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Discussione: I Falsari

  1. #21
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    In origine postato da Pieffebi
    L'articolo non parlava di campionati di calcio, classifiche (che registrano oggi il prodotto di processi che si dispiegano nel tempo per anni....) e altre "econometrie"....


    Un bel modo di dire che l'articolo faceva passare tesi sballate SENZA UNO STRACCIO DI NUMERO.

    seppur insufficientemente critico verso lo scarso liberismo del Centrodestra al governo
    Insufficientemente critico? Ricordiamo cosa diceva:

    Anzi, viene perfino invertita imputando al governo Berlusconi una crisi competitiva che, in realtà, ha ereditato dal passato e che sta risolvendo con crescente efficacia.
    Perdere venti posizioni in tre anni significa forse "risolvere con crescente efficacia" la crisi competitiva?

    Avere il primo disavanzo in dodici anni nella bilancia commerciale significa forse "risolvere con crescente efficacia" la crisi competitiva?

    "Risolvere con crescente efficacia" la crisi competitiva non e' una critica blanda, e' un elogio, per di piu' FALSO PERCHE' SMENTITO DAI DATI. Ed anche lo scaricabarile sui sinistri e' smentito dai dati...

  2. #22
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    Si tratta di un brevissimo articolo di giornale, non di un trattato. E ognuno ci trova scritto quello che gli aggrada, infatti ci sono passaggi passati volutamente inosservati: " L’agenda delle riforme reali fu rallentata sia dalle contingenze del ciclo esterno sia da una temporanea perdita di coerenza riformatrice nella coalizione. ". Critica largamente insufficiente, ne convengo.

    Saluti liberali

  3. #23
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    In origine postato da Pieffebi
    Si tratta di un brevissimo articolo di giornale, non di un trattato. E ognuno ci trova scritto quello che gli aggrada
    Amico il titolo del thread e' "I FALSARI" ed ovviamente si riferisce a questa frase: "Anzi, viene perfino invertita imputando al governo Berlusconi una crisi competitiva che, in realtà, ha ereditato dal passato e che sta risolvendo con crescente efficacia."

    Avendo dimostrato CON I NUMERI NON CON LE CHIACCHIERE che tale asserzione e' totalmente falsa, rigiro l'oggetto di questo thread al mittente.

  4. #24
    SENATORE di POL
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    Spiacente tu hai dato dei numeri, ma non hai dimostrato nulla. Ossia i tuoi numeri non falsificano affatto l'analisi storica di Pelanda che parla della sorgente e non del fiume.

    Shalom

  5. #25
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    In origine postato da Pieffebi
    Ossia i tuoi numeri non falsificano affatto l'analisi storica di Pelanda che parla della sorgente e non del fiume.
    Anche un gabinetto puo' esser considerato una sorgente...

  6. #26
    SENATORE di POL
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    Un vecchio articolo dello stesso Pelanda....illuminante

    " La zavorra europea



    Di Carlo Pelanda (14-9-2003)





    L’America ha reagito alla crisi di fiducia innescata dal triplice shock del 2001 - recessione, scandali finanziari e terrorismo - adottando misure eccezionali di ricostruzione delle certezze economiche. L’Unione Europea no, pur colpita dal medesimo fenomeno. Infatti la prima sta cominciando a vedere la luce mentre la seconda resta nella piena oscurità della stagnazione. E l’Italia è in difficoltà non per incapacità del governo, ma perché la dimensione europea, invece di aiutare, blocca le politiche necessarie alla stimolazione dell’ottimismo economico. Questa parte del quadro non viene portata alla ribalta sui media perché in prevalenza interessati a denigrare l’esecutivo più che ad analizzare correttamente i fatti. Che mostrano un dannato problema di blocco esterno.

