Sabato, 16 Ottobre 2004
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Ue, una presidenza da dimenticare
di Tullio Toscano
Il 31 ottobre prossimo Romano Prodi lascerà la presidenza della Commissione Ue per scadenza del mandato. Il primo novembre successivo si insedierà la nuova Commissione che sarà presieduta dall’ex premier portoghese Josè Manuel Barroso. Per la Comunità non sarà una gran perdita. Il professore non lascia dietro di sé il ricordo di un’operosità particolarmente intensa e feconda, dal momento che non sono da ascrivere alla sua presidenza atti o fatti memorabili o, quanto meno, d’una certa importanza.
Tutto ciò che è avvenuto di significativo in questi cinque anni - come la nascita della moneta unica, l’adozione del progetto di Costituzione e l’allargamento ad Est - sono frutto di iniziative prese ben prima che Prodi approdasse a Bruxelles. Certo, come capo dell’esecutivo Ue, egli avrebbe potuto dar prova di attivismo, adoperandosi, ad esempio, perché l’introduzione dell’euro non si risolvesse in un danno per i consumatori; o perché il progetto di Costituzione risultasse un documento meno sbiadito e inadeguato e perché, infine, l’allargamento ad Est non fosse un punto interrogativo quanto ai suoi costi futuri.
Se il professore ha preferito navigare ai margini, non è stato solo per quella “scarsa capacità di guida” imputatagli dalla stampa estera, ma anche perché, traslocando in Belgio, non ha voluto staccarsi dal pesante bagaglio dei suoi interessi politici personali, domiciliati tutti nella penisola. Questa circostanza ha indubbiamente penalizzato il nostro paese, il quale, nel corso del quinquennio, è stato una specie di “sorvegliato speciale” della Commissione, sempre pronto a censurare la pur minima infrazione di qualche sperduta norma comunitaria.
Nemmeno il recente “semestre” di presidenza italiana dell’Ue si è salvato dalle rampogne del professore, il quale è montato in cattedra per imputare al nostro governo scarsa efficienza in materia di politica estera. Parole avventate, dette da chi avrebbe dovuto sapere che se l’Ue non ha né avrà una sua politica estera, è perché alcuni stati membri, come la Francia, non intendono rinunciare a fette della propria sovranità. Che su questo lato ci sia poco da sperare è dimostrato anche dalla richiesta della Germania (appoggiata dalla Francia e dal Regno Unito) di uno dei nuovi seggi permanenti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, di cui si discute in questi giorni.
Se a Romano Prodi interessava tanto la politica internazionale, avrebbe dovuto adoperarsi per indebolire il nucleo duro degli Stati nazionali, che impedisce all’Unione non solo una politica estera comune, ma anche di evolvere verso forme d’integrazione più avanzate.
Tullio Toscano




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