Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: Un grande prete

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Un grande prete

    Una sera d’inverno in seminario, dopo cena (allora vi era un’oretta circa di tempo libero), Enrico Manfredini insieme a un altro nostro compagno, De Ponti, mi viene vicino e mi dice:
    ‘Senti, se Cristo è tutto, che cosa c’entra con la matematica?’.
    Non avevamo ancora sedici anni. Da quella domanda, per la mia vita nacque tutto.
    Quella domanda convogliò a iniziativa organica tutto quanto, di pensiero, di sentimento, di operosità, la mia vita sarebbe stata capace di dare. […] Voglio insistere nel sottolineare che non era ingenuità quella che ci animava, ma una intensità di interessamento, senza paragone, al fatto cristiano. Quella sera il fatto cristiano era come sbocciato per noi.
    Quale serietà tali pensieri determinavano nella vita quotidiana, a scuola, nel tempo libero, nei dialoghi tra noi! Crearono una amicizia diuturna che ci accompagnò sempre.
    De Ponti sarebbe morto dì lì a poco, prima di essere ordinato sacerdote, “quando i suoi genitori contadini avevano già messo un nastrino al filare di frumento che avrebbe dovuto servire per fare l’ostia per la prima Messa”.
    Enrico Manfredini, una delle personalità di maggiore spicco nella Chiesa italiana degli ultimi decenni, morì nel 1983, di infarto, pochi mesi dopo essere stato nominato arcivescovo di Bologna. La strada di Luigi Giussani sarebbe stata più lunga ed esistenzialmente diversa, ma in quel ricordo della fine degli anni Trenta c’è già il seme di tutto quello che sarebbe stata l’avventura cristiana, e perciò stesso umana, di don Luigi Giussani.
    “Se Cristo è tutto, che cosa c’entra con la matematica?”.
    E’ una di quelle domande dalla formulazione paradossale ma dal contenuto ineludibile con cui per tutta la vita don Luigi Giussani ha provocato l’intelligenza, e soprattutto la libertà, dei suoi interlocutori. Preferiva suscitare domande che confezionare risposte.
    In quella di Manfredini risuonava un impeto non usuale per dei ragazzi, ma quel talento esistenziale aveva trovato un humus ideale nel seminario arcivescovile di Venegono, la fucina dei preti ambrosiani dove Giussani era entrato nel 1937. Vi aveva incontrato guide all’altezza, come Giovanni Colombo, futuro cardinale di Milano, l’insegnante che farà nascere in lui la passione per la poesia di Giacomo Leopardi.
    In quegli anni difficili non solo per il mondo si intravedevano le grandi crepe che si andavano aprendo nell’edificio millenario della Chiesa e nel terreno disseccato del popolo cristiano. Personalità come Colombo o come altri insegnanti del seminario, come monsignor Gaetano Corti, cercavano la strada per dare una risposta alla crisi del cristianesimo che fosse diversa dal modernismo, dal cedimento al pensiero mondano, ma nemmeno fosse una pura forzatura tradizionalista.
    A Venegono si era così creato un clima che permise a spiriti liberi come Manfredini e Giussani di formulare, ancora giovani seminaristi, intuizioni decisive:
    “‘Che Dio sia diventato uomo è una cosa dell’altro mondo!’, mi disse. E io aggiunsi: ‘E’ una cosa dell’altro mondo che vive in questo mondo’”.
    Dietro a quella passione c’erano ovviamente anche degli anni dell’infanzia.
    Giussani era nato nel 1922 a Desio, un piccolo borgo della Brianza tessile e contadina, ma non proprio “la più piccola tra le città di Giuda”, se quello stesso anno un sacerdote ambrosiano suo concittadino, Achille Ratti, era diventato Papa con il nome di Pio XI. Dalla madre Angela, tessitrice, animata da una fede profonda, ricevette la prima quotidiana educazione cristiana.
    Gesti piccoli e profondi come quella mattina, prima che facesse chiaro, in cui conducendolo per mano alla messa e indicandogli l’ultima stella in cielo, la madre gli sussurrò “com’è bello il mondo, e com’è grande Dio”.
    Da suo padre Beniamino, un fervente socialista dal temperamento artistico, parimenti appassionato alla giustizia e alla musica, impara l’attitudine a chiedersi sempre la ragione delle cose, e un sano impeto d’insofferenza per gli atteggiamenti clericali.
    E’ con il desiderio di far rivivere il cristianesimo dentro un mondo solo in apparenza ancora cristiano, e con in cuore “la passione per il senso della vita che gli uomini non sanno, cui gli uomini non pensano”, che il 26 maggio 1945, un mese dopo la fine della guerra, Giussani viene ordinato sacerdote. Ed è con lo stesso impeto di passione che quasi dieci anni dopo, quando già si aprivano per lui le strade di una brillante carriera accademica, don Luigi Giussani decide, superando anche qualche resistenza ecclesiastica, di buttarsi nell’universale paragone della società italiana del 1954. E di andare a insegnare religione nel liceo più radical-chic del centro di Milano, il Berchet di via Commenda, allora scuola per i rampolli della borghesia e fucina della futura classe dirigente.
