Berlusconi horror

Roma. Quando la domenica pomeriggio andava allo stadio con il padre, da ragazzino, Silvio Berlusconi cercava di sembrare più piccolo per pagare un solo biglietto. Non essendo un gigante, probabilmente gli riusciva facile.
“Imparò a essere furbo in tenera età, con il padre come maestro o
complice”, ha scritto David Lane, corrispondente dall’Italia dell’Economist, e ci ha costruito sopra un libro, una specie di horror biografico appassionatissimo, con la copertina nera e sopra il nero una fila di denti bianchi ghignanti, quelli del Cav.
“L’ombra del potere”, è il titolo italiano (Editori Laterza, euro
19), ma la prima edizione uscì in Inghilterra lo scorso autunno,
per la Penguin, così: “L’ombra di Berlusconi: crimine, giustizia e
l’inseguimento del potere”.
Cioè Berlusconi magnate mafioso, corrotto, revisionista, dittatore,
impunito, fascista più di Mussolini.
Anche scandalosamente donnaiolo, scrive Lane, visto che ebbe pure “una seconda e
parallela famiglia” mentre Forza Italia “dichiarava che la famiglia era il fondamento della società italiana”.
David Lane ha spiegato che voleva semplicemente “dipingere il ritratto dell’Italia contemporanea”, raccontare agli inglesi come funzionano le cose qui da noi, “con uno sguardo ingenuo e
stupefatto”.
Dice infatti che la moglie non ne poteva più delle sue “continue manifestazioni di stupore per quello che era successo e quello che stava succedendo”, e lo incoraggiò a gettarsi nell’opera. Lane era parecchio allenato, aveva contribuito a creare quelle famose inchieste dell’Economist sul perché Berlusconi fosse “unfit”,
inadatto, a guidare l’Italia, nel 2001, e poi l’Europa, nel 2003, durante il semestre italiano.
Aveva così conosciuto Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio (che ringrazia nella prefazione del libro), era pronto.
Poi però, nei due anni di studio e scrittura, successe qualcosa di imprevedibile:
David Lane si innamorò. Del nemico, del male assoluto, dell’“immmortale con il lifting”, e completamente, disperatamente.
Non scrisse più il ritratto dell’Italia, ma l’epopea fantasy di Berlusconi.
In otto capitoli: mafia, successo, corruzione, potere, legge, complicità, giustizia, tradimento.
Dove la demonizzazione diventa ammirazione, perché Berlusconi è la suprema e terribile causa di tutto, anche del blackout
elettrico di due anni fa.
Tanto che in Inghilterra c’è chi azzarda, sullo Spectator:
“Se l’autore non avesse una conoscenza così approfondita dell’Italia, questi fatti così straordinari e inquietanti risulterebbero
incredibili”.
E anche il Manifesto ha scritto: “Il libro è un po’ così. Ogni tanto corre il rischio di scivolare nella macchietta”.
Per troppa passione.

Anche se non fa il saluto romano
“All’inizio doveva essere un libro sullo stato di diritto in Italia, perché ero scandalizzato dalla violenza degli attacchi che il
centrodestra portava alla magistratura all’epoca delle leggi ad personam. Poi è diventato qualcosa di più”,
ha detto David Lane, che si è ritrovato a raccontare lo sbarco
degli angloamericani ad Anzio, a contare i morti e le tombe, per spiegare quanto Berlusconi sia fascista revisionista (avendo detto
che la liberazione arrivò con le elezioni del 1948), e a criticare il presidente della Repubblica, definito “un ottantenne” (sottinteso:
completamente andato) per aver parlato delle radici profonde di una memoria condivisa in Italia che, secondo l’inglese Lane, non può esistere.
E a fare paragoni con il Ventennio fascista :
“Milano è stata la base del potere di Mussolini, come lo è stata più tardi per Berlusconi”, ha scritto Lane.
“Entrambi mostravano di non comprendere i limiti di ciò che potevano fare… entrambi odiavano le critiche e ritenevano di esserne al di sopra; entrambi vedevano il mondo diviso in amici e nemici” e così via, compresa l’avversione per la libertà di stampa. Dice che “il ricchissimo magnate diventato politico” non alza la mano destra nel saluto romano, non arringa la folla da Piazza Venezia e non fa mettere l’uniforme ai ragazzini, però “con il suo controllo dittatoriale sui mezzi d’informazione rappresenta una reale e funesta minaccia per la democrazia”.
Perché i metodi di controllo sociale, nei settant’anni che separano
la marcia su Roma di Benito Mussolini dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi “si sono affinati”.
“Una corruzione molto estesa, una criminalità organizzata profondamente radicata”, è l’Italia raccontata da Lane agli inglesi,
con la rassicurazione: in Gran Bretagna, in Germania, in Svezia o in Finlandia “Berlusconi non sarebbe stato eletto: una persona come lui non sarebbe stata accettabile come candidato a una carica pubblica”.
Invece qui, tra mandolini e pizze e spaghetti e mafia, è successo che “gli italiani si sono fatti abbagliare dal denaro di Berlusconi,
si sono fatti incantare dal suo potere mediatico?
Forse è andata così”, scrive David Lane, che vive qui da trent’anni, si occupa di affari e finanza, ma a un certo punto
si è innamorato e ha perso la ragione.

su il Foglio del 29 marzo

saluti