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Discussione: Gli Autoassolti

  1. #1
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    Predefinito Gli Autoassolti

    Dal Corriere della Sera di oggi, 9 febbraio 2005:


    " Errori del passato e riformismo

    La sinistra che si assolve
    Ernesto Galli Della Loggia
    --------------------------------------------------------------------------------

    È senz’altro un merito importante di Francesco Rutelli, di Piero Fassino e di Walter Veltroni aver cercato negli ultimi tempi - in modi e con argomenti diversi - di ancorare la svolta riformista del loro schieramento al riesame critico (o meglio autocritico) di alcuni nodi irrisolti ereditati dalla storia. Si è trattato, come è noto, della natura della socialdemocrazia e della sua presunta attualità politica, della figura di Craxi non più visto come un nemico giurato, dell’opposizione alla guerra americana in Iraq, del finire con la tragedia delle foibe e il colpevole silenzio dell’Italia ufficiale intorno ad esse. Sarebbe fuor di dubbio una strumentalizzazione grossolana utilizzare questa coraggiosa critica del passato, che è in corso nella sinistra post-comunista e non, per liquidarne l’intera storia; la quale, come quasi tutte le storie, non è fatta certo solo di ombre: come dimenticare ad esempio il ruolo decisivo avuto da quella stessa sinistra nell’Italia repubblicana per difendere la dignità del mondo del lavoro, per ampliare la sfera dei diritti individuali, per far muro contro il terrorismo? Ma ciò non toglie che alla luce dell’oggi quella medesima storia ci appaia - per l’ammissione innanzitutto di tanti suoi eredi - come una sequela certo notevolissima di «errori», di cose decisive non capite, di abbagli e di fraintendimenti colossali. La totale sottomissione a Stalin e la conseguente cecità di fronte allo stalinismo; la lotta all’ultimo sangue contro il Patto Atlantico e gli Stati Uniti; la scommessa sull’impossibilità di sviluppo dell’economia italiana negli anni 50; l’ostilità radicale verso il centrosinistra e verso l’autonomismo socialista fino ad assecondare la scissione del Psiup; l’ostilità altrettanto tenace verso la nascita della Comunità Europea ed i suoi primi sviluppi; la cambiale in bianco rilasciata a tutti i terzomondismi, da Cuba ai khmer rossi, a Menghistu; il compromesso storico; il rifiuto prolungato dell’esistenza degli opposti estremismi; l’avallo dato a non importa quale estensione della spesa pubblica; il rifiuto dello Sme, cioè del primo passo verso la moneta unica europea; l’opposizione all’installazione da parte della Nato degli euromissili in risposta all’escalation della minaccia sovietica; la delegittimazione radicale (e sin dall’inizio) di Craxi e del suo progetto, dipinti come frutto di una «mutazione genetica» verso la destra; la difesa fino alla fine della proporzionale; la polemica prolungata contro il «sionismo»; perfino l’opposizione senza mezzi termini alla guerra per il Kuwait: credo che non ci sia uno solo di questi punti (ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri) a proposito dei quali tra i Ds non ci sia oggi una vasta maggioranza disposta a riconoscere gli errori passati.
    Ma se ciò è vero per gli esponenti politici di quel partito, sembra molto meno vero per i tanti intellettuali di ogni qualità e competenza che si sono riconosciuti e si riconoscono nella sua tradizione. A differenza del ceto politico gli ambienti intellettuali, infatti, non sembrano per nulla intenzionati a battersi perché il riformismo, una cultura riformista, si faccia strada e metta radici. Riconoscendo per esempio la non piccola parte avuta dalle idee e dalla cultura di cui essi erano innanzitutto i portatori e gli specialisti nel determinare i tanti errori sopra enumerati.
    Tanto è vero che, fatti salvi alcuni casi assolutamente sporadici, neppure una volta i fraintendimenti, gli abbagli e le scomuniche di cui si è detto furono mai contestati in modo significativo dagli addetti agli studi, dagli uomini e dalle donne della conoscenza e delle competenze; neppure una volta o quasi questi suscitarono alcun vero dibattito. Anzi furono molto spesso proprio loro, gli uomini e le donne delle conoscenze e delle competenze, a levare alta e agitare con più veemenza la bandiera dell’erro re: salvo, per l’appunto, fare mostra oggi di essersene dimenticati. Ma cos’è in fin dei conti che a sinistra ha favorito e favorisce questa duplice fenomenologia dell’abbaglio culturale prima e del rifiuto a riconoscerlo poi? Credo che siano qui all’opera due meccanismi, diversi ma dall’effetto concomitante. Il primo consiste in una evidente eredità del vecchio fondo storicista, proprio dell’ideologia principe della sinistra, cioè del marxismo. È quell’eredità storicista che porta a considerare la politica della sinistra medesima iscritta in una sorta di disegno provvidenziale dall’immancabile esito positivo. In questa prospettiva anche gli errori più evidenti sono sentiti, e finiscono per apparire, come semplici incidenti di percorso, non in grado di arrestare la marcia verso il successo. Che specie su decisive questioni di analisi gli avversari possano aver radicalmente ragione è escluso dalla promessa di una determinata interpretazione della storia: a che pro dunque darsi pena e chiedersi il perché e magari fare autocritica per errori commessi se questi sono perfettament e riassorbibili e riassorbiti dal corso degli eventi? Da qui a pensare perfino che gli errori stessi possano essere addirittura provvidenziali, il passo è breve, e difatti non poche volte è stato, ed è, compiuto. Il secondo meccanismo culturalmente deresponsabilizzante in atto largamente a sinistra è costituito da quella che potremmo chiamare la ragionevole certezza, per esprimerci alla buona, di «non pagare mai pegno». Infatti la schiacciante sproporzione non solo quantitativa che è esistita e tuttora esiste in Italia nel campo dell’elaborazione delle idee dei suoi addetti tra la sinistra e gli altri, unita ad un forte legame di gruppo, hanno per conseguenza che difficilmente si sarà chiamati a rispondere in sedi culturalmente prestigiose (ciò è decisivo) delle leggerezze, delle analisi sballate, degli insulti gratuiti emessi a suo tempo a voce o per iscritto. Qui come sempre, insomma, la garanzia pressoché certa dell’impunità è premessa decisiva per abbassare la soglia dell’autocontrollo preventivo e per vanificare qualunque obbligo di riparazione successiva. Di fronte a questa abitudine all’assoluzione reciproca e all’impunità non si tratta certo di invocare autodafé da questo o da quello: oltretutto ignorando il peso dei contesti di volta in volta condizionanti nel corso dei decenni. La questione oggi da porre con forza è tutt’affatto un’altra: è quella del discorso pubblico della società italiana su se stessa, del ruolo che vi hanno gli uomini e le donne della cultura e della conoscenza, nonché dei meccanismi e delle responsabilità inerenti a tale ruolo. La questione che si pone, cioè, è quella della qualità della democrazia italiana.
    Di cui la sinistra è parte troppo importante politicamente perché non lo sia anche intellettualmente: in modo nuovo e spregiudicato anche rispetto al proprio passato.
    "


    E non è che, a ben vedere, neppure taluni alti esponenti POLITICI del Sinistra-EstremaSinistra siano poi davvero così....."autocritici"....

    Saluti liberali

  2. #2
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  3. #3
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    dal quotidiano IL GIORNALE di oggi...

    " Omertà di classe

    Maurizio Belpietro
    --------------------------------------------------------------------------------

    Facciamola finita, mettiamoci una pietra sopra e chiudiamo la storia del terrorismo che per vent'anni e più ha insanguinato l'Italia. Una bella amnistia, oppure un indulto, fate voi.
    E ciò che ripetono ossessivamente i protagonisti degli anni di piombo. C'era una guerra - essi dicono - fra noi e lo Stato. Noi eravamo innocenti, ma la strage di piazza Fontana ci ha fatto perdere l'innocenza e siamo stati costretti a reagire, a tirare prima le pietre, poi le molotov e infine i colpi di P38. Adesso che la guerra l'abbiamo persa, i cadaveri sono sepolti e alcuni di noi sono ancora in carcere, o se non ci sono mai andati continuano a essere fastidiosamente inseguiti da vecchi mandati di cattura, pacifichiamo il Paese, troviamo una soluzione politica, tirate fuori di galera i nostri amici che ancora non sono stati messi in libertà per buona condotta.
    Oltre ai diretti interessati, una pietra sugli anni di piombo la vogliono mettere pure alcuni importanti opinionisti con un passato da militanti dell'ultrasinistra, anche loro convinti che la guerra vada chiusa restituendo i loro cari alle famiglie.
    Peccato che quella guerra allo Stato, ai suoi servitori e a un certo numero di giornalisti liberi, fosse stata dichiarata da una parte sola: quella dei terroristi. E peccato che quella guerra che si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna sia ancora avvolta da troppi misteri e che le famiglie delle vittime reclamino se non la giustizia, almeno la verità.
    Ne è prova la vicenda di Primavalle. In un'intervista al Corriere della Sera, Achille Lollo, condannato a 18 anni per il rogo in cui morirono un ragazzo di 21 anni e un bimbo di 8, ora che il delitto è andato in prescrizione, rivela che quell'attentato alla casa del modesto segretario di una sezione romana del Msi, non fu organizzato da tre attivisti di Potop, ma da sei. Lollo tira in ballo alcuni compagni di rivoluzione, che in questi trent'anni hanno cambiato vita, fatto carriera e si sono affermati nelle loro arti o mestieri. Non so se le accuse di Lollo, che da tempo è latitante in Brasile, siano vere o soddisfino solo una voglia di vendetta covata per troppo tempo: ce lo dirà la magistratura, che nel frattempo ha aperto un'inchiesta.
    Una cosa però è certa: per molti anni i dirigenti di Potere operaio hanno contribuito a nascondere la verità su quell'atroce delitto. Lo ha rivelato al nostro Giornale Valerio Morucci, ex di Potop poi diventato brigatista, il quale ha confessato a Pierangelo Maurizio che dopo la strage il vertice dell'organizzazione fu informato dell' identità degli autori dell'attentato, ma i capi decisero di imbastire una campagna innocentista, accusando falsamente i missini di essere gli autori della strage e aiutando i colpevoli a fuggire.
    E oggi, come allora, quegli stessi compagni tacciono. Da quando si è avuta notizia della prescrizione della pena, i cronisti del Giornale hanno bussato a tutte le porte, ma nessuno dei loquaci protagonisti di quegli anni sembra disposto a parlare. Tace Franco Piperno, che fa l'assessore a Cosenza; non si fa trovare Toni Negri, che è tornato a fare il filosofo; sfugge Jaroslav Novak, che aiutò Clavo a darsi alla latitanza, e ora collabora col presidente della Provincia di Roma. Silenzi imbarazzati e cornette riappese anche quando si prova a cercare qualche gregario.
    La reticenza di quelli che volevano cambiare il mondo non riguarda solo il caso Primavalle. Il patto del silenzio avvolge tutte le storie sanguinose di quegli anni. Del caso Calabresi, il commissario assassinato nel 1972 e per cui Adriano Sofri è in carcere, Erri de Luca, oggi scrittore e ieri uno dei capi del servizio d'ordine di Lotta continua, qualche tempo fa disse: quando ci restituirete il corpo di Sofri, vi racconteremo la verità su Calabresi.
    Gli ex terroristi hanno speso fiumi d'inchiostro per narrare le proprie gesta - alcuni sono già giunti a molte edizioni - ma non hanno usato neppure una goccia di quell'inchiostro per raccontare le complicità, le coperture e i depistaggi delle bande armate che s'ispiravano al comunismo. Purtroppo dalla lotta di classe i nostri rivoluzionari sono passati direttamente all'omertà di classe. E oggi vorrebbero pure la clemenza per decreto.
    "


    Saluti liberali

  4. #4
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    dal Corriere della Sera del 9 diecembre 2003:

    "



    --------------------------------------------------------------------------------
    Se la sinistra non sa fare i conti con il tabù