    “Mi ricordo il sentimento che avevo mentre salivo i pochi gradini d’entrata al liceo: era l’ingenuità di un entusiasmo, di una baldanza, che mi avevano fatto lasciare la pur amata strada dell’insegnamento della teologia per poter aiutare i giovani a riscoprire i termini di una fede reale”, racconterà infinite volte, nel corso degli anni. “Dunque, salivo quei gradini. Mi rivedo in quel momento, con il cuore tutto gonfio del pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo, è il cuore della vita dell’uomo: questo annuncio quei giovani dovevano imparare a sentirsi dire e a imparare, per la loro felicità. ‘Perché siate felici’, dice infatti il Signore agli ebrei nel Deuteronomio, motivando il suo invito all’obbedienza”. E iniziò il “grande disordine”, per dirla con Charles Péguy, mai più sedato, generato da una presenza di cristiani che nasceva là dove pareva non esserci spazio (“fui sopraffatto da una grande amarezza… gli iscritti erano 1.200, ma il cristianesimo era come se non ci fosse”), o meglio ancora, dove pareva che la fede non dovesse esserci più: secondo il pensiero dominante, allora più laicista che marxista, per il quale il cristianesimo era solo un vuoto e irrazionale lascito del passato.
    Si possono fare molte riflessioni sul perché la “scuola di religione” tenuta da un giovane prete abbia inciso così in fretta e così nel profondo in uno dei contesti più laicizzati della società milanese degli anni Cinquanta. Innanzitutto l’idea di don Giussani di ripartire dall’annuncio di cosa fosse il cristianesimo – in mezzo a giovani per i quali la fede era ormai niente, o al massimo una forma del passato – era infinitamente più avanti rispetto all’asfittico cattolicesimo di quegli anni, tutto teso, anche dal punto di vista educativo, a difendere l’indifendibile di tradizioni che stavano per essere travolte, se non lo erano già. L’intuizione di Giussani di uscire dagli ambiti clericali e di portare la sua proposta di vita in mezzo ai banchi era più realistica e innovatrice anche rispetto a quelle istanze di rinnovamento che poi si sarebbero dette “conciliari”, e si capisce che fosse guardata, anche in ambito ecclesiale, con un misto di apprensione e sospetto. Ma soprattutto Giussani andava al cuore di una domanda di senso, di un malessere esistenziale che era già ampiamente presente all’alba della “società dei giovani” che stava nascendo. Proporre agli studenti Cristo come risposta compiuta e credibile per il proprio desiderio di felicità poteva essere accolto o rifiutato, ma non poteva lasciare indifferenti, con grande scorno dei colleghi laici che presero subito a vedere come fumo negli occhi quel giovane prete brianzolo.
    Il suo metodo di chiedere sempre ragioni, di fare scuola ponendo domande, sfidando le definizioni correnti (fin dalla prima ora nella prima classe, quando uno studente si alzò a porgli l’obiezione dell’inconciliabilità tra fede e ragione, sentendosi in risposta porre una controdomanda, “ma cos’è la fede? Cos’è la ragione?”), nel giro di pochi anni portò al Berchet, e da lì nelle altre scuole milanesi, una forza propulsiva capace di far saltare il tappo del luogo comune, della cappa di laicismo-clericalismo che soffocava la vita anche associativa dei giovani. Dai primi dibattiti nei corridoi con il professore di filosofia che lo sfidava sulla ragione (“dunque se io dico che credo all’esistenza dell’America senza esserci mai stato, sarei irragionevole?”, e quello, “che preferì essere più coerente che ragionevole”:
    “Sì”), agli incontri che presto proseguirono al pomeriggio fuori dalla scuola, fino al famoso “caso Zanzara”, scoppiato nel 1966 al Liceo Parini, la tumultuosa crescita di Gioventù studentesca contrassegnò un decennio, dentro e fuori le scuole e la Chiesa di Milano. Il nome assunto dal gruppo di studenti radunato attorno a Giussani era, per la precisione, nient’altro che quello del settore femminile dell’Azione cattolica. L’annotazione non è banale, se testimonia che don Giussani, come ribadirà più volte nel corso degli anni, non intendeva fondare un movimento autonomo, ma solo portare avanti la sua esperienza dentro le strutture preesistenti dell’associazionismo cattolico.

