INTERVISTA DI FABIO MUSSI
«La pace non è relativismo»

«Una piccolissima premessa...», domanda il coordinatore del correntone Ds Fabio Mussi. Perché dell'intervista alla Stampa di domenica di Piero Fassino ci sono molte cose su cui non concorda, ma soprattutto una: «Insomma - sbotta Mussi - ormai questa comunis opinio sul relativismo culturale dell'occidente, che Fassino estende autocriticamente alla sinistra, si sta allargando un po' a dismisura. Io rivendicherei qualcosa di più per la sinistra che rappresentiamo».

Per altro, la storia comunista da cui viene la Quercia non brilla certo per relativismo. Semmai...

Io, Fassino e diversi altri apparteniamo a una generazione di comunisti. I quali si sono radicalmente opposti alla dottrina sovietica della sovranità limitata e dell'esportazione del socialismo con i carri armati; che hanno accolto con entusiasmo le rigorose affermazioni di Enrico Berlinguer sul valore universale della democrazia; che si sono battuti contro le dittature, come quelle dell'America latina; che sono stati per primi in piazza il giorno che sono arrivate le prime notizie sulla stragi di Tienanmen. Siamo stati una generazione che ha fatto anche drammaticamente i conti con le vicende storiche del movimento comunista internazionale, e in particolare su questo punto del dispotismo politico. Io rivendicherei di più una storia: in cui è evidente che la difesa della libertà e della democrazia è un punto cruciale. Il problema è se ora noi ci adattiamo a una nuova dottrina della sovranità limitata e dell'esportazione della democrazia con la guerra.

Da un blocco sgretolato all'altro...

Bé, non vorrei proprio trovare un nuovo stato guida all'alba del terzo millennio. Tra l'altro, mentre il socialismo autoritario si può anche esportare militarmente, per sua natura la democrazia germoglia difficilmente tra i crateri delle bombe: ha bisogna processi endogeni, di laicizzazione delle istituzioni, di scolarizzazione della vita civile e formazione di una società civile. La democrazia è piuttosto incompatibile con l'esportazione militare.

Fassino rileva però che i processi che si stanno aprendo in Medioriente sono - per dirla così - un «effetto collaterale» dell'interventismo di Bush...

I processi aperti in Medioriente sono anche interessanti: Palestina, Libano, Egitto. Ma sarei molto prudente a lasciare libero corso all'idea secondo cui sono effetti collaterali della guerra. Mi sembra un'interpretazione azzardata. Fassino, tra l'altro, si ferma un passo prima, ma leggo Umberto Ranieri affermare che: insomma, la guerra quando ci vuole ci vuole. Gradirei sapere quali sono eventuali nuove guerre per le quali dovrebbe esserci un apprezzamento positivo da parte nostra.

E, se non alla guerra, a cosa si devono i processi aperti in Medioriente?

E' stata l'area del nazionalismo laico, del socialismo arabo, di una prolungata stagnazione divenuta insopportabile, di enormi ricchezze ma in cui grandi masse vivono in condizioni disperate. Secondo me comincia a esserci l'insostenibilità di un intero assetto. Dopo tanti anni di guerra, in Palestina c'è il tentativo, anche attraverso una nuova leadership, di chiudere la partita. In Libano non so come possa andare: sono piene le piazze per il ritiro siriano ma anche quelle degli Hezbollah. In Egitto restano molti dubbi che quella di Mubarach sia un'apertura vera. In Arabia Saudita mi pare non si muova nulla.

Fassino rileva che «c'è un rovesciamento» della politica dei repubblicani statunitensi rispetto a quando, negli anni `80, «sostenevano le dittature militari fasciste in Sudamerica»...

Su questo c'è una scarsa attenzione rispetto al maggiore processo democratico in corso, che è appunto quello dell'America latina. E' un processo non di antagonismo ma di autonomia dalla politica americana. Tra l'altro, anche la sinistra europea è piuttosto divisa: tra una sinistra di governo come Blair, che si muove all'ombra del governo statunitense, e una sinistra di governo come Zapatero, che gioca le sue carte sull'autonomia. Non vorrei che in Italia si scegliesse Blair piuttosto che Zapatero.

E insieme anche il dovere di saper fare la guerra per tornare al governo?

Penso che l'affermazione intransigente della democrazia e della libertà comporti una critica radicale, non l'accettazione della guerra. E non voglio parlare della squadra che si va formando intorno al secondo mandato di Bush...

Parliamone, invece.

Rumsfeld e Cheney, che restano al loro posto. Condoleeza Rice al posto di Powell. Gonzales, l'uomo che ha fornito le basi giuridiche per la tortura, alla giustizia. Bolton, l'uomo che contesta perfino il concetto di comunità internazionale, alle Nazioni unite. Negroponte - do you remember Honduras? - capo servizi segreti. Non mi pare la squadra più adatta a definire il nuovo governo democratico del mondo e della globalizzazione di cui parla Fassino.

Che però trova subito un poderoso schieramento mediatico e di poteri che in suo un sostegno. Anche peloso. Come foste ancora «figli di un dio minore»...

Tenterei di liberarmi da questo incubo dell'essere filoamericani o antiamericani: mi pare un residuato bellico della guerra fredda. Facciamo piuttosto l'analisi della situazione concreta, prendiamo i governi per quello che sono e che fanno. Prima di dare certi riconoscimenti a Bush, forse bisognerebbe ricordare cos'è stato il governo degli Stati uniti di questi anni. Sto parlando di un governo che ha disconosciuto ogni autorità dell'Onu, che non rispetta la convenzione Ginevra, che si è ritirato da convenzione Vienna, che ha ritirato la firma dal trattato di Kyoto, che non riconosce il Tribunale penale internazionale, che disdice i trattati sulla riduzione e il controllo degli armamenti. In un mondo in cui si spendono 950 miliardi di dollari l'anno in armi, di cui la metà sono spesi dagli Stati uniti a fronte di 50 miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo. Cosicché c'è gran parte dell'umanità che non solo soffre oppressioni politiche ma anche la dittatura della fame e delle malattie. Bisogna avere una visione critica di come sta andando la globalizzazione e della politica dei neocons americani. Questo sarebbe un atto di quelli che Fassino chiama di «politica preventiva». La guerra invece no.