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  1. #21
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    Predefinito Re: Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Laura Larcan

    IL FASCINO DELLA SFINGE-GUARDIANA:
    VULCI SVELA IL SUO CAPOLAVORO






    VULCI (Viterbo) - Testa di donna, corpo di leone, coda di serpente e ali d'aquila, la Sfinge di Vulci sfoggia tutta la sua raffinata e imperturbabile bellezza del VI secolo a. C., ritta sulle zampe, nella sua mole scolpita in nenfro, a evocare il suo ruolo di "guardiana" della pace dei morti contro tutti i malintenzionati a turbarne la quiete. E' lei la star assoluta della mostra aperta fino al 31 ottobre al Museo Archeologico Nazionale di Vulci, sotto la cura della Soprintendenza per i beni archeologici dell'Etruria meridionale, in sinergia con i Comuni di Montalto di Castro e Canino.

    La straordinaria statua funeraria guida i ritrovamenti effettuati dagli archeologi della società Mastarna durante la recente campagna di scavo iniziata nel novembre del 2011, grazie anche ad un finanziamento della Regione Lazio, e appena conclusasi, nella necropoli dell'Osteria di Vulci, uno dei più importanti centri dell'Etruria. Già nota dall'800, la necropoli ha già svelato alcune delle più importanti testimonianze funerarie di Vulci a partire dalla metà dell'VIII secolo a. C., come la "Tomba del Sole e della Luna", la "Panatenaica" e quella dei "Soffitti Intagliati".

    La mostra racconta, ora, le scoperte frutto delle ultime preziose indagini che hanno consentito di riportare alla luce la cosiddetta "Tomba della Sfinge", monumentale ipogeo funerario risalente al VI secolo a. C. dalla complessità architettonica. Qui spicca un lungo e monumentale "dromos", un corridoio di 28 metri che conduce al vestibolo ed alle camere funerarie, databili in un arco di tempo compreso tra la metà del VI e l'inizio del V sec. a. C. legate ad uno stesso gruppo familiare aristocratico di notevole importanza sociale che qui seppelliva i suoi membri. E qui è riemersa la magnifica Sfinge, probabilmente collocata all'ingresso della sepoltura con lo scopo di proteggere i defunti e accompagnarli nell'Aldilà.

    Con essa anche una seconda testa di Sfinge, databile al VI secolo a. C. sempre in nenfro, a ribadire come l'impiego della statuaria in nenfro o in altre pietre di origine vulcanica nell'apparato decorativo delle necropoli di Vulci a partire dal 600 a. C. non ha equivalenti in altre zone dell'Etruria. "In seguito ad un'attenta opera di pulitura delle superfici, sono state evidenziate tracce di pigmento di colore ocra rossa, ad occhio nudo non sempre percettibili ed in contrasto con il colore grigio della ruvida pietra vulcanica in cui è stata scolpita l'immagine - racconta l'archeologo della società Mastarna Carlo Casi - Le tracce di pigmento sono riconoscibili in corrispondenza del collo, sotto il mento e accanto all'occhio destro. La prosecuzione dello studio consentirà di stabilire la relazione con la pratica, assai frequente nel mondo antico, di ricoprire le superfici delle sculture e degli apparati decorativi architettonici con colori a forti tinte, oggi in gran parte scomparsi".

    In mostra sfilano anche tutti i corredi funerari rinvenuti all'interno e in prossimità della "Tomba della Sfinge", che testimoniano i vari rituali funebri utilizzato per alcuni dei defunti sepolti, con ricchi materiali di produzione greca, tra cui un'anfora utilizzata come urna per la raccolta delle ceneri del defunto. La mostra arricchisce il percorso espositivo permanente dei materiali archeologici provenienti dalla città e dalle circostanti necropoli a testimoniare la cultura artistica complessa e raffinata che si è sviluppata a Vulci tra l'VIII e il VI secolo a. C., quando la città etrusca maturò una fitta rete di rapporti commerciali con le diverse popolazioni del Mediterraneo.



  2. #22
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    Predefinito Re: Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Riti sessuali nella tomba etrusca
    svelato l'ultimo mistero dei Templari


    A rivelare il segreto sono i graffiti incisi in un sepolcro di Tarquinia: la "Tomba Bartoccini", scoperta nel '59 e restaurata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria Meridionale

    di Sara Grattoggi

    GALLERIA FOTOGRAFICA

    Un misterioso rito a sfondo sessuale, suggellato da un giuramento. A svelare l'ultimo segreto dei Templari sono i graffiti incisi in un sepolcro etrusco di Tarquinia: la "Tomba Bartoccini", scoperta nel '59 e restaurata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria Meridionale, che martedì prossimo ospiterà la presentazione del libro Graffiti templari. Scritture e simboli medievali in una tomba etrusca di Tarquinia. Alla base del testo, edito da Viella, la scoperta del paleografo Carlo Tedeschi, dell'Università di Chieti.

    Uno studioso che, interpretando simboli religiosi e graffiti in volgare sulle pareti del monumento, ha ricostruito pratiche finora sconosciute dell'ordine religioso forse più controverso della storia. "Le scritte sono esplicite: si annotano, con formula ricorrente, atti sessuali compiuti nel sepolcro con i nomi dei partner" racconta Tedeschi. Che si rese conto dell'origine medievale (databile intorno al XIII secolo d. C.) e non etrusca di quelle parole già nel 2000.

    A portare Tedeschi sulle tracce dei Templari, una serie di indizi che, insieme, si sono trasformati in prove: "All'inizio pensavo fosse un luogo di piacere usato dagli abitanti della zona, poi la ripetizione del testo in maniera formulare mi ha fatto intuire che si trattasse di un rito. Un'ipotesi confermata da un graffito in cui si citava un giuramento e da una scritta in latino in cui si dichiarava che quella era la grotta del frate maestro Giovanni".

