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MERCOLEDÌ, 09 FEBBRAIO 2005 LA REPUBBLICA
Celebrazioni solenni nella città d´arte tedesca rasa al suolo dalle bombe della Raf nel 1945. I neonazi preparano manifestazioni
Dresda sessanta anni dopo la ferita dell´altra Germania
Emozione e polemiche nell´anniversario del raid inglese
ANDREA TARQUINI
berlino - Dresda sessant´anni dopo. Questo week-end la Germania ricorderà la distruzione della sua più bella città d´arte nel terribile bombardamento aereo alleato del 13 e 14 febbraio 1945.
Rappresentanti del governo federale e di Sua Maestà britannica, prelati e cittadini si raccoglieranno in silenzio nello splendido centro storico ricostruito. Dopo il ricordo della liberazione di Auschwitz, sarà un altro momento della Memoria in questo 2005 del 60mo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Ma Dresda è un´emozione difficile nella memoria della Germania e dell´Europa. Governo e partiti democratici, religiosi e cittadini vogliono un grande happening pacifista e antinazista. I neonazi invece (specie la Npd, il loro gruppo più forte e aggressivo) parlano di «Olocausto delle bombe alleate» e negano che il nazismo sia «il Male assoluto», come ha detto il Papa. Preparano raduni e marce nella ricorrenza. Sarà la prova generale della grande sfida: l´8 maggio, anniversario della capitolazione hitleriana, la Npd vuole marciare sotto la Porta di Brandeburgo, se necessario contro ogni divieto.
Per i tedeschi cresciuti nel dopoguerra, per chi nel 1945 era giovane o bambino, o non ancora nato, Dresda è il simbolo dell´insensatezza folle della guerra voluta da Hitler. Ma il Ricordo oggi, anche nelle menti per bene, rilegge il passato. Scopre i momenti in cui i tedeschi furono vittime. L´inferno venne dal cielo. I bimbi s´attardavano a giocare in strada: festeggiavano nella penuria martedì grasso, la fine del Carnevale.
Dresda, che nel 1939 contava circa 600 mila abitanti, allora ospitava anche quasi mezzo milione di civili in fuga dai territori orientali conquistati dall´Armata rossa.
L´apocalisse di fuoco si annunciò a sera con un ronzio, come di calabroni, poi coll´urlo cupo delle sirene d´allarme aereo.
Vennero per primi, attorno alle 22, i velocissimi Mosquito, i bimotori con cui la Royal Air Force aveva distrutto in Norvegia dighe e laboratori atomici del Reich. Lanciarono bengala segnaletici per i 244 quadrimotori pesanti Lancaster della prima ondata. I Lancaster sganciarono migliaia di bombe incendiarie al fosforo. Un´arma terribile: il fuoco ardeva sulla pelle. Spento dall´acqua quando donne e bambini si gettavano nelle fontane, nell´Elba o nello stagno-fossato dello Zwinger, il magnifico castello-pinacoteca barocco, si riaccendeva non appena i poveretti riemergevano per respirare.
«Trasformeremo la Germania in un deserto», aveva affermato il premier britannico Winston Churchill nel 1941: «Ci sono settanta milioni di perfidi Unni, alcuni sono rieducabili, gli altri vanno eliminati». Nel maresciallo dell´aria Arthur "bomber" Harris, capo del comando bombardieri della Raf, trovò il più zelante esecutore.
Attorno all´una di notte, giunse rombando su Dresda la seconda ondata: altri 529 quadrimotori Lancaster. «Capimmo che non era la solita missione militare», narrò poi un pilota della Raf. «Le fiamme illuminavano a giorno la città intera». I Lancaster lanciarono oltre mille tonnellate di ordigni incendiari e bombe esplosive. Lo Zwinger e l´Opera, la galleria d´arte e Palazzo Taschenberg, andarono distrutti. Restò risparmiato solo il ponte ferroviario, unico obiettivo militare sensato. L´inferno continuò l´indomani, mercoledì delle ceneri: fu il turno di 1350 tra Fortezze volanti e Liberator dell´U. S. Air Force, giù altre 1200 tonnellate di bombe.
Dopo il passaggio degli ultimi bombardieri, si videro le scene dantesche descritte da Curzio Malaparte: Ss, soldati e poliziotti schierati sulle rive a finire migliaia di civili che si erano gettati in acqua e riprendevano fuoco tornando a galla per respirare. «Da quel giorno non cessai mai di pregare Dio di concedermi il suo perdono», confessò dopo la guerra Donald Nilson, comandante di un B17. I morti non furono mai contati: forse quarantamila, forse 135mila. Forse la cifra reale non si saprà mai, perché i profughi dall´est non erano in alcun registro. «La guerra ci fece dimenticare i nostri principi morali», disse Simon Barrington-Ward, arcivescovo di Coventry, la città inglese vittima - dopo la spagnola Guernica - del secondo bombardamento a tappeto della Storia.
Preghiere ecumeniche, corone di fiori, e l´omaggio popolare alla Frauenkirche, la magnifica chiesa barocca simbolo di Dresda appena ricostruita grazie anche a donazioni britanniche, segneranno la cerimonia. I neonazisti minacciano di guastare la festa, e i politici dell´arco costituzionale discutono di come fermarli. Il cancelliere Schroeder vorrebbe una messa al bando della Npd, non facile in un paese garantista quanto gli Usa. Ma non è solo questione di ultradestra. Il ricordo di Dresda risveglia nella gente la voglia di sentirsi un paese normale. Con le sue colpe e il suo dolore, con doveri di espiazione ma anche la riscoperta dell´orgoglio patrio. Ieri cattivi ma anche perseguitati, oggi in diritto di provare fierezza patriottica, capaci di non confonderla con lo sciovinismo. Per la democrazia dell´understatement nata dopo la disfatta di Hitler è forse la svolta psicologica più importante del dopoguerra.


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