    Il comunismo del Gulag

    Ernesto Galli della Loggia

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    «Quegli strani pudori sui gulag del socialismo: perché un abominio non inferiore alla Shoah rimane per molti un argomento tabù»: con questo titolo Il Riformista ha annunciato il convegno che si apre oggi a Milano sui «Giusti nel gulag», dedicato al «valore della resistenza morale al totalitarismo sovietico». Un titolo esattissimo (tranne che per il piccolo particolare che i gulag non appartengono al «socialismo» ma al «comunismo» ): effettivamente, in Italia, sia la concreta realtà delle politiche concentrazionarie-sterminazionistiche sovietiche, sia la loro diffusione e il loro evidente significato storico stentano molto ancora oggi a divenire parte integrante del discorso pubblico sulla storia del Novecento . Sul perché possono esserci pochi dubbi: perché la storia del gulag (uso il nome della parte per il tutto) dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non solo la dimensione repressivo-omicida è stata consustanziale al comunismo fin dall'inizio della sua versione russa (il meccanismo del terrore si mise in moto già nelle prime settimane del 1918) e dunque indipendentemente dallo «stalinismo», ma indica altresì che quella dimensione è sempre stata e continua a essere propria del comunismo in ognuna delle sue varie incarnazioni: dalla Cina, a Cuba, al Vietnam . Il gulag, insomma, con la sua diffusione planetaria, ingenera inevitabilmente il sospetto che sia proprio il comunismo in quanto tale, il comunismo in tutte le sue versioni, l'origine del male . Ma è precisamente ciò che ancora oggi in Italia non si vuol sentire dire e che ancora suona in molti ambienti come politicamente scorretto perché indizio di «anticomunismo viscerale» . Ciò accade vuoi perché il «comunismo» ha rappresentato per decenni l'ideale sia pure mitico di una grande forza politica con milioni di seguaci (il Pci: e la cosa ha lasciato il segno), vuoi perché tuttora esso rappresenta lo sfondo altrettanto mitico di correnti e movimenti i più vari: da parti del «fronte antagonistico» specialmente giovanile, a vari gruppi no global, da consistenti settori di elettorato della sinistra radicale a intellettuali e figure pubbliche importanti. Nell'Italia del 2003, insomma, ci sono ancora molti i quali pensano che «comunismo è bello», e vogliono essere lasciati in pace a continuare a pensarlo.
    Ci troviamo così davanti a un tipico circolo chiuso: l'esistenza di questo multiforme ambiente di sinistra, che ha alle spalle la lunga storia del Pci, impedisce che il gulag entri con tutti i suoi effetti nella coscienza pubblica dell'intero Paese, e ciò, a propria volta, contribuisce in modo decisivo - caso assolutamente unico in Europa - alla sopravvivenza di quell'ambiente stesso e del suo «comunismo».
    È su questo terreno, che chiamerei del senso comune di tanta parte del popolo di sinistra, che si misura quanto in realtà siano stati poco efficaci le «prese di distanza» e gli «strappi» pur operati a suo tempo dai dirigenti del Pci e poi dai Ds. In realtà né le une né gli altri hanno significato davvero «fare i conti con il comunismo» . Ciò avrebbe richiesto, infatti, comprendere e dire a piena voce che quell'idea era destinata per sua natura, e dunque dappertutto e fin dall'inizio, a produrre gli orrori che per l'appunto ha prodotto; e di conseguenza avrebbe richiesto di porre in una luce comunque moralmente problematica l'adesione ad essa, a prescindere dalle intenzioni e dagli atti.
    Nulla di tutto ciò è invece avvenuto: il gulag e la sua storia sono rimasti un tabù , a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio e ancora «lotta insieme a noi» mentre, da più di dieci anni, come è ovvio, il socialismo riformista è ancora al palo di partenza . "



    Saluti liberali

  5. #5
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    Un interessante articolo del presidente post-comunista della fondazione Gramsci su un punto controverso e scabroso della storia del comunismo italiano....... con un tentativo di assoluzione......"per insufficienza di prove" ....

    " Corriere della Sera
    27/07/2003

    Silvio Pons



    Togliatti, Gramsci e l’ombra del Tiranno


    Un bilancio del dibattito seguito alla pubblicazione sul «Corriere» della lettera spedita a Stalin dalle sorelle Schucht

    Un bilancio del dibattito seguito alla pubblicazione sul «Corriere» della lettera spedita a Stalin dalle sorelle Schucht


    La pubblicazione della lettera di Evgenia e Julia Schucht a Stalin ha suscitato molte reazioni diverse, ma poche nel merito delle questioni che il documento propone. Va subito detto che appaiono incomprensibili le opinioni di chi sostiene che il documento non ci dice niente. Prima del ritrovamento della lettera, non eravamo in possesso di documentazione diretta sull'azione svolta dalle sorelle Schucht a Mosca, dopo la morte di Gramsci, a proposito dei sospetti che egli aveva maturato circa le responsabilità di Togliatti per la sua mancata liberazione. Ora non solo ce l'abbiamo, ma si tratta di una lettera che mostra come la «questione Gramsci» post-mortem giunse fino a Stalin, la massima autorità dello Stato sovietico e del comunismo internazionale. Davvero non è poco. La lettera rimanda a due vicende strettamente connesse, ma distinte, che invece sono state spesso impropriamente sovrapposte nei commenti di stampa. La prima vicenda è quella della prigionia e del fallimento dei tentativi di liberare Gramsci. Su di essa le denunce delle Schucht non ci offrono elementi nuovi. La cognata e la moglie di Gramsci non producevano alcuna prova concreta a carico di Togliatti o di altri dirigenti italiani. La lettera è perciò, sotto questo profilo, soltanto una conferma che Gramsci era giunto a pensare di essere stato tradito.
    E' anche possibile che questo sospetto venisse enfatizzato dall'ostilità e animosità che le Schucht manifestavano verso Togliatti. Tuttavia, liquidare in blocco i sospetti nutriti da Gramsci e dalla sua famiglia come semplici paranoie generate dalla miseria esistenziale del carcere rischia di essere arbitrario. Non si tratta solo del tarlo insinuatosi nella sua mente dopo la lettera di Grieco del 1928. I sospetti di Gramsci si aggravarono a partire dal 1932, forse sulla base di informazioni che ci sono ignote, di certo a seguito dell'abbandono e dell’isolamento politico nel quale egli, in odore di «trotzkismo», venne ridotto, per almeno un triennio, dal partito.
    Ovviamente di qui a parlare di un «complotto» ne corre: senza contare che non è chiaro come i comunisti italiani avrebbero potuto influire su trattative condotte a livello di stati, tra l'Italia e l'URSS. E' probabile che questo salto logico venne davvero dettato dai fantasmi della prigionia.
    Passiamo ora alla seconda vicenda: l'«affare Gramsci-Togliatti» che si aprì in URSS nel 1938-39. Qui gli elementi di novità sono cospicui. Le denunce delle Schucht si concentrarono su Togliatti sin dal ritorno di Tatiana a Mosca. E finirono per creare, come ha osservato Aldo Agosti, qualcosa di simile a un «complotto» contro Togliatti. In quale misura fu una loro scelta deliberata? Si può seriamente dubitare che Julia, malata, e Tatiana, vissuta a lungo in Italia, fossero pienamente consapevoli delle conseguenze di una denuncia di tradimento presentata, nell'URSS dell'epoca, prima a Ezov e poi a Stalin. Ma non lo si può pensare per Evgenia: in particolare, le accuse contro Togliatti di disattenzione verso le opere di Gramsci appaiono assai pretestuose. E' comunque verosimile che gli appelli delle Schucht furono quanto meno strumentalizzati da chi costruiva in quegli anni un dossier ai danni di Togliatti.
    La datazione della lettera a Stalin riveste una certa importanza per capire quanto durò la loro insistenza sull'«affare Gramsci-Togliatti». Luciano Canfora ha avanzato l'ipotesi che la lettera sia stata scritta molto prima del dicembre 1940, ma la sostiene con argomenti erronei: scambia un indirizzo per una data e afferma, al tempo stesso, che la lettera non reca una data (mentre invece reca dattiloscritta la data d'ingresso nella segreteria di Stalin, l'8 dicembre 1940). Inoltre della Krupskaja si parla al passato, e non al presente. Richiede invece una spiegazione il fatto che venga nominato Ezov (ma senza l'appellativo di «compagno»), nel frattempo a sua volta epurato e rinnegato: dobbiamo pensare che, evidentemente insoddisfatte dell'udienza sinora ricevuta nelle alte sfere del potere sovietico, le autrici ritennero così di indicare una responsabilità per quello che era, dal loro punto di vista, uno stallo dell'«inchiesta», e di giustificare il fatto di rivolgersi ora direttamente a Stalin. In ogni caso, la lettera «entra in gioco» nella vicenda nel dicembre 1940, come dimostrano lo scambio di comunicazioni tra il segretario di Stalin e Dimitrov, che dal primo ricevette la lettera in copia (l'esemplare di cui disponiamo), e le note manoscritte dello stesso Dimitrov.
    In conclusione, è inevitabile chiedersi il motivo di tante esasperazioni polemiche. Non credo che tutto si spieghi con il fenomeno dell'amplificazione mediatica. Forse la spiegazione va cercata nel fatto che si è toccato un nervo scoperto e che molti conti con la storia sono ancora da fare. Il punto principale è che la duplice vicenda, alla quale il documento rimanda, si rivela poco collimante con l'immagine di un «comunismo buono» da contrapporre a un «comunismo cattivo». Tutti i protagonisti si trovavano nella spirale poliziesca del sospetto e nel cono d'ombra dell'autorità di Stalin, e nessuno cercava, o poteva cercare, salvezza al di fuori di questa. Rendere noti i documenti d'archivio, oltre a essere un dovere dello storico, può contribuire anche a liberarci dalle mitologie del passato.
    "


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  6. #6
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    " POLITICA

    Un saggio di Pellicani rintraccia nel momento sovversivo le radici totalitarie del comunismo

    Tutti gli incubi della rivoluzione
    di Dario Antiseri

    L'ideologia marxista adotta lo schema del millenarismo e si rivela come grande Gnosi.

    «La novità politica più vistosa del XX secolo è stata l'istituzionalizzazione di un tipo di dominio che è stato definito "totalitario". Tale dominio - scrive Luciano Pellicani nel suo più recente lavoro Rivoluzione e totalitarismo - non deve essere confuso né con il dispotismo […] né con la dittatura (monopartitica o militare)». Certo, il dispotismo e la dittatura fanno parte, insieme al totalitarismo, della stessa famiglia politologica - quella dei regimi monocratici -, ma il totalitarismo, tiene a precisare Pellicani, presenta tutta una serie di tratti specifici che, correlati, costituiscono la cosiddetta "sindrome totalitaria".
    Il primo di tali tratti è che il totalitarismo si configura come una rivoluzione permanente: «esso intende fare tabula rasa dell'ordine esistente (sia interno che internazionale) ed edificare un ordine del tutto nuovo». In realtà, è innegabile che la novità del totalitarismo sta esattamente nella sua volontà di novità: «esso vuole essere una cesura epocale, capace di dividere la storia in un "prima" (epoca della corruzione generale) e un "dopo" (epoca della rigenerazione morale)». Altra caratteristica del dominio totalitario è che «la rivoluzione che esso intende promuovere investe tutti gli aspetti della realtà umana» - non c'è una sola manifestazione della vita che non venga sistematicamente sottoposta al controllo insindacabile di quella istituzione che incarna la purezza della volontà rivoluzionaria, e cioè il Partito. La sua terza caratteristica il totalitarismo la trova in una presunzione soteriologica: «Esso è l'istituzionalizzazione di una dottrina di salvezza a carattere millenaristico, di una vera e propria Gnosi che contiene una diagnosi-terapia del "male radicale"» - da qui la rivendicazione da parte del dominio totalitario di una giurisdizione senza limiti sugli esseri umani. E, in effetti, «sentendosi investito di una missione di salvezza, si considera - e pretende di essere considerato - come un'autorità sacra, di fronte alla quale non è ammissibile altro comportamento che la cieca obbedienza». D'altro canto - e siamo qui al quarto tratto distintivo del totalitarismo - «esso, a differenza di altre forme di dominio monocratiche, non si contenta di ottenere l'obbedienza passiva dei sudditi; vuole anche la loro adesione incondizionata al suo progetto palingenetico e la partecipazione entusiastica alla costruzione del Regno finale». E i mezzi per operare una vera e propria conversione e una identificazione totale con l'ethos rivoluzionario lo Stato totalitario li ha nella propaganda, nell'indottrinamento, nel controllo più completo della scuola e di tutte le fonti di informazione, nel terrore di massa. E va da sé che, proprio perché si sente investito della missione di trasfigurare l'esistente alla luce di una dottrina millenaristo-soteriologica, il potere totalitario non può non essere che in uno stato di guerra permanente nei confronti della società civile con il risultato che ogni distinzione tra la politica e la guerra viene cancellata e tutte le relazioni sociali sono militarizzate.
    Tutto ciò, afferma Pellicani, fa del sistema totalitario l'antitesi radicale del sistema pluralistico-competitivo. Questo si basa sull'autonomia, sia pure relativa, della società civile nei confronti dello Stato, sulla libera circolazione di tutte le energie sociali (interessi, valori, idee, progetti di vita ecc.), sulla strutturazione policentrica del potere politico e sulla laicità della cultura - il che ne fa una società aperta alla sperimentazione e alla innovazione, tramite quello strumento di scoperta del nuovo che è la competizione, vista come la più alta forma di collaborazione. Diametralmente opposto a siffatto modello di organizzazione è quello totalitario, basato su di una ideologia obbligatoria di Stato, sulla centralizzazione dei mezzi di produzione e di tutti i processi decisionali e sull'assorbimento della società civile dentro la gabbia di una gigantesca macchina burocratica.