    Gli ordini religiosi che prevedevano il titolo di maestro erano pochi e i simboli presenti hanno condotto Tedeschi alla soluzione: quel luogo fu scelto dall'ordine per tenere i propri riti, forse vere e proprie iniziazioni, al riparo da occhi indiscreti. "Quando dopo il 1307 cominciarono i processi ai templari, messi fuorilegge da Filippo il Bello, uno dei capi d'accusa riguardava proprio le pratiche sessuali con cui si sanciva l'accettazione di un nuovo adepto. Non sappiamo se il caso di Tarquinia sia un'eccezione o una prova di una pratica diffusa".

    (13 febbraio 2013) - © Riproduzione riservata

    Riti sessuali nella tomba etrusca svelato l'ultimo mistero dei Templari - Roma - Repubblica.it
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 14-02-13 alle 22:26
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  3. #23
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    Predefinito Re: L'enigmatica civiltà etrusca

    Marco Gasperetti

    TARQUINIA, SCOPERTA TOMBA INVIOLATA


    All'interno lo scheletro del principe etrusco morto 2.700 anni fa e, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli.




    TARQUINIA - Non ci hanno creduto (ma era solo scaramanzia) sino a quando, in una nuvola di polvere millenaria, la grande pietra che da 2.700 anni sigillava il sepolcro è stata rimossa. Solo allora gli archeologi dell’Università di Torino e della Sovrintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria meridionale hanno avuto la conferma: quell’ipogeo del VII secolo avanti Cristo era inviolato. All’interno ancora lo scheletro del principe etrusco adagiato sulla tomba di pietra e accanto armi, vasellami, persino un aryballos, un unguentario, ancora affisso alla parete. E, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli di quel nobile scomparso chissà come e chissà quando all’epoca di Tarquinio Prisco. La tomba inviolata, rinvenuta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, è una scoperta eccezionale.

    «L’ultima tomba non violata è stata trovata più di trent’anni fa ma era crollata - spiega Alessandro Mandolesi, professore di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino -. Questa è assolutamente intatta e potrebbe riservare altre sorprese». Insieme ai vasi finemente decorati, gli archeologi hanno già individuato una lancia e un giavellotto. Le pareti sono affrescate, semplicemente, ma con un gusto insolito per l’epoca. I lavori di scavo, che sono stati finanziati da imprenditori privati, proseguiranno per diverso tempo perché il Tumulo del Principe potrebbe riservare altre grandi sorprese. Ne è convinto Lorenzo Benini, patron di Kostelia Group, e anch’esso un archeologo che trascorre parte delle sue vacanze insieme alla moglie a cercare tesori delle civiltà sepolte.




    L’équipe del professor Mandolesi da anni lavora al sito della Doganaccia. La tomba del principe è l’ultima scoperta, la più eccezionale, di una vera e propria agorà che univa il mondo dei vivi a quello dei morti: quella del Tumulo della Regina, un grande spazio ancora da esplorare dell'enorme necropoli di Tarquinia, paesaggio incantato tra mare e colline, vento di maestrale che non manca mai. Un paio di anni fa gli studiosi hanno rinvenuto frammenti della Sfinge, una statua di due metri collocata sul punto più alto del tumulo, ultimo guardiano per i vivi e per i morti. E in un’altra tomba è affiorato un piccolo cortile (appena sei metri per quattro) scavato per tre metri nel calcare con le tre camere sepolcrali che si aprono sui tre lati chiusi e con le pareti affrescate grazie a una tecnica mai vista prima in Etruria e in tutta Italia.

    La cosa più sorprendente e unica è che pare non rappresentino scene di oltretomba, ma momenti di vita quotidiana. Insomma, gli affreschi dovevano forse servire per ragioni diverse, legate alla funzione di quel cortile, una piccola agorà, abbiamo detto, e dunque un luogo di collegamento tra vivi e morti. Gli studiosi ipotizzano che nell'area furono deposti sovrani e principi etruschi. Si hanno testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, Demarato, e sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco e divenne il primo sovrano di origine etrusca di Roma.



  4. #24
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    Predefinito Re: L'enigmatica civiltà etrusca

    OPS! IL PRINCIPE ETRUSCO ERA UNA "PRINCIPESSA"


    Qualche giorno fa ha fatto molto scalpore la notizia del rinvenimento a Tarquinia di una tomba etrusca inviolata, con un ricco corredo (Tarquinia, scoperta tomba inviolata). Gli archeologi hanno comunicato di aver ritrovato una tomba con il corpo di un guerriero etrusco. Ma la tomba sta riservando alcune sorprese: l'analisi delle ossa ha rivelato che il principe era in realtà una principessa.

    Gli storici sanno relativamente poco della cultura etrusca che fiorì in quello che oggi è l'Italia fino al suo assorbimento nella civiltà romana intorno al 400 a. C. A differenza degli antichi Greci e Romani, gli Etruschi non lasciarono documenti storici, in modo da fornire una visione unica nella loro cultura.

    Il sepolcro risale agli inizi del VI secolo a. C. Quando gli archeologi hanno rimosso la lastra sigillata, hanno trovato due letti funerari scavati nella roccia: su uno giaceva uno scheletro con accanto una lancia, sull'altro uno scheletro parzialmente incenerito. Il team ha anche trovato diversi gioielli.

    Inizialmente, la lancia ha suggerito che lo scheletro sulla piattaforma più grande fosse di un maschio, un guerriero, forse un principe etrusco. I gioielli probabilmente appartenevano al secondo corpo, la moglie del guerriero. Ma l'analisi delle ossa ha rivelato che il principe che tiene la lancia era in realtà una donna di 35/40 anni, mentre il secondo scheletro apparteneva a un uomo.

    "La lancia, molto probabilmente, è stata posta come simbolo di unione tra i due defunti ", ha detto Il professor Mandolesi. Ma un'altro archeologo, Weingarten, ritiene questa spiegazione molto improbabile e pensa invece che la lancia dimostri l'alto lignaggio della donna.