    * * *
    Eppure non era solo questione di un pur innegabile fascino personale. Dirà anni dopo, ripercorrendo quegli anni: “Non si segue una persona ma un’esperienza di vita che, in quanto fedele all’educazione della Chiesa, è un’esperienza del Signore. A proporla può essere una persona, ma scomparendo questa persona (nei vari modi in cui un uomo può scomparire: non solo la morte, ma anche il suo difetto, il suo male, il suo errore) l’esperienza, se compresa nei suoi fattori di valore, rimane”.
    Del resto già nel 1964, in un librettino che raccoglieva il contenuto delle sue lezioni, “Appunti di metodo cristiano”, Giussani puntualizza che gli incontri attraverso cui Cristo chiama gli uomini a far parte del suo regno “sono dono talmente puro, che la nostra natura non avrebbe neanche potuto immaginarli, prevederli: dono puro al di sopra di ogni capacità della nostra vita, ‘grazia’”. E che parimenti “non solo il fatto dell’incontro, ma anche la capacità di intenderne il richiamo, così come quella di aderire, è dono di grazia”. Con ciò sottolineando da subito e per sempre che niente di taumaturgico, né di meccanicistico, né di forzosamente volontaristico c’era nell’esperienza che attorno a lui si generava. Piuttosto, un carisma, come preciserà nel tempo la sua riflessione: “Cristo diventa presente qui ed ora attraverso un carisma che valorizzando temperamento, personalità e sensibilità e storia personale, crea un’affinità e questa stabilisce una comunione”.
    E’ certo però che il “don Gius” ci ha messo del suo, a partire dalla “simpateticità” che ha saputo esercitare per decenni e su generazioni assai diverse di giovani e adulti. La curiosità per ogni aspetto della vita, la ricerca culturale “come esigenza di spiegazione totale della realtà”, la conseguente nozione di cultura non come uno specialismo intellettuale, ma come “coscienza critica e sistematica della propria esperienza”, le passioni spesso eretiche: dal sommo amore per il materialista e ateo Leopardi – in lui Giussani ha sempre visto uno dei vertici del pensiero umano, capace di arrivare alla soglia del Mistero – a Ibsen, da Beethoven a Pasolini, da Milosz all’incontro con Giovanni Testori, ultimo ma non ultimo di una filiera di grandi artisti-profeti del cristianesimo post cristiano che era già al centro della riflessione di Giussani negli anni del seminario. Insomma da Péguy (“Questa è la prima epoca dopo Cristo senza Cristo”) a T. S. Eliot (quante volte avrà ripetuto la domanda dei Cori della Rocca: “E’ la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?”).
    E poi l’amore per la musica, intesa come somma espressione del genio umano in cerca di infinito, e l’amore per la poesia e l’arte: il saperne cogliere il senso religioso magari nascosto, magari negato, sono stati da sempre uno tratti salienti della personalità intellettuale di Giussani.
    Così come una schietta magnanimità, una cordialità con ogni aspetto della vita (“sia che mangiate, sia che beviate, siete di Cristo” è una delle frasi di San Paolo che ha più citato in vita sua) hanno contrassegnato il suo carattere. Tanto che il suo movimento è sempre stato contraddistinto da una sottolineatura dell’estetica rispetto all’etica: si diventa cristiani perché si percepisce con i sensi – nella carne – qualcosa di bello e umanamente convincente, non in virtù di un richiamo morale. Ovvio che un simile atteggiamento culturale, assolutamente laico e fermamente razionale, mai sentimentale né pietistico, spesso sia stato visto con qualche supercilioso sospetto anche all’interno del mondo cattolico. Del resto non è sempre facile paragonarsi con giudizi di questo tipo: “Che cosa è infatti il cristianesimo? E’ forse una dottrina che si può ripetere in una scuola di religione? E’ forse un seguito di leggi morali? E’ forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento”.
    Chi ha avuto consuetudine personale con don Giussani, ma anche chi lo ha incrociato più casualmente, ha riconosciuto in lui la capacità non comune di suscitare un interesse, l’invito a paragonarsi con la sua proposta. Anche al di là delle stesse parole dette, con il solo modo di porsi in rapporto con l’altro. Con il “Gius” l’esperienza era già nel “guardarlo parlare”, prima ancora di capire. C’era la sua voce roca, frutto di un’antica malattia polmonare e un po’ anche del toscano che gli spuntava spesso all’angolo della bocca, sotto un naso che si faceva rispettare e la vivezza degli occhi chiari. Con quella voce roca che a tratti, spinta dal guizzo di un’idea, si alzava in punte acute, Giussani sapeva prendere le parole stanche della tradizione e rivoltarle, rivitalizzarle. Con il bisogno di trovare un modo espressivo al pensiero, ha preso le parole a disposizione dell’associazionismo di allora (il “raggio”, la “caritativa”) gonfiandole di nuova vita. Termini come esperienza, avvenimento, destino, hanno assunto nel suo linguaggio un valore nuovo e potente, rispetto alla consunzione consueta. L’urgenza di disegnare un pensiero lo portava spesso ad attingere alle parole dei poeti, a caricare un aggettivo prima del sostantivo, a sintetizzare in un’immagine, il senso di un ragionamento. Nel carisma di don Giussani c’era evidentemente anche un temperamento linguistico così forte da saltar fuori anche dalla pagina scritta.
    Senza questa personalità ricca, poetica nel senso di generativa, sarebbe impossibile dar conto di alcuni tratti della sua opera assolutamente notevoli, anche dal mero punto di vista dell’osservazione sociologica: come l’aver educato generazioni di giovani all’amore per la musica classica o alla poesia, da Dante fino al “Peer Gynt” di Ibsen. Averli educati a una capacità di lavoro e dedizione a un bene comune nel momento in cui i loro coetanei fuggivano dalle responsabilità. O di averli appassionati alla politica nel momento in cui dominava la violenza. Il tutto in nome della presenza di Gesù nella storia, perché “cammina l’uomo quando sa bene dove andare”, per dirla con l’“ingenua baldanza” di uno dei canti che hanno fatto la storia di Cl. Senza riferirsi a questa concezione sarebbe impossibile anche spiegarsi – e infatti per molti critici di Giussani lo è stato – l’imponente mole di lavoro sociale (dalla scuola all’assistenza), economico (dalle cooperative all’imprenditoria) che, sotto il cappello della Compagnia delle opere, raduna attualmente la creatività sociale del movimento. Per non parlare dell’impegno diretto, mai moralisticamente demonizzato, con la politica.