    Alla luce di questo modello ideal-tipico del sistema totalitario, Pellicani afferma che «il fascismo italiano, per quanto abbia preteso di essere di essere totalitario e rivoluzionario, di fatto non lo è stato se non in modo assai imperfetto, poiché, una volta divenuto regime, ha adottato una politica di compromesso con le forze sociali, economiche e religiose della società pre-fascista». E aggiunge che soltanto la rivoluzione nazista e, a più forte ragione, le rivoluzioni comuniste possono e doblone venir considerate pienamente totalitarie, in quanto esse hanno istituzionalizzato quei tratti che costituiscono la specifica ed inconfondibile "sindrome totalitaria".
    Una tesi, questa di Pellicani, che si scontra con il pregiudizio favorevole che, per generazioni e generazioni, ha garantito alle rivoluzioni scatenate in nome del proletariato di essere giudicate con indulgenza addirittura da chi non si identificava con esse. Ma la cosa grave, fa amaramente presente Pellicani, è che da noi, in Italia (anche se non solo in Italia) c'è ancora chi si ostina a difendere le buone intenzioni del totalitarismo comunista - e cita Giuliano Procacci, Rossana Rossanda, Domenico Losurdo, Aurelio Lepre e Alberot Asor Rosa. Una posizione, quella di costoro, decisamente non ammissibile, «perché - afferma l'Autore - i crimini e gli orrori del comunismo non sono stati incidenti di percorso. Tutt'altro. Sono scaturiti, con inesorabile consequenzialità, dall'idea di partenza - una vera e propria hybris - di dischiudere le porte del Regno millenario della libertà adottando la politica della tabula rasa e dello sterminio di massa». In altri termini, la rivoluzione comunista - a dispetto dell'esaltazione prometeica dello sviluppo delle forze produttive, tipica della ideologia marxleninista - «è stata una reazione "zelota" contro la Modernità» la quale, prima di tutto e soprattutto, consiste «in un assetto istituzionale basato sul governo della legge , l'autonomia della società civile, la secolarizzazione e la libertà dei cittadini: tutte cose che il comunismo ha energicamente avversato e metodicamente distrutto con un radicalismo rivoluzionario persino superiore a quello del totalitarismo nazista, creato da colui che Furet ha definito il "fratello tardivo di Lenin"».
    L'universo concentrazionario, in breve, è, ad avviso di Pellicani, il frutto maturo di quell'ergastolo mentale generato dalla presunzione fatale di essere in possesso delle chiavi della società perfetta. In conclusione, Pellicani - i cui studi sul fenomeno rivoluzionario moderno sono internazionalmente noti - offre delle solide ragioni perché non sia benedetta l'autoassoluzione di quanti persistono nel chiudere gli occhi davanti alle premesse degli orrori di quell'"Impresa satanica" che è stato il totalitarismo comunista.

    Luciano Pellicani
    Rivoluzione e totalitarismo
    Marco Editore
    Pagine 232. Euro 20,0

    Avvenire, 31 luglio 2004
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    Il secolo delle tenebre. Verità storica e memoria sociale

    Fabio Dei


    Il Novecento sarà ricordato dagli storici futuri come il secolo delle tenebre? Con questa domanda Tzvetan Todorov apriva nel marzo 2000 un convegno senese dedicato a Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo. Si trattava di un incontro internazionale di grande respiro teorico, volto a fare il punto sull’aspetto più oscuro e inquietante della storia del Novecento, quello dei totalitarismi, delle violazioni dei diritti umani, delle stragi di popolazioni civili, dei genocidi. Del convegno sono di recente usciti gli atti, con lo stesso titolo e a cura di Marcello Flores (ed. Bruno Mondadori, 2001). Trovo che si tratti di un libro molto importante, e non solo sul piano strettamente storiografico. I temi che affronta sono infatti centrali per quel processo di plasmazione della memoria e di ricostituzione di categorie etiche e politiche da cui molti di noi si sentono impegnati in questo esordio di XXI secolo. Vorrei qui discutere alcuni degli spunti che il libro propone, legandoli ad altri recenti contributi al dibattito sulla memoria storica e con un’attenzione particolare ai nessi con la mia disciplina di studio – che non è la storia ma l’antropologia culturale.

    1. Totalitarismi, democrazie e guerra totale.

    E’ ormai acquisito che i crimini del XX secolo non possono essere compresi come occasionali cadute o incidenti di percorso, buchi neri in una storia che resterebbe comunque di civiltà e di progresso. Al contrario, essi esprimono un aspetto essenziale, per quanto parziale, del Novecento, e a quel progresso sono profondamente e paradossalmente legati. Naturalmente, è difficile una comparazione con altri secoli in termini di maggiore o minore barbarie e atrocità. La storia gronda sangue ed è costellata di eccidi e violenze . Quel che caratterizza il Novecento è da un lato la potenza delle tecnologie di morte impiegate, queste sì senza precedenti; e, dall’altro, la novità del contesto politico in cui la violenza è stata impiegata. Come sottolinea Flores, alla base di tutti i piccoli e grandi massacri del secolo vi sono stati "piani d’ingegneria etnica o sociale, razziale o politica", guidati da una "volontà di modificare la storia – di accelerarla, deviarla, indirizzarla – che diventa desiderio e ossessione di poterla dominare" (p. 381).

    Questa volontà di dominare la storia è tipicamente moderna, e sembra direttamente connessa alla peculiare esperienza novecentesca dei totalitarismi. Questa è appunto la tesi di Todorov: i crimini del XX secolo scaturiscono per lui in modo diretto dal "manifestarsi di un male nuovo, di un regime politico inedito, il totalitarismo, che al suo apogeo ha dominato su buona parte del mondo; un regime che è attualmente scomparso dall’Europa ma indubbiamente non dagli altri continenti, e i cui postumi continuano ad agire tra noi" (p. 1). Il totalitarismo viene definito da Todorov come un "utopismo scientista": in esso si saldano la fede acritica e dogmatica nel sapere positivo (lo scientismo è qui inteso non come scienza ma come religione, una dottrina che contraddice la stessa natura critica della scienza) con "lo spirito rivoluzionario, il progetto, cioè, di creare attraverso mezzi violenti una società nuova, abitata da uomini nuovi" (p. 7). Sarebbe dunque questa miscela esplosiva di ingredienti moderni a fondare la violenza del ventesimo secolo, a rappresentarne la metà oscura - in opposizione all’altra metà costituita dal grande nemico del totalitarismo, la democrazia.

    Todorov è naturalmente consapevole del carattere controverso della nozione di totalitarismo, che include esperienze storiche diverse e per alcuni non accomunabili: ritiene tuttavia che la contrapposizione democrazia-totalitarismo resti lo strumento fondamentale per pensare la storia recente e il nostro stesso tempo. Altri contributi del volume tendono invece a sfumare questa dicotomia, e a mostrare come la violenza politica si distribuisca in modi trasversali rispetto ad essa. Lo stesso Flores, ad esempio, vede un tratto caratterizzante del Novecento nella "crescita di istituzioni di controllo e repressione che hanno spesso acquistato un’autonomia di comportamento quando anche non di stato giuridico", che hanno fatto uso sistematico della violenza e della violazione dei diritti umani e che non sono state affatto un’esclusività dei totalitarismi: si collocano anzi "in un continuum, dove la contrapposizione tra democrazia e dittatura non è di per sé sufficiente a garantire quella tra legalità e illegalità, tolleranza e violenza" (p. 382).

    Non mancano certo esempi di crimini commessi in nome e per conto della democrazia, anche fra le pagine di questo libro. In particolare, il comportamento dei paesi occidentali nel contesto del dominio coloniale non mostra una netta demarcazione fra democrazie e totalitarismi; e lo stesso vale per la conduzione di guerre di carattere "totale", nelle quali la popolazione civile – come scrive Gabriele Ranzato, "è equiparata a un obiettivo militare o addirittura diventa un bersaglio privilegiato per il conseguimento della vittoria" (p. 70). Hiroshima ci appare oggi come uno dei grandi crimini di guerra della storia recente, l’unico forse – è la tesi di Michael Löwy (p. 15) - paragonabile alla Shoah per le dimensioni e per il diretto rapporto tra un disegno politico (concludere rapidamente la guerra e stabilire una posizione di preminenza degli Stati Uniti nello scenario del dopoguerra) e il massacro di centinaia di migliaia di persone innocenti. Ciò non significa naturalmente sottovalutare l’importanza dei differenti progetti politici che sottendono questi eccidi. Ma questa differenza è ciò che rende oggi Hiroshima ancor più inquietante, unitamente al suo carattere, per così dire, di accentuata modernità. Siamo di fronte, scrive Löwy, a una morte pulita e asettica recapitata dal cielo, attraverso un atto tecnico distante e impersonale, privo di quei residui arcaici che caratterizzano ancora la Shoah – il sadismo e la furia omicida delle SS, quella "violenza inutile" su cui ragiona Primo Levi in I sommersi e i salvati.

    Analoghe considerazioni possono esser svolte su quella "guerra ai civili" che ha caretterizzato così profondamente l’evolversi delle moderne strategie belliche. Il secondo conflitto mondiale ha rappresentato un drammatico spartiacque sotto questo profilo: da una guerra combattuta tra militari, si è passati a guerre che mietono fra i civili la stragrande maggioranza delle loro vittime. Gli esempi più recenti, incluso quello che stiamo oggi vivendo, lo dimostrano. Qui l’ideologia o la forma politica che supporta l’azione bellica sembra non far differenza sotto questo profilo. E’ la tesi sostenuta con forza da Ranzato, che nel suo contributo ricostruisce una evoluzione in qualche modo interna delle tecniche e degli apparati militari, largamente autonoma rispetto alle finalità per le quali la guerra viene condotta: evoluzione che ha il suo punto di forza appunto nel bombardamento di obiettivi civili. A quale logica rispondono i bombardamenti massicci delle città tedesche e italiane, che hanno fatto la gran parte delle loro vittime quando le sorti della guerra erano ormai decise? Il fatto che questa domanda sia stata posta in passato da revisionisti, più o meno ansiosi di rovesciare il quadro delle responsabilità storiche di nazismo e fascismo, non la rende meno inquietante.

    Che la guerra tenda a operare secondo una sua logica interna, a svincolarsi e a divenire autonoma rispetto alle finalità politiche che la muovono, l’aveva del resto osservato già Clausewitz. Nello scenario del dopo-undici-settembre, non possiamo non chiederci se ciò valga anche per i peculiari conflitti armati che hanno caratterizzato l’ultimo decennio, dalla guerra del Golfo al Kossovo all’Afghanistan, sotto forma di interventi largamente appaggiati dalla comunità internazionale contro aggressivi fondamentalismi regionali. La domanda è difficile, e la risposta nient’affatto scontata. Da un lato, quel che oggi sappiamo sul comportamento dei militari nella Guerra del Golfo, ad esempio, o sull’uso di uranio impoverito nei Balcani, è assai preoccupante. Dall’altro lato, tuttavia, non possiamo ignorare di trovarci di fronte a contesti assai diversi dalle guerre totali del Novecento, con la logica di massacro di civili che le ha caratterizzate. Sono semmai l’ultranazionalismo e il terrorismo fondamentalista che mirano a creare scenari in cui le masse di civili sono integralmente coinvolte in strategie di potere locale. In questo mutato contesto, vorrei osservare per inciso, è anche difficile capire dove si situino le ragioni della pace – almeno, molto più difficile di quanto a molti – su entrambi gli schieramenti – oggi appaia.




    2. Le radici del male: illuminismo vs. storicismo



    Ci sono dunque mostruosità della nostra storia, come dice Ranzato, che sono state commesse da uomini non offuscati da ideologie, ma semplicemente disposti a usare qualsiasi mezzo per vincere il nemico o punirlo. E’ tuttavia indubbio che alcuni crimini specifici, a partire dalla Shoah, non si comprendano se non in riferimento a un peculiare contesto ideologico o almeno, in senso più ampio, culturale. Tali crimini non si configurano semplicemente come mezzi per il raggiungimento di finalità. Lo sterminio degli ebrei d’Europa si differenzia da Hiroshima perché rappresenta un fine in sé: e si tratta di un fine che rimanda non a una generica razionalità politica, o a desideri, per così dire, elementarmente umani, ma a un contesto socio-culturale assai specifico. Quali sono la natura e le radici di questo contesto?