    Ultima modifica di Silvia; 21-10-13 alle 21:23

  5. #25
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    Predefinito Re: L'enigmatica civiltà etrusca

    Dominique Briquel

    GLI ETRUSCHI: IL POPOLO DELLA DIVINAZIONE


    Da Abstracta n° 33 (gennaio 1989)




    L'augure Calcante osserva il fegato di una pecora
    (specchio di bronzo inciso)
    Città del Vaticano, Museo Gregoriano etrusco

    Per i Romani, gli Etruschi apparivano come i più religiosi fra gli uomini: «gente più addetta di tutte le altre alle religiones», dice Livio. Ma è significativo che lo storico romano parli di religiones al plurale, non della religione in senso stretto: intende così le pratiche religiose, e nelle sue Storie sottolinea spesso l'importanza dei riti etruschi – secondo i quali Roma fu fondata da Romolo - e, ancora di più, l'efficacia delle loro tecniche divinatorie, eseguite da specialisti famosi: gli aruspici. Infatti è nel campo della divinazione che gli Etruschi suscitarono l'ammirazione degli altri popoli, e questa era la parte essenziale della loro religione - o delle loro religiones, se si preferisce. Si spiegava così il nome latino di quel popolo – Tusci -, dal verbo greco thuein, «sacrificare»: dunque gli Etruschi sarebbero così chiamati dalla frequenza dei sacrifici che offrivano agli dèi. Ma questi sacrifici non erano soltanto un mezzo per ringraziare le divinità o assicurarsi la loro protezione. Proprio attraverso essi si stabiliva un rapporto fra dèi e uomini, per il quale anche gli dèi rientravano in comunicazione con gli uomini e davano loro indicazioni di carattere generale e particolare. Le offerte di vittime animali, dette hostiae consultatoriae, cioè sacrificate per consultare, permettevano agli aruspici di esaminare il fegato e le altre viscere delle bestie e di trarne le indicazioni contenute, in quanto ivi poste dalla volontà divina. Insomma gli Etruschi erano, dallo stesso loro nome, per eccellenza il popolo della divinazione. Da parte loro, i Romani non furono mai in grado di raggiungere la capacità divinatoria dei loro vicini Etruschi. Conoscevano sì certe formule che noi possiamo qualificare «divinatorie», come la consultazione degli auspici compiuta, prima delle elezioni o di una battaglia, osservando il volo degli uccelli. Ma si trattava di un tipo di pratica divinatoria molto semplice, che dava soltanto una indicazione generica, sulla base di un'unica alternativa: gli dèi sono d'accordo oppure no. Invece gli Etruschi avevano sviluppato un'ampia dottrina a tale proposito, fondata sulla minuta osservazione di ogni segno, mediante il quale si potesse «indovinare», cioè capire la volontà degli dèi, e sulla sua interpretazione. Per gli antichi si trattava senz'altro di una scienza, di una disciplina, e si parlava dunque di Etrusca disciplina. Era scienza indubbiamente etrusca, senza equivalente a Roma, e questo aveva provocato una situazione del tutto eccezionale. Gli Etruschi erano per i Romani, anche se vicini, un popolo straniero; erano stati per secoli i loro nemici, contro i quali avevano sostenuto dure guerre. Avevano però, grazie a quell'Etrusca disciplina, il loro posto nell'organizzazione ufficiale della religione romana - possiamo dire nell'organizzazione religiosa dello stato romano, essendo nell'antichità ovviamente parte del ruolo dello stato anche il provvedere ai rapporti della comunità con gli dèi. Quando accadeva un prodigium, cioè uno di quei segni anormali con i quali gli dèi «comunicavano» qualcosa agli uomini, i senatori di Roma si rivolgevano non ai propri sacerdoti ma agli aruspici etruschi. Il loro senso pratico aveva provveduto all'organizzazione, a tale proposito, di un collegio ufficiale di sessanta aruspici etruschi, che erano a disposizione dello Stato romano. Appare chiaro che gli indovini etruschi, questi aruspici, erano gente di grande peso nella società. Certo uno scettico come Catone poteva affermare che «nessun aruspice poteva guardare un altro aruspice senza ridere»; ma, sicuramente, non erano molti quelli che condividevano questo giudizio negativo. Gli aruspici nella società etrusca erano grandi personaggi, appartenuti alle famiglie dell'aristocrazia, che esercitavano il potere nelle diverse città toscane e che si trasmettevano di generazione in generazione i princìpi della scienza divinatoria nazionale. Si facevano orgogliosamente rappresentare tenendo in mano il fegato della vittima animale che stavano osservando. O si facevano effigiare in statue, vestiti nel costume tipico degli aruspici - berretto con punta alta e mantello corto, chiuso da una grande fibula. In Etruria gli indovini erano persone serie. la divinazione era cosa seria. Non c'era mantica ispirata, lasciata all'ispirazione di un essere al quale gli dèi indicavano direttamente quel che volevano fare sapere all'uomo. Gli Etruschi non praticavano dunque, come invece facevano i Greci, la mantica oracolare, attraverso profeti: non c'era insomma da loro l'equivalente della Pizia di Delfi, e ancora meno degli antichi profeti ebrei.



    Due Aruspici e la Porta dell'Ade
    Tarquinia, Tomba degli àuguri. VI sec. a.C.


    È da pensare che, come i Romani, essi diffidassero dell'idea di un contatto con gli dèi, e del disordine che poteva nascere dall'azione dei profeti. In una società come l'etrusca, dominata da una potente aristocrazia, non c'era posto per un'ispirazione divina che non fosse controllata da coloro che avevano il potere - quei «principi» di cui parlano le fonti classiche. Ammettevano tuttavia che all'origine della loro storia talune figure profetiche avessero svolto un ruolo importante, quasi essenziale. Erano per l'appunto profeti coloro che avevano insegnato agli Etruschi principi della scienza divinatoria: specialmente Tagete, un bambino che era apparso miracolosamente in un campo presso Tarquinia, si era messo subito a parlare e aveva dettato ai suoi ascoltatori le regole dell'aruspicina. Ma questa libera ispirazione, nell'attualità storica, era intesa come irripetibile, una cosa del passato. Ora la parola di quei profeti era fissata per sempre in libri che la riportavano fedelmente e che venivano trasmessi e conservati dalle grandi famiglie aristocratiche. Ora la divinazione si fondava sull'osservazione dei segni, mandati dagli dèi, sulla loro interpretazione fondata in regole precise. Adesso era scienza.