    * * *
    Ovvio che una personalità così, irriducibile a uno schema sociologico o ecclesiale, potesse suonare d’ingombro, d’inciampo a molti, a partire dagli ideologici anni Sessanta e da quelli violenti del decennio successivo. Ovvio che suscitasse anche una certa incomprensione in qualche settore della Chiesa. Del resto Giussani i suoi giudizi non li ha mai taciuti. Scritte più di vent’anni fa, le sue sintetiche analisi raccolte nel libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno”, sul suo smarrimento esistenziale e dunque, in ultima analisi, anche sociale, suonano oggi di drammatica attualità. Ma è significativo che, come post-scriptum a quel breve volume, Giussani abbia voluto porre questi versi del poeta Juan Ramon Jimenez:
    “Ora è vero./ Ma è stato così falso/ che continua a essere impossibile”. Seguiti da queste poche parole: “Quando uno intuisce il fatto cristiano come vero, gli occorre ancora il coraggio di risentirlo possibile, nonostante le immagini negative alimentate dai modi angusti in cui esso è stato tradotto nella vita propria e della società”. Il senso di un avvenimento, qualcosa che accade e implica la libertà e il lavoro di uomini. Non un progetto. Questo è il senso del cristianesimo come esperienza che Giussani ha proposto a sé e a tutti. Tanto che nella lettera scritta al Papa in occasione del cinquantesimo di Cl, riguardando al senso del cammino percorso, Giussani ha potuto scrivere: “Non solo non ho mai inteso ‘fondare’ niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta”.