    Il dibattito contemporaneo mi sembra muoversi tra due tesi contrapposte – ugualmente estreme, e che è tuttavia interessante mettere a fuoco proprio nella loro radicalità. Entrambe le tesi vedono la cultura criminale che ha sotteso la Shoah come profondamente connaturata all’età moderna e alle sue origini. Ma mentre la prima individua nell’illuminismo e nella Rivoluzione francese le fonti di un’ideologia totalitaria e disumanizzante, la seconda pone invece l’accento sugli esiti deleteri della reazione ottocentesca al razionalismo illuminista e all’esperienza rivoluzionaria.

    La prima tesi trova le sue basi filosofiche nella Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer, e nelle riflessioni che Hannah Harendt e altri pensatori hanno svolto proprio a partire dall’esperienza della Shoah. La sua formulazione più recente e più radicale si deve probabilmente a Zygmunt Bauman, autore di un volume importante come Modernità e Olocausto. In un precedente convegno senese dedicato a Nazismo, fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto (atti editi a cura di M. Flores, Milano, B. Mondadori, 1998), Bauman aveva sostenuto con grande nettezza che "gli orrori del XX secolo derivano dai tentativi pratici di creare la felicità, l’ordine di cui la felicità aveva bisogno, e il potere totale necessario a instaurare quell’ordine" (p. 18). Questi tentativi, tra i quali gli esperimenti nazista e comunista spiccano per la grandiosità degli obiettivi oltre che per l’impatto storico, ereditano per Bauman l’ideale illuminista di un mondo integralmente governato dalla Ragione, di una società perfetta e depurata dai residui di debolezza umana (pp. 24-5).

    I campi di concentramento, il prodotto forse più mostruoso dei totalitarismi, sarebbero l’esito estremo e più conseguente di questa Ragione-in-Atto, di una modernità che punta a una totale adesione della realtà al modello ideale. Bauman pensa ai campi come a una sorta di permanente possibilità antropologica della modernità, un luogo dove si inverano fino in fondo – e paradossalmente – l’utopismo razionalistico e quello spirito rivoluzionario che è convinto di poter programmare fino al dettaglio la vita umana. E laddove Todorov stabilisce un netto confine tra totalitarismo e democrazia, Bauman sembra invece interessato alle aree di intersezione, alla costante possibilità che la logica di un ordine totale progettato e amministrato dallo Stato, volto a eliminare tutto ciò che è di disturbo o anche soltanto superfluo, si insinui nel mondo democratico, magari sotto forme inaspettate. Hannah Arendt scriveva che "le soluzioni totalitarie possono sopravvivere alla caduta dei regimi totalitari nella forma di forti tentazioni che si presenteranno ogni volta che sembri impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in un modo degno dell’uomo" (Ibid., p. 32). Bauman sembra pensare che l’ordine dell’odierno capitalismo dei consumi sia fortemente soggetto a simili tentazioni, pur nel quadro di una programmazione fortemente dispersa, privatizzata e deregolata, e con la seduzione pubblicitaria che ha preso il posto della coercizione, della sorveglianza e dell’addestramento.

    La tesi contrapposta, per tornare al volume Storia, verità e giustizia, trova potente espressione nell’intervento dello studioso israeliano Zeev Sternhell. Storico delle ideologie fasciste, Sternhell le vede come "il nucleo e la variante più radicale di un fenomeno assai più diffuso e assai più vecchio: una revisione complessiva dei valori essenziali insiti nell’eredità umanistica, razionalistica e ottimistica proveniente dall’Illuminismo" (p. 47). Il fascismo, il nazismo e i loro esiti sono sì prodotti del Novecento, legati alla crisi che seguì la Grande Guerra e all’emergere della società di massa; il loro nucleo culturale è tuttavia antecedente, e consiste nella "lotta contro la modernità a livello ideologico, vale a dire contro la tradizione francese e kantiana dell’illuminismo" (pp. 47-8).

    Sternhell include sotto la nozione di "storicismo" questa reazione anti-illuminista, che fa discendere dal movimento protoromantico tedesco e in particolare dal pensiero di Herder. Il "relativismo storico" di Herder, il suo rifiuto di "qualsiasi interpretazione razionale dello sviluppo sociale", la sua insistenza sul Volksgeist o spirito di una nazione, in contrapposizione all’idea di una ragione umana universale e di una altrettanto universale legge di natura – tutto ciò costituirebbe la base di una ideologia reazionaria, volta verso il passato, esasperatamente nazionalista e tendenzialmente razzista, che nell’Ottocento mette salde radici in Germania e in buona parte d’Europa. Questo torbido miscuglio di idee irrazionaliste, di mistica nazionalista, di sfiducia nel progresso e di nostalgie antidemocratiche passa poi nel Novecento, mediato dal grande attacco alla modernità di Nietszche e da quello che Sternhell chiama (in modo piuttosto sorprendente) il relativismo storico e morale di Croce. Fascismo e nazismo ne sono la traduzione politica – ciò che succede quando la reazione anti-illuminista scende nelle strade.

    Le posizioni di Bauman e di Sternhell non potrebbero contrapporsi in modo più netto. Come detto, entrambe sono (volutamente, credo) parziali. Accentuano eccessivamente il peso di movimenti culturali nel determinare gli eventi politici e i corsi d’azione della storia; e, soprattutto, propongono interpretazioni a senso unico e quasi caricaturali di tradizioni di pensiero assai complesse e articolate. Bauman trascura il semplicissimo fatto che sono stati l’illuminismo e la rivoluzione francese a produrre una intera cultura dei diritti umani e un modello politico che lascia ampi spazi di autonomia all’individuo all’interno della società - agli antipodi rispetto al totalitarismo e a quelle sue particolari manifestazioni che sono il lager e il gulag. Sternhell, da parte sua, dimentica il contributo essenziale che il razionalismo positivista ha dato all’affermazione della teoria e della pratica razzista ed eugenetica tra Ottocento e Novecento, e la misura in cui le parole d’ordine del progresso e della modernità scientifica sono state costitutive delle ideologie totalitarie. Per contro e inversamente, dimentica tutti quegli aspetti della tradizione "storicista" che, proprio in virtù dell’antiuniversalismo e dell’opposizione a una visione naturalista delle vicende umane, hanno promosso il rispetto della diversità, la tolleranza, il dialogo - tutti quei valori ai quali i totalitarismi e la "logica dei campi" si oppongono.

    Questi due contrapposti tentativi di rintracciare le radici del "male" del ventesimo secolo, tuttavia, non pongono soltanto un problema di storia delle idee. Si connettono invece direttamente alle questioni che oggi ci affaticano, al dibattito del dopo-undici-settembre sullo scontro fra civiltà, sulla "superiorità" occidentale, sui limiti e i pericoli del cosiddetto relativismo culturale e così via. La tensione difficilmente risolvibile fra universalità dei diritti e particolarità delle culture, tra fedeltà a certi nostri valori e tolleranza per i valori degli altri, che avvertivamo finora su un piano prevalentemente teorico, ci si è manifestata nella sua drammatica concretezza etico-politica. Da dove vengono oggi i rischi maggiori, dalla boria di un’autoproclamata superiorità o dalla sterilità di un relativismo equivoco? E di cosa abbiamo più bisogno, di un approccio orientato verso la ragione, il progresso, l’universalità, o di uno più attento alle culture, alla tradizione, alla particolarità storica? E ancora, a quale modello di agente umano dovremmo far riferimento: la astratta e dappertutto identica soggettività razionale distillata dal secolo dei Lumi, o una romantica pluralità di soggetti storici, irriducibilmente legati a culture e tradizioni particolari?

    Naturalmente, si può dare una risposta generica e di buon senso dicendo che abbiamo bisogno del meglio di entrambe le tradizioni, quella illuminista e quella "storicista", le quali devono temperarsi a vicenda. Ci serve un illuminismo critico e consapevole dei limiti della ragione e dei paradossi del progresso, ma anche una sensibilità per le differenze e le particolarità che non scivoli sui versanti dell’irrazionalismo e del misticismo e non abdichi, come si esprimeva Ernesto de Martino, alle fedeltà della nostra tradizione storica. Eppure, qualche volta, un cauto ed equilibrato buon senso non serve a far progredire il dibattito. Io voglio dire che fra le due tesi sopra esposte trovo particolarmente inaccettabile e pericolosa quella di Sternhell, con la sua svalutazione totale della tradizione storicista, e con il suo implicito suggerimento che la cura per i mali della modernità possa consistere nel ritorno "al razionalismo, all’universalismo e all’idea di progresso derivati dall’Illuminismo francese".

    Anche se non posso qui sviluppare questo argomento, a me pare che riproporre una ragione e un modello di agente razionale di tipo settecentesco non serva molto a capire la situazione che oggi stiamo vivendo – né il processo di globalizzazione, né quello parallelo (e solo in apparenza divergente) di una nuova esplosione di differenze e particolarismi. Si può davvero pensare ai particolarismi culturali, religiosi o "etnici" (come si dice con termine equivoco) semplicemente come a residui arcaici e superstiziosi, irrazionali incrostazioni sulla superficie di una soggettività umana universale e tendenzialmente a-culturale? E si può davvero pensarli come destinati a esser spazzati via sull’unica vera strada del progresso, nella graduale distillazione di un sistema sociale volto a massimizzare l’utilità razionale? Se il nostro problema oggi è capire gli altri senza pretendere che siano uguali a noi, comprendere i grumi di differenze al cui interno gli esseri umani si costituiscono come tali, è piuttosto nella tradizione storicista che possiamo cercare appigli. Incluso il vituperato Herder, che è sbagliato e ingiusto considerare come capostipite del pensiero reazionario, antimoderno e razzista dell’età contemporanea, e di cui oggi dovremmo ricordare il monito, rivolto all’Europa, a non comportarsi da "tiranna che costringe alla felicità tutte le nazioni".



    3. Sull’indebolimento della verità


    Il contrasto tra la tradizione illuminista e quella storicista ha a che fare con un altro problema centrale nel dibattito contemporaneo, quello della verità storiografica e del suo rapporto con la giustizia. A quale oggettività può aspirare la conoscenza storica? In che relazione sta la verità storiografica con la verità dei testimoni della storia? E, infine, in che modo la verità storica può fondare o almeno sostenere pratiche di giustizia?

    E’ abbastanza diffusa l’idea che il (presunto) relativismo della tradizione storicista mini alla base l’idea stessa di verità storica, legittimando potenzialmente ogni tipo di strategia revisionista e negazionista. I recenti approcci "postmoderni", che rifiutano una concezione realista del sapere storico insistendo invece sugli inevitabili processi di plasmazione retorica e letteraria che lo costituiscono, sono spesso i bersagli di simili critiche. La rinuncia a pretese di oggettività sembra trapassare in un inaccettabile disimpegno etico nei confronti dei crimini e delle vittime della storia, o, ancora peggio, in una sorta di complicità con i criminali stessi. L’indebolimento della verità è infatti esplicitamente perseguito dai criminali. Le strategie negazioniste sono parte integrante degli eccidi del ventesimo secolo, appartengono fin dall’inizio al loro progetto; e per contrastarle, sembra che non possiamo fare a meno di una certa dose di oggettività o di realismo epistemologico – dobbiamo poter distinguere con certezza verità e finzione, dire che lo cose sono andate così e così, e basta.

    Tra gli storici che hanno recentemente sostenuto questo punto di vista spicca il nome di Carlo Ginzburg. Partendo da assunti epistemologici tutt’altro che ingenuamente realisti, riassunti nella celebre formula del "paradigma indiziario", Ginzburg ha difeso nelle sue ultime opere una nozione critica ma forte di verità storica, in polemica con il decostruzionismo e con la "svolta retorica" rappresentata ad esempio da Hayden White. E’ significativo che tale polemica si faccia particolarmente dura a partire dal suo libro sul caso Sofri, e dalle considerazioni che lo accompagnano a proposito del rapporto tra giudice e storico (Il giudice e lo storico, Torino, Einaudi, 1991): nonché dal saggio, anch’esso dei primi anni ’90, "Just One Witness", dedicato al problema del negazionismo e della "vera" rappresentazione della Shoah (in S. Friedlander [ed.], Probing the Limits of Representation. Nazism and the "Final Solution", Cambridge, Mass. Harvard University Press, 1992; versione italiana in Quaderni storici, 80, 1992). In questi scritti Ginzburg si pone il problema dell’apporto della storia alla giustizia: e sostiene che questo apporto non può tollerare i sofismi relativistici, e deve invece mirare a un ragionevole livello di oggettività, o almeno a "prove" che possano decidere della verità/falsità di due versioni alternative (le dichiarazioni di Sofri e quelle del pentito Marino, poniamo, o le narrazioni storiche di Primo Levi e quelle del negazionista Faurisson).