    I segni affidati all'osservazione dell'aruspice erano numerosi e di natura diversa. Potevano corrispondere a fenomeni della natura. Ovviamente un terremoto significava qualche cosa, era da interpretare: si attribuiva così a Tagete un trattato di sismologia. Come la terra, poi, anche il cielo dava i suoi segni: l'apparizione di una cometa era un messaggio per gli uomini ed era un prodigio di valore negativo. Anche una pianta poteva fornire indicazioni da interpretare: un aruspice spiega ad esempio al padre di Vespasiano, per la nascita del figlio, che la crescita improvvisa di una quercia a tal momento indicava il suo futuro accesso all'impero. Così pure un animale: nella sua quarta Ecloga, dove preannunzia l'arrivo di una nuova età dell'oro, Virgilio riprende il segno ben conosciuto nei libri etruschi della nascita di un ariete di colore purpureo. Fenomeni umani avevano altresì la loro importanza: durante le grandi crisi che ha vissuto Roma, come la seconda guerra punica, quando risuonò il grido minaccioso di Hannibal ad portas, «Annibale alle porte!», i Romani furono particolarmente attenti a segni che sembravano esprimere l'ira degli dèi contro di loro e che spiegavano i disastri militari: fra tali segni è spesso ricordata la nascita di ermafroditi. Ed erano ancora qui gli aruspici etruschi ad intervenire, e a decidere l'annegamento di quegli esseri anormali, unico modo di salvare la città dal nemico punico!

    Davanti a tutti quei segni, anche per i Romani, gli aruspici etruschi erano gli unici capaci d'indicare il loro esatto significato, ma la loro grande specialità rientrava in due settori ben precisi: l'Ars fulguratoria, cioè la scienza dei fulmini, e l'aruspicina in senso stretto, cioè l'esame del fegato delle vittime. Ed è in questi due settori che risalta meglio il metodo e il senso della divinazione etrusca. La scienza dei fulmini, anzitutto, si fondava su uno studio molto preciso del fenomeno. Si distinguevano i fulmini secondo il loro colore: era «bianco», «rosso», o quel che gli Etruschi definivano «nero». Si poneva attenzione alla diversità dei loro effetti, distinguendo il fulmine che brucia, quello che distrugge e quello che trafora. Si osservava soprattutto, con molta attenzione, il punto del cielo da dove partiva il fulmine, qual era il suo percorso - se era diretto o no -, quale era la sua forma - semplice o no. E tutte le possibilità erano registrate nei libri, col significato che si doveva loro attribuire. Naturalmente la fase dell'interpretazione era la cosa più importante e l'osservazione del fenomeno, che noi potremmo definire «scientifica», non era invece nient'altro che la base per conclusioni di tipo divinatorio. Per esempio il tipo d'effetto serviva a dare il senso dell'evento così preannunziato, aiutava a capire se il fulmine rientrava nella categoria, puramente interpretativa, di bona fulmina o di mala fulmina, se si trattava cioè di eventi sul quali l'uomo avrebbe potuto agire oppure no. Il punto di partenza nel cielo lo metteva poi in rapporto con un dio preciso, essendo il cielo suddiviso in settori, ciascuno abitato da un determinato essere divino. E vi era dunque il bisogno di lunghi trattati, per esporre il senso pieno di ogni caso che si poteva presentare!

    L'aruspicina, dal canto suo, ci dimostra la stessa mescolanza di osservazione acuta, quasi scientifica, e di princìpi interpretativi di tutt'altro significato ai nostri occhi. Anche qui, si doveva anzitutto esaminare con estrema cautela l'oggetto, per non perdere niente dei «segni» ivi contenuti; abbiamo così figurazioni di aruspici tesi ad osservare il fegato, tenendolo ancora caldo tra le mani, dopo l'uccisione della vittima. Si prestava attenzione ai pur minimi dettagli di forma o di colore. Ma tutto questo serviva soltanto a trarre conclusioni sulla volontà degli dèi, sul destino che si credeva indicato in quell'organo. Ma è forse con l'aruspicina che si capisce meglio il senso di quest'osservazione etrusca dei segni. Abbiamo la fortuna di possedere un documento eccezionale, una specie di «fegato-modello» etrusco, ritrovato a Piacenza, nella pianura del Po, nel 1878. Non si tratta della rappresentazione realistica di un organo reale: anzi la forma dimostra evidenti esagerazioni rispetto alla realtà, privilegiando protuberanze di scarso rilievo anatomico, ma che hanno importanza essenziale a finì interpretativi. E soprattutto son indicate caselle su tutta la superficie dell'oggetto, che dividono così il fegato e danno il nome degli dèi che «abitano» dentro, ai quali dunque rimandano i fenomeni osservati in ciascuna casella. Nella riproduzione si nota anzitutto sul bordo periferico, che gira attorno al fegato, una serie di 16 caselle, con nomi divini. È ovvio che servissero ad «orientare» il fegato, poiché corrispondono esattamente a quel che si sa dell'orientamento del cielo, del cosmos, secondo gli Etruschi. Nello stesso modo, infatti, essi dividevano il cielo il 16 settori, concepiti come le dimore degli dèi; i settori erano poi orientati secondo le assi cardinali - Nord, Sud, Est, Ovest - e altre minori. Ciò vuoi dire che il fegato - che per gli antichi era, per l'essere vivente, più del cuore, il centro della vita - veniva concepito come un piccolo cosmo, un microcosmo, posto in corrispondenza col grande, col macrocosmo. Così si poteva a buon diritto trame indicazioni interessanti anche per fenomeni generali, che interessavano il mondo e l'uomo che viveva dentro di esso: microcosmo e macrocosmo erano insomma in corrispondenza perfetta, in piena armonia fra di loro. E questa armonia era voluta dagli dèi, faceva parte del destino che comandava tutto.