    * * *
    Sta di fatto che la storia di Cl, fatta di infinite riprese, coincide in larga misura con un continuo ritornare a quegli elementi originali, un continuo rigenerarsi nell’incontro di alcuni (e neanche sempre quelli) con Giussani. Fin dalla grande crisi che, dopo il decennio in cui Gs era diventato uno dei più attivi movimenti giovanili del panorama italiano, in concomitanza con il ’68 aveva ridotto quasi a nulla la sua consistenza. Ma è significativo che il “Gius” abbia sempre sottolineato che quella crisi non era “causata dal ’68”, ma nasceva prima, quando a poco a poco l’ispirazione iniziale, cioè l’interesse umano per il cristianesimo, si era trasformata in progetto di qualcosa d’altro. Insomma, si era persa la percezione che “ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso”, come mirabilmente avrebbe sintetizzato molti anno dopo, attraverso le parole dello Staretz Giovanni nel “Racconto dell’Anticritso” di Solov’ev, ricentrando un’altra volta ancora un’idea del cristianesimo come vita e non come dottrina.
    E di riprese si è trattato tutte le volte, nella (anche) burrascosa storia di Cl. Come nel 1969, quando quasi casualmente nasce il nome Comunione e liberazione e il movimento si getta, con la consueta energia, a costruire “esperienze di cristianesimo” in uno dei momenti più difficili della storia sociale e politica recente. Come nel 1976, quando fu ancora Giussani a riportare sull’essenziale il timone del movimento (“dall’utopia alla presenza”). Come nel 1981, pochi mesi dopo il referendum sull’aborto, quando il mondo cattolico si leccava le ferite e immaginava “riprese culturali”, mentre la Dc si avviava senza sussulti al decennio che l’avrebbe portata al patibolo. Giussani invece in quei giorni proponeva a un gruppo di universitari uno scarto di logica e di consapevolezza inaudito: “Dopo il referendum dicevo:
    ‘ecco, questo sarebbe il momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo’. Vale a dire: è un momento in cui si torna all’inizio, perché è stato dimostrato che la mentalità non è più cristiana”. Ripeteva che bisogna essere “certi di poche grandi cose”; la prima il “riconoscimento di Cristo come presente”, la seconda “la nostra compagnia, cioè la Chiesa come presenza visibile”. Perché per Giussani il cristianesimo è sempre il riaccadere di una cosa che è già all’inizio, come recita una delle frasi che ha più amato e ripetuto, quella di Romano Guardini (un altro dei giganti del cristianesimo del Novecento dimenticati da un cattolicesimo senza testa né amore a sé), secondo cui “nell’esperienza di un grande amore tutto diventa un avvenimento dentro il suo ambito”.

    * * *
    In mezzo a tutto questo cammino, agli incontri personali e pubblici, alle iniziative, alla scrittura, ai viaggi, all’insegnamento di Introduzione alla Teologia presso l’Università Cattolica di Milano (dal 1964 al 1990, attività che gli diede il modo di sistematizzare organicamente lo schema del suo insegnamento di religione, dal “Senso religioso” a “Perché la Chiesa”, producendo un percorso fondamentale di razionale approccio al cristianesimo) a un ritmo di lavoro impressionante, c’è anche il rapporto spesso dialettico, non sempre facile, ma sempre obbediente, con l’autorità della Chiesa universale, o più frequentemente locale.
    Si potrebbe sottilizzare a lungo, altri lo faranno con competenza, sulla natura di certe incomprensioni a lungo incontrate tanto dal pensiero teologico che dal fare di don Giussani. Ce ne sono state di carattere per così dire pragmatico – l’irriducibilità del movimento di Giussani dentro a schemi assegnati – e altre di natura più profonda – la polemica su un cristianesimo ridotto a morale, su un Cristo ridotto a spunto culturale, mentre “Cristo è una presenza che tende per sua natura a determinarsi come significato, gusto ed operosità nell’oggi”.
    Resta il fatto che, al freno e all’opposizione, don Giussani ha sempre risposto con la massima obbedienza: anche negli anni più duri della contestazione postconciliare, quando sembrava diritto di ognuno di andare per la sua strada, Cl non ha mai smesso di aderire al magistero. Testimoniando anzi, proprio nei momenti più drammatici, l’adesione alla Chiesa universale. Come accadde, negli ultimi sofferti anni del pontificato di Paolo VI, nell’intensificarsi di un rapporto con un Papa turbato, che vedeva “diventare maggioritario nella Chiesa un pensiero non cattolico, ma che mai sarebbe stato il pensiero della Chiesa”. Fino all’avvento di Giovanni Paolo II, il Papa amico e valorizzatore dei movimenti, che firmerà nel 1982 il decreto di riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione e a Cl consegnerà il compito di “andare nel mondo, a portare la verità, la bellezza e la pace che si incontrano in Cristo Redentore”. Sono gli anni della rapida diffusione del movimento in settantacinque paesi, di un compito sempre più chiaro nella Chiesa universale, delle “possibilità imprevedibili di incontro con personalità del mondo ebraico, musulmano, buddista, protestante e ortodosso, dagli Stati Uniti fino alla Russia, in un impeto di abbraccio e di valorizzazione di tutto ciò che di vero, di bello, di buono e di giusto rimane in chiunque viva un’appartenenza”, come Giussani ha scritto al Papa nel 2004.
    E vengono anche gli anni di una coscienza personale sempre più profonda, di una lucidità di riflessione sulla fede, in tempi certo non pacificati né per la Chiesa né per il mondo. E vengono gli anni della malattia e di un dolore “che riempie le parole”, per dirla con un altro canto amato, almeno quanto costringe a esserne parsimoniosi. Sono gli anni in cui ogni volta che parla, sempre più raramente in pubblico o con interviste, il “Gius” sorprende sempre per il suo giudizio sul mondo e sull’esperienza cristiana. Sono gli anni in cui l’insistenza sulla “persona” e sulla misericordia di Dio per l’uomo travolge ogni discorso. Gli anni in cui l’invocazione a Maria – sempre più con le parole di “padre Dante” – diventa sintetica espressione di un amore agli uomini, un richiamo a sostenere la loro speranza di fronte “all’altrimenti malasorte”. Gli anni in cui ogni parola riecheggia la notizia rivoluzionaria circa “un uomo che è morto, ma alcuni affermano invece essere vivo”.