    In "Just One Witness" l’obiettivo polemico di Ginzburg è principalmente l’approccio retorico di H. White, di cui egli mostra le radici nell’idealismo italiano, e in particolare nell’assunto gentiliano per cui la storia è sempre una creazione della storiografia (p. 90). In un più recente libro, Rapporti di forza (Milano, Feltrinelli, 2000), la critica si appunta sul decostruzionismo di Derrida e De Man, la cui origine filosofica è con grande nettezza identificata in Nietzsche (a sua volta, per così dire, campione della tradizione storicista) e nel suo celebre passo sulla verità e la menzogna:



    Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti... (cit. in Ibid., p. 25)



    Questo passo, citatissimo nella letteratura decostruzionista, è per Ginzburg non solo paradossale, in quanto implica la rinuncia ad ogni pretesa di conoscere il mondo attraverso il linguaggio (p. 35), ma anche profondamente immorale. Tra la liquidazione della verità e la liquidazione della giustizia il passo è breve: e Ginzburg cerca di dimostrarlo discutendo il caso di Paul De Man, che in nome dell’ironia scettica postmoderna avrebbe nascosto per tutta la vita un passato collaborazionista e antisemita. Il dominio della retorica si traduce così in una strategia di "autoassoluzione individuale e collettiva" (p. 40), e dunque nella rinuncia al concetto stesso di giustizia storica.

    Le osservazioni di Ginzburg sono importanti, e del tutto giustificato il suo richiamo alla nozione di prova. C’è però da chiedersi se si possa accettare – chiamiamolo così – il ricatto etico contro gli argomenti epistemologici del "relativismo" e del decostruzionismo. Soprattutto, mi pare improponibile il nesso tra relativismo (qualunque cosa si intenda con questo termine) e revisionismo o negazionismo. Problematizzare gli aspetti riflessivi e retorici nella costruzione del sapere storico non significa affatto porre sullo stesso piano la verità delle vittime e quella dei carnefici, o considerarle come due "finzioni" ugualmente costruite e ugualmente parziali. Al contrario, proprio per la capacità di penetrare nelle modalità di costruzione del racconto storico, gli approcci retorici possiedono una forte potenzialità critica verso la menzogna e la falsificazione. Chi si è accostato qualche volta ai testi negazionisti, noterà come siano invece essi a prediligere il linguaggio dell’oggettività e la retorica di una verità incondizionata: in essi, il confronto con il senso complessivo di un racconto storico è sostituito da minuziose procedure "fisicaliste", da sequele di presunti dati di fatto, di piccole perizie da tribunale, di tentativi di screditare i testimoni e così via. Ma non basta appellarsi ritualmente alla Verità, o fare ad essa professione di fede, per seguirne la strada.



    4. Il testimone e il racconto storico.


    L’indebolimento postmoderno della verità è parso a molti inaccettabile soprattutto in relazione all’etica della testimonianza. Come si può ridurre allo statuto di fiction quell’atto fondamentale del portare testimonianza da parte di chi i crimini della storia li ha vissuti sulla propria persona, sul proprio corpo, sui propri più cari affetti? Non è offensiva l’idea stessa di "decostruire" queste testimonianze? Non prolunga l’atteggiamento di quegli aguzzini che dicevano alle vittime, come ci rammenta Primo Levi, "anche se vi salverete e racconterete, non sarete credute"? Sembra cioè che la verità testimoniale goda di uno statuto più solido rispetto alla narrazione storiografica, sia in qualche modo meno attaccabile dallo scetticismo relativista.

    Il rapporto tra testimonianza e storiografia è però molto più complesso di così. Su alcuni suoi aspetti ha indirizzato l’attenzione un recente libro di Annette Wieviorka, che si intitola appunto L’era del testimone (Milano, Cortina, 1999; ed. orig. L’Ère du témoin, 1998). Questa studiosa analizza il progressivo emergere nel dopoguerra della figura del testimone individuale come nucleo della memoria collettiva della Shoah. Non è così banale e scontata, come potrebbe oggi apparire, la centralità del ricordo soggettivo, connotato da esperienze specifiche e da forti componenti emozionali, per la nostra rappresentazione del passato; né è scontata l’idea che del racconto della propria vita si possa e si debba fare atto di testimonianza pubblica. Non è così per i primi decenni del dopoguerra, almeno fino al processo Eichmann (1961), che fa emergere per la prima volta il testimone come figura pubblica. Successivamente, questa figura si colloca in un clima culturale in cui la soggettività privata diviene sempre più oggetto di un discorso e di un immaginario diffuso. Contribuisce a ciò la sessantottesca "presa di parola" della gente comune, con l’idea che "il personale è politico"; vi contribuisce la tendenza di radio e televisione a esporre vicende personali, intimi stati d’animo e difficoltà psicologiche, facendo spettacolo della parola e dei sentimenti di quello che un tempo si chiamava "l’uomo della strada". Nel clima culturale dell’occidente mediatico, l’individuo è posto "al centro della società e retrospettivamente della storia. Diviene pubblicamente, da solo, la Storia" (p. 110).

    Questo nuovo clima culturale è di solito valutato positivamente. Combinato con gli sviluppi delle tecnologie di registrazione audio e video, esso produce la grande stagione delle fonti orali, con un progresso storiografico che non mi pare possa esser posto in dubbio. Tuttavia, non mancano ambiguità in questo movimento verso la soggettività e verso una puntiforme storia dal basso – ambiguità che Vieviorka attribuisce non tanto agli storici quanto al discorso mediale e pubblico sulla storia. Tra i suoi principali bersagli c’è la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, la Fondazione creata nel 1994 dal regista Steven Spielberg con l’obiettivo di una raccolta a tappeto delle testimonianze dei sopravvissuti ai lager nazisti. Questa grandiosa impresa di storia orale raccoglie oggi più di 50.000 interviste in video, raccolte in 57 paesi e in 32 lingue diverse. Si avvicina così a quella specie di sogno storiografico che consiste in un immane racconto del passato narrato da tutti coloro che l’hanno vissuto. Sogno, o forse incubo: nel 1998 il direttore della Fondazione calcolava che per visionare l’intero materiale raccolto (allora meno di 40.000 interviste) sarebbero occorsi nove anni e mezzo di lavoro 24 ore su 24. Abituati alla scarsità di fonti, gli storici non avrebbero forse mai pensato di entrare in crisi per un loro eccesso (che non è, occorre notare, semplice ridondanza, giacché ogni vita narrata è diversa dalle altre e ugualmente degna di essere "raccolta" e "tramandata").

    Nell’impresa voluta da Spielberg c’è qualcosa di sacrale, legato a una concezione profondamente ebraica del tramandare la memoria. La Fondazione lancia inoltre una sfida ineludibile alla storiografia, portando alle sue estreme conseguenze le possibilità documentarie offerte dalle tecnologie più avanzate. A Vieviorka non sfugge la ricchezza delle memorie così raccolte, e la qualità della comprensione storiografica che esse possono offrire: ne vede tuttavia anche gli aspetti più pericolosi, legati al tentativo di "sostituire le testimonianze…alla Storia" (p. 128), di confondere il ruolo del testimone con quello dello storico o, come talvolta accade, con quello dell’insegnante. Il discorso del testimone, in sé perfettamente legittimo e indispensabile, è oggi spesso incastonato all’interno di stereotipi socio-politici e mass-mediali che ne mutano il senso. Attraverso di esso, le categorie politiche si volgono in categorie psicologiche, il linguaggio del cuore tiene il posto del linguaggio della ragione.

    Il testimone stipula un "patto di compassione" con colui che l’ascolta […] Il protocollo di compassione dispone una messa in scena fondata sull’esibizione dell’individuo, della sua specifica sofferenza, e pone l’accento sulla manifestazione delle emozioni e sulla espressione corporea. Per quanto riguarda la ricezione, l’identificazione con le infelicità e l’empatia con le sofferenze costituiscono la molla dello slancio di compassione (p. 153)

    E’ un meccanismo comunicativo che con le dovute differenze può essere accostato a quello della cosiddetta "televisione dell’intimità" – i programmi in cui persone comuni danno pubblica espressione alle loro relazioni e ai loro affetti o dolori più privati, guidati da abili (e cinici) conduttori, spiati da registi pronti a cogliere il primo tremito delle mani o la prima lacrima non trattenuta, trasformate immediatamente in percentuali di ascolto. E’ in questa dimensione, osserva Vieviorka, che il nazismo e la Shoah sono prevalentemente presenti nello spazio pubblico (Ibid.). E questa prevalenza delle memorie individuali può risultare d’ostacolo alla formulazione di un autentico racconto storico: in che modo, ella si chiede, possiamo "fare appello alla riflessione, al pensiero, al rigore quando i sentimenti e le emozioni invadono la scena pubblica"?

    La critica di Vieviorka è forse eccessiva e provocatoria, ma coglie punti importanti. Intanto, mostra come la testimonianza non possa considerarsi in alcun modo una inattaccabile base della oggettività storiografica, e vada semmai intesa come fonte da trattare criticamente e da collocare all’interno di un racconto storico che è comunque costruito, fabbricato. In secondo luogo, pone il problema del rapporto tra il sapere storico e il discorso o l’immaginario pubblico e, in particolare, mediale. L’ "era del testimone", come la chiama Vieviorka, è caratterizzata da un netto declino del ruolo sociale dei saperi specialistici, incluso quello storiografico. La democratizzazione comunicativa, mentre da un lato diffonde informazioni e conoscenze in modo diffuso e senza precedenti, dall’altro ha l’effetto di indebolire l’autorità dei "saperi esperti", in particolare quelli scientifici. Alla logica argomentativa del sapere esperto si sostituisce nell’universo mediale la logica dell’opinione e della spettacolarizzazione. Dalla medicina alla politica, sia pure in gradi diversi, il discorso pubblico si presenta come un proliferare di voci che, per così dire, partono tutte ugualmente da zero, senza rendite pregresse di posizione. Si può sostenere qualsiasi punto di vista: il fatto stesso di parlare di fronte a un microfono o a una telecamera dà legittimità a ciò che viene detto: ed è la drammaticità, il taglio retorico, la spettacolarità della presenza mediale a decidere da che parte sta la ragione.

    Si potrebbe sostenere che l’altra faccia dell’indebolimento autoriale di storiografica e scienze umane è il negazionismo. Come mostra piuttosto bene l’analisi del discorso negazionista svolta da Valentina Pisanty (nell’intervento in Storia, verità, giustizia e, più ampiamente, nel volume L’irritante questione delle camere a gas, Milano, Bompiani, 1998), esso è interamente incentrato sul tentativo di presentarsi come una plausibile opzione in un dibattito d’opinione. Le sue strategie retoriche mirano, come scrive Pisanty, a



    dare l’impressione, del tutto illusoria, che sia in corso un serio dibattito storiografico tra la "storiografia ufficiale" (o "sterminazionista") da un lato e la "storiografia revisionista dall’altro" (p. 370).

    I negazionisti tentano di portare il problema della verità storica sul piano della querelle polemica, dello scontro personale, come in quei dibattiti politici in televisione (così diversi da quelli di soli vent’anni fa) in cui i contendenti si urlano in faccia slogan accompagnati dagli applausi e dai fischi di rumorosi sostenitori. Rivendicano una par condicio per le loro posizioni, un potenziale cinquanta per cento di consensi da cui partire. La già notata insistenza sui dettagli fattuali e su una retorica della verità-falsità è solo l’altra faccia di questo atteggiamento da polemisti mediali. Due modi complementari di sfuggire alle norme del discorso storiografico e della comunità scientifica che lo sostiene. Fa parte di questa strategia la tendenza ad autorappresentarsi come una minoranza illuminata ma esclusa, perseguitata dal bieco e pavido consenso di una maggioranza di intellettuali asserviti al Grande Complotto. E’ su questo piano (oltre che per gli elementi di anti-sionismo) che il negazionismo ha attratto l’attenzione di certi settori della sinistra radicale: valga il discusso caso di Noam Chomski, che ha scritto la prefazione a un libro di Faurisson in nome della libertà d’espressione.

    Si potrebbe anche osservare come, ben al di là del revisionismo storico, questo paradigma comunicativo basato sull’indebolimento dei saperi esperti, su un peculiare populismo antiintellettualista e sulla teoria del complotto assuma sempre più spesso preminenza sociale e politica. Un caso clamoroso come quello del dottor di Bella, ad esempio, può esser compreso solo sullo sfondo di un simile scenario. Lo stesso può forse dirsi di molte delle strategie politiche dell’attuale destra italiana, e del suo leader in modo particolare. In perfetta buona fede, egli riterebbe certamente giusto riscrivere la storia sulla base di un sondaggio d’opinione.



    5. Verità e giustizia.

    Vorrei infine accennare al problema del rapporto tra sapere storico e giustizia, centrale nel volume curato da Flores. Anche qui, possiamo schematicamente contrapporre due punti di vista. Da un lato, molti interventi nel volume citano il Marc Bloch di Apologia della storia, con la sua netta divaricazione etica ed epistemologica tra il lavoro dello storico e quello del giudice. La comprensione cui lo storico aspira è per Bloch incompatibile con l’esigenza di assolvere o condannare. "Non si può condannare o assolvere senza prendere partito per una tavola di valori che non deriva da nessuna scienza positiva", scriveva nel 1943 (mentre, come cittadino, formulava invece giudizi precisi e si impegnava nella Resistenza). E aggiungeva che "per intendere una coscienza estranea, separata da noi dall’intervallo delle generazioni, occorre quasi spogliarsi del nostro io; per dirle il fatto suo, basta restare se stessi. Lo sforzo è certamente meno gravoso" (cit. nel saggio di Mariuccia Salvati, p. 143). In altre parole, la compensione storica implica una sorta di atteggiamento antropologico, un apprezzamento dall’interno e quasi empatico della diversità dei contesti socio-culturali, che contrasta con l’atteggiamento esteriore del giudice, il quale per definizione non volge mai in dubbio le norme di riferimento e il contesto che dà loro significato.

    Questo punto di vista è sostenuto con forza particolare da Karol Modzelewski, storico medioevista polacco che è anche stato uno dei protagonisti del movimento di Solidarność. Egli mette in guardia dal confondere il ruolo di storico con quello di attore della storia. Non si puň confondere il pesce con l’ittiologo, afferma, e non si può essere storici di eventi vissuti in prima persona: la partecipazione personale, la memoria diretta degli eventi (sempre parziale e soggettiva) non solo non aiutano la ricerca, ma la ostacolano. Al contrario, come per Bloch, Modzelewski ritiene che la comprensione richieda un processo di identificazione antropologica col punto di vista degli altri: occorre attraversare la diversità che da essi ci separa, e ciò richiede un certo grado di empatia e perfino di simpatia (p. 135) E’ questo, si potrebbe osservare, che rende così difficile studiare la violenza: o partiamo da una sua condanna dall’esterno, il che ci rende difficile comprenderla, o cerchiamo di calarci antropologicamente nei panni degli assassini e del loro contesto culturale, etico e psicologico, e allora la comprensione rischia troppo facilmente di trasformarsi in giustificazione. Il dibattito degli anni ’90 aperto da Uomini comuni di Browning si è incentrato in buona parte attorno a questo dilemma.

    Per tornare a Modzelewski, il suo monito a non confondere comprensione storica e condanna morale o giuridica non è un semplice richiamo a una distaccata oggettività dello storico, il quale constaterebbe i fatti lasciando agli altri il giudizio. Ciò che egli teme è la strumentalizzazione del lavoro storico all’interno di processi politici che rispondono a logiche diverse da quella di una giustizia in qualche modo "pura" In particolare nelle epoche di "transizione", come quella attraversata in questi anni dall’Europa dell’Est, il giudizio sul passato è costantemente soggetto a "trappole", a "rischi di manipolazione", legati in particolare alla "sindrome del capro espiatorio":

    Modzelewski applica queste considerazioni al contesto politico della Polonia di oggi, dove vede un chiaro tentativo di convolgere la conoscenza storica e il giudizio sul regime comunista in questioni politiche interne e attuali: in particolare, nella delegittimazione e nella messa al bando di un partito, l’Alleanza della Sinistra Democratica, che del comunismo viene considerato l’erede. Ma molti altri esempi, anche italiani, si potrebbero trovare per questi rischi di uso strumentale e decontestualizzato della conoscenza storica.

    Abbiamo dunque un richiamo al distacco conoscitivo della storiografia e alla sua netta separazione dal giudizio e dalla pratica etico-politica. A questa cautela si contrappone, d’altra parte, la diffusa convinzione che la storia possa e debba servire la causa della giustizia, in particolare nel caso dei grandi crimini di massa. L’imperativo del "never again", "affinché non accada mai più", che domina oggi il discorso pubblico sulla Shoah, trova nella storia uno strumento indispensabile. Occorre conoscere il cattivo passato, come si dice, perché non si ripeta.Anzi, è solo attraverso la storia che si può arginare la tendenza a negare i crimini che, come abbiamo visto, è profondamente connaturata ai crimini stessi. In questa prospettiva, proprio in virtù del suo sapere tecnico e della "oggettività" del suo approccio, lo storico si trova collocato in una dimensione di chiaro impegno etico e politico.

    Si sostiene anche spesso che l’inevitabile coinvolgimento emotivo nello spettacolo dei crimini di massa rende impossibile, per lo studioso, il freddo distacco della teoresi, implicando invece un coinvolgimento emotivo che può ostacolare ma anche vivificare lo sforzo conoscitivo. Come si sono espressi nel convegno senese gli studiosi uruguayani Marcelo Viñar e Maren Ulriksen Viñar, in un intervento molto bello sulla violenza politica e sul terrore di Stato in Sudamerica,



    in tale argomento, la distanza politica e quella epistemica hnno confini incerti. Per quanto concerne tale materia di studio non c’è alcuno spazio per l’oggettività e la neutralità, bensì solo per atteggiamenti di coinvolgimento emotivo [...] Abbandoniamo dunque l'erronea convinzione per cui uno sguardo oggettivo è la sola verità possibile, mentre è, a dire il vero, al servizio dello status quo (p. 204)

    Il caso dei desaparecidos di cui parlano i Viñar presenta in effetti una particolare saldatura tra l’istanza di giustizia e quella di conoscenza storiografica – entrambe impegnate principalmente ad affermare la realtà di crimini che ufficialmente non esistono Stabilire la verità e fare giustizia nei confronti delle vittime del terrore rappresentano un unico obiettivo. Le vittime della tortura o i familiari dei desaparecidos, di cui sono state distrutte le soggettività e i legami sociali primari, hanno bisogno per reinserirsi nella società non solo di veder riconosciuto quanto è accaduto, ma di poterlo "re-inscrivere simbolicamente" (p. 215), collocarlo in narrazioni dotate di senso. E questo è lavoro per gli storici – oltre che per gli psicoanalisti, quali i Viñar sono.

    Essi sono d’altra parte consapevoli che nelle situazioni di transizione, come quella che caratterizza attualmente molti Stati sudamericani, emerge una potente esigenza sociale di amnesia. La comunità nazionale esce dal terrore spaccata in due: coloro che sono stato colpiti e danneggiati, e coloro che hanno colpito o che almeno sono usciti incolumi. Evitare questa frattura, ricostituire un tessuto sociale compatto, implica una "ingiunzione all’oblio", un divieto di rievocare il dolore se non in forme innocue e controllate (lo stesso meccanismo che ha attenuato la portata delle epurazioni e della giustizia nell’Italia del dopoguerra, come mostra l’intervento di Mariuccia Salvati). Si apre così un irrisolvibile dilemma tra sicurezza e giustizia: e di fronte a questo, scrivono i Viñar, "le deboli democrazie hanno scelto di dare alla sicurezza la priorità sulla giustizia" (p. 218). Ma i traumi non sanati, non "elaborati" e "simbolizzati", sono destinati a ripresentarsi. Vi è dunque per questi studiosi una fondamentale responsabilità etica, cui lo storico non può sfuggire, che consiste nel "costruire una narrazione dell’orrore", nel contribuire a una memoria sociale che includa l'esperienza delle vittime e non le isoli.



    6. Verità, memoria sociale, uso pubblico della storia.



    Abbiamo dunque da un lato il richiamo al distacco teoretico, dall’altro quello a un rapporto partecipato tra storico e vittime dei crimini, un rapporto che nella versione dei Viñar ha qualcosa del transfert psicoanalitico. Sono compatibili queste due prospettive? Il limite della prospettiva di Medzelevski sta nel fatto che, per condannare palesi strumentalizzazioni, egli rischia di delegittimare ogni uso pubblico della storia. Occorre invece ribadire che la storia può e deve essere usata pubblicamente, e che gli storici non possono fare a meno di impegnarsi consapevolmente e criticamente nel dibattito pubblico. E’ d’altra parte indubbio che storico e giudice sono guidati da obiettivi diversi e da diverse regole epistemologiche. Come sottolinea Flores nelle conclusioni del volume, è illusorio pensare di equiparare verità giudiziaria e verità storica, o pensare di porre quest’ultima sul piano di una perizia tecnica a oggettivo supporto della prima. "La storia, diversamente dalla giustizia, non ha vestali riconosciute che mettano un punto fermo (la verità giurudica) alle vicende in discussione; la storia è necessariamente oggetto di una revisione continua e il suo canone è certamente più ambiguo di quello della giustizia penale" (p. 380).

    Lo stesso può forse dirsi del rapporto tra la storiografia e quella che potremmo chiamare memoria sociale, vale a dire i processi di rievocazione, monumentalizzazione e attribuzione di significati etico-politici a eventi del passato. La ricerca e il racconto storico sono necessariamente di supporto ai discorsi pubblici che si sviluppano in tal senso (inclusi, ad esempio, i discorsi commemorativi della Shoah, o quelli relativi alle guerre o alla Resistenza), ma non coincidono con essi. Nel dibattito sui limiti etici alle possibilità di rappresentazione della Shoah, cui già ho fatto cenno, questo punto è stato individuato con grande chiarezza da Hans Kellner (""Never again" is now", History and Theory, 33 [2], 1994; poi in The Postmodern History Reader, a cura di K. Jenkins, London, Routledge, 1997, pp. 397-412). Kellner vede una fondamentale tensione tra l’obiettivo del discorso pubblico e celebrativo sulla storia, che ha natura essenzialmente conservativa, e il discorso della storiografia professionale che è invece essenzialmente innovatore – revisionista, potremmo dire se questo termine non fosse così negativamente caratterizzato nella discussione odierna.

    Il discorso pubblico tende ad attribuire agli eventi del passato significati stabili, quasi sacrali, e a tramandarli attraverso versioni che potremmo ben chiamare "mitiche" e attraverso pratiche rituali. La fedeltà a certe interpretazioni del passato è qui il valore positivo, e i mutamenti interpretativi sono visti come potenziali attacchi. La posta in gioco è la difesa di certi valori etico-politici, che appaiono legittimati e rafforzati dal radicamento storico. La professione storiografica, al contrario, per le sue caratteristiche sociologiche prima ancora che per il suo statuto epistemico, tende a valorizzare l’innovazione conoscitiva, la critica ai resoconti e alle interpretazioni esistenti, la moltiplicazione dei punti di vista. Il successo di un’opera o la carriera di uno studioso possono dipendere dalla misura in cui quest’opera e questo studioso presentano nuove acquisizioni e si distanziano dal panorama precedente degli studi. Mentre il discorso pubblico o la memoria sociale tendono a costruire monumenti, il discorso storiografico tende a demolirli. Il primo è contripeto, il secondo centrifugo. E’ per questo, afferma Kellner (op. cit., p. 411), che la moderna professione storica non risponde bene a funzioni cerimoniali e monumentali, né a quelle di sostegno di stabili interpretazioni del passato. Lasciata alla sua intima logica, la storiografia accademica e professionale tende a "usurpare la storia", nel senso che a questa espressione si attribuisce nel discorso pubblico.

    Questa tensione fra memoria sociale, professione storiografica, etica (e pratica) della giustizia mi sembra un nodo fondamentale nel dibattito sull’uso pubblico della storia. Per quanto in tutti e tre gli ambiti ci si appelli alla verità storica, questa nozione ha in ciascuno di essi un significato molto diverso; ed è difficile dire che una di queste verità è più "vera", più importante o gerarchicamente superiore alle altre. La saldatura non è impossibile, a patto però che si mantenga una distanza critica. Soprattutto, è illusorio pensare che la verità storica rappresenti un fondamento oggettivo, o un presupposto (logico e cronologico) per il discorso pubblico sulla memoria dei crimini di massa. Si potrebbe forse sostenere il contrario: e cioè che il sapere storico può svilupparsi solo dove e quando si siano create le condizioni politiche per la condanna dei crimini e per l’articolazione di un corrispondente discorso pubblico. Come scrive Ruti Teitel nel suo intervento al convegno senese,



    E’ la verità a permettere cambiamenti politici liberali, o sono i cambiamenti politici a permettere il ripristino di un governo democratico e il racconto della verità?E ancora, come può esattamente la verità impedire una catastrofe futura? La preseunzione teorica per cui è la verità in sé a essere liberatrice – e di conseguenza che la verità sia in grado di condurre alla democrazia – è sembrata errata quasi ovunque sotto il profilo della realtà pratica (p. 270).



