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    Beato Cardinale Alojzije Viktor Stepinac



    Beato Alojzije Viktor Stepinac Vescovo e martire

    10 febbraio

    Brezaric, Krasic, Croazia, 8 maggio 1898 - Krasic, Croazia, 10 febbraio 1960

    Nasce l'8 maggio 1898 a Brezaric, nella parrocchia di Krasic presso una famiglia di contadini benestanti. Nel 1919 entra in seminario, e dal suo vescovo è mandato a Roma per gli studi teologici. Qui nel 1930 è ordinato sacerdote. Nel 1934 è consacrato suo vescovo coadiutore con diritto di successione. Pochi anni dopo, nel 1937, egli succede a monsignor. Bauer come arcivescovo di Zagabria. Durante la seconda guerra mondiale fu uno strenuo avversario del Nazi fascismo difendendo famiglie di ebrei e di zingari. Dopo il 1945 Stephinac diventerà uno dei più audaci difensori della libertà religiosa contro il regime di Tito. Il 19 ottobre 1946 è rinchiuso in carcere fino al 1951. Anno nel quale è confinato nel villaggio natio di Krasic dalla polizia locale. Il 12 gennaio del 1953 viene creato cardinale da Pio XII. Il 10 febbraio 1960 muore a causa di una malattia, contratta in carcere. E' beatificato il 3 ottobre 1998 da Giovanni Paolo II. (Avvenire)

    Martirologio Romano: Nella cittadina di Krašić vicino a Zagabria in Croazia, beato Luigi Stepinac, vescovo di Zagabria, che con coraggio si oppose a dottrine che negavano tanto la fede quanto la dignità umana, finché, messo a lungo in carcere per la sua fedeltà alla Chiesa, colpito dalla malattia e consunto dalle privazioni, portò a termine il suo insigne episcopato.

    La Chiesa compie la missione affidatale dal Divin Maestro, di essere strumento di santità attraverso le vie dell’evangelizzazione, dei sacramenti e della pratica della carità. Tale missione riceve un notevole contributo di contenuti e di stimoli spirituali anche dalla proclamazione dei beati e santi, perché essi mostrano che la santità è accessibile alle moltitudini, che la santità è imitabile.
    Con la loro concretezza personale e storica fanno sperimentare che il Vangelo e la vita nuova in Cristo non sono un’utopia o un sistema di valori, ma sono ‘lievito’ e ‘sale’ capaci di far vivere la fede cristiana all’interno e dall’interno delle diverse culture, aree geografiche ed epoche storiche.
    E in questa ottica, si inserisce la fulgida e sofferta testimonianza della fede del cardinale Alojzije Viktor Stepinac a Zagabria, vittima del comunismo ateo del dopoguerra nei Balcani.
    Egli nacque a Brezaric, nella parrocchia di Krasic (diocesi di Zagabria) l’8 maggio 1898; dopo gli studi elementari nel natio paese, proseguì quelli liceali nel seminario arcivescovile di Zagabria, capoluogo della Croazia, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico; ottenuta la maturità nel 1916, venne poi arruolato nell’esercito austriaco e come ufficiale fu inviato sul fronte italiano, essendo in corso la Prima Guerra Mondiale.
    Fu fatto prigioniero dagli italiani nel luglio 1918, fu rilasciato nel dicembre successivo a fine guerra; fu in seguito volontario nella Legione Jugoslava e inviato a Salonicco, rientrando in Croazia nella primavera del 1919, nel frattempo aveva rinunziato all’idea di farsi sacerdote.
    Infatti nell’autunno del 1919, prese a frequentare la Facoltà di Agronomia nell’Università di Zagabria, ma nel 1924 a 26 anni, gli ritornò la vocazione sacerdotale, quindi si recò a Roma per studiare nel Collegio Germanico-Ungarico e all’Università Gregoriana, conseguendo le lauree in filosofia nel 1927 e teologia nel 1931.
    Fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930, celebrando la sua prima Messa nella basilica di S. Maria Maggiore. Nel 1931 lasciò Roma per ritornare in Croazia, dove nel frattempo si era instaurata, sin dal gennaio 1929, la dittatura del re Alessandro di Serbia; la situazione era difficilissima, perché i Serbi facevano di tutto per estirpare la religione cattolica a favore di quella ortodossa, che era la loro religione di Stato, in mancanza di concordati con il Vaticano, i cattolici erano considerati cittadini di second’ordine, mentre agli ortodossi erano concessi tutti i privilegi.
    Padre Stepinac ebbe incarichi nella Curia, primo presidente della ‘Caritas’ diocesana, istituita per suo consiglio nel novembre 1931, dall’arcivescovo Bauer. Il 29 maggio 1934 papa Pio XI lo nominò a soli 36 anni, vescovo coadiutore con diritto di successione dell’arcivescovo di Zagabria e il 7 dicembre 1937, morto l’arcivescovo Bauer, diventò titolare della diocesi e dopo un po’, presidente della Conferenza Episcopale Jugoslava.
    Nel 1941 la Croazia divenne uno Stato indipendente con l’aiuto del nazifascismo, sotto il regime di Ante Pavelic, il quale seguendo l’esempio di Hitler e Mussolini, prese a perseguitare le minoranze (ebrei, zingari, dissidenti, serbi).
    I serbi si trovarono in posizione opposta di prima del regime, nei confronti dei croati e quindi dei cattolici; l’arcivescovo Alojzije Stepinac prese subito le difese dei perseguitati, proibendo ogni processo contro gli ortodossi, vietando che venissero ribattezzati nel casi di passaggio al cattolicesimo; intervenne con lettera presso Pavelic, per scongiurare che non venissero uccisi serbi che non avessero una provata colpa di delitto; chiedendo il 20 novembre 1941 il “rispetto totale della persona, senza distinzione di età, sesso, religione, nazionalità e razza”.
    Questa sua strenua difesa, specie per gli ebrei ed i zingari, lo portò a predicare pubblicamente i suoi pensieri, al punto che il rappresentante tedesco a Zagabria commentò: “Se un vescovo pronunciasse in Germania tali discorsi, non scenderebbe vivo dal pulpito”; Pavelic inviò un inviato speciale al Vaticano per ottenerne la destituzione.
    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, ci fu un nuovo ribaltamento politico, infatti l’8 maggio 1945 entrarono a Zagabria i partigiani comunisti di Tito (Josip Broz - 1892-1984), i quali cominciarono una lotta sistematica contro le attività religiose; fu istituita l’OZNA polizia segreta comunista, che arrestò, fece processare e condannare a morte migliaia di cittadini, colpevoli di non simpatizzare con il nuovo regime ateo.
    Per questo molti sacerdoti cattolici e alcuni vescovi, furono imprigionati e il 17 maggio 1945, toccò anche all’arcivescovo di Zagabria Stepinac, che però fu liberato il successivo 3 giugno per l’intervento di Tito, il quale aveva uno scopo, chiese al presule di staccarsi da Roma e di creare una Chiesa nazionale croata.
    La risposta dell’arcivescovo fu dura e ferma, quindi ripresero le persecuzioni contro la Chiesa Cattolica: furono uccisi i vescovi di Dubrovnik e Krizcevi; condannato a 12 anni di carcere quello di Mostar, arrestati quelli di Krk e Spalato; espulso da Zagabria l’inviato speciale del Vaticano; condannati a morte senza processo 369 sacerdoti; confiscati i beni della Chiesa.
    L’arcivescovo Stepinac il 22 settembre 1945 fece pubblicare una lettera collettiva dell’episcopato croato, che denunciava le ingiustizie subite dalla Chiesa, auspicando nel contempo un Concordato tra Stato e Chiesa. Il regime comunista reagì furiosamente, Stepinac fu arrestato il 18 settembre 1946 e subì un processo-farsa messo su con false testimonianze e calunnie, svoltosi a Zagabria fra il 30 settembre ed il 10 ottobre.
    L’11 ottobre l’arcivescovo venne condannato a sedici anni di lavori forzati ed alla perdita dei diritti civili, anche per cinque anni dopo la fine della condanna; la sua colpa agli occhi del regime, in realtà fu il rifiuto di organizzare una Chiesa nazionale.
    Il 19 ottobre 1946 fu rinchiuso nel carcere di Lepoglava in completo isolamento, fino al 5 dicembre 1951; gli era consentito solo la celebrazione della Messa e la lettura di libri religiosi; poi alla fine del 1951 venne confinato nel villaggio natio di Krasic, sorvegliato dalla polizia, ospitato nella parrocchia, senza esercitare il ministero episcopale.
    Il 12 gennaio 1953 papa Pio XII lo creò cardinale, deplorando pubblicamente il regime che gli impediva di recarsi a Roma per la cerimonia, pena il non ritorno in Patria. A seguito di ciò il governo di Tito, ruppe ogni rapporto con la S. Sede, instaurando di fatto anche in Jugoslavia, quella che venne definita “Chiesa del silenzio” dei Paesi comunisti.
    Nel 1956 gli venne fatta conoscere la lettera apostolica, con la quale papa Pacelli lodava la fede eroica dei cardinali Mindszenty in Ungheria, Wyszynski in Polonia, Stepinac in Jugoslavia, vittime della persecuzione comunista atea, esortandoli a perseverare nella loro testimonianza.
    L’arcivescovo disse al parroco che l’ospitava: ”Se il papa chiede il martirio e rifiuta ogni trattativa col comunismo, allora tutto mi è chiaro”. Intanto già dal 1953 la malattia contratta nel carcere di Lepoglava, esplose in tutta la sua virulenza, con diversi disturbi, sopportati coraggiosamente e pazientemente: trombosi alle gambe, catarro bronchiale, polycitemia rubra vera, infiammazioni, forti dolori causati da un grosso calcolo alla vescica.
    Lo stato generale si aggravò e inaspettatamente egli morì il 10 febbraio 1960, pregando per i suoi persecutori; dopo la sua morte, la polizia ordinò che tutti i suoi organi venissero distrutti dopo l’autopsia, per evitare ogni forma di culto.
    Con un permesso speciale del governo, il 13 febbraio 1960, vennero solennemente celebrati i suoi funerali, nella cattedrale di Zagabria, presente l’intero episcopato jugoslavo e il clero e da allora iniziò un pellegrinaggio ininterrotto alla sua tomba nella cattedrale, numerose grazie sono attribuite alla sua intercessione.
    Il processo per la sua beatificazione fu iniziato a Roma il 9 ottobre 1981, conclusasi con la solenne beatificazione celebrata da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998, nel santuario di Marija Bistrica (Zagabria).

    Autore: Antonio Borrelli

    tratto dal sito SANTI E BEATI

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    Predefinito

    Il Card. A. Stepinac, un sostenitore dei «Diritti di Dio» e dell'uomo

    di Giovanni Sale s.i.

    Un vescovo nella vicenda del suo popolo


    La recente beatificazione del card. Alojzije Stepinac, celebrata dal Papa il 3 ottobre 1998 durante la sua seconda visita in Croazia, ha riportato, dopo decenni di silenzio, all’attenzione dei cattolici e non cattolici di tutto a mondo, l’"eroica" e indimenticabile figura dell’arcivescovo di Zagabria (Come fonti abbiamo utilizzato: E. CAVALLI, Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria, Roma, La Civiltà Cattolica, 1947; R. PATTEE, The case of cardinal Aloysius Stepinac, Milwaukee, The Bruce Publishing Company, 1953; N. ISTRANIN, Stepinac. Un innocente condannato, Vicenza, LIEF, 1982; H. BARBOUR - J. BATELJA, Luce lungo il sentiero della vita. Una biografia spirituale del Beato Luigi cardinale Stepinac, Zagabria, 1998: molte delle fonti che abbiamo utilizzato sono tratte da questo lavoro edito dalla "Postulazione del Beato Alojzije Stepinac"; J. BOZANIC, Il cardinale Stepinac Beato e martire della Chiesa del silenzio. Lettera pastorale in occasione del centenario della nascita del Servo di Dio, Bologna, EDB, 1998. Tra le fonti documentali ricordiamo: Archivio della Postulazione per la canonizzazione del cardinale Luigi Stepinac, arcivescovo di Zagabria, Zagabria, che noi indicheremo con la sigla AP; Positio (Beatificationis et canonizationis Servi Dei Aloysii Stepinac), e anche la relativa Informatio. Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, Città del Vaticano, Lib. Ed. Vaticana, 1965-80). In verità, sebbene siano passati 38 anni dalla sua morte, la sua opera e il suo messaggio non sono stati mai dimenticati, specialmente da quanti hanno vissuto quegli anni tristi e quelle vicende dolorosissime.