    Maurizio Crippa su Il Foglio del 23 febbraio

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito I ciellini in coda

    I ciellini in coda dalla periferia di Milano al Duomo per il grande abbraccio furono per alcun tempo una sorta di popolo negato, gente che aveva delle idee strane ed estranee alla cultura corrente nell’establishment laico, borghese, di sinistra o di destra che fosse.
    Non capivano la bellezza della marcia trionfale dei diritti, il rinnovamento libertario dei costumi, le ansie di una chiesa di base in rivolta conciliare contro la gerarchia e ogni forma di obbedienza, non erano strettamente e rigorosamente individualisti, avevano in testa valori polverosi e abusati come la famiglia, la procreazione, l’educazione scolastica come pedagogia della realtà, e la loro predicazione di libertà, in quanto segnata da quella maniacale idea del cristianesimo come avvenimento legato a Gesù Cristo, come incarnazione del divino nella storia, come esperienza e vissuto, sembrava a chi stava nel fiume della cultura corrente, nel mainstream, nel flusso delle idee accettate, la mascheratura di un integralismo fanatico e bigotto.
    L’esclusione non riguardava soltanto l’Italia della turbolenza sociale, dove spadroneggiavano classismo ed estremismo in forme ideologiche varie, e non si risolveva soltanto nelle famose scazzottate davanti a scuole e università, non si limitava alle dinamiche di branco; era una negazione più sottile, che sfiorava appena una figura come don Luigi Giussani ma centrava in pieno il suo popolo oggi raccolto intorno alle sue spoglie, sicché i ciellini non erano titolari di una voce civile accettata, dovevano stare ai margini del codice culturale dominante, dovevano essere considerati come cristiani delle catacombe, invasati abitatori dei margini dell’impero culturale, che facevano del volontariato sociale e altre attività da bollare come politicantismo ed affarismo, e naturalmente spesso si beccavano, in quel paese offuscato da ipocriti e falsi rancori, di fascisti.
    Oggi i ciellini, straordinaria mescolanza di vite diverse, di radici ed esperienze ormai cosmopolite che penetrano la terra in decine di paesi, sono rispettati e studiati come uno dei grandi soggetti nuovi emersi nel cristianesimo del Novecento.
    Questo mutamento, che si riflette anche nelle eulogie dedicate al loro capo, è l’esatta misura, nonostante tutto, del fatto che l’Italia è cambiata, e in meglio.
    E’ stato detto che la virtù o una delle virtù di Giussani fu di saper far convivere il diverso, di saper commisurare fede, cultura, obbedienza e libertà in un materialismo esistenziale cristiano con molti elementi di originalità e con una grandissima e leale apertura alle curve della storia umana. E’ vero.
    Semplicemente vero.

    Ferrara su Il Foglio

    Ps: eulogia = lode; benedizione; pane benedetto dato in omaggio

    saluti

  3. #3
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    Il liberal cristiano: Don Giussani, maestro di libertà

    Erede di Rosmini: la famiglia e non lo Stato scelga l’istruzione
    di Alberto Mingardi