    L’intervento di Teitel, "Giustizia di transizione come narrativa liberale", mostra meglio di ogni altro saggio del volume l’intreccio strettissimo tra i processi penali, la narrazione storiografica e la costruzione della memoria sociale. Questi livelli si influenzano a vicenda, e contribuiscono alla costruzione di una rappresentazione condivisa del passato strutturata su precisi modelli retorici. Analizzando i racconti (sia letterari sia "veritieri") dei periodi di trasformazione politica che seguono a un potere repressivo, ad esempio nell’America Latina e nell’Europa dell’Est, Teitel vi scorge all’opera una medesima matanarrazione, incentrata sulla rivelazione di conoscenze segrete, di informazioni precedentemente occultate, di appropriazione di una nuova verità. Questa profonda struttura metanarrativa suggerisce che la transizione sia appunto guidata dalla verità, che il cambiamento, come si è espresso Václav Havel, sia un passaggio dal "vivere nella menzogna al vivere nella verità" (cit. a p. 271). Si sostiene, esplicitamente o implicitamente, che "se ci fosse stata prima la conoscenza, le cose sarebbero andate ben diversamente. E, al contrario, ora che la verità è stata pubblicamente resa nota, la realtà avrà un corso assai diverso" (Ibid.).

    Teitel valuta questo modello narrativo in una prospettiva non descrittiva (come detto, il rapporto tra verità e mutamento che esso pone è per molti versi illusorio) ma normativa. Ritenere che la verità guidi la transizione è a suo parere il valore-guida del liberalismo politico: dunque i racconti di transizione svolgono una fondamentale funzione pedagogica nel modellamento di una identità liberale (p. 274). Si dovrebbe estendere questa analisi retorica all’attuale discorso pubblico sulla Shoah e sui crimini del Novecento. L’argomento del "conoscere il cattivo passato perché non si ripeta", con i relativi viaggi guidati ad Auschwitz, interventi di testimoni nelle scuole, documentari televisivi, o conferenze organizzate per la Giornata della Memoria, dovrebbe esser considerato in questo quadro: cioè come una propedeutica o un’autocelebrazione dei valori di una società e di un’epoca che si ritiene al di là dei crimini. C’è in tutto questo un fondamentale elemento di fiction. Il discorso del "mai più" si presenta più o meno così: dobbiamo conoscere la verità storica e, sulla base di questo oggettivo fondamento, condannare certi valori e sceglierne altri. Ma l’analisi storica ci mostra un processo piuttosto diverso: vi sono mutamenti di scenari politici e di quadri di valori al cui interno matura la possibilità (e forse l’inevitabilità) di certe narrazioni del passato, di un certo senso della verità storica.

    Qui il problema si fa piuttosto intricato. Si può dire delle narrazioni liberali di transizione, così come di un certo discorso pubblico sulla memoria, che si fondano su una inaccurata descrizione dei rapporti tra verità, trasformazioni politiche e giustizia. D’altra parte, queste forme di discorso (e le pratiche sociali ad esse legate) hanno grande importanza civile ed educativa: promuovono valori e ideali normativi centrali per una democrazia liberale. E’ per questo che, come abbiamo visto, gli attacchi ("relativisti", "decostruzionisti") a nozioni troppo forti della verità storica sono visti come attacchi agli stessi valori liberal-democratici. Ma è davvero necessario accettare questa equazione?

    Non è possibile fondare una memoria civicamente impegnata su narrazioni più scettiche o autoriflessive? In altre parole – è il dubbio con il quale chiudo – non potrebbe l’ironia postmoderna rivelarsi uno scenario di giustizia storica migliore di quella aperto da una Verità che dopotutto, sul piano pratico, non ha poi dato così grande prova di sé?



    pubblicato su www.antropologie.it il 03.02.2003

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    dal quotidiano LIBERO di oggi 17 febbraio 2005:

    " « A Primavalle bruciato il mito della sinistra »

    di FAUSTO CARIOTI

    ROMA - « Ci sono state varie ipoteche morali esercitate nella scena politica italiana dalla sinistra. Ipoteche che il corso degli avvenimenti, anche con le notizie di questi giorni sulla strage di Primavalle, sta smantellando in modo impietoso. Mettendo alla luce un verminaio di coperture, di ricatti, di omertà simili a quelle mafiose » . Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, cerca parole pesanti come pietre - verminaio, ricatti, omertà, mafia - per tirarle su ciò che resta del mito della verginità morale della sinistra italiana. Primo: di quale superiorità morale parla? « La politica italiana è stata dominata dalla pretesa che ci fossero due aree, quella della sinistra ufficiale e quella della sinistra extraparlamentare, dotate di una superiorità etica rispetto al centro e al centrodestra. Lo stesso mondo dell'estremismo di sinistra è stato presentato in chiave romantica da una lunga produzione culturale e giornalistica: magari utopistico e velleitario, ma comunque al di sopra di ogni sospetto morale » . Chi ha fatto le spese di questa pregiudiziale? « Intanto la Democrazia cristiana, attraverso la cosiddetta " teoria del doppio Stato", per cui si sosteneva che la Dc era al potere non grazie al consenso elettorale, ma per via dell'azione congiunta della Cia, dei servizi deviati e della massoneria. Quindi il Partito socialista, nei confronti del quale è stata esercitata una sorta di damnatio: " il partito dei ladri" e così via. E poi, vittime di argomenti analoghi, tutti i partiti laici » . Qualche problemuccio morale, visti i modi con cui si finanziava, il Pentapartito l'ha avuto. « Sul terreno del finanziamento irregolare della politica, l'unica differenza del Partito comunista rispetto agli altri èquella di essersi mostrato più abile: professionale, diviso in compartimenti, dotato di un rapporto diretto con le aziende cooperative. Ricordiamo episodi come la dazione di un miliardo di lire portata da Raul Gardini e Sergio Cusani nella sede del partito comunista, per la quale Cusani è stato c o n d a n n at o » . Non tutti possono permettersi il lusso di farsi un partito- azienda. « Guardi che il primo partito- azienda italiano è stato il Pci, che ha incorporato in sé la Lega delle cooperative, la Unipol e, tramite il Comune di Siena, il Monte dei Paschi » . Si diceva della presunta verginità morale dei gruppi extraparlamentar i. « Accanto alla loro dimensione estremista vi erano aspetti ben più inquietanti. Innanzitutto il ricorso alla violenza con grande spregiudicatezza e un sistema di finanziamento che, nel caso di Lotta Continua e di Potere Operaio, spesso finiva per alimentarsi tramite le rapine. Finché un pezzo di PotOp e del servizio d'ordine di Lotta Continua si sono tradotti in Prima Linea e nelle Brigate Rosse. Su tutto questo, nel corso degli anni, si èesercitata un'operazione di rimozione e di copertura » . Mica sempre. Alla fine, sull'omicidio dei fratelli Mattei a Primavalle è arrivata la luce: Achille Lollo ha parlato. « Se non fosse intervenuta l'assoluzione per prescrizione - prescrizione dovuta non certo alla legge Cirielli, ma al fatto che alcuni magistrati ebbero la faccia di bronzo di definire " omicidio preterintenzionale" un tentativo di strage - senza questa assoluzione, dicevo, e senza l'idiozia e l'arroganza di Lollo, sarebbe ancora tutto coper to » . Ora, però, si capiscono alcune cose. « Si capisce quello che successe al Messaggero. Si capisce perché la famiglia Perrone si ruppe, perché Ferdinando decise di dare al giornale una linea diversa. All'epoca, il quotidiano romano dipinse Lollo come una specie di martire politico. Perrone doveva coprire la figlia, finita nei guai per questa vicenda di Potere Operaio » . Ci sono ancora zone di omertà? « Certo. È rimasta coperta tutta un'area di intellettuali di media- alta borghesia che giocava con le Brigate Rosse, aiutandole anche finanziariamente. Del resto bastava sentire l'ex leader di PotOp Oreste Scalzone, l'altro giorno, quando ha detto che denunciare i propri complici è un delitto più grave dell'assassinio. Questo ci dà il metro della vera qualità morale di quest'area » . Cos'altro resta da scoprire ? « È ancora quasi tutto da scoperchiare il capitolo degli interventi del Kgb e della Stasi nella vita politica italiana. Qualcuno ègià emerso, come la scissione del Psi nel ' 64. Ma c'èuna lunga serie di interrogativi che merita risposta. Ad esempio capire come mai i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda trovarono rifugio proprio a casa della figlia di Giorgio Conforto, la principale spia del Kgb in Italia » . C'è omertà anche attorno alle ultime Br? « C'è il dubbio che sia tuttora a piede libero chi, in questi anni, ha indicato agli assassini i bersagli da colpire nel mondo del giuslavorismo e ha scritto gli ultimi documenti di rivendicazione, in particolare quello per l'omicidio di Massimo D'Antona » . Storia parallela, quella dei finanziamenti illeciti e dell'eversione di sinistra, anche per quanto riguarda l'atteggiamento della magistratura... « C'èsta to un estremismo di destra pericoloso e bombarolo. Giustamente è stato colpito senza pietà, e in un caso, quello di Bologna, con un grande dubbio: pare debba essere per forza una " strage fascista", mentre può essere anche di matrice mediorientale. Se andiamo invece a vedere le vicende dei terroristi di sinistra, come sono usciti dal carcere, si vede che da parte di una certa magistratura c'è stato un atteggiamento diverso. Forse c'è tuttora » . Diverso cioè complice? « Diverso nel senso che in molti casi c'è stata una difficoltà psicologica da parte dei magistrati, derivante dal loro percorso culturale. Non dimentichiamo che per anni Magistratura democratica è stata divisa tra chi si riconosceva nella linea del Pci, che era anche di perseguimento nei confronti dell'estremismo di sinistra, e chi in quell'estremismo si collocava » . Alla fine, però, anche se falso, il mito della superiorità morale della sinistra si è rivelato redditiz i o. « Siamo arrivati a nobilitare chi sparava o spaccava la testa, mentre invece era un ladro chi otteneva finanziamenti irregolari per la politica » .
    "


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    " il comunismo nella recente storiografia

    non una rivoluzione sfortunata, ma un movimento contrario all’idea di progresso che ebbe successo a causa della difficile situazione sociale del nostro continente, risulta dagli scritti di Nolte, Furet, Conquest, Pipes. Il comunismo potrebbe essere definito come l’idea di gestire i problemi sociali attraverso un sistema autoritario.



    di Luciano Atticciati



    Per lungo tempo si è ritenuto anche da parte degli storici che il comunismo fosse un movimento progressista e appartenente all’area della democrazia, sia pure di una concezione molto particolare della stessa, diversa dalla concezione liberale. Tale visione contrasta apertamente con i risultati dei regimi comunisti. I regimi comunisti furono fortemente autoritari, contrari a qualsiasi forma di dibattito anche all’interno del mondo non-borghese, i regimi comunisti erano nazionalisti e hanno combattuto numerose guerre fra di loro, i regimi comunisti non valorizzavano la cultura, non solo nel senso che impedivano la libertà di pensiero, ma proponevano opere letterarie e artistiche a contenuto sostanzialmente propagandistico non diverse da quelli di altri regimi autoritari. I regimi comunisti realizzarono non una società aperta, non una maggiore giustizia sociale, ma un sistema dominato da una burocrazia corrotta e privilegiata.

    Tutto ciò non ha potuto lasciare indifferenti gli storici che ritengono inaccettabile l’idea di un movimento democratico-progressista divenuto sucessivamente conservatore-autoritario per cause contingenti. In realtà il fideismo a lungo presente in una parte della politica e della cultura ha impedito una corretta valutazione del comunismo, oggi sempre più lontano da Marx. Il filosofo tedesco aveva tentato di dare una facciata moderna ad una dottrina che proponeva una società perfetta, dove gli uomini lavoravano e producevano per una organizzazione centrale, e il governo, un governo investito di grandissima autorità morale, provvedeva al bene del cittadino. Ovviamente il bene del cittadino veniva deciso d’autorità, e nessuno si poneva il problema che gli individui avessero esigenze diverse e intendessero gestirsi autonomamente la propria vita. Si trattava quindi di un sistema assolutamente immobilista, dove nessuno si preoccupava dei miglioramenti e dei cambiamenti, una specie di teocrazia laica. Richard Pipes condivide l’idea che gli aspetti moderni del comunismo siano sostanzialmente fittizi, il comunismo con la sua sfiducia nelle capacità dell’individuo, ha creato una società centralizzata dove una potente casta, quella dei burocrati, ha realizzato un sistema di privilegi ben superiori a quelli contestati dei capitalisti. “Non meno fallace” ha scritto lo storico inglese “è la nozione marxista che la natura umana sia infinitamente malleabile e quindi che una combinazione di istruzione e coercizione possa produrre esseri liberi dall’avidità e desiderosi di dissolversi nel corpo sociale in cui, come aveva immaginato Platone, il privato e l’individuale fossero completamente banditi”. E conclude: “Il comunismo non è stata una buona idea che ha avuto un cattivo esito; è stato una cattiva idea”. In Il regime bolscevico, Pipes arriva alla conclusione che il regime di Lenin fosse sostanzialmente la continuazione di quello zarista. Autocrazia, assenza di proprietà privata (introdotta in forma piena solo negli ultimi anni dello zarismo), assenza di diritti indivuali e controllo dell’informazione da parte dello stato, costituiscono gli elementi in comune dei due regimi. Le conclusioni di Pipes coincidono con quelle di molti pensatori (fra i quali Mazzini) per i quali era evidente che la grande autorità prevista dai comunisti nella direzione dello stato non avrebbe lavorato per il bene dell’umanità e delle classi disagiate, ma piuttosto, come tutte le autorità sciolte da vincoli, esclusivamente per il proprio interesse.