    La beatificazione, oltre ad accertare e dichiarare davanti al mondo il grado eroico delle virtù cristiane di questo "servo di Dio", vuol essere anche un invito rivolto a tutti, in modo particolare agli studiosi, perché, lasciati da parte i pregiudizi ideologici, rivisitino con spirito critico - non per un superficiale intento revisionistico, ma per amore della verità - fatti, testimonianze e documenti (ora per la maggior parte accessibili, ma precedentemente stravolti nel loro significato e persino occultati), in modo da accertare una verità "storica" non ancora esplicitamente detta, quella cioè intorno al "caso Stepinac". Con tale espressione intendiamo indicare il "tristissimo processo", come ebbe a dire Pio XII, inscenato contro l’Arcivescovo di Zagabria dai comunisti di Tito una volta arrivati al potere, nel quale egli fu accusato di collaborazionismo con il precedente regime filonazista del croato Ante Pavelic e condannato a 16 anni di reclusione e di lavori forzati con la perdita dei diritti civili. Tale processo come anche la sua sentenza ebbero una grande risonanza sull’opinione pubblica europea alla fine degli anni Quaranta; cioè, proprio negli anni in cui, appena cessato il conflitto mondiale - un immane disastro di Paesi e una vera carneficina di uomini -, i vincitori erano intenti a ridisegnare i confini della vecchia Europa per crearne una nuova, più rispondente ai loro interessi. Ne uscì un’Europa non solo divisa, ma addirittura separata in blocchi rigidamente contrapposti da cortine di ferro che segnarono dolorosamente la successiva storia europea.

    La vicenda che ebbe come protagonista il card. Stepinac fu, in quegli anni e anche successivamente, fortemente strumentalizzata dai due blocchi in lotta tra loro: dagli "occidentali" in funzione di propaganda anticomunista, dagli "orientali" come dimostrazione di forza contro presunte pressioni esterne e, allo stesso tempo, allo scopo di reprimere o scoraggiare ogni forma di dissenso interno. Sono passati molti anni ormai da quella vicenda e molte cose nell’Europa sono cambiate, eppure la figura del Cardinale di Zagabria rappresenta ancora per alcuni non un segno di unità, pur nel rispetto delle diversità, ma di contraddizione.

    Così l’annuncio della beatificazione del card. Stepinac, insieme a un ampio coro di consensi, ha registrato anche qualche voce di dissenso e di resistenza contro la decisione pontificia. Questa è giunta in seguito a un lungo e accurato processo di beatificazione, iniziato negli anni Ottanta in forma riservata, a causa delle difficoltà poste dal regime comunista iugoslavo, e proseguito secondo l’iter ordinario dal 1991 in poi. Il materiale abbondantissimo raccolto durante questo procedimento può essere utilizzato, al di fuori del processo che lo ha prodotto, anche in sede storica al fine di integrare le nostre conoscenze, in verità molto scarse e non sempre precise, sulla recente storia dei Balcani, e anche per spezzare clichés consolidati e non sempre utili per un’indagine storica obiettiva e critica.

    L’annuncio della beatificazione dell’Arcivescovo di Zagabria ha sollevato, come era prevedibile, proteste in alcuni ambienti non cattolici: cioè da parte di alcune personalità (sia civili sia religiose) del trionfo serbo ortodosso, che hanno interpretato tale decisione come una "provocazione" contro di loro, e anche da parte dell’Ufficio europeo del Centro ebraico Simon Wiesenthal, con sede a Parigi, che ha pubblicamente chiesto al Papa di sospendere per il momento l’annunciata beatificazione e di ordinare sul "caso Stepinac" una nuova e più approfondita inchiesta, da condurre anche su archivi non ancora completamente esplorati.

    Qual è l’accusa che coloro i quali contestano la beatificazione del card. Stepinac rivolgono contro di lui? Essi sostanzialmente lo accusano di complicità passiva con il "genocidio di centinaia di migliaia di serbi, giudei e zingari" perpetrato dagli ustascia (Movimento armato creato da Ante Pavelic allo scopo di istituire in Croazia un Governo autonomo e indipendente dalla Serbia. Esso ebbe l’appoggio di Mussolini, il quale concesse al Movimento una base in Italia) di Ante Pavelic appena giunti al potere; inoltre lo accusano di non avere "pubblicamente" denunciato questi crimini, e quindi, in ultima istanza, di essere stato un "collaborazionista" e un "connivente" con il Governo nazionalista instaurato dal "duce" croato con la protezione delle armi fasciste e naziste. Questa è poi in sostanza anche l’accusa che i comunisti di Tito mossero contro Stepinac e che stava a fondamento della sentenza di condanna che essi pronunciarono contro di lui nel 1946.

    Ora, sia le recenti ricerche storiche sulle complicate vicende balcaniche di quegli anni (particolarmente interessanti quelle condotte dagli storici di lingua inglese), sia anche le preziose testimonianze di alcuni ambasciatori europei allora accreditati presso quegli Stati e, non ultimo, l’abbondantissimo materiale documentario, tutto di prima mano, prodotto e utilizzato nel lungo processo di beatificazione del Cardinale croato, mettono in grado di esprimere un giudizio attendibile e storicamente fondato sull’"affare" Stepinac. La verità dei fatti mostra che l’azione intrapresa dall’Arcivescovo di Zagabria a favore dei perseguitati da parte del nuovo regime nazionalista fu tutt’altro che passiva: egli infatti si oppose energicamente sia con gli scritti sia intervenendo di persona presso lo stesso presidente Pavelic e i suoi ministri, e infine anche attraverso "pubbliche" omelie, contro la legislazione antiserba e antiebraica emanata dai nuovi governanti, spesso per compiacere i loro potenti protettori stranieri. Ma di questo tratteremo in modo più documentato dopo aver dato qualche breve indicazione biografica sul card. Stepinac.

    Alojzije Viktor Stepinac nasce l’8 maggio 1898 a Brezaric, nella parrocchia di Krašic presso una famiglia di contadini benestanti. Appena conseguita la maturità classica, si arruola nell’esercito austro-ungarico. Nel 1916 combatte sul fronte italiano dove è fatto prigioniero. Poco tempo dopo il suo ritorno a casa (1919) entra in seminario, e dal suo vescovo è mandato a Roma per gli studi teologici. Qui nel 1930 è ordinato sacerdote. Subito dopo ritorna in patria e diventa collaboratore dell’arcivescovo di Zagabria. Nel 1934 è consacrato suo vescovo coadiutore con diritto di successione. Pochi anni dopo, nel 1937, egli succede a mons. Bauer come arcivescovo metropolita di Zagabria.

    Negli anni in cui Stepinac regge l’arcidiocesi di Zagabria, la Croazia faceva parte, insieme alla Serbia, al Montenegro, alla Macedonia e alla Slovenia, di un regno creato quasi artificialmente nel 1919, dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico da parte delle potenze europee allora dominanti, e affidato alla casa reale serba dei Karadjordjevic. Il re Alessandro prima e ancor più il suo successore, il principe Paolo, furono in pratica semplici esecutori dell’indirizzo politico loro imposto dalla classe dominante serba e dalla Gerarchia della Chiesa ortodossa. Ciò fece sì che la Corona, strettamente legata agli interessi serbo-ortodossi di cui di fatto era espressione, assumesse un atteggiamento apertamente contrario alla Chiesa cattolica. La situazione politica interna divenne ancora più grave dopo l’assassinio a Marsiglia del re Alessandro I nel 1934. Culmine della tendenza anticattolica fu la questione del Concordato tra il Regno di Iugoslavia (dal 1929) e la Santa Sede. Esso, dopo lunghi anni di trattative, fu firmato dalle due parti nel 1935 e successivamente votato dal Parlamento nazionale nel 1937; non fu però presentato per la ratifica in Senato, dopo che il Sinodo della Chiesa ortodossa aveva persino scomunicato coloro che lo avevano votato in Parlamento. Subito dopo il principe Paolo, per assicurarsi l’appoggio della Gerarchia ortodossa, ritirò il Concordato con la Santa Sede. La mancanza di un Concordato fece dei cattolici iugoslavi cittadini di seconda categoria, anche se la Chiesa cattolica in quegli anni moltiplicò i suoi sforzi in campo sia caritativo sia associativo e culturale. L’Arcivescovo di Zagabria infatti fece di tutto perché le organizzazioni e le opere cattoliche si consolidassero e si diffondessero il più possibile.

    Nel 1939 scoppiava la seconda guerra mondiale, e la Iugoslavia prontamente si alleò con le potenze dell’Asse. Nel 1941 i nazisti e i fascisti insieme, in seguito a un fallito colpo di Stato (pare organizzato da servizi segreti stranieri) invasero il Regno di Iugoslavia, smembrandolo in due e dividendosene le zone di influenza: la Serbia rimase zona di influenza nazista e fu governata da un fantoccio di Hitler, il generale N. Nedic, mentre la Croazia fu lasciata a Mussolini (in cambio del suo assenso all’invasione tedesca dell’Europa orientale), il quale concesse al capo degli ustascia Ante Pavelic, allora in esilio in Italia, di istituirvi un Governo indipendente croato, sotto il diretto protettorato dell’Italia e anche dei nazisti. La creazione di uno Stato croato indipendente dava compimento alla secolare aspirazione di quel popolo, per lunghi secoli assoggettato a dominazioni straniere, ad avere un proprio Stato indipendente e sovrano. Così in realtà purtroppo non fu, perché insieme a Pavelic e ai suoi ustascia, arrivarono pure le camicie nere fasciste e i carri armati tedeschi, e tutto questo non faceva certo presagire il meglio. Pavelic intanto, appena nominato duce (Poglavnik) dei croati, cercò in tutti i modi di ottenere il riconoscimento internazionale del nuovo Stato. Innanzitutto egli cercò l’appoggio della Santa Sede, poiché dichiarava di costituire uno Stato cattolico, e chiese esplicitamente che essa inviasse un Nunzio apostolico a Zagabria. La Santa Sede non accondiscese alle compromettenti richieste del dittatore croato. Pio XII accettò di ricevere Pavelic in Vaticano, ma non in visita ufficiale, bensì in udienza privata; allo stesso modo anziché un Nunzio inviò a Zagabria un semplice "visitatore" per sbrigare gli affari ecclesiastici più urgenti.

    Stepinac e il regime ustascia

    Quale posizione assunse l’arcivescovo di Zagabria nei confronti del nuovo Governo indipendente della Croazia? All’inizio fu favorevole e del resto non poteva essere diversamente, considerando il fatto che Stepinac era un fervente sostenitore della causa autonomista del popolo croato (Stepinac non fu però mai un fanatico nazionalista, anzi egli condannò fortemente questo atteggiamento, ad esempio, in una sua omelia agli universitari di Zagabria il 27 marzo del 1938: "Se pertanto l’amore verso la nazionalità - egli disse - supera il confine del buonsenso, allora non è amore ma passione, non è utile e neppure di lunga durata [...]. L’amore per la propria nazione non deve fare l’uomo una bestia feroce, ma nobilitarlo [...]" La guardia croata, 29 marzo 1938, 2) e che con frequenza Pavelic pubblicamente dichiarava fedeltr alla Chiesa di Roma. Mons. Stepinac inoltre non era un uomo politico, ma soltanto un pastore zelante e attento al bene del suo popolo; inoltre non poteva neppure conoscere i retroscena di quella vicenda, in particolare gli accordi segreti conclusi tra Mussolini e il nuovo duce croato (Mussolini aveva chiesto, in cambio dell’appoggio italiano al Governo ustascia, la cessione al Regno d’Italia di alcuni territori della Dalmazia). Inoltre quest’ultimo aveva interesse a tenere dalla sua parte l’Arcivescovo in modo da sfruttarne al massimo l’ascendente sul popolo, anche se pare che egli non lo apprezzasse troppo come persona, considerandolo "un dilettante nella politica". Dopo la proclamazione di indipendenza dello Stato croato (10 aprile 1941), mons. Stepinac scrisse ai suoi sacerdoti: "Poiché conosco gli uomini che oggi hanno in mano i destini del popolo croato, sono profondamente convinto che il nostro lavoro troverà in essi comprensione e sostegno. Credo e confido che la Chiesa potrà annunciare con piena libertà gli immutabili principi dell’eterna giustizia e della verità" (N. ISTRANIN, Stepinac. Un innocente condannato, cit., 169). Ma non era un ingenuo e si rendeva ben conto che la libertà e l’indipendenza appena proclamata erano in verità soltanto apparenti, poiché i veri padroni della Croazia, cioè i nazisti e i fascisti, già spadroneggiavano in tutto il Paese. Uscendo dalla cattedrale e avendo sentito che i giovani esultavano per la proclamata indipendenza dello Stato croato, nonostante ci fossero già in piazza i carri armati tedeschi, disse a mons. Hren: "Proprio questa ragazzaglia conosce cosa sia lo zoccolo prussiano! Chi più desideroso di me che ci sia una Croazia libera? Ma non me la posso aspettare dalla paganeggiante Germania. Non credo che Hitler voglia aiutarci a conquistare l’indipendenza" (Ivi, 170).

    Poco tempo dopo la proclamazione di indipendenza, Ante Pavelic iniziò a dare esecuzione al suo famigerato programma di "pulizia etnica" (imitando in questo Hitler) per realizzare il suo antico sogno di uno Stato croato forte e compatto dal punto di vista sia etnico sia religioso. Così squadre di feroci ustascia, sicuri dell’impunità, attaccarono molti villaggi di serbi ortodossi massacrandone gli abitanti. Molti di essi furono deportati oppure tenuti come ostaggi per scoraggiare possibili rappresaglie contro i sostenitori del nuovo regime. Fu inoltre disposta dalle autorità civili, con una circolare del Governo emanata nel novembre 1941, la cosiddetta "conversione forzata" degli ortodossi al cattolicesimo: in questo modo si cercava di preservare l’indipendenza anche religiosa del nuovo Stato (che si voleva interamente cattolico) da possibili influenze serbe. Provvedimenti altrettanto feroci furono immediatamente presi anche contro gli ebrei e gli zingari (aprile 1941): in questo il duce croato eseguì, forse senza eccessiva convinzione, gli ordini che gli venivano dalla Germania.

    L’atteggiamento che l’arcivescovo di Zagabria assunse di fronte a questi orrori fu di condanna e di ferma denuncia, come risulta chiaramente dalla documentazione prodotta nel processo di beatificazione, ma in parte già nota anche precedentemente. Da essa risulta che l’Arcivescovo intervenne subito e insistentemente presso il dittatore, inizialmente con appelli e lettere private in favore dei perseguitati, e più tardi con pubbliche denunce. Già nel maggio del 1941, all’indomani del massacro di 260 serbi ortodossi a Glina da parte degli ustascia, inviò una lettera di protesta a Pavelic: "Credo - egli insisteva - che sia mio dovere di vescovo alzare la mia voce e dichiarare che questo non è lecito secondo la morale cattolica, quindi vi prego di prendere le misure più urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo, salvo sia comprovato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Cielo, senza la quale siamo destinati a soccombere" (Positio, vol. III, 556). Tali denunce dell’Arcivescovo furono tanto frequenti (In una lettera inviata da mons. Stepinac a un destinatario sconosciuto, leggiamo tra l’altro: "Impossibile presentare tutto perché se riassumiamo tutti gli interventi personali presso il Poglavnik, presso i singoli ministri o altri funzionari dello Stato, che abbiamo fatto per le singole persone o per intere comunità, non basterebbe un libro, ma ci vorrebbero parecchi libri. Possiamo tranquillamente dire che non c’era giorno in cui non abbiamo fatto un intervento sia per i serbi, sia per gli ebrei, sia per le persone che ci stanno vicino o del nostro popolo": Archivio del Pontificio Collegio Croato di San Girolamo a Roma) che Pavelic nel giugno del 1941, irritato per le sue continue pressioni a favore dei perseguitati, nel decreto col quale ordinava ai non croati di lasciare il Paese entro otto giorni pena l’espulsione forzata, concludeva proibendo ogni intervento, "di tutti e di ciascuno", a favore dei deportati e degli ostaggi politici. Il decreto inoltre concludeva: "Ogni intervento sarà considerato sabotaggio e punito severamente". Ma mons. Stepinac non si lasciò intimorire da questo provvedimento e continuò a protestare. Poco dopo intervenne presso il dittatore per denunciare l’uccisione (ordinata come rappresaglia) di ostaggi innocenti: "L’Arcivescovo - egli scrisse a Pavelic - è venuto a sapere che questa notte si è deciso di fucilare i serbi che sono in ostaggio, imprigionati a Zagabria [...]. Secondo la morale cattolica non è lecito uccidere l’ostaggio per un delitto commesso da altri. Questo sarebbe paganesimo e non potrebbe portare la benedizione di Dio" (Positio, vol. I, 238).

    L’Arcivescovo alzò la sua voce anche contro le "conversioni forzate", imposte dal regime (nel novembre del 1941) attraverso una circolare governativa. La Conferenza dei vescovi croati, proprio in quei giorni riunita a Zagabria (dal 16 al 20 novembre 1941) e di cui mons. Stepinac era il presidente, comunicò immediatamente al Poglavnik, una risoluzione nella quale si criticava fortemente la decisione appena presa dal Governo in materia di "conversioni religiose". Essa chiedeva che ai serbi "venissero garantiti ed effettivamente concessi tutti i diritti civili e particolarmente la libertà personale, il diritto di proprietà e si pronunciassero condanne soltanto dopo un processo regolare, uguale a quello degli altri cittadini. In primo luogo fosse punita con estremo rigore ogni iniziativa privata intesa a distruggere le loro chiese o cappelle o ad asportarne i loro beni" (AP, vol. LXV, 864). Inoltre, contro le pressioni delle autorità governative sulle popolazioni serbe ortodosse perché si convertissero al cattolicesimo, Stepinac inviò una sorta di istruzione riservata ai suoi sacerdoti, nella quale li invitava ad accogliere nella Chiesa cattolica tutti quelli che ne avessero fatto richiesta, lasciando ad altro tempo il discernimento della serietà della conversione: "Quando vengono da voi - egli scriveva - persone di religione ebraica od ortodossa, che si trovano in pericolo di vita e desiderano convertirsi, accoglieteli per salvare loro la vita. Non esigete da loro una formazione religiosa particolare, in quanto gli ortodossi sono cristiani come noi e la religione ebraica è quella da cui il cattolicesimo trae le origini. Il compito e il ruolo dei cristiani è in verità quello di salvare gli uomini. Quando questi tempi di pazzia e di barbarie saranno passati, rimarranno nella nostra Chiesa coloro che si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, torneranno alla propria religione" (Positio, vol. I, 239). Questa decisione del vescovo di Zagabria, nel suo tenore sorprendentemente attuale e profetico, era animata da profonda e vera carità cristiana. Essa ci sembra la risposta più esauriente alle accuse di "collaborazionismo" con un regime che Stepinac considerava "barbaro" e "pazzo".

    Quanto abbiamo detto risulta confermato anche da altre fonti, come per esempio da una "informazione", contemporanea ai fatti che ci interessano, di agenti segreti inglesi, presenti allora in Croazia, del dipartimento informativo della Marina Militare Britannica, nella quale leggiamo: "In Croazia il regime di Pavelic cercava in ogni modo di ottenere l’appoggio della Chiesa cattolica, ma il clero romano cattolico, seguendo le direttive dell’arcivescovo di Zagabria, protestava fortemente per le persecuzioni contro gli ebrei e i serbi, come anche per il tentativo del Governo di costringere tali popoli ad abbracciare la fede cattolica" (R. PATTEE, The case of cardinal Aloysius Stepinac, cit., 43).

    Allo stesso modo (e sono moltissime le testimonianze in tal senso) furono frequenti gli interventi dell’arcivescovo di Zagabria in difesa e in aiuto degli ebrei ormai perseguitati in mezza Europa, e ciò anche prima che Pavelic giungesse al potere. Infatti ancor prima della guerra molti profughi ebrei, per sfuggire alle deportazioni ordinate da Hitler, fuggendo dalla Germania si rifugiarono a Zagabria. La maggior parte di loro furono aiutati dalle opere assistenziali della diocesi; a questo scopo infatti l’Arcivescovo aveva creato un apposito "Comitato per i profughi", di cui si occupò personalmente. Quando poi arrivarono i tedeschi in Croazia, mons. Stepinac prese sotto la sua personale protezione, mettendo a rischio la propria vita, gli ebrei perseguitati, nascondendo i vecchi e gli ammalati nella tenuta arcivescovile di Brezovica e organizzando il trasporto in treno di decine di bambini in Israele attraverso la Turchia. Ad altri invece procurò cibo, vestiario e passaporti per emigrare in luoghi sicuri (La comunità ebraica croata a proposito della beatificazione del card. Stepinac così si è espressa: "Siamo grati al cardinale Stepinac per aver contribuito durante lo Stato indipendente ustascia a salvare molti ebrei. Non abbiamo niente da obiettare alla sua beatificazione"). Quando poi fu demolita la sinagoga di Zagabria, egli protestò pubblicamente in cattedrale contro tale fatto e si adoperò in tutti i modi per salvare la vita del rabbino capo di quella comunità. Questa sua attività in favore degli ebrei era nota agli agenti della Gestapo di stanza a Zagabria, i quali pare fossero pronti a uccidere l’Arcivescovo, cosa che poi, per "ordini provenienti dall’alto", dovettero differire; i capi infatti sapevano che era molto amato dal popolo e che il suo assassinio sarebbe stato controproducente. In un "dispaccio" del Ministero degli Interni al capo della polizia tedesca in Zagabria si legge: "L’arcivescovo Stepinac è conosciuto come un grande amico degli ebrei e proteggerà gli ebrei con tutto il suo potere" (Informatio, vol. I, 236).

    Egli inoltre protestò energicamente contro le leggi razziali promulgate dal regime ustascia contro gli ebrei, le quali in realtà ricalcavano quelle emanate in Germania e in Italia. L’Arcivescovo fece sentire la sua voce soprattutto contro l’obbligo imposto agli ebrei, anche cattolici, di portare una fascia gialla al braccio, come segno di riconoscimento e di appartenenza razziale. Egli protestò, perché sapeva che molti ebrei negli anni passati si erano convertiti al cattolicesimo anche a costo di duri sacrifici, e questo fatto li avrebbe duramente discriminati all’interno della comunità cattolica. A questo riguardo egli il 22 maggio 1941 scrisse al ministro Artukovic (AP, XCIII, 4639): "Come faranno essi adesso a adempiere ai loro doveri religiosi? Andranno forse a messa con la fascia gialla e con essa si accosteranno ai sacramenti? In questo caso sarò costretto a dire agli ebrei di fede cattolica di non portare tali segni perché non sia causa di disturbo e agitazione in chiesa" (Ivi). L’Arcivescovo ripeté questa stessa protesta personalmente anche davanti al Poglavnik, minacciandolo di denunciare pubblicamente "dal pulpito" queste norme, perché, come egli scrisse, "sono antiumane". Alla fine Pavelic cedette e abrogn la disposizione.

    La sua protesta contro le leggi razziali antiebraiche aveva inoltre anche un’altra finalità: quella cioè di incitare il Governo ustascia e il suo duce a opporsi alle continue e indebite ingerenze straniere e a portare avanti un indirizzo politico più autonomo e indipendente, e soprattutto più rispettoso della dignità umana. A questo riguardo egli scrisse a Pavelic: "Se c’è di mezzo l’ingerenza di qualche potenza straniera nella nostra vita nazionale e politica, allora non temo che questa mia voce e protesta [a difesa delle unioni matrimoniali interrazziali] venga a conoscenza degli organi della potenza in questione. La Chiesa cattolica non teme nessuna potenza terrena, quando si tratta della difesa dei più fondamentali diritti dell’uomo" (Positio, Vol. III, 616); e in un’altra occasione egli, incitando il duce croato ad essere più determinato e coraggioso nei confronti degli stranieri, scrisse: "Poglavnik! Battete il pugno sul tavolo e dite apertamente a tedeschi e italiani che così non si può andare avanti" (Informatio, vol. III, 552). Da queste parole sembra di capire che l’Arcivescovo sottovalutasse il fatto che il nuovo regime ustascia doveva la sua esistenza unicamente alla protezione della Germania e dell’Italia.

    Stepinac: un difensore dei diritti dell’uomo

    Il suo servizio a difesa dell’uomo continuò ininterrottamente dall’inizio del suo ministero episcopale fino alla sua morte (In una lettera a Pavelic del 24 febbraio 1942, egli protestn energicamente contro i misfatti del Lager di Jasenovac: AP, vol. CIX, 3494). Stepinac in quegli anni difficili e a rischio della propria vita alzò la sua voce, insieme ad altri pochi spiriti coraggiosi, per chiedere ai potenti "l’assoluto rispetto della persona umana senza distinzione di età, sesso, religione, nazionalità o razza" (Ivi, 4393), quando invece molti altri - soprattutto tra gli intellettuali - tacquero davanti agli orrori che si stavano consumando sotto i loro occhi. Egli, da vero pastore, protestò coraggiosamente contro i soprusi e le violenze che si stavano compiendo nei confronti di uomini inermi, e lo fece con i pochi strumenti consentiti: prima attraverso lettere inviate sia al Poglavnik sia ai suoi ministri, poi attraverso pubbliche catechesi e omelie, come per esempio quelle due celebri pronunciate nella ricorrenza della festa di Cristo Re nel 1942 e nel 1943 nella cattedrale di Zagabria, davanti a una grande folla di fedeli, negli anni più duri della repressione del regime ustascia.