    Di Don Luigi Giussani rimarrà tanto, resterà la sua capacità di avvicinare al mistero, di chiarire come pochissimi altri nel mondo d’oggi il doppio binario cristiano, ch’è il pessimismo sulla natura dell’uomo e l’ottimismo sul suo destino, il bisogno del vero declinato secondo il gusto del ragionevole, l’esperienza della fede. E quanti sono stati toccati, di persona, da questo sacerdote di Desio al punto di farne un’appartenenza, hanno di certo ben più da dire, ben più da piangere. Ma Don Gius non deve, ora, continuare a vivere solo nella loro biblioteca,o nel segreto tempio degli affetti. La sua lettura sarebbe ampiamente raccomandata a quelli che continuano a dirsi liberali, eppure non riescono ad affrancarsi dai miti stanchi che tramano contro il successo, la verosimiglianza, il senso stesso di quella tradizione di pensiero alle nostre latitudini.
    Proprio a quelli che non riescono a comprendere quanto sia naturale, quanto sia “normale” essere cattolici e liberali, come Bastiat,come Tocqueville, come Rosmini, leggere Giussani farebbe bene.
    Soprattutto su un tema, che è cartina di tornasole affidabile: l’educazione. Il recinto della “scuola laica”è ancor oggi guardato a vista. Sottrarre l’educazione alle famiglie è stata raccomandata come l’unica assicurazione possibile contro la sopravvivenza del dispotismo sociale, di un intrigo di medioevali pregiudizi che schiacciano l’individuo proprio mentre cerca di diventare se stesso. I liberali post-unitari, del resto, erano impegnati a “fare gli italiani”,fabbricando da poche briciole un’identità, e dunque ansiosi di far conto su due agenzie di omogeneizzazione culturale: il servizio militare, e la scuola. Abortire il pluralismo dell’offerta educativa diventa una necessità, se lo Stato si definisce in antitesi all’unica istituzione che abbia radici robuste abbastanza da resistergli: la Chiesa.
    L’imbastardimento del liberalismo per la velleità di un’egemonia era stato anticipato, sfidando il fuoco dei contemporanei, da Antonio Rosmini.«Vi hanno tra noi dei dottrinari», scriveva, «che riconoscono nei padri il diritto di fare istruire i loro figliuoli da persone di loro fiducia, scelte senza impedimento, ma poi aggiungono: «ciò non ostante per al presente non conviene lasciare questa libertà ai padri di famiglia, perché non ne sanno usare, hanno molti pregiudizi imbevuti nel tempo passato. Conviene dunque per ora privarli di quella libertà, fino che sieno formati alle nuove idee della giornata; allora poi glie la concederemo».Quelli che così ragionano sono falsi liberali,il che è quanto dire non liberali, sono teste inconseguenti, senza principi».Ammettere la libertà solo per i membri del proprio club ideologico, legare l’esercizio della propria responsabilità al riscatto di un esame,espropriare padri e madri del diritto di educare per consegnarlo al potere politico è un tradimento, un’abiura.
    Ecco, Giussani,in molte occasioni ma soprattutto in un libro bellissimo, Il rischio educativo, ha definitivamente e vigorosamente sgomberato il campo da ogni equivoco. Lo Stato non può educare,perché l’educazione in senso proprio è immensamente di più dell’immagazzinare nozioni, da una parte, e del tentativo d’indottrinare dall’altra. Don Gius ha smascherato la bugia della scuola laica,aprendoci gli occhi sull’impossibilità di una educazione “neutrale”, che finga di tacere sulle questioni che fanno ribollire il sangue degli uomini. Insegnare è accettare il “rischio della libertà” e formarlo al confronto, perché «la scuola neutra pare che tragga queste sole conclusioni dallo scetticismo che tende a generare: il fanatismo o il bigottismo, fanatismi pro, bigottismi contro, oppure indifferenza e qualunquismo».
    Viceversa, solo “una scuola ideologicamente qualificata” può «creare coscienze veramente aperte,e spiriti veramente liberi. E’ proprio perché educa all’affermazione di un criterio unico che essa può creare nel giovane un interesse intenso al paragone con le altre ideologie e una apertura sincerissima e simpatetica verso di esse». Non si cresce immergendosi in un brodino scipito, non c’è libertà educativa in un’orchestra composta sì di molti elementi,ma tutti costretti al silenzio.E’ invece solo sul mercato della conoscenza, un mercato aperto a chiunque abbia qualcosa da dire (due tipi di persone hanno la dignità dell’umano, racconta Giussani a Renato Farina: l’anarchico e il religioso, chi sa accettare l’esistente e chi sa ribellarsi, non quelli che si mordono la lingua), che si può trovare il pluralismo autentico. E non crediate la tolleranza sia figlia del silenzio: è anzi il prodotto di quella “simpatia” per la fede altrui che solo chi ha consapevolezza di quel che crede può provare.
    C’è una lezione di libertà straordinaria in quelle pagine,che andrebbe urlata addosso ai talebani dello scetticismo, ai silenziatori delle coscienze, agli spiriti colti e smaliziati per i quali il rispetto delle ragioni altrui è figlio di un cinismo divertito e compreso,e non dell’identificazione nella differenza. Guarda caso, c’è una parola ch’era cara a don Gius. “Creatività”, e dice il meglio dell’uomo, calpestato e offeso dall’interventismo selvaggio: «lo statalismo è sempre una situazione pietosa, nel senso che fa pietà: senza creatività, senza poesia, senza canto (adeguati, dico)». «Una società è fatta dall’imporsi di questa creatività di cui la libertà dell’uomo è capace, dall’imporsi di questa creatività anche al predominio dello Stato.Più società: più individui,più creazione dal basso».