    Tuttavia il comunismo ha avuto un enorme successo, non in paesi come quelli anglosassoni ben avviati alla democrazia, ma in quelli dove maggiore era la miseria, l’ignoranza, l’incapacità di utilizzare i propri diritti per il raggiungimento dei propri fini. Il successo di leader violenti e privi di scrupoli morali non si sarebbe potuto realizzare se non in società dove la disperazione spingeva gli uomini a tutelare i propri interessi nel disprezzo dei diritti di coloro che appartenevano ad altri gruppi e ad altre classi sociali. Quando sorse la rivoluzione bolscevica in Russia, nei paesi avanzati molti uomini della sinistra e del sindacato ritenevano che gli operai avrebbero ottenuto maggiori benefici dall’utilizzo dei normali strumenti della democrazia che non dalla lotta violenta per l’instaurazione di una dittatura di classe, ma il fideismo ha spinto molti a scelte diverse.

    Lo storico tedesco Ernst Nolte insiste molto sul concetto di una grande guerra civile europea combattuta successivamente alla Rivoluzione del 1917, e sull’idea del Novecento come secolo violento in cui hanno prosperato le ideologie più brutali. Per Nolte la rivoluzione bolscevica, con la sua violenza e il suo dispotismo esasperato ha creato una situazione di sgomento in Europa, non solo negli ambienti conservatori, ma anche fra intellettuali e leader politici moderati e della sinistra. Non solo l’establishment, ma anche quei ceti medi che per un certo periodo guardavano alla sinistra moderata per ottenere un sistema politico diverso e maggiore spazio nella società, si orientarono successivamente verso la destra. Significativo al riguardo è che in Germania, il paese maggiormente esposto alla rivoluzione, la repressione del movimento comunista avvenne ad opera di un governo socialista, quello di Ebert, cosciente della fine che i socialisti avevano fatto nella vicina Russia. Il nazismo è il fascismo sarebbero quindi per lo studioso tedesco una reazione delle classi medie e superiori al mondo della violenza comunista, e Auschwitz la reazione al Gulag, in un progetto che prevedeva l’uso degli stessi strumenti degli avversari: “chi rigetta da un punto di vista morale l’una menzogna e l’un assassinio e passa sotto silenzio l’altra menzogna e l’altro assassinio agisce in maniera nettamente immorale” scrive Nolte a conclusione di Nazionalsocialismo e Bolscevismo. Sebbene fascisti e comunisti abbiano militato su fronti opposti, uno schierato a fianco della classe operaia e l’altro a fianco di quella borghese, non mancavano elementi in comune. All’interno del partito nazionalsocialista si aveva una componente estremista vicina idealmente a quella comunista, e molti gruppi animati da forte fanatismo passarono dal partito di Hitler a quello comunista e viceversa. In Gli anni della violenza, Nolte riporta le contestazioni di molti uomini della sinistra nei confronti del comunismo e del leninismo in particolare. Così per Kautsky il bolscevismo era il “socialismo dei tartari”, mentre per Turati “l’ubriacatura bolscevica delle masse” favorì il sorgere del fascismo. Anche per due importanti leader italiani, Sturzo e Nitti, il comunismo e il fascismo avevano in comune il disprezzo per l’idea di libertà.

    Per lo storico inglese Robert Conquest fascismo e comunismo avevano molti elementi in comune ed erano figli della stessa situazione di disperazione sociale che aveva spinto molti a scelte inconsulte. Nel comunismo era presente poi una certa tendenza al messianesimo. “Idee che pretendevano di risolvere tutti i problemi e che invece si sono rivelate fallaci o deludenti hanno sconvolto innumerevoli menti”, ha scritto lo storico inglese nell’introduzione de “Il secolo delle idee assassine”. Le rivoluzioni o le semplici innovazioni liberali non hanno eliminato tutte le situazioni difficili della nostra società, però Conquest ricorda che in oltre un secolo in Inghilterra si ebbero poco più di un centinaio di morti in disordini sociali, e che perfino sotto l’oppressiva monarchia zarista si ebbero non più di alcune migliaia di morti per motivi politici, le vittime del comunismo solo in Unione Sovietica furono invece dell’ordine di milioni, e il massacro di alcuni gruppi umani non aveva alcuna logica nemmeno dal punto di vista del comunismo. Nella stessa opera si riporta il pensiero di molti esponenti marxisti. Secondo il leader comunista ungherese Kadar: “Il compito del leader non consiste nel realizzare i desideri e i voleri delle masse. Il compito del leader è tradurre in realtà gli interessi delle masse”. Si tratta di un punto sicuramente essenziale della dottrina, il governo doveva realizzare non la volontà generale della popolazione, ma ciò che riteneva fosse il bene della stessa, implicitamente ammettendo che i cittadini fossero incapaci di sapersi gestire. La medesima idea di una società non capace di evolvere autonomamente rappresenta una delle idee cardine di Lenin. Secondo il leader russo la classe operaia doveva accettare la guida del partito comunista, partito che doveva essere diretto con “diciplina di ferro” da un pugno di “rivoluzionari di professione”. Conquest contesta anche l’idea che Stalin fosse responsabile di gravi crimini mentre Lenin avesse utilizzato metodi di governo diversi. Citando varie fonti fra le quali il ministro russo Molotov, appare che Lenin (e Trotzsky) non erano meno crudeli del despota georgiano, e la costituzione della polizia segreta e dei lager furono realizzate già nei primi anni di governo bolscevico. Infine secondo Conquest anche i comunisti dei paesi occidentali, come Togliatti o Sartre ammettevano il ricorso alla violenza e alla menzogna, in un celebre colloquio con Camus, il filosofo francese sostenne la necessità di tacere sulle violenze commesse dai regimi marxisti, perché ciò avrebbe avvantaggiato gli avversari politici.

    Lo storico francese Furet che da giovane aveva simpatizzato per il comunismo, mette in luce alcuni aspetti interessanti di quel movimento. “Nati dalla guerra, bolscevismo e fascismo prendono dalla guerra quello che hanno di elementare. Trasferiscono nella politica l’insegnamento ricevuto in trincea: l’abitudine alla violenza, la semplicità delle passioni profonde, la sottomissione dell’individuo al collettivo, infine l’amarezza dei sacrifici inutili o traditi”. Diversamente da Nolte, Furet ritiene che solo in parte si può spiegare il fascismo come reazione al comunismo, in quanto il movimento totalitario di destra presentava dei caratteri innovativi e rivoluzionari e non una semplice forma di difesa della classe sociale minacciata. L’utopia rivoluzionaria non nasce comunque da un ambiente culturale fecondo, e il comunismo “ha smesso di essere l’avvenire della democrazia; la democrazia è diventata l’avvenire del comunismo”.
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    Saluti liberali

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    Mario Cervi firma, sul quotidiano IL GIORNALE di oggi, un articolo, largamente condivisibile, in risposta ad un mediocre e meschino pezzo del fondatore di "La Repubblica", già redattore di ROMA FASCISTA:

    " il Giornale del 21/02/2005


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    I fantasmi di Scalfari

    Mario Cervi
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    «Dietro Primavalle i fantasmi di Salò» s'intitolava ieri l'articolo domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica. Personalmente credo che dietro Primavalle ci siano piuttosto i fantasmi di un bambino e di un ragazzo che nel rogo morirono carbonizzati. Ma al di là di questa intestazione equivoca, mi sono parse sconcertanti, là dir poco, le tesi sviluppate nell'editoriale.
    Scalfari è infastidito dall'ondata di emozione che, per effetto di un «frullatore mediatico», è andata crescendo dopo la prescrizione accordata agli uccisori dei fratelli Mattei. Gli pare strano che quel remoto episodio sia -tornato sulle prime pagine dei quotidiani, scacciandone argomenti «di ben altro rilievo e attualità». Lamenta il riemergere di una atmosfera «di violenza, di furore, di regolamento di conti» sapientemente stimolata. E allora cerca «una logica in questa follia». Obietto che forse c'è della follia, o della faziosità altezzosa, nel voler negare logica a un sentimento di sdegno suscitato dalla cancellazione di una pena mai espiata per un crimine odioso. O forse i sussulti di rabbia per i colpi di spugna della giustizia sono accettabili quando riguardano i falsi in bilancio e non una strage orribile? Ma proseguiamo: per chi apprezza le contorsioni dialettiche ne vale la pena. Prendendo spunto da uno scritto auto assolutorio di Lanfranco Pace, personaggio di spicco in Potere Operaio, Scalfari sentenzia che gli estremisti rossi «ammazzavano i fascisti e ne erano ammazzati ma per togliere l'ingombro che ostruiva la visuale e nascondeva gli obiettivi veri: il sistema, lo Stato, il Pci». Capito? S'era creduto che la violenza rossa avesse radici nelle fabbriche e in alcune federazioni giovanili del Partito comunista (Reggio Emilia ad esempio). Invece no. Siamo quasi - e supponevo non accadesse più - alle «presunte Brigate Rosse» di certa pubblicistica, allo stravolgimento delle motivazioni, delle complicità, delle simpatie diffuse su cui il terrorismo di sinistra poté fare assegnamento. Il bersaglio era il Pci (che si convertì, in un determinato momento, alla lotta contro i brigatisti, ma lo fece dopo tentennamenti ed esitazioni e deludendo una parte della sua base). Tra gli assassinati dal terrorismo rosso figura, è vero, un comunista, l'operaio genovese Guido Rossa, messo a morte per il sospetto che avesse tradito i compagni che sbagliavano».
    Poste queste premesse - il frullatore mediatico che ha indebitamente ingigantito un fatterello minore e l'eversione rossa che ce l'aveva più con i comunisti che con i neofascisti - Scalfari approda alle conclusioni. Tanto rumore non per nulla: aveva lo scopo di riabilitare Salò. Secondo Scalfari non ci fu guerra civile nel periodo repubblichino (di avviso opposto è uno storico di sinistra, Claudio Pavone) e non ci fu, in quanti militarono nelle forze armate della Repubblica sociale italiana, altro che abiezione e ferocia. Non ho mai neppure per un istante giustificato la scelta di campo - insensata perché senza speranze e perché li associava ai nazisti - che gli uomini di Salò fecero. Ma non si deve negare che tra chi volle ancora combattere a fianco dell'alleato vi fossero anche onesti patrioti e veri soldati che ritennero fosse stato meschino e un po' vile il modo in cui l'Italia, dopo aver spasimato per entrare in guerra a fianco dei tedeschi e associarsi alla spartizione dei loro bottini, li aveva abbandonati quando le cose si erano messe al peggio. Posso aggiungere che la ripugnanza per gli atti più infami dei tedeschi nacque e crebbe, anche in giornalisti che dell'antifascismo si dichiarano cultori senza macchia e senza paura, solo quando fu evidente che l'asse era avviato a sicura sconfitta.
    Non ho un'opinione precisa sulla proposta di dare lo status di combattente a chi fu nelle forze armate dell'ultimo Mussolini. Secondo me una misura di questo tipo non può essere generica, è inconcepibile per gli sgherri della stagione repubblichina e comprensibile per chi intendeva, sia pure dissennatamente, preservare l'onore del soldato italiano.
    A questo punto Scalfari ritiene che i politici e i mezzi di informazione mirino a rimettere in discussione, occupandosi di Primavalle, «la base di legittimità su cui è nata la Repubblica», ossia l'antifascismo. Ritiene inoltre che questi golpisti contro la Costituzione aspettino la scadenza del mandato di Ciampi per attuare il loro perverso disegno. Teme che l'horror di Primavalle sia strumentalizzato e strumentalizzabile a questo fine. Insomma si può, anzi si deve indugiare su altri «horror», non su Primavalle. Vene così lanciato l'allarme, il fascismo è alle porte, la «Magna Charta» repubblicana è in pericolo.
    Non ho, questa impressione. Ma confesso che alla sottolineatura antifascista della Costituzione ne avrei preferito - se ne discusse in sede di lavori - una antitotalitaria (il che avrebbe ovviamente incluso il fascismo). Non se ne fece niente, il buon Pci si oppose, e aveva le sue ragioni. Nell'Urss non c'era il fascismo ma c'era un totalitarismo che per molti aspetti gli somigliava parecchio e in versione di gran lunga più truce e sterminatrice.
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    Saluti liberali

 

 
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