    Esse rappresentano veri e propri "proclami", quasi "carte costituzionali" (scritte prima ancora che queste venissero riformulate in tutta Europa) sui diritti inviolabili dell’uomo e sulla dignità della persona umana, e conservano ancora intatta tutta la loro forza ideale e la loro attualità. Prima di ogni altra cosa in queste omelie è condannato il razzismo, perché contraddice - scrisse Stepinac - il piano di Dio, che ha voluto che tutti gli uomini fossero uguali: "E che cosa sono davanti a Dio le razze e i popoli della terra? È opportuno chiedercelo e ragionarci sopra, in questo tempo in cui le teorie di classe, di razza e di nazionalità sono divenute l’argomento principale delle discussioni tra gli uomini [...]. Ogni popolo e ogni razza provengono da Dio. Realmente esiste una sola razza, e cioè la razza divina [...]. Gli appartenenti a questa razza possono essere più o meno progrediti, possono essere di colore bianco o nero [...], ma essenzialmente restano la razza che proviene da Dio [...]. La terza cosa che affermiamo è che ogni popolo e ogni razza quale oggi esiste sulla terra, ha diritto a una vita degna dell’uomo e ad un trattamento pure degno dell’uomo. Tutti, siano zingari o di altra razza, siano negri d’Africa o progrediti europei, siano odiati ebrei o superbi ariani" (Positio, Vol. III. 1, 608).

    Alcuni brani delle omelie dell’Arcivescovo, che si facevano ormai sempre più frequenti, contro il razzismo e a difesa della dignità dell’uomo, venivano trasmesse anche da Radio Londra e fatte circolare stampate tra i partigiani che si nascondevano nei boschi. I tedeschi e gli ustascia iniziarono una campagna diffamatoria contro Stepinac, accusandolo di "collaborazionismo" con il nemico comunista. L’Arcivescovo rispose a queste insinuazioni nell’omelia della festa di Cristo Re del 1943, nella quale, riaffermando con forza i principi precedentemente espressi, aggiungeva: "Risponderemo oggi anche a quelli che ci accusano di filocomunismo e del cosiddetto disimpegno [...]. E forse coloro che ci rimproverano questo farebbero meglio a bussare alle porte della loro coscienza e chiedere: non sono forse molti coloro che si nascondono nei boschi, non perché abbiano una qualche convinzione sulla verità del comunismo, ma spesso per disperazione contro metodi inumani di individui incoscienti, che hanno pensato di poter fare quello che volevano e che per loro non esiste legge né umana né divina?" (Positio, Vol. III, 1, 632).

    Stepinac e Tito

    Sorprendentemente però, una volta finita la guerra e arrivati al potere i comunisti di Tito (8 maggio 1945), iniziò contro l’arcivescovo di Zagabria e contro i cattolici una persecuzione ancora più feroce di quella precedente, come del resto stava avvenendo in tutti i Paesi comunisti. Egli fu accusato di collaborazionismo con il precedente regime ustascia (addirittura la radio comunista di Belgrado dichiarò l’Arcivescovo "criminale di guerra"), e insieme a lui anche la Chiesa cattolica in Croazia fu accusata della stessa colpa. Iniziò in tutto il Paese, ormai unificato sotto il giogo comunista, una dura repressione contro i cattolici, e centinaia di sacerdoti furono massacrati. Ironia della storia: Stepinac fu accusato dello stesso "crimine" (quello cioè di essere "collaborazionista" con il nemico) sia dai pretesi "amici" ustascia, sia dai nemici comunisti. In verità egli da pastore zelante della "causa di Dio" si prodigò sempre, prima e dopo, per la difesa e la tutela dei diritti naturali dell’uomo, perché questi secondo l’Arcivescovo sono "divini".

    Stepinac è arrestato dai comunisti la prima volta il 17 maggio 1945, ma subito dopo viene rilasciato (3 giugno) anche in seguito alla pressione dell’opinione pubblica internazionale. Durante l’arresto dell’Arcivescovo, il maresciallo Tito, ormai padrone assoluto dello Stato, ebbe un incontro con alcuni esponenti del clero di Zagabria allo scopo di farli collaborare con il nuovo regime e suggerì loro la fondazione di una libera Chiesa cattolica croata indipendente da Roma. I rappresentanti del clero e i due vescovi ausiliari di Zagabria dichiararono apertamente di non essere autorizzati a trattare questioni di questo tipo senza l’autorizzazione dell’Arcivescovo; e ne chiesero l’immediata liberazione. Il giorno successivo egli fu rilasciato e il maresciallo Tito ebbe un incontro con lui. Il dittatore promise all’Arcivescovo di rispettare i diritti della Chiesa cattolica, ma soltanto a patto che essa si staccasse da Roma. Stepinac su questo tema fu irremovibile, egli disse al dittatore: "Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico" (Positio, vol. I, 286); egli propose invece di stipulare accordi con la Santa Sede.

    Dopo questi fatti la persecuzione contro il clero cattolico fu ancora più feroce: senza alcun processo furono uccisi due vescovi e diverse centinaia di sacerdoti, religiosi e religiose. I vescovi, riuniti a Zagabria dal 17 al 22 settembre 1945, in una lettera pastorale collettiva denunciarono i crimini commessi contro la Chiesa cattolica e chiesero al Governo il rispetto delle libertà della Chiesa. Quando alla fine il nuovo regime capì che in nessun modo avrebbe piegato la volontà dell’Arcivescovo, e che mai egli avrebbe collaborato alla creazione di una Chiesa cattolica croata indipendente dal Papa, fu nuovamente arrestato il 18 settembre 1946. Fu inscenato un processo nel quale furono portate testimonianze false e parziali contro l’Arcivescovo; in base ad esse egli fu condannato, come persecutore dei serbi e collaborazionista del regime ustascia, a 16 anni di carcere e di lavori forzati (11 ottobre 1946). In sua difesa pronunciò queste poche parole profetiche, che oggi possiamo intendere pienamente: "Io dico questo: quando la situazione si normalizzerà e quando potranno essere pubblicati tutti i documenti, quando gli stessi potranno essere studiati in pace, quando tutti potranno esprimere liberamente la loro parola, senza paura, pienamente liberi, alla luce della pura verità, dal punto di vista sia politico sia morale, allora non si troverà nessuno che punterà il dito contro l’arcivescovo di Zagabria" (AP, vol. LXX, 2153; Informatio, vol. I, 345 ).

    La verità di queste parole si è andata affermando decisamente e risolutamente soprattutto in questi ultimi decenni (nonostante qualche recente voce dissonante e non sempre disinteressata), anche se già subito dopo la condanna di Stepinac furono molte le voci che si levarono in sua difesa in ogni parte del mondo. Queste proteste provenivano da parte sia di ebrei che ebbero salva la vita in seguito al suo aiuto, sia di vescovi ortodossi che ne riconobbero apertamente l’innocenza. Uno di essi all’indomani della sentenza affermò: "Il processo fu preparato nei circoli politici; il suo scopo era di separare la Chiesa cattolica in Croazia dal Vaticano [...]. Il processo non era basato sulla giustizia. Io prevedo il martirio dell’arcivescovo Stepinac" (Le parole sono del responsabile della Chiesa serbo-ortodossa degli Stati Uniti e del Canada, Milovojevic. Positio, vol. I, 1, 1.509).

    Le vicende successive della vita dell’Arcivescovo sono note; basta perciò richiamarle sommariamente. Il 5 dicembre del 1951 Stepinac fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la parrocchia di origine a Krašic; anche qui egli continun a fare ciò che aveva fatto fino allora, cioè, come egli stesso ebbe a dire, "soffrire e lavorare per la Chiesa". Era ancora agli arresti domiciliari quando il 12 gennaio 1953 Pio XII lo nominava cardinale. Fu una porpora ben meritata, universalmente approvata, fuorché da quelli che lo avevano condannato. Infatti egli realmente diede la propria vita (Sembra ormai accertato che il Cardinale fu ucciso dai suoi carcerieri con un veleno che gli veniva somministrato un poco alla volta. Questo risulta anche dalla testimonianza di uno dei suoi carcerieri: "Io ho ricevuto il compito di avvelenare il criminale di guerra Stepinac. Dai nostri medici specialisti [...] ricevetti un veleno speciale che mettevo nei cibi; questo veleno lento negli effetti, non li produsse mentre Stepinac dimorava tra noi. Gli effetti letali cominciarono a mostrarsi quando egli fu a Krašic. Nessun medico al mondo poteva constatare che il criminale Stepinac era stato avvelenato". Positio, vol. III, 1550) per difendere la causa del Vangelo e la libertà della Chiesa, e per affermare i diritti imprescrittibili e assoluti dell’uomo contro ogni forma di regime totalitario e tirannico, di qualunque colore esso sia.

    Morì il 10 febbraio 1960, pronunciando le parole che aveva sempre ripetuto: "Fiat voluntas tua".

    © La Civiltà Cattolica 3563, 5 dicembre 1998

    Fonte: Contro la leggenda nera

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    Cardinale ALOJZIJE STEPINAC

    di Patrizia Solari

    La lista d’attesa si allunga. I santi come le ciliege (di San Gerardo?...): uno tira l’altro! E non c’è che l’imbarazzo della scelta: mi vengono suggeriti nomi e persone, testi interessanti. O gli eventi mi fanno imbattere in questo stuolo di persone che, con la loro testimonianza, ci hanno segnalato per cosa vale la pena vivere.
    Il 3 ottobre dello scorso anno, Giovanni Paolo II, durante la sua visita in Croazia, ha beatificato un cardinale e, dietro suggerimento degli amici di Caritas e in particolare di una connazionale dello stesso cardinale, voglio proporvi la sua figura.


    "Uno di noi sarà beatificato. Nel nostro popolo esiste la persona che ha pienamente realizzato la verità di sé, perché con tutta la sua vita ha sempre affermato il senso della vita (...). Con la sua totale decisione per Cristo e per la Chiesa cattolica Stepinac era veramente un uomo libero. (...) Ha dato la vita per il suo popolo, per noi. Nei tempi duri e difficili è fondamentale dare la vita gli uni per gli altri, affermando l’unità della Chiesa e del popolo, amando la Madonna come lui l’ha amata. (...) Quest’uomo ci affascina e ci convince. Seguirlo è la strada che ci corrisponde. Perciò invitiamo tutti i croati, giovani e adulti a camminare insieme sulla sua strada. Così vivremo il presente pienamente e in modo migliore costruiremo il futuro. Questa è la ragione per cui il Papa viene tra noi."1)
    Con queste parole, un movimento presente in Croazia ha espresso il suo invito a cogliere la profondità di questa testimonianza, che ora ci apprestiamo a conoscere.

    Perdono e riconciliazione

    Siamo alla fine del cammino di Quaresima e ci prepariamo a vivere il grande Giubileo del 2000: nelle parole del Papa, in occasione della beatificazione del cardinale Stepinac, cogliamo un richiamo forte alla riconciliazione: "Con il suo itinerario umano e spirituale (...) ha offerto al suo popolo una sorta di bussola con la quale orientarsi. Eccone i punti principali: la fede in Dio, il rispetto dell’uomo, l’amore verso tutti spinto fino al perdono, l’unità con la Chiesa giudata dal Successore di Pietro. (...) Ascoltiamone il forte invito al perdono e alla riconciliazione. Perdonare e riconciliarsi vuol dire purificare la memoria dall’odio, dai rancori, dalla voglia di vendetta; vuol dire riconoscere come fratello anche colui che ci ha fatto del male." 2)
    Allora vediamo di conoscere "il più illustre personaggio della Chiesa croata", come lo ha definito il Papa nel 1994, in un’omelia nella cattedrale di Zagabria.
    "Alojzije Stepinac nacque l’8 maggio 1898 3) nel villaggio di Brezari’c. Fu battezzato il giorno seguente e gli venne dato il nome di Alojzije Viktor. Proviene da una sana e numerosa famiglia cattolica di Josip e Barbara, nata Peni’c e fu il quinto degli otto figli, oltre ai tre che il padre ebbe dal primo matrimonio. Nella famiglia regnavano l’armonia e l’ordine, la preghiera e il lavoro.
    Dopo la scuola elementare (...) Alojzije, nel settembre del 1909 arriva a Zagabria per frequentare, come allievo dell’orfanotrofio arcivescovile, il rinomato ginnasio della Città Alta, dove sostenne gli esami di maturità il 28 giugno 1916.

    Una scelta sofferta

    Mentre alcuni altri, per evitare il fronte, entravano senza vocazione in seminario, egli preferì accettare il servizio militare non essendo ancora sicuro della propria vocazione sacerdotale. Durante la guerra svolse il servizio di ufficiale dell’esercito austriaco sul fronte italiano e fu fatto prigioniero dagli italiani nel 1918. Alla fine della guerra chiese di essere mandato come volontario al fronte di Salonicco (...). Nella primavera del 1919 venne smobilitato e nell’autunno si iscrisse alla Facoltà di Agronomia presso l’Università di Zagabria. Insoddisfatto del livello morale degli studenti, abbandona presto lo studio per far ritorno al podere del padre ed occuparsi di agricoltura. Nello stesso periodo era impegnato nel movimento della gioventù cattolica, e per un certo periodo pensa anche a sposarsi."
    Come si può notare "la strada di Stepinac verso il sacerdozio richiese lunghi tempi di maturazione e decisione. (...) Su questa strada fu seguito però sin dalla tenera età dalla silenziosa preghiera di sua madre Barbara, durante lunghi anni, fatto di cui egli venne a conoscenza più tardi."
    Fu seguito in modo discreto anche dal suo confessore gesuita e dal suo educatore durante gli anni liceali, un noto sacerdote zagabrese, Josip Loncari‘c, che già allora aveva il presentimento che Stepinac fosse eletto da Dio "e non abbandonò la speranza durante tutti gli anni dei suoi ripensamenti."
    "Finalmente la decisione di essere sacerdote ebbe il sopravvento e nell’ottobre del 1924 l’allora arcivescovo di Zagabria, Antun Bauer, lo manda a Roma al rinomato istituto ‘Germanicum-Hungaricum" dove, attraverso i secoli, vennero educati molti ottimi sacerdoti croati (...). Fu ordinato sacerdote nel 33° anno di età, il 26 ottobre 1930, giorno della Festa di Cristo Re. Questa festività sarà celebrata da Stepinac, anche quando sarà arcivescovo, nel modo più solenne ed è proprio in quelle occasioni che pronuncia le sue più note omelie."

    Sacerdote a Zagabria

    Nell’autunno del 1934 assume il servizio sacerdotale nella propria arcidiocesi di Zagabria e sebbene "desiderasse vivamente dedicarsi direttamnete alla cura delle anime", l’arcivescovo gli affida il servizio del cerimoniale presso la Sede Spirituale dell’Arcidiocesi e spesso lo incarica di importanti missioni nelle varie parrocchie.
    "Tutto il tempo di cui dispone Stepinac lo spende nell’assistere le varie chiese di Zagabria e si occupa in particolare delle azioni caritative nei quartieri più poveri della città. Pertanto viene nominato capo delle opere caritative e in seguito, su ispirazione dello stesso Stepinac, alla vigilia di Natale del 1931, veniva fondata la Caritas dell’arcidiocesi di Zagabria. Nel 1934 inizia la pubblicazione e se ne assume la redazione della rivista Caritas." Nel primo articolo di introduzione possiamo leggere: "Vogliamo con l’amore attivo elevare la gloria di Dio. Essendo le nostre intenzioni pure e lo scopo elevato non ci faremo disorientare da obiezioni né di destra né di sinistra. Sappiamo molto bene e sentiamo che i tempi sono molto difficili. Ma l’amore attivo è tanto più necessario in quanto la situazione è più difficile." E "malgrado tutti i suoi impegni, il giovane sacerdote dedica particolare cura e fervore alla sua profonda e costante preghiera."

    Arcivescovo coadiutore

    Quando il 29 maggio 1934 Papa Pio XI lo nomina arcivescovo coadiutore con diritto di successione, a 37 anni, Alojzije Stepinac è il vescovo più giovane del mondo. La scelta non fu facile, perché alcuni candidati non vennero accettati dalla Santa Sede e altri vennero rifiutati dalla corte di Belgrado. l nuovo vescovo accetta con particolare slancio le grandi responsabilità che l’arcivescovo gli affida immediatamente. "Ovunque si sentiva un nuovo spirito pastorale. Dedicò particolare attenzione al proprio sacerdozio e al più stretto collegamento ed avviamento ecclesiale dei fedeli laici riuniti nelle diverse associazioni dell’Azione Cattolica (...). Coadiuvato da bravi collaboratori, Stepinac accetta e promuove le iniziative esistenti e incentiva la creazione di nuove", sviluppando la presenza di dodici nuove parrocchie nel territorio di Zagabria. All’epoca della questione del concordato tra la Santa Sede e la Jugoslavia, il cardinale si batte per difendere i diritti della Chiesa cattolica.
    "Si pone a capo del grande pellegrinaggio votivo di Zagabria, che era in uso da più secoli nella seconda settimana di maggio a Marija Bistrica (Santuario dove Giovanni Paolo II celebrerà la beatificazione di Stepinac - ndr), il che segnava un importante slancio dei pellegrinaggi negli anni a venire" finché non furono bloccati nel 1946. Questi pellegrinaggi e le omelie di Stepinac a Bistrica rimarranno impressi profondamente nella memoria del cattolicesimo croato.

    Arcivescovo ordinario

    Nel 1937, in seguito alla morte dell’arcivescovo Bauer, Stepinac assume la direzione dell’Arcidiocesi di Zagabria e "continua a svolgere la sua azione felicemente iniziata in tutti i settori della vita ecclesiale." Si preoccupa dei seminaristi, continua a promuovere l’azione dei laici e presta particolare attenzione alla stampa cattolica. "Sostiene e partecipa alle iniziative delle settimane cattoliche sociali croate. Nel suo cuore ci sono le giovani leve, i contadini, gli operai e la gioventù universitaria per i quali si sforza di trovare i migliori assistenti spirituali e gli adeguati luoghi di ritrovo.
    Con l’inizio della seconda guerra mondiale, nella tragica atmosfera bellica, "Stepinac cerca non solo di perseverare ma anche di sviluppare le sue imprese pastorali (...). Quando nell’aprile del 1941 venne fondato (...) lo Stato Indipendente di Croazia,(...) prende parte alle pubbliche manifestazioni e con l’impegno personale difende di fronte ai detentori del potere la legge di Dio e chiede giustizia per ciascuno. Diventa il protettore e la voce di tutti coloro che vengono perseguitati e privati dei diritti. Per quanto le circostanze gli consentono cerca di realizzare l’universale attività caritativa nei confronti dei bisognosi."

    Difensore dei diritti degli uomini

    Stepinac sarà "ricordato dalla storia come un grande propugnatore dei diritti dell’uomo fondati su Dio, prima ancora della nota dichiarazione del 1948" perché quando, all’avanzare delle forze militari, si è trattato di "difendere le vite umane di serbi ed ebrei, che se passavano al cattolicesimo potevano salvarsi la vita, Stepinac invia ai propri sacerdoti, istruzioni riservate: ‘Quando vengono da voi persone di religione ebraica od ortodossa, che si trovano in pericolo di vita e desiderano convertirsi, accoglieteli per salvare loro la vita. Non chiedete loro istruzioni religiose particolari, in quanto gli ortodossi sono cristiani come noi, e la religione ebraica è quella da cui il cattolicesimo trae le origini. Il compito e il ruolo dei cristiani è, in primo luogo, quello di salvare gli uomini. Quando questi tempi di pazzia e di barbarie saranno passati, rimarranno nella nostra Chiesa coloro che saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, torneranno alla propria religione.’" E ancora, nelle sue omelie difende sempre i diritti umani, e in particolare si ricorda il suo più coraggioso discorso, pronunciato alla festa di Cristo Re del 1943: "La Chiesa Cattolica non riconosce razze che dominano e razze che sono dominate. La Chiesa Cattolica riconosce soltanto razze e popoli creati da Dio (...). Il nostro prossimo, indipendentemente dal nome, non è una vite della macchina dello Stato, che sia dipinta di rosso o di nero, di grigio o di verde, ma è un figlio di Dio libero, il nostro fratello in Dio."

    La persecuzione

    Nell’immediato dopoguerra la Croazia si trova nuovamente sotto il dominio del regime comunista jugoslavo. Scrive il biografo che "L’arcivescovo si comportò sin dal primo momento anche nei confronti del nuovo potere seguendo il Vangelo: riconosceva lealmente il nuovo governo, ma allo stesso tempo cercava consapevolmente e risolutamente di mantenere la sua posizione, pronto a rimettere la propria libertà e la propria vita in difesa dei diritti divini della Chiesa e per il bene del popolo croato."
    Nel maggio del 45 fu arrestato e poi rilasciato per la pressione esercitata dall’opinione pubblica. Fece poi "da intermediario presso il nuovo governo interessandosi al trattamento giusto non solo verso le persone appartenenti alla Chiesa, ma anche nei confronti di tutti i cittadini.
    Nel settembre 1945 venne resa pubblica la lettera pastorale dei vescovi cattolici della Jugoslavia, con in prima linea la firma dell’arcivescovo Stepinac. Essi chiedevano la piena libertà della stampa cattolica, delle scuole cattoliche, della catechesi in tutte le scuole, delle associazioni cattoliche, dell’azione caritativa cattolica, della persona umana e dei suoi inalienabili diritti, il pieno rispetto del matrimopnio cattolico e la restituzione di tutti gli enti ed istituti espropriati. Ma tutto ciò non fece che "inferocire le forze comuniste nella realizzazione dei loro programmi fino ad arrivare all’aperta persecuzione della Chiesa e ad una generale aggressione alla libertà della coscienza."
    Nel 1946, dopo una campagna durata mesi, si celebrò un processo montato contro l’arcivescovo Stepinac. Proprio il 3 ottobre 1946 Stepinac pronuncia il suo discorso in tribunale. "Non era una difesa personale, ma un’accusa delle ingiustizie del regime e dei crimini ed un impegno decisivo per i diritti di Dio, della Chiesa e di ogni uomo." Iniziava con queste parole: "A tutte le accuse che sono state qui contro me espresse rispondo che la mia coscienza è tranquilla... e perché la mia coscienza è pulita, sono pronto a dare la vita in qualsiasi momento."
    L’11 ottobre si pronunciò l’ingiusta sentenza e il movente diretto fu la lettera pastorale, che il regime comunista interpretò quale attacco allo Stato.
    Così, dal 19 ottobre 1946 al 5 dicembre 1951 è detenuto nelle carceri di Lepoglava, trasformando la sua cella in una cella di convento, destinata alla preghiera, al lavoro e alla sacra penitenza. E il suo ordine del giorno di Lepoglava lo trasferisce anche nella vita degli arresti domiciliari presso la sua parrocchia di origine, Krasic.
    "Dall’inizio della sua prigionia di Lepoglava e fino alla fine della sua vita, Stepinac ha continuato a svolgere il suo servizio vescovile con la preghiera e la sofferenza, secondo le parole di san Paolo: ‘Ora io mi rallegro delle sofferenze che sopporto per voi e supplisco, nella mia carne, a ciò che manca alle sofferenze di Cristo a vantaggio del suo corpo, che è la Chiesa’ (Col 1,24)".
    A un giornalista che gli aveva chiesto come si sentiva, aveva risposto: "Qui come a Lepoglava... faccio il mio dovere." E alla domanda: "E quale sarebbe il suo dovere?" rispose: "Soffrire e lavorare per la Chiesa."
    Le uniche cose che poteva fare erano celebrare la messa, predicare e confessare. Ma in questo modo poteva continuare ad essere in contatto con i fedeli. Inoltre poteva scivere lettere, sebbene permanentemente sotto la censura e il pericolo di sequestro. Così scrisse centinaia di lettere nelle quali invitava i destinatari e in particolare i sacerdoti, a essere fedeli a Cristo e alla Chiesa e ad avere una indomabile fede nella vittoria di Dio.

    Cardinale

    Il 12 gennaio 1953 lo raggiunse a Krasic la nomina a Cardinale da parte di papa Pio XII, ma decise di non recarsi a Roma per paura di non poter più rientrare: voleva in ogni caso rimanere con il suo popolo. Nel gesto del papa vide una conferma a perseverare sul suo cammino fino alla morte. "La porpora cardinalizia significa il sangue" disse. E già in occasione della sua ordinazione sacerdotale, avendo trovato accanto al proprio piatto nel refettorio dell’istituto un garofano rosso, aveva detto: "Il fiore rosso del martirio."

    "Negli anni sucessivi fu sempre più spesso ammalato. (...) ma ha sempre rifiutato di farsi curare fuori dalla patria, perché come fedele pastore volle comunque rimanere fedele al suo gregge."
    Ancora poco prima della morte fu sottoposto alle pressioni delle autorità statali, che lo chiamarono a testimone, malgrado la sua salute fosse seriamente compromessa, al processo contro l’assistente spirituale del seminario di Dakovo e i suoi collaboratori. Era il 1959 e "il Cardinale sentì di dover pronunciare le sue ultime parole". Scrive così una lunga lettera in cui cita le ragioni che lo inducono a rifiutare tale invito, facendo anche riferimento alla "lunga storia di tutti i maltrattamenti che fino ad allora, come arcivescovo di Zagabria, ebbe a subire. E alla fine dichiara: ‘Io so quale è il mio dovere. Con la grazia di Dio lo adempirò fino alla fine, senza odio verso chiunque e senza timore di chiunque.’ (...) Ed è stato così che, tutto rivolto a Dio, prendendo commiato dal suo gregge e perdonando tutti, consapevolmente orgoglioso e con coscienza tranquilla" il cardinale Stepinac muore il 10 febbraio 1960.

    Ripercorrendo questa storia possiamo capire l’attenzione che il Papa vuole rivolgere in particolare ai martiri del nostro secolo.

    NOTE

    1) "Testimone fino al martirio" in TRACCE, n. 10, novembre 1998, pag. 63
    2) ibid.
    3) le notizie biografiche sono riprese dalla lettera pastorale dell’arcivescovo di Zagabria, monsignor Josip Bozani’c, in occasione del centesimo anniversario della nascita del cardinale Stepinac - ed. Glas Koncila, Zagreb, 1998

    Fonte: Caritas Ticino

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    LETTERA APOSTOLICA DI PIO XII

    DUM MAERENTI ANIMO

    La chiesa perseguitata
    nell'Europa dell'Est

    29 giugno 1956 (1)


    Mentre con l'animo afflitto consideriamo le gravissime condizioni in cui la chiesa cattolica soffre in non poche nazioni a causa del materialismo ateo ivi imperante, Ci tornano alla mente le condizioni in cui si trovarono cinque secoli or sono i popoli dell'Europa centrale, le quali diedero motivo al Nostro predecessore Callisto III di i.m. di emanare il 29 giugno dell'anno 1456 la lettera apostolica Cum his superioribus annis. Sulle genti cristiane che abitavano le fertili regioni bagnate dal Danubio e quelle confinanti incombeva serio pericolo - dove già non si era abbattuto il flagello - per le persone e i loro beni, e per la stessa fede degli avi. Il che si verificava principalmente per l'Ungheria e per le terre che oggi costituiscono l'Albania, la Bulgaria, la Cecoslovacchia, la Iugoslavia e la Romania; ma la gravità del momento era avvertita anche da coloro che abitavano paesi meno vicini, principalmente dai popoli di Germania e di Polonia. Rendendosi conto della critica situazione, l'infaticabile pontefice Callisto III ritenne suo dovere esortare paternamente pastori e fedeli dell'orbe cattolico a espiare le proprie colpe con opere di penitenza, a riformare i costumi secondo i principi della morale cristiana, a implorare da Dio con ferventi suppliche il suo valido aiuto. Inoltre, con grande costanza egli si adoperò in tutti i modi per allontanare il pericolo dai fedeli e infine ascrisse al divino soccorso la vittoria di quei valorosi che - animati dalle esortazioni di san Giovanni da Capistrano e guidati dal prode condottiero Giovanni Hunyady difesero strenuamente la fortezza di Belgrado. Affinché di questo evento restasse memoria nella liturgia, e perché fossero rese a Dio debite grazie da tutti i cristiani, egli istituì la festa della Trasfigurazione del Signore nostro Gesù Cristo, da celebrarsi in tutto il mondo il 6 agosto.(2)

    Anche oggi, purtroppo, voi, che abitate le dette regioni, gemete in condizioni ben dolorose assieme a molti altri cattolici, non del solo rito latino ma anche di quello orientale, abitanti le regioni che voi avete a oriente o a settentrione lungo i lidi del Mar Baltico. Ormai, come sapete per esperienza, da più di dieci anni la chiesa di Cristo è privata, sebbene non dappertutto nello stesso modo, dei suoi diritti: le pie associazioni e i sodalizi religiosi sono violentemente disciolti e dispersi, e i sacri pastori sono ostacolati nell'esercizio del loro ministero quando non sono deportati, esiliati o messi in carcere; si è preteso addirittura di sopprimere con temerario arbitrio le diocesi di rito orientale e spingere con ogni mezzo clero e fedeli allo scisma. Sappiamo altresì che non pochi sono perseguitati in tutti i modi per aver professato la fede con franchezza e coraggio e per essersi valorosamente adoperati a difenderla. Ciò che maggiormente ci addolora è il sapere che le menti dei fanciulli e dei giovani vengono imbevute di false e perverse dottrine al fine di allantanarle da Dio e dai suoi santi precetti, con sommo danno per la vita presente e pericolo per la futura.

    A Noi, che per divina disposizione sediamo su questa cattedra di Pietro, si apre, quasi dinanzi agli occhi, questa tristissima visione, di cui abbiamo bensì già trattato in precedenti lettere apostoliche, ma neppure oggi possiamo tacere senza venir meno al Nostro dovere. Ci corre, infatti, l'obbligo di ottemperare al mandato, grave e pur dolce, che il Signore dette al principe degli apostoli e ai suoi successori con le parole «Conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Desideriamo, perciò, promuovere sempre e consolidare in voi i santi propositi, e manifestarvi il Nostro affetto; a voi, diciamo, che per la fedeltà e l'amore a Gesù Cristo sopportate tanti dolori, tante tribolazioni, tanti travagli.

    Ci rivolgiamo anzitutto a voi, diletti figli Nostri, cardinali di santa romana chiesa, Giuseppe Mindszenty, Luigi Stepinac e Stefano Wyszynski, che Noi stessi abbiamo rivestita della dignità della romana porpora per gli insigni meriti da voi acquistati nel disimpegno dei doveri pastorali e nella difesa della libertà della chiesa. All'animo Nostro addolorato è sempre presente quanto voi, ingiustamente allontanati dalle vostre sedi e dal vostro sacro ministero, avete sofferto e continuate a soffrire con fortezza per Gesù Cristo. Insieme con voi, abbiamo presenti al Nostro sguardo e ricordiamo con affetto paterno anche i venerabili fratelli nell'episcopato, che sono esempi di fedeltà operosa alla sede apostolica, come pure i sacerdoti tanto secolari quanto religiosi, e le falangi di uomini e di donne consacrate al divino servizio, e gli altri diletti figli e figlie, che, in mezzo a tante difficoltà, si prodigano per la difesa e l'avanzamento del pacifico e pacificatore regno di Cristo. Vivamente solleciti del bene di tutti voi, che per causa di Gesù Cristo sopportate angustie, iatture e danni, quotidianamente eleviamo le Nostre preghiere a Dio onnipotente, perché benigno e misericordioso sostenga e rafforzi la vostra fede, perché lenisca e allevii le vostre pene, vi consoli con celesti carismi, guarisca le membra sofferenti o malate del mistico corpo di Gesù Cristo, e, sedata la presente procella, faccia finalmente risplendere su di voi e su tutti la vera e serena pace, alimentata dalla verità, dalla giustizia e dalla carità.

    Mai, come ben sapete, il Redentore dimentica la sua chiesa, mai l'abbandona; che anzi, quanto maggiore è la violenza dei flutti che agitano la nave di Pietro, tanto maggiore è la vigilanza del divin Nocchiero, anche se talvolta sembra assopito (cf. Mt 8,24; Lc 8,23). Meditate ogni giorno questa promessa di Gesù, la quale non mancherà d'infondere speranza e sollievo all'anima cristiana, specialmente nei momenti della prova: «Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Ma, «se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Gesù è con voi, né mai negherà il suo aiuto a voi, che lo supplicate. Ma da tutti egli esige che ubbidiscano con sempre maggior diligenza alle prescrizioni della chiesa, e che difendano la propria fede con animo generoso. Di che cosa si tratti vi è noto: si tratta della salvezza eterna vostra, dei vostri figli, del vostro prossimo, la quale oggi viene posta in gravissimo pericolo dagli incalzanti assalti dell'ateismo e dell'empietà. Se, però, in questo combattimento spirituale tutti si comporteranno con coraggio e fedeltà - come fermamente confidiamo - non vi saranno mai vinti, ma soltanto vittime gloriose: dalle ingiuste persecuzioni e dal martirio sorgeranno per la chiesa di Cristo nuovi trionfi, che saranno scritti a caratteri d'oro nei suoi annali. Non vogliamo neppure pensare che i discepoli di Gesù Cristo, scoraggiati, abbandonino il campo, si astengano dalla franca professione della fede, o inerti e indolenti si addormentino, mentre i fautori dell'empietà si sforzano di devastare il regno di Dio. Se, però, questo in qualche parte accadesse che il Signore lo impedisca! - ne verrebbe non solo per i disertori ma anche per le comunità un danno irreparabile, la suprema rovina.

    Ci è di grande conforto il sapere che molti di voi sono pronti a dare con generosità ogni cosa, anche la libertà e la vita, pur di non esporre a pericolo l'integrità della religione cattolica; sappiamo anche che in ciò non pochi pastori hanno dato esempi di invitta fortezza cristiana: voi, anzitutto, diletti figli Nostri, cardinali di santa romana chiesa, fatti spettacolo insigne al mondo, agli angeli e agli uomini (cf. 1Cor 4,9). Ma purtroppo, Ci è noto anche che la fragilità e la debolezza umana vacillano, specialmente quando le prove e le vessazioni durano così a lungo. Allora, infatti, si verifica che taluni cadano nello scoraggiamento e perdano il fervore, e, peggio ancora, giungano alla conclusione che sia necessario mitigare la dottrina del Signore nostro Gesù Cristo e, così dicono, adattarla ai tempi nuovi e alle nuove circostanze, diluendo e snaturando i principi della religione cattolica fino a raggiungere un ibrido connubio fra questa e gli errori di un falso progresso.

    A questi scoraggiati e seminatori di scoraggiamento i sacri pastori hanno il dovere di ricordare la solenne affermazione del divin Redentore: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35); di esortarli a riporre la loro speranza e fiducia in colui «la cui provvidenza non erra nelle sue disposizioni», e che mai priva della sua assistenza coloro che stabilisce nella solidità del suo amore.(3) Mai infatti, l'onnipotente e provvidentissimo Iddio permetterà che i suoi figli fedeli e volenterosi restino privi della divina grazia e della divina fortezza, e che, separati da Gesù Cristo, infelicemente soccombano in questa lotta per la salvezza, assistendo impotenti alla rovina spirituale della propria gente.

    E voi, diletti figli appartenenti al clero e al laicato, restate sempre strettamente uniti a coloro che lo Spirito Santo ha posto a governare la chiesa di Dio; che se presentemente non pochi di loro sono impediti, e non possono sostenervi con la parola, custodite religiosamente e fedelmente nei vostri cuori le esortazioni, che essi stessi vi hanno rivolte in passato. Spinti dal desiderio di apostolato, compite generosamente, nonostante le gravi difficoltà, il vostro dovere, mantenete integra la vostra fede, fate anzi quanto è in vostro potere per diffondere la luce di Cristo, specialmente con l'esempio di una vita cristiana perseverante, come un tempo le mirabili schiere cristiane sotto l'infuriare della persecuzione. I vacillanti, gli incerti, i deboli apprendano dal vostro contegno a farsi animo, a professare con franchezza la fede, a compiere i doveri religiosi, a donarsi senza riserva per Gesù Cristo. Le sane energie del vostro animo, la vostra operosa pietà cristiana, di cui non di rado Ci giungono preclare testimonianze, Ci sono di non lieve conforto, e Ci autorizzano a sperare che saprete tramandare intatto, quale sacra eredità, alle future generazioni il preziosissimo tesoro della fede cristiana e della fedeltà alla chiesa e alla sede apostolica.

    E perché questi desideri siano felice realtà, elevate le vostre suppliche al divin Redentore, auspice Maria, sua santissima genitrice e madre nostra amantissima, del cui possente patrocinio i padri vostri hanno goduto nei momenti del pericolo. Se, infatti, sempre possiamo impetrare dalla Vergine madre di Dio i celesti doni, con speciale fiducia possiamo farlo quando si tratta della salvezza delle anime, della difesa della fede cristiana nella famiglia e nella società.

    Prima di chiudere questo scritto vogliamo rammentarvi come il medesimo Nostro predecessore Callisto III, nella lettera sopra citata,(4) avesse ordinato che, ogni giorno, in tutte le chiese si suonassero, a un tempo determinato, le campane, allo scopo di muovere i fedeli di tutto il mondo cattolico a rivolgere preghiere a Dio onnipotente, perché benigno e propizio tenesse lantana dal popolo cristiano l'immane sciagura che allora su di esso incombeva. Oggi non minori sono i pericoli che minacciano le vostre anime e la chiesa cattolica nei vostri paesi. Quando perciò sentirete il suono delle campane invitanti alla preghiera, ricordatevi di questa esortazione, e, animati dalla stessa fiducia nel divino soccorso, elevate, sull'esempio dei vostri antenati, imploranti suppliche a Dio.

    Desideriamo ancora che alle vostre preci non soltanto precorrano spontanee e fervide le Nostre, ma si uniscano altresì quelle che dappertutto i fedeli di ogni ceto, prendendo viva parte alle vostre pene, concordi innalzano al Cielo. Abbiate per certo che l'intera famiglia cristiana ammira riverente quanto voi da tempo soffrite nel silenzio, nelle tribolazioni, nelle angustie, e implora il soccorso di Dio misericordioso, affinché non soccombiate ai duri colpi dell'empietà o agli insidiosi inganni dell'errore, ma, al contrario, con la strenua fortezza dei santi martiri diate pubblica testimonianza della vostra fede, e perché gli stessi vostri persecutori - ai quali pure si estende il mandato della carità cristiana - ottengano il perdono da colui che, pronto all'abbraccio, aspetta con amore il ritorno di tutti i figli prodighi.

    In questa dolce speranza, a voi tutti e singoli, diletti figli Nostri e venerabili fratelli, e a quanti sono affidati alle vostre cure, impartiamo volentieri l'apostolica benedizione, che sia pegno della Nostra paterna benevolenza e auspicio di abbondantissime grazie celesti.

    Roma, presso S. Pietro, il 29 giugno, festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, dell'anno 1956, XVIII del Nostro pontificato.