    Modello bronzeo del Fegato di Piacenza


    L'importanza data alla divinazione dagli Etruschi può oggi sembrare incomprensibile, effetto di stupide fantasie, come del resto appariva già a Catone. Ma in realtà era un fenomeno «scienificamente» articolato e profondamente radicato nella cultura e nella mentalità di quel popolo. Era in altri termini inteso come una percezione religiosa della realtà, piena di segni che le divinità mandavano al loro uomo, per guidarlo nel suo comportamento. Questo atteggiamento particolare degli Etruschi di fronte all'esistenza è stato perfettamente caratterizzato da Seneca, che nelle sue Questioni naturali scrive: «In realtà, poiché gli Etruschi riconducono tutto alla divinità, sono convinti che gli eventi (come i fulmini, dei quali lo scrittore si sta occupando) non hanno un significato perché sono accaduti, ma sono proprio così accaduti affinchè abbiano in tal modo uno specifico significato». Questa attitudine era poco comprensibile già per Seneca, abituato a considerare un fenomeno come i fulmini con gli occhi freddi della scienza. Il filosofo aveva studiato le dottrine che in proposito erano state elaborate prima di lui dai filosofi e dagli scienziati greci. Nelle pagine della sua opera dove tratta del fenomeno, ne dà (o possiamo dire, cerca di darne, visto che per noi molte di quelle spiegazioni appaiono infantili...) una spiegazione puramente fisica, senza fare intervenire né dio né destino.

    Per noi naturalmente lo sforzo dell'aruspice etrusco, teso ad esaminare tutti i particolari della caduta di un fulmine, o a scrutare i minimi dettagli di un fegato, appena strappato all'animale ucciso dal sacrificatore e ancora grondante di sangue. sembra ancora più incomprensibile, quasi una cosa assurda… Era però per gli Etruschi una maniera di percepire il mondo come una realtà intellegibile. E forse era per loro anche un mezzo per vivere in un mondo non assurdo, non privo di senso, nel quale l'uomo poteva condurre una vita che traeva il suo senso dalla sua piena armonia con l'insieme del cosmo.




    BIBLIOGRAFIA

    * Bouché-Leclercq, Histoire de la divination dans l'antiquité I, II, III, IV, Parigi, 1879-1882;
    * Thulin, Die etruskische Disciplin Gòteborg, 1906-1909;
    * Bloch, tr.it. Prodigi e divinazione nel mondo antico, Newton Compton Editori, Roma 1977.
    * Maggiani, Qualche osservazione sul fegato di Piacenza-. Studi Etruschi, 50, (1984), 54- 88;
    * Mac Bain, Prodigy and Expiation: a Study in Religion and Politics in Republican Rome, (collezione Latomus, n.177), Bruxelles 1982.
    * Cristofani, Il cosiddetto specchio di Tarchon: un recupero e una nuova lettura, in Prospettiva, n° 41, Aprile (1985), 4-20.


    Dominique Briquel – da Da Abstracta n° 33 (gennaio 1989) – Stile Regina editrice

    (Serie curata da Sergio Ribichini)
    Ultima modifica di Silvia; 04-06-14 alle 21:14

  6. #26
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    Predefinito Re: L'enigmatica civiltà etrusca

    Misteri e Arcani della Magia Etrusca


    Tarquinia, "Tomba della Fustigazione"
    Immagine dal sito https://it.wikipedia.org/wiki/

    Stefano Mayorca

    La dottrina segreta di Larthe

    Un mistero insoluto, permeato da arcane memorie, è alla base dell’autentica ritualità magica officiata da un popolo ancora oggi sconosciuto, gli Etruschi. La densa nebbia dei secoli ha occultato le magiche dottrine dell’Etruria segreta e secretata, riflesso speculare di un’aurea ragione e di ermetiche cerimonie. Gli archeologi prima e gli storici dopo, hanno reso ancora più incomprensibile il volto rifulgente della cultualità operativa che animava sacramentalmente la classe sacerdotale-magica dei Lucumoni (termine che deriva da Lucus = bosco). Senza contare le tante farneticazioni di presunti esperti che, attraverso teorie fantastiche e deliranti, si sono avventurati nel campo minato delle allucinazioni ufologiche più assurde, connesse con extraterrestri e civiltà non meglio identificate provenienti da altri sistemi solari, legate alla progenie etrusca.

    Allo scopo di restituire dignità a un Corpus dottrinario che si perde nella notte dei tempi, tenteremo di offrire un quadro scevro da mistificazioni, al fine di fare luce sulle vere origini della magia pratica intimamente correlata alle scienze occulte e ai numerosi fenomeni che ne segnano le dinamiche celate. Telepatia, magia, divinazione, metempsicosi sono solo alcune delle discipline di ordine ermetico e metafisico - se così si può dire - studiate e praticate dagli iniziati etruschi. Persino la loro lingua è rimasta inalterata e nascosta, infatti, è tuttora priva di interpretazione integrale, se si eccettua quel poco che si è riusciti a decifrare e capire parzialmente, ingenerando però ulteriore confusione. Nonostante le recenti scoperte, nell’arco di tre secoli gli alfabetari etruschi si sono succeduti l’uno all’altro, facendo immaginare che ciascuno di essi fosse quello giusto e definitivo. Nonostante tale convinzione, il patrimonio dell’epigrafia di questa civiltà resta oscuro.


    I magici specchi di Chalcas e di Tages: l’arte dell’Extispicium

    Come anticipato, la divinazione era tenuta in grande considerazione dagli Etruschi, come del resto da quasi tutte le antiche civiltà: Egizi, Celti (divinazione druidica), Cinesi, Aztechi. La mantica più importante era legata alla Palingenesi (morte-rinascita del mondo). Questa forma profetica è conosciuta come Apocastasi, riguardante la nascita e la fine di stati, religioni e popoli. L’arte penetrativa, volta a squarciare i veli del destino, è conosciuta come Apotelesmatica; si serve, tra le altre cose, di elementi astrologici e assume carattere universale. Non a caso gli Etruschi avevano predetto la loro fine con largo anticipo - dieci secoli a quanto consta - riuscendo a stabilire anche la durata della loro indipendenza. Una delle tecniche maggiormente diffuse per la conoscenza di eventi futuri era affidata agli specchi magici e, in questo senso, assume rilevante importanza il ritrovamento di due specchi rituali etruschi: quello risalente al IV secolo a.C., con effigiata una figura di indovino riconducibile al celebre sapiente greco Chalcas, e quello rinvenuto a Tuscania, in cui è ritratto il mitico Tages (o Tagete), figura leggendaria e grande iniziatore. Nel primo, Chalcas viene rappresentato con una lunga barba e le ali. In mano stringe il fegato di un animale e lo esamina attentamente in base alla disciplina conosciuta come scienza aurispicina (o extispicio. Exta in latino). L’altro speculum, invece, riporta l’immagine di Tages, intento a insegnare a Tarcon l’arte dell’Extispicium, egualmente riferita all’esame del fegato animale. Tarcon, il contadino che aveva ricevuto da Tages i Libri sapienziali, secondo alcune ipotesi era in realtà il re Tarquinio Prisco. Molto probabilmente si tratta di un evento riconducibile al mito e in tale ambito veridicità e leggenda si fondono. Il racconto di Tages e Tarcun è narrato nell’opera di Cicerone De divinatione, in cui si parla dell’etrusca disciplina dispensata dal fanciullo divino con la voce di un vecchio (Tages), attraverso le varie leggi che avrebbero dovuto essere osservate dal popolo. A tale riguardo è interessante notare le similitudini che intercorrono tra questo accadimento trascendente e la vicenda legata ai Dieci Comandamenti, di mosaica memoria. Le tavole della Legge, che il Dio di Israele scrisse a caratteri di fuoco e consegnò a Mosè perché le diffondesse presso il popolo d’Israele. La magia degli specchi e il ruolo della superficie riflettente all’interno del pensiero esoterico ha origini lontanissime, nebulose e non facilmente esplicabili. Nel suo etereo fascino di lunare matrice è celato il potere di pervenire alla visione di ciò che normalmente non è possibile scorgere, ma solo immaginare. Da questo punto di vista lo specchio diviene il simbolo della conoscenza e della verità. Ci offre un’ineffabile testimonianza dell’Invisibile, offrendo l’opportunità di verificare quanto è negato ai naturali e limitati sensi umani. La scienza della Catapromanzia, di cui si servivano i sapienti Etruschi, si fa risalire agli antichi iniziati dell’Oriente, i Magi della Persia e gli Egizi, come attestano alcuni papiri di magia pratica utilizzati dai sacerdoti della nera Kemi, la terra d’Egitto. Lo specchio, dunque, vero e proprio strumento sacrale, consentiva di penetrare nelle regioni del divino per mezzo di una chiave arcana. In molti casi i Lucumoni si servivano di giovani vergini preposte alla visione le quali, in un particolare stato di alterazione della coscienza, riuscivano a vedere le immagini che si formavano sulla lastra riflettente. Da questi presagi i sacerdoti iniziati riuscivano a ricavare e decifrare i simboli che delineavano l’avvenire. Lo specchio doveva essere fabbricato in particolari date astrali, usando materiali specifici che permettessero di caricare l’oggetto con il fluido e le correnti magnetiche volte a trasmutarlo e vitalizzarlo, conferendogli le proprietà adatte allo scopo divinatorio. Oltre a ciò, i sacerdoti etruschi compivano determinate cerimonie per evocare entità divine attraverso l’arte della Catapromanzia. Dopo i necessari riti di purificazione, gli appropriati carmi (formule magiche) e le preghiere ermetiche, il Lucumone si ritirava in un luogo appartato e convenientemente purgato da energie negative e concrezioni astrali (magari in una caverna, come faceva Pitagora quando operava con gli specchi magici). Dopo avere profumato l’ambiente con i profumi peculiari quali resine, gomme, sostanze varie, cortecce d’albero, foglie, erbe, fiori, incensi, si apprestava alla pratica. Ritto, con le mani levate verso l’alto, pronunciava la formula di scongiuro utile all’invocazione del dio da richiamare a sé. Gradualmente entrava in una condizione di semi-ipnosi lucida e incominciava a scorgere sullo speculum ombre, luci, colori, sagome incerte, figure in movimento. Successivamente, quando la concentrazione diveniva attiva, riusciva a contemplare il volto dell’entità voluta e a carpirne i segni, deputati a rendere manifesti gli accadimenti racchiusi in un prossimo futuro. Non meno rilevante è un oggetto rituale scoperto nel 1831 a Orbetello (vedi articolo sui riti cabirici – Hera n. 102 – luglio 2008), località Quattro Strade. Il manufatto è venuto alla luce nel corso di alcuni scavi effettuati per portare alla luce una tomba etrusca. La sepoltura riguardava un personaggio etrusco di alto rango, cosa confermata dal ricco corredo che era collocato accanto ai resti dell’uomo. Con ogni probabilità si trattava di un grande maestro cabirico operante nella città di Cosa. Nel sepolcro era posto uno specchio mistico in cui si può ammirare una scena di ordine iniziatico. In esso si vede un neofita che osserva ieraticamente una spada, che un altro iniziato, abbigliato con un elmo, un corsaletto e un perizonio punta al suo petto allo scopo di saggiarne la forza d’animo e la tempra di quest’ultimo. Anche in questo caso lo specchio veniva utilizzato per operazioni divinatorie come quella precedentemente descritta. Alcuni testi divinatori, dei quali parleremo in seguito, erano stati dettati da una creatura divina, la Ninfa Vegoia, apparsa, a quanto si dice, al potente Lucumone di Chiusi, Arrunte Velthymno. Secondo la raccolta latina, conosciuta come Gramatici veteres, è proprio a questa ninfa che si deve una delle rare profezie etrusche connesse con l’avvenire dell’umanità. Le altre, in genere, si soffermavano su quello specifico del popolo etrusco la cui durata era stata fissata in dieci specula, che non corrispondeva esattamente a cento anni, ma variava in base alla media della durata della vita umana. Erano i sacerdoti a interpretare, attraverso appositi segni divini, la scadenza di ciascun specula. Tornando a Vegoia, ecco la profezia menzionata: “Sappi che il mare fu un tempo diviso dall’aria. Quando poi Tinia (Giove) rivendicò a sé le terre dell’Etruria, stabilì e comandò di misurare i campi e di delimitare le aree coltivabili. Conoscendo l’avidità degli uomini e il desiderio di terra, volle che tutto fosse diviso mediante confini. Presto o tardi però qualcuno, preso dall’avidità, sul finire dell’ottavo secolo, interverrà sui confini e su quanto è stato concesso; gli uomini, con dolo, violeranno e sposteranno i cippi che segnano i confini. Ma chi gli avrà toccati o gli avrà rimossi cercando di aumentare i propri possedimenti diminuendo quelli altrui, sarà dannato. Se lo faranno coloro che si trovano in servitù la loro condizione si muterà in peggio; se lo faranno con la complicità del padrone , la casa di questi rovinerà ben presto e la sua schiatta perirà tutta quanta. I colpevoli saranno afflitti da terribili morbi e da mali, in modo tale da arrivare ad una completa debilitazione fisica. La Terra sarà sconvolta da tempeste e da alluvioni che porteranno completi sovvertimenti. I raccolti saranno danneggiati dalla pioggia e dalla grandine, diverranno aridi per la canicola, saranno distrutti dalla ruggine. Avverranno molte discordie civili. Sappiate che accadrà ciò quando saranno commessi delitti di questo genere. Per questo tu non devi essere falso o avere due lingue. Trattieni questi insegnamenti nella tua mente (da Grammatici Veteres, databile tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C.”.