    Per capire cosa sbloccare è utile, prima, una comparazione con l’America. L’amministrazione Bush ha potuto usare due strumenti potentissimi di gestione della crisi: (a) il deficit di bilancio sia per ridurre le tasse sia per aumentare la spesa pubblica; (b) un’autorità monetaria (Fed) ben coordinata con il governo che ha potuto fare tutto il necessario per dare la giusta liquidità al sistema. Al punto da rischiare sul lato dell’inflazione futura per evitare il pericolo più grave dell’instaurarsi di un pessimismo economico prolungato. In sintesi, l’uso non vincolato di tutto il ventaglio degli strumenti di politica economica ha permesso di rispondere alla crisi di fiducia con un plus di risorse, per ripristinarla. L’Italia, invece, non ha potuto adottare tali strumenti. Servivano e servono dai dieci ai trenta miliardi di euro per fornire stimoli straordinari (temporanei) alla nostra economia sia in termini di detassazione sia di spesa pubblica straordinaria, ma abbiamo perso la sovranità di bilancio per renderli disponibili. Inoltre la Banca centrale europea è rimasta e resta ancorata alla sua missione istituzionale di occuparsi esclusivamente del contenimento dell’inflazione. Cosa assurda perché in situazioni d’emergenza ci vuole una banca centrale dotata anche del mandato stimolativo. Cioè della missione di ossigenare l’economia reale e le Borse quando sono in apnea. Non è una critica ai vertici della Bce perché vincolati da uno statuto che non permette loro di fare questo. E’ una critica al disegno dell’istituzione. Ma come si fa a creare un’autorità monetaria senza missione espansiva? E, soprattutto, a mantenerla inalterata in una situazione di crisi della fiducia?

    In sintesi, l’Italia ha trasferito la propria sovranità monetaria e di bilancio ad un sistema europeo talmente maldisegnato – Patto e BCE - da non essere in grado di tornare ai Paesi membri la facoltà di “manovra” quando questa è necessaria. Sembra surreale, i miei studenti americani non ci credono quando lo spiego in classe. Ma questa è la realtà che non permette ad un governo democraticamente eletto di dare ai propri elettori quello che serve, quando serve. Ed è proprio nella ormai biennale crisi della fiducia che si è visto meglio tale, gigantesco, difetto delle euroistituzioni. Che si materializza come cancellazione della libertà decisionale dei politici. La cui conseguenza più rilevante, nelle contingenze, è che per questo blocco esterno degli strumenti sovrani si impedisce alla politica di svolgere la sua missione più importante: produrre fiducia. Nella situazione creatasi dopo il 2001 la giusta formula per farlo non è né di sinistra né di destra: bisogna semplicemente mollare, per un periodo limitato, tutti i cordoni della borsa. Significa, per i governi, andare senza esitazioni in deficit temporaneo sia per detassare sia per assistere chi è in crisi e, per l’autorità monetaria, inondare di liquidità il sistema. E’ una formula d’emergenza da contenere entro limiti temporali perché comporta inflazione. Ma le crisi economiche profonde, cioè quelle psicologiche, si governano proprio con l’inflazione. Che se contenuta e temporalmente limitata non produce gravi danni perché nel momento in cui il sistema riprende l’ottimismo lo si può disinflazionare, cioè ristabilizzare. Una Bce che vuole tenere burocraticamente minima l’inflazione qualsiasi cosa succeda e il divieto di accendere deficit di contingenza impediscono di farlo. Vi prego di notare l’assurdità delle conseguenze: si privilegia un bene secondario, la stabilità, su quello primario che è la fiducia, cioè la forma sulla sostanza. E non è carta. E’ ansia e sofferenza vera, sangue e carne della gente, perdita di valore e di competitività per pessimismo. Vi sembra sensato un sistema esterno che non lasci alla politica interna la facoltà di ridurre l’incertezza? Ma lo sconcerto non si limita solo a questo. Tecnicamente non è difficile disegnare un Patto più flessibile ed una Bce con anche la missione stimolativa senza pregiudicare la stabilità prospettica dell’euro. Che non lo si sia fatto finora ha una causa precisa: la dottrina tecnica europea fa confusione tra stabilità e fiducia ritenendole la stessa cosa. E quindi non separa i metodi per (ri)costruire la seconda da quelli per gestire la prima come, invece, si dovrebbe. E’ un errore tipico del pensiero burocratico – la tragedia intellettuale e scientifica che contamina e deprime l’Europa - che dovremo correggere con un battaglia concettuale. Nel frattempo sappiate che il vostro malessere dipende, principalmente, da tale errore e da chi si rifiuta di correggerlo. Additateli.
    "

    Saluti liberali

  7. #27
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    Altra palla.

    Abbiamo perso competitivita' ANCHE RISPETTO AI NOSTRI PARTNERS EUROPEI.

    Questo dal 2001 ovviamente. Dal 1997 al 2001 le cose andavano diversamente. Strano perche' anche allora eravamo attaccati alla "zavorra"...

  8. #28
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    Ai tempi dell'ULIVO

    " Clima surreale: è più difficile parlare della crisi competiva che risolverla


    Di Carlo Pelanda (21-12-2000)



    Gli ultimi dati rilasciati dall’Istat confermano che la crescita dell’economia italiana nel 2000 sarà inferiore alle attese governative. L’incremento annuale del Pil sarà più vicino al 2,5% (se nel quarto trimestre non si accelera la caduta in corso) che non al 3%. Questo sarà il decimo anno consecutivo che cresceremo di circa un punto percentuale sotto la media europea. Perché l’Italia ha prestazioni peggiori di quelle degli altri paesi europei pur avendo questi un modello statalista simile al nostro, Francia e Germania in particolare? Io sono sconcertato dal fatto che la maggior parte dei mezzi di informazione, pur descrivendo il fatto, non vogliano o riescano spiegarlo nelle sue cause profonde: l’Italia è in fase di deindustrializzazione e la mitica piccola industria è ormai un modello fallimentare.

    La globalizzazione dei mercati favorisce le grandi imprese e penalizza quelle piccole. Gli altri paesi europei principali sono basati su un modello fatto di tante grandi e medie industrie. Noi ne abbiamo circa seicento di queste e ben trecentomila tra piccole e micro. Un’economia più internazionalizzata esaspera le condizioni di concorrenza. Richiede più investimenti tecnologici, più efficienza complessiva per ridurre i costi, operazioni più complesse per stare su più mercati. In un solo concetto, nel mercato globale la piccola azienda deve diventare “grande” abbastanza per riuscire a starci. Nel 1996, proprio nell’esatto momento in cui bisognava fare un riforma competitiva del nostro sistema industriale, è andata al potere una sinistra che ha congelato l’economia complessiva e, quindi, anche impedito tale trasformazione. Così un numero crescente di piccole e medie aziende internazionalizzate che fino a poco tempo fa spuntavano successi commerciali in tutto il mondo ora non riescono più a farlo, per difetti di scala. I dati degli ultimi due anni mostrano con chiarezza che l’industria italiana ha perso quote nel mercato europeo. E che comincia a soffrire in quello più vasto, globale . Ne è prova un’iniziale contrazione dei volumi d’affari nel mitico nordest e nelle altre aree dove è concentrata la piccola e media industria esportatrice: oltre a Friuli e Veneto, Lombardia orientale e collinare, parte dell’Emilia e delle Marche. Dagli inizi degli anni ’90 abbiamo già perso, o visto ridursi, buona parte della grande industria nel tradizionale triangolo Torino-Genova-Milano (il nordovest), adesso è a rischio anche il sistema delle piccole e medie imprese del nordest e dintorni. L’Italia centrale non possiede una struttura industriale forte e quella meridionale proprio non ce l’ha.

    La situazione è brutta, ma non è per niente difficile individuare, sul piano tecnico, le strategie per interrompere tale crisi e reindustrializzare l’Italia, anche con buona velocità. Per esempio, con la defiscalizzazione si aumenta la reddività di impresa – ora la più bassa d’Europa - e, quindi, si stimolano nuovi investimenti. L’ingrandimento delle imprese lo si incentiva conformando il mercato del lavoro in modo tale da non rendere troppo oneroso e rischioso per l’imprenditore assumere personale (ora lo è) . Con la creazione di un sistema borsistico specializzato, migliore del “Nuovo mercato” attuale, si possono avere gli strumenti di capitalizzazione per la formazione di grandi gruppi industriali integrati a partire da unità frammentate. Per aumentare le capacità tecnologiche delle imprese basta cambiare gli ordinamenti universitari e permettere che i laboratori si colleghino direttamente alle aziende (cosa ora ostacolata di fatto). In sintesi, la lista delle cose da fare, queste ed altre, è chiara. E possono essere realizzate bene anche perchè il sottofondo di cultura e vitalità industriale nel paese è ancora forte, non intaccato dalla crisi strisciante. Basta liberarlo, indirizzarlo ed incentivarlo. Berlusconi ha dato un ottimo esempio di questo approccio per “grandi progetti” con il suo “discorso della lavagna” fatto lunedì scorso a “Porta a porta”.

    Ma, allora, dove sta il problema? La sinistra, nelle sue comunicazioni ed azioni politiche, nega perfino che la crisi esista. Molte fonti di ricerca e di opinione, a cui non può sfuggire, la sfumano in nome di pudori che francamente non riesco a capire. E così gli italiani, pur impoverendosi, non sanno che sono in deindustrializzazione brutale perché nessuno glielo dice con chiarezza. Non sapendolo, non percepiscono l’emergenza e non producono la massa critica di consenso per correre ai ripari. Situazione surreale. Per esempio, qualche giorno fa ho partecipato ad un seminario, a Londra, dove quanto vi ho detto sopra era fatto già acquisito. L’indomani, in una conferenza a Milano, ho trovato colleghi indignati che mi davano dell’allarmista per motivi di faziosità politica quando ho ripetuto la stessa analisi. Sei mesi fa il mio istituto di ricerca, ad Atlanta, si è messo a studiare le conseguenze economiche della desertificazione nel Mediterraneo, Italia meridionale compresa. Due settimane fa a Taranto ho chiesto a cento persone, per lo più amministratori, in una sala se avessero sentito parlare di questo fenomeno, tra l’altro accelerato, che li tocca direttamente. No, hanno scosso la testa. E da brave persone hanno chiesto con la giusta ansia più informazione. Ecco l’assurdità di questo paese: invertire il processo di deindustrializzazione non sarà difficile, ma informare gli italiani che il problema esiste è quasi impossibile. Ditemi voi se è così perché non riesco a crederci pur dovendolo scrivere.



    Carlo Pelanda
    "

    Saluti liberali

  9. #29
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    L'unico appunto che si può fare al Pelanda di oggi è di minimizzare il fatto che il governo, per svariate ragioni, ha fatto molto meno di quello che lui stesso diceva che avrebbe dovuto fare....però ...sicuramente, rispetto alla sinistra, ha fatto molto di più di quello che questa nella filosofia politica che la domina, sarebbe disposta a fare in analogo clima economico mondiale ed europeo.

    Saluti liberali

  10. #30
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    In origine postato da Pieffebi
    Gli ultimi dati rilasciati dall’Istat confermano che la crescita dell’economia italiana nel 2000 sarà inferiore alle attese governative. L’incremento annuale del Pil sarà più vicino al 2,5% (se nel quarto trimestre non si accelera la caduta in corso) che non al 3%.
    Guarda che siamo nel 2005 non nel 2000. Hai controllato quanto e' stata la crescita del 2000?

    E' stata del 2,5 come diceva il tuo Pelanda, o del 3 come diceva l'Ulvo?

    Non hai controllato vero?

    Infatti guarda caso nel 2000 il pil e' cresciuto DEL TRE PER CENTO E PELANDA HA DETTO L'ENNESIMA STRONZATA.



    Questo e' il primo numero che cita in quattro articoli ed infatti e' SBAGLIATO. Grazie PFB per averci dimostrato che gli articoli da te postati sono scritti da INCOMPETENTI.

 

 
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