stepinac era un uomo di coscienza, che in nome della coscienza si oppose alle moltitudini dominanti. Era un uomo con la coscienza illuminata

    dalla Parola di Cristo, un uomo con una coscienza formata dalla verità e tramite la coscienza è giunto alla verità il suo cammino ed è cammino della vera vita. Proprio perché uomo di coscienza, di coscienza cristiana, si oppose ai totalitarismi; ed è divenuto nel tempo della dittatura nazista difensore degli ebrei, degli ortodossi e di tutti i perseguitati, e poi nel tempo del comunismo fu l'"avvocato" dei suoi fedeli e dei suoi sacerdoti trucidati e perseguitati. È divenuto soprattutto l'"avvocato di Dio" su questa terra, ha difeso il diritto dell'uomo di vivere con Dio, ha difeso lo spazio di Dio su questa terra.

    Il Cardinale Stepinac non ha fatto politica. Ha rispettato lo Stato quando e in quanto fu realmente Stato. Seguì la linea formulata da sant'Ambrogio, il quale dice: ho sempre prestato la deferenza voluta e corretta agli imperatori, ma le cose di Dio non sono cose mie, non sono cose dell'imperatore, sono cose di Dio e devo rispettare e difendere quanto è di Dio (cfr Lettera fuori coll. 10, 1.12). Dunque così ha fatto il Cardinale Stepinac: ha difeso le cose di Dio contro l'onnipotenza sbagliata e falsa dell'uomo, ha difeso i diritti di Dio e così i veri diritti dell'uomo, la vera immagine dell'uomo contro il totalitarismo che non riconosce il potere di Dio, non riconosce la presenza di Dio, i diritti di Dio nel mondo. Il Servo di Dio era un uomo di coscienza e perciò in tutta la sua ammirevole fermezza non è mai stato un uomo duro, non è mai divenuto amaro, ancora meno ha conosciuto l'odio, perché ha difeso la verità, perché la sua coscienza era immersa nel volto di Cristo, era formata da Cristo. Questa fermezza era nello stesso tempo amore degli uomini, amore anche per i suoi persecutori. L'altra parola sulla quale volevo attirare l'attenzione è la prima delle Beatitudini: "Beati voi poveri perché vostro è il Regno di Dio".

    Che cosa vuol dire "beati"? In che cosa consiste questa beatitudine? È ovvio che questa beatitudine non è la felicità terrestre nel senso banale del benessere, del successo, della carriera, dell'avere tutto, del poter far tutto. È proprio il contrario. Sotto questo profilo è vero quanto dice san Paolo: "Se non è risorto Cristo, se abbiamo solo questa vita e questo tempo, siamo i più miseri uomini del mondo". E realmente il Servo di Dio ha vissuto e sofferto questa miseria della fede, questo essere escluso, questa solitudine. Ha sofferto la miseria, ma ha potuto sopportare questa miseria perché dietro la miseria ha scoperto la beatitudine vera. Dunque, in che cosa consiste questa beatitudine, questo essere beato? Non è una cosa di questo mondo, è una realtà di Dio, una realtà divina, una realtà in Dio per l'uomo, che si rivelerà in quest'uomo nel tempo suo, determinato da Dio. E, quindi, chi vuol vivere questa beatitudine, arrivare a questa beatitudine, non può rinchiudersi in se stesso, deve estendersi sopra se stesso, deve uscire da se stesso, deve vivere nella autotrascendenza, deve perdere se stesso nelle mani di Dio. E perdendo se stesso vive proprio nel luogo della vera beatitudine. Sappiamo come veramente il Servo di Dio ha vissuto questa autotrascendenza. Non ha considerato il suo episcopato, il suo essere sacerdote come una dignità, un onore.

    Realmente si è perso in Dio e perdendosi ha trovato la vera vita. Perché proprio lasciando se stesso è divenuto libero. Libero nei riguardi dell'onore umano, libero di sopportare tutte queste offese, queste calunnie, libero di amare. Nella luce di questa vera beatitudine possiamo anche capire l'altra parola: "Guai a voi ricchi perché avete già la vostra consolazione". Se è beato l'uomo che non vive per sé, ma vive quasi fuori di sé, vive verso Dio, si estende verso Dio, consegna se stesso nelle mani di Dio, il ricco è l'uomo che vuol avere tutto per se stesso, che vuol avere la vita, se stesso per se stesso, si chiude in se stesso, vuol avere successo in tutte le cose di questa terra. E proprio con questa ricchezza diventa povero, perché diventa povero della vera realtà, di Dio, e la sua vita è realmente come dice la Scrittura "come un tamerisco arido nella steppa, come pula che disperde il vento", perché è vuoto.

    Questa vita, questo "io solo" non è sufficiente perché è vuoto di verità, è vuoto di amore, se non conosce Dio. E di conseguenza questo "guai, avete già avuto la vostra consolazione", non è, come potrebbe apparire, una vendetta esteriore. È solo una rivelazione di quanto succede se uno si chiude nella materia, nelle cose di questo tempo, se uno vuol avere se stesso per se stesso e vivere solo per se stesso. Agostino, interpretando il Salmo 1 dice: questo uomo benedetto dal profeta e dal salmo, è come un albero che ha le sue radici in alto, che ha le sue radici in cielo e cresce in cielo. Così appare perso sulla terra, sembra straniero sulla terra, ma in realtà ha le sue radici affondate nelle vere acque della vita.

    Il Cardinale Stepinac veramente era un tale albero, che è cresciuto dall'alto, dalla comunione con Dio, e così sembrava essere quasi esposto, quasi estraneo alla terra e ha avuto realmente le radici dove sono le vere acque della vera vita. Siamo invitati dalla Scrittura a vedere le vere alternative: o vivere solo per questo tempo, solo per se stesso, essere apparentemente felici, o vivere con Dio, per Dio e così per gli altri. Non ci sono altre scelte. Alla fine c'è solo questa alternativa e il Servo di Dio ci mostra la vera strada della vita e ci invita anche a questa fortezza, a questo coraggio di essere in contrasto col mondo, se il mondo è in contrasto con la parola di Dio. Sapendo bene che alla fine vive ed è valida solo la parola divina, che è la vera realtà.

    Quando nel 1934 il Servo di Dio fu eletto Arcivescovo coadiutore di Zagabria si spaventò. Conosceva bene la situazione difficile della Chiesa cattolica e dei fedeli cattolici nella sua terra, in questa Jugoslavia che dagli alleati, dopo la prima guerra mondiale, era stata costruita artificialmente da elementi contrastanti e con forte accento anticattolico.

    Ma non conosceva soltanto questa difficoltà, questa minaccia, sapeva anche la forza delle ideologie totalitarie. In questa situazione non poteva considerare l'episcopato come una promozione nel senso umano, come un grado più alto di una carriera umana.

    Sapeva che l'episcopato in quel momento era sacrificio, era perdersi, era lasciarsi cadere solo nelle mani di Dio. Ha espresso il programma del suo episcopato, della sua vita, nelle parole "In Te Domine speravi": il suo motto episcopale. Coincide questo motto con la parola della Sacra Scrittura: "Benedetto l'uomo che confida nel Signore, e il Signore è la sua fiducia".

    Si è abbandonato al Signore in tante sofferenze, si è abbandonato al Signore sapendo che nel Signore sono le acque della vera vita, la vera beatitudine. In tutte le difficoltà è rimasto l'uomo della speranza, perché uomo di fede e così uomo di carità, uomo del vero amore.

    Il Cardinale Stepinac ci invita a questo coraggio, ci invita a mettere la nostra fiducia in Cristo, ad essere gli uomini della speranza. "In Te Domine speravi": chi vive di questa parola sa che anche la conclusione del "Te Deum" vale, è vera: "Non confundar in aeternum", non sarò mai confuso.

    Card. JOSEPH RATZINGER
    Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede


    © Osservatore Romano del 30-9-1998

    Fonte: Amici del Cardinal Ratzinger

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    Lightbulb Re: 10 febbraio - Beato Alojzije Viktor Stepinac

    In ricordo del Cardinale cattolico croato Alojzije Viktor Stepinac (Krašić, 8 maggio 1898 – Krašić, 10 febbraio 1960), glorioso combattente spirituale e martire della Santa Romana Chiesa (oggettivamente tale, malgrado il fatto che colui che l'ha ufficialmente "beatificato" fosse privo dell'"autorità" necessaria per farlo, propria solo di un vero e legittimo Papa) nel sessantesimo anniversario della sua morte, R.I.P.
    Ricordiamo anche - nello stesso giorno - le vittime delle foibe...
    Le giornate di commemorazione istituzionalizzate calate dall'alto purtroppo vengono strumentalizzate da tutte le fazioni in gioco; col tempo diventano delle ritualità vuote che alla fine stufano, quindi non aiutano davvero la memoria né a riflettere realmente e approfonditamente su una tragedia storica...
    Tutto vero, però almeno danno modo di discuterne, peccato che spesso non lo si faccia seriamente e pacatamente ma con animo esageratamente rancoroso o fazioso, e di ricordare...
    OGGI 10 FEBBRAIO 2020 - Festa liturgica di Santa Scolastica Vergine, sorella di San Benedetto Abate da Norcia, nonché «Giorno del ricordo» delle vittime delle foibe - RICORDIAMO nuovamente le vittime istro-venete e giuliano-dalmate delle foibe (tra le quali, oltre a centinaia di uomini, donne e bambini/e innocenti, anche decine di sacerdoti cristiano-cattolici uccisi in odio alla vera fede) e dell'esodo di massa nonchè l’eroico cardinale cattolico croato Alojzije Viktor Stepinac (Krašić, 8 maggio 1898 – Krašić, 10 febbraio 1960), difensore, prigioniero e martire della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana in Croazia, R.I.P.

    Réquiem aetérnam dona eis, Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace. Amen.






    Preghiera per le Vittime delle Foibe - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/p...elle-foibe-20/
    «Preghiera per le Vittime delle Foibe 10 febbraio 2020
    Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Preghiera per le Vittime delle Foibe

    O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalla profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce. “De profùndis clamàvi ad te, Dòmine; Dòmine, exàudi vocem meam”.
    Oggi tutti i Morti attendono una preghiera, un gesto di pietà, un ricordo di affetto. E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro.
    Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.
    In trent’anni due guerre, come due bufere di fuoco, sono passate attraverso queste colline carsiche; hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli; hanno riempito cimiteri e ospedali; hanno anche scatenato qualche volta l’incontrollata violenza, seminatrice di delitti e di odio.
    Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace, una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi.
    Fa che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo, nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre.
    Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà.
    Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono.
    Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire della splendore del Tuo volto.
    E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. Tu ci hai detto: “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità.
    O Signore, a questi nostri Morti senza nome, ma da Te conosciuti e amati, dona la Tua pace. Risplenda a loro la luce perpetua e brilli la Tua luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori. E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano.
    Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet. Amen
    Mons. Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste-Capodistria, 1959.»
    http://www.centrostudifederici.org/w...ione-foiba.png






    L?occupazione titina di Pola - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/l...e-titina-pola/
    «L’occupazione titina di Pola 10 febbraio 2020
    Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 14/20 del 10 febbraio 2020, Santa Scolastica
    L’occupazione titina di Pola
    “Così fotografai le atrocità di Tito a Pola”.

    Nell’anniversario degli eccidi perpetrati dai partigiani titini alla fine della Seconda guerra mondiale, quando decine di migliaia di italiani furono trucidati nella cavità carsiche, la testimonianza del centenario padre Germano: io, sul campanile sotto le bombe.
    «Quando gli anglo-americani bombardavano Pola, io non correvo nei rifugi sotto la roccia ma sulla cima del campanile: da lassù ho fotografato la storia». La tempra con cui affrontò la seconda guerra mondiale, quando ancora Pola e tutta l’Istria erano italiane, l’anziano frate la dimostra intatta oggi, a 100 anni suonati lo scorso 21 gennaio.
    Francescano, padre Germano (al secolo Mario Diana, nato in Friuli nel 1913) arrivò nel capoluogo istriano nel 1939 e con sei confratelli operò nella parrocchia di Sant’Antonio, il cui snello campanile svetta tuttora di fianco all’Arena, in riva all’Adriatico.
    Quelli di Pola – racconta – sono stati gli anni più belli della mia vita, ma anche i più terribili». Perché se i ricordi della Grande guerra scivolano via dalla sua memoria di bambino, quelli della seconda restano marchiati a fuoco, soprattutto i giorni dell’occupazione titina, quando in Istria e Dalmazia per ordine del maresciallo comunista le epurazioni di italiani infuriano. «La guerra era finita, tutta Italia festeggiava, solo noi passavamo dal fascismo a una dittatura più orrenda».
    Un paradosso storico che nella vita del francescano si materializzò in una pistola puntata alla schiena:
    «Era il 1945, le due di notte, al convento suonarono alcuni soldati di Tito, la città in quei giorni di “pace” era percorsa dal terrore dei rastrellamenti. Cercavano Mattioli Ermanno, maestro, “colpevole” di essere il cognato del prefetto… In quei giorni eravamo tutti “colpevoli” di qualcosa, l’obiettivo reale era eliminare in fretta tutti gli italiani».
    Il maestro Mattioli era davvero nascosto nelle stanze dell’orfanotrofio gestito dai francescani, insieme ad altre decine di polesani, nel tentativo di salvarsi dalle foibe. Ma quando gli sgherri fecero irruzione, Mattioli era già fuggito, «mentre la moglie e i loro tre bambini, Nino, Fulvia e Gianfranco, vennero portati in caserma. Ovviamente si consegnò…».
    Quella di padre Germano è la voce di chi i fatti li ha vissuti in prima persona e oggi li valuta con la saggezza del centenario: «Mussolini ha combinato un caos. Il 10 giugno del 1940, giorno in cui annunciò la dichiarazione di guerra, ho pianto. “È l’ora delle decisioni irrevocabili” disse lui da piazza Venezia, “siamo fritti” pensai io. Pola era un paradiso, si viveva nella pace e nella bellezza, io coordinavo la filodrammatica, istruivo i ragazzi dell’orfanotrofio e dell’oratorio, avevo sempre intorno i miei chierichetti. Dalla finestra vedevo il mare blu e l’Arena di pietra candida, da cui mi arrivavano la sera le note delle opere liriche. Poi fu l’inferno».
    E padre Germano prese a fotografarlo. «Il 6 gennaio del ’44 ci fu un bombardamento terribile. Eravamo tutti a teatro, cantava la famosa artista polesana Italia Vaniglio (scomparsa lo scorso dicembre quattro giorni dopo suo marito, il conduttore televisivo Febo Conti, ndr), Sergio Endrigo era ancora piccolino. Tutti corsero ai rifugi, io sul campanile», dice mostrando una foto in cui il mare ribolle tra alte colonne d’acqua sollevate dalle bombe. «Non ero matto, anzi, per chi bombarda è più difficile prendere la punta di un campanile, e poi i piloti cercavano di preservare l’Arena romana e il mio campanile distava solo venti metri».
    Quando “scoppia la pace”, però, anche padre Germano come altri 350mila italiani è costretto a fuggire. Lo fa il 17 febbraio del ’47 sul “Toscana”, che per l’ultima volta salpa con a bordo gli esuli. I suoi confratelli restano a Pola, ma questo costerà loro anni di lavori forzati nei lager di Tito. «Subirono un processo farsa, nel quale anche io fui condannato in contumacia come… “spia del Vaticano”. In seguito verranno liberati grazie a uno scambio di prigionieri e partiremo tutti per il Guatemala». Ma questa è un’altra storia, durata 50 anni (dal ’48 al ’98), durante i quali padre Germano ha conosciuto il suo secondo paradiso in terra al fianco dei contadini guatemaltechi.
    Oggi, nel convento francescano della chiesa Votiva di Maria Ausiliatrice a Treviso ha festeggiato il secolo con gli esuli del Libero Comune di Pola in esilio e i suoi ragazzini di un tempo, soffiando su due candeline: per i 100 anni di vita e i 75 di sacerdozio (…)»


    https://www.avvenire.it/attualita/pa...rocita-di-tito


    Preghiera per i martiri delle foibe - Centro Studi Giuseppe Federici

    http://www.centrostudifederici.org/p...i-delle-foibe/




    Santa Scolastica - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/santa-scolastica/
    «10 febbraio, santa Scolastica, Vergine (Norcia, ca. 480 – Montecassino, ca. 547).
    “A Montecassino santa Scolastica Vergine, sorella di san Benedetto Abate, che vide l’anima di lei, in forma di colomba, uscire dal corpo e salire al cielo”

    O gloriosa Santa Scolastica, Tu nel monastero presso il convento di Montecassino trascorresti la vita nella contemplazione e nella preghiera; e dopo aver trattenuto con il miracolo del temporale tuo Fratello a discorrere di Dio, la tua bell’anima, in forma di colomba volò al cielo, dove per le tante grazie ottenute nella nutrizione dei bambini, venisti invocata Protettrice delle lattanti. Deh! dal cielo, dove siedi con la corona tra le vergini, riguarda tanti devoti di questo paese di Ripattoni e dopo aver loro ottenute le grazie richieste, ottieni a noi tutti la Felicità eterna. Così sia».