    (Da Il Riformista, 23 febbraio 2005)

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    Giussani, la fede nella libertà
    La lezione del sacerdote scomparso
    di Carlo Lottieri


    L’equazione corrente vuole che i liberali siano laici: che celebrino il cosiddetto ‘Stato di diritto’ e l’autonomia della politica dalla religione, e perfino (à la Machiavelli) l’autonomia del potere dalla morale. In questa versione parodistica dell’ordine liberale, ognuno avrebbe diritto a professare la propria fede, ma solo entro luoghi ristretti e chiusi, popolati da un’umanità ‘minore’ e prigioniera del passato: la quale deve rimanere nelle catacombe e starsene ben lontana dai più ampi spazi destinati alle sfilate di altri simboli. Seguendo questa medesima logica a Parigi si tolgono i veli alle giovani musulmane affinché siano – innanzitutto – francesi e repubblicane.
    Anche per aver resistito di fronte a ciò, oggi è doveroso esprimere riconoscenza a don Luigi Giussani, il sacerdote brianzolo che in questi giorni se ne è andato dopo aver creato un universo di relazioni ‘forti’ tra cattolici: una libera compagnia per sua natura intimamente ostile ai dogmi della statualità e a quella mimesi del religioso che segna tanta parte della retorica dominante.
    Non a caso, e da decenni, ogni riflessione su don Giussani porta molti a parlare di ‘integralismo’. Il sacerdote ha infatti scandalosamente affermato che i cristiani non devono abdicare alla propria identità, né rinunciare a creare cultura e istituzioni. E non può sorprendere il fatto che proprio dalla lezione di Comunione e Liberazione abbia preso il via una decisa battaglia per permettere ai cattolici di avere proprie scuole: destatizzando l’educazione al fine di socializzarla veramente (consegnandola alle famiglie, agli studenti e agli insegnanti).
    I cosiddetti ‘integralisti’ di Giussani, allora, hanno capito prima e meglio di tanti sedicenti liberali l’esigenza di separare lo Stato dalla scuola, liberando le aule da ogni controllo politico-burocratico perché esse possano essere luoghi in cui identità si incontrano, legami si costruiscono, progetti esistenziali possono prendere il largo.
    Nel mondo cattolico non è mancato chi ha accusato ai ciellini di ‘sporcarsi’ troppo le mani: occupandosi di affari e politica. Ma in queste considerazioni, critiche talora anche comprensibili si sono spesso unite a preoccupazioni ‘protestanti’, inclini a confinare i credenti – come si è detto – in chiese non di rado sempre più vuote e desolate.
    A tale proposito, non si può dimenticare come nel linguaggio del ‘Gius’ vi fosse una parola-chiave: esperienza. E in effetti per lui il cristianesimo non è mai stata una filosofia o un insieme di astratte dottrine, ma un avvenimento storico che ha avuto luogo duemila anni fa e si rinnova ogni giorno. Perché o il cristianesimo è un fatto, oppure non può offrire speranze ad alcuno.
    Da qui la centralità della persona: in tutte le sue dimensioni e anche (e soprattutto) nella sua materialità. Se Dio stesso si è incarnato, non è accettabile che oggi si chieda ai cristiani di vivere un’esistenza ‘scissa’: praticando la propria fede alla domenica ed essendo cittadini perfettamente disciplinati e integrati nel resto della settimana.
    In questa resistenza di fronte alle pretese dell’Ovvio (l’apparato ‘laico’ e democratico che non ammette eresie), c’è uno degli insegnamenti più duraturi di questo piccolo grande cristiano che è stato don Luigi Giussani. La cui lezione – ne siamo certi – continuerà ad accompagnare quanti insieme a lui hanno imparato ad affrontare la vita.

    (Da L'Indipendente, 23 febbraio 2005)

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 18-10-11, 08:59
  2. Un grande capo, una grande popolo, una grande missione
    Di Wallace81 nel forum Destra Radicale
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 17-08-08, 15:22
  3. GRANDE Milano, GRANDE Lombardia, GRANDE Lega.
    Di Genyo nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 130
    Ultimo Messaggio: 15-11-05, 17:54
  4. Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 06-10-05, 00:34
  5. Prete si o prete no al Grande Fratello?
    Di pensiero nel forum Il Seggio Elettorale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 15-01-04, 02:36

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito