Negli ultimi anni si era registrato un grande avvicinamento fra gli Stati Uniti e la Turchia. Washington aveva incoraggiato i turchi a stringere una alleanza strategica con Israele. Questa alleanza, che aumentava la superiorità militare dei due paesi nei confronti degli stati arabi, era stata messa in pericolo dalla politica dispotica condotta da Sharon nei confronti dei palestinesi. Essa aveva infatti suscitato l'ira del primo ministro turco Erdogan. Ma dopo un accordo in base al quale Israele si impegnava a contribuire all'ammodernamento dell'esercito turco, era gradualmente tornata la concordia fra le due parti. L'alleato americano aveva anche fatto pressioni sui governi europei affinché aprissero una trattativa con Ankara per l'adesione della Turchia alla UE. Questa iniziativa tuttavia ha incontrato un'accoglienza non favorevole da parte di diversi stati europei, i quali vorrebbero impedire l'ingresso della Turchia nell'Unione, subordinando tale decisione all'esito dei referendum popolari che si terranno a questo proposito nei singoli stati. I sondaggi d'opinione nel vecchio continente indicano infatti che i popoli europei sono contrari all'adesione della Turchia, e i governi della UE intendono approfittarne per rinviare le trattative di adesione il più possibile. Inoltre, da alcune settimane il clima delle relazioni turco-americane non è dei migliori. Le divergenze fra i due paesi hanno raggiunto uno stato che potrebbe addirittura essere definito "di tensione". Le questioni che ormai sono materia di aperto dissenso sono la guerra in Iraq, il contrasto fra turchi e curdi, la politica americana nei confronti dell'Iran. La Turchia è estremamente contrariata per le provocazioni dei mezzi di informazione americani nei suoi confronti. In particolare, ciò che ha suscitato l'ira dei turchi è un articolo firmato da Robert L. Pollock, importante opinionista del "Wall Street Journal", pubblicato con il titolo: "Turchia: il malato d'Europa". Non è la prima volta che Pollock scrive articoli provocatori nei confronti della Turchia. Egli già in altre occasioni aveva preannunciato la fine della comunione di interessi fra Ankara e Washington. Il suo ultimo pezzo riflette il risentimento americano di fronte alla crescente ondata di avversione nei confronti degli USA che ultimamente sta prendendo piede in Turchia, in misura anche superiore di quanto sta avvenendo nei paesi arabi. Qualcosa è cambiato rispetto al passato, quando Ankara agiva in base ai dettami di Washington, cogliendo in cambio i frutti di questa relazione politica e strategica con gli Stati Uniti. Dal momento dell'invasione americana dell'Iraq qualcosa si è rotto in questo rapporto. In un'intervista rilasciata due settimane fa, il segretario americano alla difesa, Donald Rumsfeld, si è sfogato affermando che il persistere della resistenza all'interno del "triangolo sunnita" è il risultato del rifiuto turco di collaborare al piano di invasione dell'Iraq, che prevedeva l'ingresso di unità militari americane attraverso i confini turchi. Infatti, nel marzo 2003 il parlamento di Ankara aveva inaspettatamente negato alle forze americane il permesso di entrare in Iraq attraverso i propri confini. Dall'inizio della crisi irachena è sorta all'interno della Turchia un'opposizione popolare crescente nei confronti dei piani americani. Questa opposizione si è ulteriormente rafforzata a seguito dei sanguinosi scontri di Falluja e delle incursioni che si sono verificate nell'area di Mossul, città a maggioranza turcomanna. La rabbia turca è suscitata anche dal fatto che i curdi iracheni sono apparsi fra i principali vincitori di questa guerra. Il governo di Ankara aveva insistito affinché gli USA fermassero le azioni del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) nel nord dell'Iraq, oppure lasciassero ai turchi la possibilità di occuparsi della questione. L'irritazione delle autorità militari turche deriva anche dal fatto che l'amministrazione Bush non ha inserito il Partito dei Lavoratori Curdi nella lista delle organizzazioni terroristiche. Gli osservatori ritengono che la tolleranza di Washington nei confronti di questo gruppo vada fatta risalire alla collaborazione esistente fra i curdi iracheni e le forze americane all'interno dell'Iraq. Ankara non è nemmeno riuscita ad ottenere da Washington la promessa di impegnarsi sinceramente contro la nascita di uno stato curdo nel nord dell'Iraq. I sospetti dei turchi in proposito sono aumentati quando nel gennaio scorso insieme alle elezioni nazionali irachene si sono svolte le elezioni locali nella città di Kirkuk, che i curdi iracheni vorrebbero come capitale di uno stato curdo indipendente. In quell'occasione il Pentagono ha permesso la registrazione nelle liste elettorali di 70.000 curdi non residenti, cosa che ha aiutato i partiti curdi ad affermarsi con facilità nelle elezioni cittadine. Ciò sarebbe avvenuto in seguito alle pressioni dei due leader storici, Jalal Talabani e Massud Barzani, i quali vorrebbero inserire Kirkuk, città che è molto ricca di petrolio, nell'insieme delle regioni curde al momento delle trattative per una ripartizione federale dell'Iraq. Kirkuk fornirebbe le risorse finanziarie necessarie per sostenere un ipotetico stato curdo. Ma la nascita di un tale stato nel nord dell'Iraq è vissuta come un incubo dai generali turchi, i quali temono la conseguente secessione dei curdi che vivono in territorio turco. Le autorità militari turche hanno anche affermato di essere pronte ad intervenire nel nord dell'Iraq nel caso in cui dovesse scoppiare una guerra civile, perché Ankara non vuole che si verifichi di nuovo ciò che accadde nel 1991, quando il territorio turco fu invaso da migliaia di civili curdi in fuga dall'esercito iracheno.


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