    PIO PP. XII

    -----------------------------------------------------------------------------

    (1) PIUS PP.XII, Epist. apost. Dum maerenti animo de «Ecclesia silentii» insectationibus vexata, [Ad Em.mos PP. DD. Cardinales Iosephum Mindszenty, Archiepiscopum Strigoniensem, Aloisium Stepinac, Archiepiscopum Zagrabiensem, Stephanum Wyszynski, Archiepiscopum Gnesnensem et Varsaviensem, acque ad Exc.mos PP. DD. Archiepiscopos et Episcopos necnon ad dilectos filios e Cleri laicorumque ordine Albaniae Bulgariae, Cecoslovachiae, Hungariae, Iugoslaviae, Poloniae, Romaniae et Orientalis partis Germaniae ceterasque Europae gentes insectationibus vexatas: pacem et communionem cum apostolica sede habentes], 29 iunii 1956: AAS 48(1956), pp. 549-554.

    In occasione del V centenario della lettera apostolica che Callisto III inviò ai popoli dell'Europa orientale, il papa richiama le dolorose condizioni in cui si trova ivi la chiesa oggi come allora: diritti conculcati, associazioni soppresse e disperse, vescovi e sacerdoti incarcerati, esiliati o impediti, incitamenti allo scisma, gioventù fatta crescere perversamente. Il papa incoraggia tutti alla fedeltà a Cristo, memori che il Redentore non abbandona mai la sua chiesa. Forte invito a restare uniti.

    (2) Cf. Litt. apost. Inter divinae dispositionis, 6 aug. 1457.

    (3) Cf. Missale Romanum, Or. Dom. VII et II post Pentec.

    (4) Cf. Litt. apost. Cum his superioribus annis.

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    GIOVANNI PAOLO II

    VIAGGIO APOSTOLICO IN CROAZIA (2-4 OTTOBRE 1998)

    SANTA MESSA E BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO
    ALOJZIJE STEPINAC
    NELLA SPIANATA DEL SANTUARIO DI MARIJA BISTRICA


    Sabato, 3 ottobre 1998

    1. «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Le parole di Cristo, che abbiamo appena ascoltato, ci portano al cuore stesso del Mistero che stiamo celebrando. In certo qual modo esse racchiudono in sé l'intero Evento pasquale: ci orientano verso la morte del Redentore sulla Croce, nel Venerdì Santo e, nello stesso tempo, ci indirizzano verso il mattino di Pasqua.

    Noi facciamo riferimento a questo Mistero ogni giorno durante la Santa Messa quando, dopo la consacrazione del pane e del vino. diciamo: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Il "chicco di grano caduto in terra" è innanzitutto Cristo, che sul Calvario morì e fu sepolto nella terra per dare a tutti la vita. Ma questo mistero di morte e di vita trova attuazione anche nella vicenda terrena dei seguaci di Cristo: anche per loro l'essere buttati nella terra per morirvi resta la condizione di ogni autentica fecondità spirituale.

    Non fu forse questo il segreto anche del vostro indimenticabile e indimenticato Arcivescovo, il Card. Alojzije Stepinac, che oggi contempliamo nella gloria dei Beati? Egli partecipò in modo singolare al Mistero pasquale: come chicco di grano "cadde nella terra", in questa terra di Croazia, e morendo portò frutto, molto frutto. «Chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (cfr Gv 12, 25).

    Le parole della seconda lettera ai Corinzi, poc'anzi proclamate, si collegano molto bene all’Evento che stiamo celebrando. Scrive san Paolo: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2 Cor 1, 5). Non costituisce, forse questa affermazione un significativo commento alle parole di Cristo sul chicco che muore? Coloro che abbondano nella partecipazione alle sofferenze di Cristo, grazie a Lui sperimentano anche l'intensa consolazione che scaturisce dalla fioritura di bene a cui la Croce dà origine.

    2. «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Siamo oggi colmi di gioia nel rendere insieme grazie a Dio per il nuovo frutto di santità che la terra croata offre alla Chiesa nella persona del martire Alojzije Stepinac, Arcivescovo di Zagabria e Cardinale di Santa Romana Chiesa.

    Numerosi sono stati, nel corso dei secoli, i martiri sbocciati in queste regioni, cominciando dai tempi dell'Impero romano con figure quali Venanzio, Domnio, Anastasia, Quirino, Eusebio, Pollione, Mauro e tanti altri. Ad essi si affiancano nei secoli successivi Nicola Tavelic e Marco di Krizevci, come pure i molti confessori della fede durante la dominazione ottomana, fino a quelli dell'epoca nostra, tra i quali si staglia la luminosa personalità del Card. Stepinac.

    Con il loro sacrificio unito alle sofferenze di Cristo, essi hanno offerto una straordinaria testimonianza, che col passare del tempo nulla perde della sua eloquenza, ma continua ad irradiare luce e ad infondere speranza. Accanto ad essi molti altri pastori e semplici fedeli, uomini e donne, hanno pure confermato col sangue la loro adesione a Cristo. Essi fanno parte della moltitudine di coloro che, avvolti in vesti candide e con palme nelle mani, stanno ora davanti al trono dell'Agnello (cfr Ap 7,9).

    Il Beato Alojzije Stepinac non ha versato il sangue nel senso stretto della parola. La sua morte è stata causata dalle lunghe sofferenze subite: gli ultimi 15 anni della sua vita furono un continuo susseguirsi di vessazioni, in mezzo alle quali egli espose con coraggio la propria vita per testimoniare il Vangelo e l'unità della Chiesa. Per usare le parole del Salmo, egli pose nelle mani di Dio la sua stessa vita (cfr Sal 16 [15], 5).

    3. Non molto tempo ci divide dalla vita e dalla morte del Cardinale Stepinac: appena 38 anni. Tutti conosciamo il contesto di questa morte. Molti tra i presenti possono testimoniare per esperienza diretta quanto abbiano abbondato in quegli anni le sofferenze di Cristo tra le popolazioni della Croazia e di tante altre Nazioni del Continente. Oggi, pensando alle parole dell'Apostolo, di tutto cuore vogliamo augurare a quanti abitano in queste terre che, dopo la tribolazione, abbondi in loro la consolazione di Cristo crocifisso e risorto.

    Un particolare motivo di consolazione per tutti noi è certo l'odierna beatificazione. Questo atto solenne avviene nel santuario nazionale croato di Marija Bistrica nel primo sabato del mese di ottobre. Sotto gli occhi della Vergine Santissima un figlio illustre di questa Terra benedetta sale alla gloria degli altari, nel centesimo anniversario della sua nascita. È un momento storico nella vita della Chiesa e della vostra Nazione. Il Cardinale Arcivescovo di Zagabria, una delle figure di spicco della Chiesa Cattolica, dopo aver subito nel proprio corpo e nel proprio spirito le atrocità del sistema comunista, è ora consegnato alla memoria dei suoi connazionali con le fulgide insegne del martirio.

    L’Episcopato del vostro Paese ha chiesto che la beatificazione di Stepinac potesse aver luogo proprio qui, nel Santuario di Marija Bistrica. Conosco per esperienza personale che cosa significò per i Polacchi, nel periodo in cui i comunisti erano al potere, il Santuario di Jasna Gora, con il quale ebbe un rapporto tutto speciale il ministero pastorale del Servo di Dio Cardinale Stefan Wyszynski. Non mi stupisce che un valore simile abbia avuto per voi il Santuario in cui ora ci troviamo, o quello di Solona, ove mi recherò domani. Da tempo desideravo venire a visitare il Santuario di Marija Bistrica. Per questo ho accolto volentieri la proposta dell’Episcopato croato e compio oggi in questo luogo significativo il solenne atto della beatificazione.

    Saluto cordialmente i Vescovi croati qui convenuti, con un particolare pensiero per il caro Card. Franjo Kuharic e per l'Arcivescovo di Zagabria e Presidente della Conferenza Episcopale Croata, Mons. Josip Bozanic. Il mio saluto s'estende poi ai Signori Cardinali Sodano, Meisner, Puljic, Schönborn, Ambrozic, Korec, agli Arcivescovi e Vescovi qui giunti per la circostanza da diversi Paesi. Saluto pure con affetto i sacerdoti, i consacrati, le consacrate e tutti i fedeli laici, come pure i rappresentanti delle altre Confessioni religiose che sono presenti a questa celebrazione. Un pensiero di speciale deferenza rivolgo infine al Presidente della Repubblica, al Capo del Governo ed alle autorità civili e militari del Paese, che hanno voluto onorarci della loro presenza.

    4. "Se uno mi vuol servire mi segua" (Gv 12,24.26). Il Buon Pastore fu per il Beato Stepinac l’unico Maestro: al suo esempio egli ispirò sino alla fine la propria condotta, offrendo la vita per il gregge che gli era stato affidato in un periodo particolarmente difficile della storia.

    Nella persona del nuovo Beato si sintetizza, per così dire, l’intera tragedia che ha colpito le popolazioni croate e l’Europa nel corso di questo secolo segnato dai tre grandi mali del fascismo, del nazismo e del comunismo. Egli è ora nella gioia del cielo, attorniato da tutti quelli che, come lui, hanno combattuto la buona battaglia, temprando la loro fede nel crogiolo della sofferenza. A lui noi oggi guardiamo con fiducia invocandone l'intercessione.

    Sono significative, a questo riguardo, le parole che il nuovo Beato pronunciava nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale, quando l’Europa si trovava stretta nella morsa di un’inaudita violenza: «Quale sistema appoggia la Chiesa Cattolica oggi mentre tutto il mondo sta combattendo per un nuovo ordine mondiale? Noi, nel condannare tutte le ingiustizie, tutte le uccisioni degli innocenti, tutti gli incendi dei villaggi tranquilli, ogni distruzione delle fatiche dei poveri, ..., rispondiamo così: la Chiesa appoggia quel sistema che ha tanti anni quanti i Dieci Comandamenti di Dio. Noi siamo per il sistema che non è stato scritto su tavole corruttibili, ma che è stato iscritto con il dito del Dio vivente nelle coscienze degli uomini» (Omelie, Discorsi, Messaggi, Zagabria 1996, 179-180).

    5. "Padre, glorifica il tuo nome!" (Gv 12,24.28). Con il suo itinerario umano e spirituale, il Beato Alojzije Stepinac ha offerto al suo popolo una sorta di bussola con la quale orientarsi. Eccone i punti cardinali: la fede in Dio, il rispetto dell’uomo, l’amore verso tutti spinto fino al perdono, l'unità con la Chiesa guidata dal Successore di Pietro. Egli sapeva bene che non si possono fare sconti sulla verità, perché la verità non è merce di scambio. Per questo affrontò la sofferenza piuttosto che tradire la propria coscienza e venir meno alla parola data a Cristo ed alla Chiesa.

    In questa coraggiosa testimonianza non fu solo. Ebbe accanto a sé altri coraggiosi che, per conservare l'unità della Chiesa e per difenderne la libertà, accettarono di pagare con lui un pesante tributo di carcere, di maltrattamenti e persino di sangue. A questa schiera di anime generose - Vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate, fedeli laici - va oggi la nostra ammirazione e la nostra riconoscenza. Ascoltiamone il forte invito al perdono e alla riconciliazione. Perdonare e riconciliarsi vuol dire purificare la memoria dall’odio, dai rancori, dalla voglia di vendetta; vuol dire riconoscere come fratello anche colui che ci ha fatto del male; vuol dire non farsi vincere dal male, ma vincere col bene il male(cfr Rm 12, 21).

    6. Sii benedetto «Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3), per questo nuovo dono della tua grazia.

    Sii benedetto Unigenito Figlio di Dio e Salvatore del mondo per la tua Croce gloriosa, che nell’Arcivescovo di Zagabria, il Cardinale Alojzije Stepinac, ha registrato una splendida vittoria.

    Sii benedetto Spirito del Padre e del Figlio, Spirito Paraclito, che continui a manifestare la tua santità negli uomini e che non cessi di far progredire l'opera della salvezza.

    Dio Uno e Trino, oggi Ti voglio rendere grazie per la salda fede di questo tuo Popolo, nonostante le non poche avversità incontrate nel corso dei secoli. Ti voglio ringraziare per gli innumerevoli martiri e confessori, uomini e donne di tutte le età, fioriti in questa terra benedetta!

    «Padre, glorifica il tuo nome!» (Gv 12, 28).

    Siano lodati Gesù e Maria!
    -------------------------------------------------------------------------
    Al termine della Concelebrazione Eucaristica, il Santo Padre ha rivolto un saluto ai pellegrini dei diversi gruppi linguistici presenti sulla spianata del Santuario di Marija Bistrica e che avevano preso parte alla cerimonia di Beatificazione del Cardinale Stepinac. Queste le parole di Giovanni Paolo II:

    saluto in lingua croata:

    [Cari Fratelli e Sorelle! Vorrei al termine di questa Celebrazione eucaristica rivolgere un affettuoso saluto a tutti i croati giunti dalla Patria e dall'estero, in questo santuario mariano per condividere la gioia della beatificazione dell'Arcivescovo di Zagabria, il Cardinale Alojzije Stepinac, che in un periodo particolarmente difficile della recente storia è stato guida sicura per tutti i cattolici della regione e difensore dei perseguitati. Particolarmente numerosi sono i pellegrini provenienti dalla Bosnia ed Erzegovina, venuti con i loro Vescovi e Sacerdoti. A tutti una speciale Benedizione.