    La Magia dei Fulguratori: il rito cosmico degli Dèi stellari

    La vera magia etrusca e le sue implicazioni sacrali si snodano in un percorso metafisico che attinge alle forze naturali, per esempio mediante il calendario brontoscopico, che conteneva una mappa operativa legata al significato dei tuoni in ambito divinatorio e ad alcune concezioni astrologiche segretissime. Tra le opere a carattere occulto ricordiamo i Libri tagetici, suddivisi in Libri haruspicini, Libri fulgurales, Libri rituales, materia più vasta che concerneva le prescrizioni riguardanti le fondazioni delle città, la consacrazione dei templi e degli altari, l’inviolabilità delle mura, le leggi relative alle porte della città e altri postulati cultuali occulti. I Libri rituales erano suddivisi a loro volta in tre sezioni: gli Ostentaria, che contenevano l’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali, gli Acherontici, che descrivevano il mondo dell’oltretomba consigliando le pratiche religiose per ottenere la salvazione (dottrina segreta del sottosuolo) e i Fatales, che si accentravano sui limiti del destino della vita degli uomini e degli stati. Ci soffermeremo sui Libri fulgurales, giacché in essi è nascosto e custodito un arcano impenetrabile che va al di là della semplice divinazione. L’autentica pratica cerimoniale dei sapienti fulguratori (addetti alla utilizzazione dei Libri fulgurales), era affidata ai Larthe, i supremi sacerdoti etruschi eletti nell’assemblea annuale dei Lucumoni. Un oggetto particolarmente importante e potente era al centro di questa ritualità trascendente e metafisica. Si trattava di un copricapo speciale, che opportunamente usato, consentiva di penetrare nei mondi paralleli e nelle dimensioni astralizzate. Il titolo di Larthe, come del resto quello di Lucumone, va posto in relazione con una segreta funzione stellare connessa con la Via o Ponte, ovvero gli attributi che determinano il potere di riunificare le due dimensioni, quella naturale e quella preternaturale. La Via dell’Aureo incanto e della fiammeggiante spada fatata erano gli emblemi di tale magia. Il copricapo in questione, misteriosissimo nella sua struttura celata, racchiude ancora oggi vibrazioni senza tempo che sono l’immagine riflessa del centro radiante stellare. I copricapo stellari avevano forma conica, come i cappelli dei maghi e delle fate che si vedono nelle fiabe. La foggia a punta non è casuale, e pone in risalto il principio delle punte che serve tanto a debellare le energie contrarie quanto a ricevere le energie cosmiche, come nel caso degli obelischi egizi, veri e propri ricettori del magnetismo cosmico. La tiara papale analogamente sfrutta il meccanismo da poco enunciato. La tiara originaria era appuntita, differente da quella attuale, ed esternava determinate funzioni. Nell’antico Egitto avveniva la medesima cosa e il copricapo del Faraone ricorda la tiara, o per meglio dire, quest’ultima riprende per forma e dimensioni il modello faraonico. Numerose divinità ittite sono state effigiate con un elmo rituale conico ed anche il cappello frigio e mitraico (culto solare di Mitra) sono contraddistinti da questa particolare configurazione. Un ritrovamento straordinario, nella fattispecie, desta interesse e ci permette di comprendere più approfonditamente il ruolo preminente del copricapo lucumonico in ambito rituale. Si tratta dell’elmo metallico di Oppeano (in provincia di Verona), tratto in superficie dal sottosuolo. Attorno ad esso appaiano figure finemente lavorate che rappresentano dei cavalli, cinque per la precisione, più una immagine che si discosta dalle altre. Il sesto disegno ritrae una sorta di figura sfingetica alata con sembianze simili a quelle degli altri quadrupedi. Oltre alle immagini menzionate, l’elmo è circondato da altre sei fasce concentriche. Il simbolismo legato al numero dodici dunque è palese, e riporta ai Misteri espressi dal Solstizio estivo e dalle porte solstiziali - anticamente il Solstizio era denominato Porta degli uomini - emblema di rinascita e resurrezione. Successivamente, dopo sei mesi, ecco giungere il Solstizio invernale o Porta degli Dèi, simboleggiante l’immortalità. Il numero sacro è commisto anche alla simbolica dei dodici Lucumoni, dei dodici mesi dell’anno, delle dodici costellazioni e così via. Nelle sue implicazioni astrali, zodiacali, cosmiche e stellari l’elmo è anche il mezzo adatto a discendere nelle sotterranee regioni infere. E’ l’elemento che unisce la Terra (l’infero), il Cielo e lo Spirito, la triade metafisica trascendente e in modo similare indica i tre regni: astrale, mentale e fisico. La sua valenza ermetico-magica configura tra l’altro, il viaggio dell’anima nei regni ultraterreni. Approfondendo ulteriormente il simbolo della conicità che conforma il copricapo fulguralis, ci rendiamo conto che svettando verso l’alto è in intima connessione con la Montagna Sacra, anch’essa di forma appuntita. L’apice del colle sacro, come l’elmo, allude allo spirito che si invola, alla fusione tra l’alto e il basso, come riportato anche nella celebre Tavola Smaragdina (Tavola di smeraldo) attribuita al tre volte grande Ermete Trismegisto: “Ciò che sta in Basso è come ciò che sta in Alto, e ciò che sta in Alto è come ciò che sta in Basso, per creare il Mistero della cosa Una”. Alla stregua di un’antenna, l’elmo captava le forze dell’Assoluto e i misteri della volta celeste. Tuttavia non dobbiamo sottovalutare la connessione con le forze sotterranee legate alla conoscenza dell’abisso in analogia con la dea Uni, la Madre Terra.Così è probabile che da una cavità nella roccia, dalla quale era possibile osservare il cielo, il Fulguratore procedesse ad officiare il cerimoniale magico-cosmico finalizzato a ricevere le conoscenze provenienti dalla dimensione invisibile e stellare. Nel Duomo di Siena il grande Ermete Trismegisto viene effigiato con un copricapo appuntito in cui non è difficile ravvisare quello dei Larthe, a significare la realtà di tali pratiche. Non deve meravigliare in tal senso, che le due statue dei Dioscuri collocate ai lati della scalinata che porta al Campidoglio, a Roma, calcano il medesimo copricapo. Il sacerdote etrusco dunque, si preparava al viaggio astrale che lo avrebbe condotto al di là del tempo e dello spazio per attraversare i confini del conosciuto. Autentico psiconauta, egli si sarebbe diretto nelle regioni altre per carpire i segreti dell’Universo. Indossato l’elmo magico, recitate le formule appropriate, invocava le entità occulte affinché discendessero in lui, mentre la sua controparte lunare si sarebbe distaccata e diretta altrove… Folgorato da una energia magnetica, il mago veniva pervaso da vibrazioni e proiettato lontano, verso i mondi archetipi che custodivano un sapere remoto e nascosto che attendeva di essere svelato. Anche le grandi cattedrali medievali ospitavano il famoso ciborio con la sagoma appuntita e diretta in alto. Si trattava di un ricettore di energie cosmiche.