    https://www.agerecontra.it/2020/02/g...della-memoria/
    https://www.agerecontra.it/wp-conten.../02/0-1-1.jpeg
    https://www.agerecontra.it/tag/la-ve...ere-infoibata/
    https://www.agerecontra.it/tag/foibe/





    https://www.ilprimatonazionale.it/cr...-udine-142648/

    «Udine, 16 gen – Dobbiamo aspettarcelo: si avvicina il 10 febbraio, Giorno del ricordo, e già antifascisti e negazionisti dei massacri delle Foibe affilano le loro armi per sfregiare, negare, svilire il ricordo dei morti e degli esuli. E’ successo la scorsa notte a Udine, al parco “Martiri delle Foibe” di via Bertaldia, dove qualche spregevole vandalo – la collocazione politica è intuibile – ha cancellato la scritta sul cartello di denominazione dell’area verde e vi ha scritto “Fasci merda”.
    Un parco che non ha pace
    Un parco, quello di Udine, tristemente noto per essere continuamente bersaglio delle manie talebane dei sedicenti nipotini dei partigiani: l’anno scorso, a febbraio, venne sfregiato il ceppo dedicato ad esuli con lo sradicamento di piante ornamentali e corone celebrative. Subito dopo, nel mese di marzo, sul muro frontale al parco comparve la scritta “Né vittime né martiri ma solo fascisti e spie”».
    https://www.ilprimatonazionale.it/pr...-foibe-107072/




    https://twitter.com/hashtag/GiornodelRicordo


    https://twitter.com/PietroFerrari73/
    «Pietro Ferrari ha ritwittato Marcello De Angelis #iononscordo
    Storia e politica piene di tentativi anche eccessivi di dare rilievo a torti subiti da proprio popolo mettendo in secondo piano quelli subiti da altri, ma SOLO in Italia si giunge a negare le stragi patite e addirittura giustificarle con le ragioni del nemico #Foibe»




    https://pbs.twimg.com/media/EQZKLcoX0AAbq4x?format=jpg
    https://pbs.twimg.com/media/EQQEidWXkAAl40_?format=png
    https://pbs.twimg.com/media/EQaTgUHW...g&name=240x240
    https://pbs.twimg.com/media/EQaTgRUW...png&name=small



    «Foibe, negazionismo inaccettabile»
    https://forum.termometropolitico.it/...ro-anpi-7.html

    “Giornata del Ricordo - 10 Febbraio”
    https://forum.termometropolitico.it/...ricordo-2.html
    https://forum.termometropolitico.it/...ebbraio-2.html
    https://forum.termometropolitico.it/...lle-foibe.html
    https://forum.termometropolitico.it/...e-foibe-3.html
    https://forum.termometropolitico.it/...benedetto.html



    https://pbs.twimg.com/media/EQZKLcoX0AAbq4x?format=jpg






    P.S.
    Francamente trovo giusto che si operi una revisione della storia con ricerche e studi finalizzati alla verità, all’insegna della maggiore serietà ed imparzialità possibile in qualsiasi ambito, senza strumentalizzazioni, quindi ben venga anche sulle foibe.
    Sono d’accordo che si faccia del revisionismo storico serio pure sulle Foibe, nel rispetto delle vittime infoibate o costrette all’esodo, precisando alcuni gravi errori e crimini compiuti dai vertici politici dell’Italia fascista e denunciando certa precedente “persecuzione italiana nei confronti degli slavi” (cit.) attuata da Mussolini e soci nella Venezia Giulia ed in Jugoslavia (ricordando però che anche gli slavi perseguitavano gli italofoni di Trieste, Istria e Dalmazia dall’epoca dell’Impero austro-ungarico e del successivo “Risorgimento”, in particolare dopo la c.d. terza guerra di indipendenza, quindi nessun popolo è “innocente” nel suo complesso); purchè venga consentito anche il revisionismo storico serio sulla “shoah” durante la seconda guerra mondiale, sempre rispettando tutti coloro che sono morti ed hanno sofferto…
    È vero che tra gli infoibati c’erano pure vari jugoslavi e tra gli infoibatori vari italiani, quindi fu una “pulizia politica” (di matrice titino-comunista mista italo-jugoslava) più che una “pulizia etnica”; in ogni caso è un dato di fatto che vennero coinvolti anche molti innocenti tutt’altro che “fascisti” (spesso venivano bollati come tali anche coloro che non lo erano) e ci furono entrambi i fattori…
    No al “negazionismo” né al carcere per i “negazionisti” (di qualunque tipo), si alla revisione storica seria senza menzogne propagandistiche né faziosità politico-ideologiche in stile “tifo da stadio”, dall’una o dall’altra parte.
    Solo nella Verità ci può essere il rispetto verso i vivi ed i morti...


    IN RICORDO DEI DEFUNTI ED IN SUFFRAGIO DELLE LORO ANIME...
    Réquiem aetérnam dona eis, Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace. Amen.
    CHRISTUS VINCIT, CHRISTUS REGNAT, CHRISTUS IMPERAT!!!
    Luca, SURSUM CORDA – HABEMUS AD DOMINUM!!!
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

 

 
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