    Desidero ora rivolgere un cordiale saluto anche ai pellegrini di altri gruppi linguistici.]

    saluto in lingua slovena:

    [Saluto cordialmente i numerosi pellegrini sloveni, in maniera particolare i seminaristi dei Seminari Maggiori di Ljubljana e di Maribor. Auspico che l'esempio e l'intercessione del nuovo Beato siano d'impulso alla comune opera apostolica della Chiesa e alla fraterna convivenza tra le due Nazioni].

    saluto in lingua italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. L'intercessione del Beato Luigi Stepinac ottenga ai Popoli dell'intero Continente di portare a termine, riconciliati nella verità, la costruzione della casa comune europea. Benedico voi qui presenti e tutti i vostri familiari.

    saluto in lingua ungherese:

    [Cari fedeli di lingua ungherese, il Beato Martire Alojzije Stepinac vi sostenga nel vostro cammino di fede e di speranza.

    Con la Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!]

    saluto in lingua tedesca:

    [Cari pellegrini provenienti dai Paesi di lingua tedesca!

    Il Cardinale Stepinac aveva speciali legami con la vostra Patria. Egli infatti fu formato al sacerdozio nel Collegio Germanico-Ungarico a Roma. La sua testimonianza di vita sia per voi stimolo a stare dalla parte del Vangelo anche quando è necessario affrontare opposizioni ed ostilità. Vi auguro un buon ritorno alle vostre case e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica, che estendo alle vostre famiglie.]

    Rivolgendosi ai pellegrini dall’Albania, il Papa ha pronunciato le parole di cui diamo di seguito il testo in italiano:

    Cari fratelli albanesi cattolici, saluto tutti voi che vivete in Croazia. Vi auguro che rimaniate fedeli a Gesù Cristo. Sia lodato Gesù Cristo!

    saluto in lingua polacca:

    [Se sono presenti qui i polacchi, e penso che ci siano, che Dio li benedica. Sia lodato Gesù Cristo!]

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    IOANNES PP. XXIII

    AD EM.UM P. D. ALOISIUM S. R. E. CARD. STEPINAC, ARCHIEPISCOPUM ZAGRABIENSEM,
    QUINTUM ET VICESIMUM ANNUM
    A SUSCEPTO EPISCOPATU IMPLENTEM

    ABEUNTE TIBI*


    Dilecte Fili Noster,
    salutem et Apostolicam Benedictionem.

    Abeunte tibi, dilecte Fili Noster, quinto et vicesimo anno, ex quo ipse consecratus es Episcopus, promptiore et attentiore quam solet studio ad te cogitatio Nostra convolat; nec, poscente caritate, patimur, cum tam fausta vertat memoria, gratulationum et votorum Nostrorum a te desideraci solacium.

    Id autem quam libentissime facimus, cum magni aestimemus tui animi laudes, in Deum pietatem, vigilis catholici sensus conscientiam, invicti pectoris firmam constantiam.

    Paulo post triennium, ex quo Antistes creatus es, ut Zagrabiensi Archiepiscopo iure successionis praeditus in pastorali munere sustinendo adesses, eidem ecclesiasticae sedi sacer pastor praepositus es, atque spem ab optimo quoque in te collocatam mature implevisti. Industriam et navitatem tuam aperte praesertim demostrarunt adauctus istic paroeciarum numerus, Catholica Actio ad feliciora incrementa provetta, erga egenos et miseros et erga vexatione exagitatos misericordiae plenae collatae curae, catholicae doctrinae libera et strenua tuitio.

    Aerumnosa ob rerum adiuneta, pro dolor, relinquere coactus es operum tuorum ferventia studia, et a christifidelibus, tuo amori et moderamini concreditis, seiungi et in solitudine versari. Virilem animum erige: virtus, non culpa te afixit; et in tristitia austerum concipe gaudium: nam melius est subire quam inferre iniustitias. Ut vero agendo et patiendo comparata a te praeclara merita in conspectu eminerent, fel. rec. Decessor Noster Pius XII Sacrae Romanae Purpurae te decoravit insignibus.

    Hoc oblato faustitatis eventu, summum aeternumque Deum, qui mala sinit esse, ut inde maiora bona exsistant, paternis votis oramus, ut, effusa misericordiae Suae largitate, id quod Christi Crucis particeps istic seris, florentissimae messis spe et fructu laetificet et, inter aspera et dura, quibus premeris, piorum gaudiorum abscondito fonte egregie de Ecclesia merendi alat tibi consilia.

    Haec peramanter ominati, tibi, dilette Fili Noster, Archiepiscopo Coadiutori, Auxiliaribus Antistitibus tuis itemque Zagrabiensis Archidioecesis sacro clero et christifidelibus Apostolicam Benedictionem, superni praesidii pignus, libenter impertimus.

    Datum Roma, apud S. Petrum, die XIV messis Iunii anno MCMLIX, Pontificatus Nostri primo.

    IOANNES PP. XXIII
    -------------------------------------------------------------------------
    * AAS. vol. LI, 1959, pp. 468-469.

  10. #10
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    CARDINALE ANGELO SODANO

    OMELIA DURANTE LA CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
    PRESIEDUTA NELLA CHIESA DI SAN GIROLAMO DEI CROATI
    IN ONORE DEL BEATO CARDINALE ALOJZIJE STEPINAC
    NEL 40° DELLA MORTE


    Giovedì, 10 Febbraio 2000

    Signor Cardinale
    Cari Concelebranti,
    Signori Ambasciatori,
    Fratelli e Sorelle nel Signore!

    Con profonda gioia ho accettato l'amabile invito del Rettore di questo tempio storico di Roma e sono qui venuto per ringraziare con voi il Signore per il grande dono fatto alla Sua Chiesa, dandole una figura eccezionale di Pastore, quale fu il beato Alojzije Viktor Stepinac, Arcivescovo di Zagabria.

    Ero anch'io presente a Marija Bistrica, in quella luminosa giornata del 3 ottobre 1998, allorquando il Papa Giovanni Paolo II proclamava beato questo grande servitore della Chiesa. Sulla spianata antistante quello splendido Santuario Mariano ammiravo anch'io commosso la gioia che traspariva dal volto di migliaia di fedeli, lieti di vedere esaltato anche qui in terra il grande testimone della fede, quale fu il compianto Arcivescovo di Zagabria.

    1. La glorificazione di un martire

    Numerosi erano stati, nel corso dei secoli, i martiri sbocciati nella terra croata; molti chicchi di frumento erano caduti su quel fertile terreno e, morendo, avevano portato molto frutto.
    Ora, esclamava il Papa durante il rito di Beatificazione, la lunga serie di testimoni di Cristo veniva coronata con la beatificazione del Cardinale Stepinac.

    "È un momento storico nella vita della Chiesa e della vostra Nazione - diceva testualmente Sua Santità. - Il Cardinale Arcivescovo di Zagabria, una figura di spicco della Chiesa cattolica, dopo aver subito nel proprio corpo e nel proprio spirito le atrocità del sistema comunista, è ora consegnato alla memoria dei suoi connazionali con le fulgide insegne del martirio".

    Profonda eco in tutti noi concelebranti, come nel popolo cristiano che devotamente ascoltava, ebbero poi le altre parola del Papa: "Nella persona del nuovo beato, si sintetizza, per così dire, l'intera tragedia che ha colpito le popolazioni croate e l'Europa nel corso di questo secolo, segnato dai tre grandi mali del fascismo, del nazismo e del comunismo".

    2. L'eroismo di un Pastore

    Il Card. Stepinac seppe però, con la forza che viene dall'alto, affrontare con eroico spirito di fede le drammatiche vicende del suo tempo, offrendo anche a noi una bussola con la quale orientarci nei momenti difficili della vita, e cioè una grande fede nella provvidenza di Dio, accompagnata dalla carità verso tutti, anche verso i nemici.

    Con questa sua profonda formazione cristiana, non si abbatté anche quando nell'ottobre del 1946 arrivò la dura condanna a sedici anni di lavori forzati. Per essere fedele alla sua missione di Padre e Pastore del suo popolo, l'Arcivescovo di Zagabria aveva condannato con la celebre lettera pastorale del 20 novembre 1945, l'assassinio di 243 sacerdoti, l'esproprio dei beni ecclesiastici, le gravi restrizioni inflitte all'attività della Chiesa. Parimenti, con il suo profondo senso ecclesiale, aveva respinto tutte le sollecitazioni a dar vita ad una Chiesa nazionale staccata da Roma. Anzi in molte occasioni il venerato Card. Kuharic ha affermato che questo è stato il motivo principale della sua condanna, l'aver cioè rifiutato di dar vita ad una pseudo-Chiesa nazionale Croata. Per questo, secondo l'Arcivescovo emerito di Zagabria, il Card. Stepinac può giustamente essere considerato come un martire dell'unità ecclesiale.

    3. La spiritualità dei forti

    Fratelli e sorelle nel Signore, le letture che sono state proclamate in questa festa liturgica del beato Alojzije Stepinac ben ci descrivono la spiritualità a cui si sono ispirati i martiri di ogni tempo.
    Nella prima lettura l'autore del libro della Sapienza ci parla delle anime dei giusti, che si sentono nelle mani di Dio e per questo vivono in pace, anche fra i tormenti.

    Nella seconda lettura san Paolo ricorda non solo a Timoteo ma a tutti noi, che "la parola di Dio non è incatenata" e che deve essere annunziata anche con le catene ai polsi. Quante volte l'Arcivescovo di Zagabria avrà meditato su queste parole dell'Apostolo delle genti: "Verbum Dei non est alligatum!" (2 Tim 2, 9). Con intrepida fortezza, egli si sentiva così animato a continuare la sua missione, così come l'aveva fatto nei primi anni di episcopato, dal 1934 in poi, così come aveva fatto durante l'occupazione nazista, condannando apertamente la violazione dei diritti umani perpetrata contro gli Ebrei, i Rom, i Serbi e gli Sloveni.

    Nella terza lettura, abbiamo ascoltato le parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l'anima e il corpo nella Geenna" (Mt 10, 28).

    Fedele a questo monito del Signore, il buon Pastore di Zagabria prosegui sereno nel suo cammino, anche se questo era un cammino doloroso. Del resto, egli sapeva bene ciò che aveva detto Gesù ai suoi discepoli: "Il discepolo non è più del maestro. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15, 20).

    Nel mondo avrete molte tribolazioni, ma abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo" (Gv 16, 33).
    Questa profonda formazione interiore fu quella che gli permise di non spezzarsi di fronte alle bufere della vita. Era davvero la casa costruita sulla roccia, descrittaci dal Maestro come simbolo della solidità interiore del credente: "Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma la casa non cadde, perché era fondata sopra la roccia" (Mt 7, 25).

    4. L'esempio dei Santi

    Miei fratelli, in questa festa liturgica del beato Alojzije Stepinac ho voluto unirmi a tutti voi nel ringraziare il Signore per aver suscitato nella sua Chiesa questa grande figura di Pastore.

    Non mi sono diffuso nel ricordarvi l'itinerario da lui percorso nei ventisei anni di episcopato, prima come Arcivescovo coadiutore di Zagabria, dal 1934 al 1937 e poi come titolare della stessa Archidiocesi. Non vi ho parlato della fortezza con cui sostenne il processo-farsa, durante il quale fu condannato, né ho ricordato la serenità con cui sopportò le prove del carcere di Lepoglava e poi dei severi arresti domiciliari di Krasic, ove egli rendeva la sua bell'anima a Dio, in quel freddo 10 febbraio 1960.

    In realtà, voi conoscete meglio di me la vita e le opere di questa gloria della vostra terra, per la quale egli tanto ha lavorato e sofferto. Comunque, noi ci impegneremo tutti a raccogliere il messaggio di fede e di amore che il beato ci ha lasciato.

    Nella bella Mostra realizzata recentemente in Vaticano su "Cristianesimo, Cultura ed Arte dei Croati" ho ammirato, fra le varie pubblicazioni, il libro di Marko Marulic, "De institutione bene vivendi per exempla sanctorum", nella bella edizione del 1506. Sappiamo come tale opera ebbe poi varie edizioni nelle diverse lingue europee e come lo stesso s. Ignazio di Loyola l'incluse fra le letture destinate ai membri della Compagnia di Gesù.

    Veramente con l'esempio dei santi ("per exempla sanctorum") anche noi oggi possiamo ricevere la formazione a vivere bene, nella fedeltà alla nostra vocazione cristiana.

    Sia questo il messaggio che ci lascia la grande figura del beato Alojzije Stepinac, Vescovo e martire per l'unità della Chiesa.

 

 
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