    La scienza perduta degli Etruschi, in sintesi, è disseminata in vari ambiti e luoghi. Approdando a lidi diversificati rinveniamo l’Etrusca disciplina anche nella rituaria magica del culto etrusco-romano di Aradia, (leggere il Vangelo delle Streghe Edizioni Rebis – Viareggio, 2004).Culto ancestrale di cui rimangono solo dei frammenti, il Vangelo delle Streghe racchiude e serba in sé le perle rare dell’Antica Religione. Aradia figlia di Diana, simboleggia la vera magia etrusca al femminile, tanto importante quanto sottovalutata. Un culto lontano che è circonfuso di un alone impenetrabile. Non è casuale, da questo punto di vista, che il cappello delle streghe, ricordo delle antiche sacerdotesse, fosse appuntito. D’altronde, il dio Baal, raffigurato con la folgore, i Flamen (sacerdoti romani), Thor, il dio del tuono, i Druidi (sacerdoti celtici), altrettante divinità e classi sacerdotali magiche indossavano un elmo rituale con l’estremità più o meno aguzza. Nello splendido Canto d’Aradia riscopriamo tutta la magia della religione occultata d’etrusca memoria.

    Canto di Aradia

    (Luna Piena)

    Io sono la Volontà degli Dèi

    Io sono la Vita

    Io sono la Signora del Plenilunio

    Colei che ritorna

    Per ricordare ai Figli del Cielo

    L’Antica Arte

    Io sono la Dea dell’Amore

    Che stende un mantello di stelle sopra la notte

    Io annuncio l'alba e saluto il tramonto

    Io possiedo il Segreto di ogni Incantesimo

    Io sono Colei che comanda la Folgore

    Io sono la Rugiada che scende sui Prati Fioriti

    La Linfa che scorre nei Boschi

    Che anima i venti e le acque

    Che sposa e feconda la Terra

    Che nasce nel fuoco e alimenta

    La Fiamma Perenne che grida giustizia agli Dèi

    Io sono Colei che sconfigge la morte

    E spezza le catene della paura

    Io sono lo Spirito puro della Natura

    Lo Spirito libero dell’Universo

    Io sono la Gloria Immortale

    Della Verità mai tradita

    Io sono l’Amore

    Io sono la Vita

    Io sono la Figlia della Luce Infinita


    (C.G. Leland, Aradia o il Vangelo delle Streghe, Edizioni Rebis,Viareggio, 2004)

    La strada del segreto incanto, Luce raggiante delle antiche pratiche, segna il cammino verso la sapienza riposta che vede avvicendarsi jerofanti versati nelle pratiche magiche. Ecco i Fulguratori solenni, intenti a travalicare l’umano per raggiungere l’ultraumano, Lucumoni veggenti e altri magi votati alla Sacra Scienza. La Scienza assoluta, che avvolta nell’etereo bagliore, dispensa il Sapere a coloro che intendono, e intendendo comprendono, e comprendendo praticano. Così l’elmo Fulguralis riflette l’inferno dantesco composto da gironi concentrici, simili a quelli dei minareti, della mitica Torre di Babele, la Ziqqurat. L’infero buio, utero primordiale della Mater Matuta, sovrana psicopompica e regina delle cavità uterine e gestatorie. Tutto converge nell’estremo rigore della Conoscenza che reca con sé l’illuminazione, estatica condizione che anela al divino. Oltrepassato il limite della umana natura, profana e imperfetta, si giunge nella Luce che proviene dal buio, dall’infero. Perché la luce procede dal buio, e dal basso si arriva alle alte e ascose verità ermetiche e iniziatiche della lontana e mai realmente ritrovata terra d’Etruria.

    Misteri e Arcani della Magia Etrusca - Stefano Mayorca - http://www.giulianokremmerz.com/
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 
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