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Discussione: Dove va l'ulivo?

  1. #561
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    Possono sempre realizzarsi degli eventi politici capaci di cambiare il corso della storia, indipendentemente dalle ragioni che li sovraintendono. La nascita di un partito democratico in Italia cosa che oggi appare sicura non avviene certo sulla base delle premesse che avrebbe posto Giovanni Amendola, anzi.
    Ascoltando l'onorevole Franceschini, che ricorda i numi tutelari della sua militanza politica e morale e l'orgoglio di Fassino nel rivendicare la sua identità, non si capiscono nemmeno le ragioni per cui mondi così diversi dovrebbero ritrovarsi uniti in un solo partito. C'è qualcosa di misterioso in tutto questo. Soprattutto poi se si vede come la divisione di questi due mondi si riproduce drasticamente in scelte immediate., come il sostegno alle presidenziali francesi. Non si è mai visto un partito in cui i vertici sostengano due candidati contrapposti, Rutelli Bayreu, Fassino la Royal. Ed è anche vero che oggi per battere Sarkozy la Royal e Bayrou dovranno fare un accordo, ma vai a vedere se gli elettori di Bayrou, al dunque dell'eliminazione del loro candidato dalla corsa delle presidenziali non si spostino a destra invece che a sinistra. E comunque, mentre Zapatero che aveva un'identità comune con i socialisti francesi, faceva campagna per la Sègolène, Prodi, non si è mosso, e dunque un contributo del centrosinistra italiano per un candidato della sinistra o del centro, divisi in Francia, non ci poteva essere e non c'è stato. Non c'è dubbio allora che il partito democratico abbia nelle premesse una tale peculiarità da rappresentare un qualche problema per la politica europea. Mai nel Pse, ma disposti a collaborare, ed intanto al congresso della Margherita interviene il liberale britannico Watson che con il Pse ha poco ha che fare, essendo il capogruppo eldr al parlamento europeo, mentre il presidente del Pse, Rasmussen era andato al congresso dello Sdi per dire a Rutelli che se non si sta nel Pse si è di destra, non esistono terze vie in Europa. Avrà cambiato idea Rasmussen? Poco importa.
    Tutta la questione europea del partito democratico è controversa, fra socialismo, liberalismo, popolarismo. Ma non è che poi i gruppi europei composti da socialisti, liberali e cattolici, siano poi così omogenei fra loro, che Blair sia identico a Schulz per esempio. Semmai dovrebbe preoccupare che gli esponenti della margherita e quelli dei ds al Parlamento europeo votano spesso in maniera contrapposta soprattutto sui problemi etici ed i diritti civili. Ma anche questo forse si può superare. Cos'è che non si può superare nella vita? Un filosofo tedesco spiegava che il limite esisteva solo per essere spostato in avanti. E talmente hanno spostato in avanti i limiti europei che li dividevano, ds e margherita, da ritrovarsi oltre oceano, negli Stati Uniti D' America. L'unico esponente politico internazionale che ha partecipato ad entrambi i congressi costituenti del futuro partito democratico è l'esponente del partito democratico statunitense Howard Dean. Non è formidabile come la non risoluzione logica di un problema faccia compiere uno scatto in avanti di questo genere? Si è cresciuti con il mito di Don Milani e ci si ritrova nelle braccia dei seguaci di Bill Clinton. La natura non fa salti: li fa eccome, invece. Semmai si tratta di sapere se dopo il salto si resta in piedi. Il problema vero è quanto di questa trasformazione così repentina verrà assimilato e condiviso dell'elettorato magari affezionato all'esaltazione delle differenze, che per la verità sono sempre state rimarcate anche in questi ultimi mesi fra due partiti che apparivano rivali e competitivi nell'alleanza. Vi è quindi un percorso complesso, contraddittorio, tale da fare capire la mancanza di entusiasmo che accompagna il progetto. Ma la direzione imboccata supera di fatto la tradizione cattolica, come quella socialista e solo il nome scelto indica un altro orizzonte politico, come nuovi interlocutori e nuove alleanze. E lo si è capito bene dall'intervento del presidente del Senato Marini che ha chiesto le mani libere, così come dall'accoglienza riservata a Berlusconi in entrambe le assise dei due partiti. Sarà difficile infatti che sottolineando l'importanza dei valori moderati della tradizione democratica si possa mantenere in piedi un'alleanza con chi fa del massimalismo la sua bandiera. Ancora più difficile avere rapporti con i democratici americani e governare con chi ne brucia le bandiere. più facili con Berlusconi, sicuramente con Casini.

  2. #562
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    L'Unione in difficoltà
    Dopo solo un anno è stato disperso il consenso del Paese

    Più ancora dei dati elettorali, che pure sono tali da aver creato un qualche scompenso nelle forze della coalizione di governo, è il dibattito politico successivo a dare la misura esatta delle difficoltà in cui si imbatte l'Unione ed i suoi alleati. Ed avrà anche ragione Gianfranco Pasquino nel dire che minimizzare le sconfitte appare come "un'operazione ipocrita quanto controproducente", ma in questo caso, per la verità, non vediamo proprio nessuno che se la senta di minimizzare. Tanto che davvero ci sarebbe da ritenere opera vana il voler scongiurare in queste condizioni la crisi di governo.



    Intanto si prenda atto che vi è una divaricazione ampia, assoluta, senza margini apparenti di mediazione, fra partito democratico e Rifondazione comunista. Lo si evince dalla lettura dell'intervista del segretario di Rc Giordano, al "Corriere della Sera". Quelle di Giordano sono parole minacciose: "Se Rc non decide, non vota". E forse sono più tranquilli gli esponenti del futuro Pd, Rutelli e Fassino, che chiedono un cambio di passo, o una verifica, per dirla con Mastella? Facciamo notare, tra l'altro, che si tratta di richieste vecchie, presentate ed accantonate, poi nuovamente presentate, in una sorta di minuetto che davvero non convince nessuno. Chi nemmeno si preoccupa di apparire tranquillo è il premier, che fa sapere come la misura sia colma, ed intima che ora si farà come deciso dal governo, cioè da lui, e che bisogna obbedire in silenzio.

    Purtroppo non solo non ci sono molti Garibaldi nella sua coalizione, ma non si vedono nemmeno le decisioni annunciate. Magari l'intenzione di far coincidere la leadership dell'Ulivo e il premierato, come sostenuto da Prodi, potrebbe essere sufficiente per qualcuno a far scattare il licenziamento da Palazzo Chigi, che assume consistenza, visto il quadro rovinoso della situazione, aggravato dalle accuse reciproche che si rivolgono parti della maggioranza. E hai voglia a chiedere maggiore coesione e capacità di decisione a quest'ultima.

    Senza neanche aver bisogno di ricordare che c'è chi pure sostiene l'esigenza di formare un partito democratico del "nord", ben diverso da quello "centralista" nato a Roma, è evidente che è più facile andare incontro ad un cupio dissolvi del centrosinistra.

    Quindi è vero che oggi Berlusconi e la CdL ricompattata d'incanto, sembrano avere in mano le sorti del paese. Ma attenzione a non scambiare, come qualcuno è pure incline a fare, il malcontento verso il governo Prodi in nostalgia per quello precedente. E' vero che alcuni elettori del centrosinistra hanno deciso di dare il loro voto ai partiti dell'opposizione, ma l'impressione che abbiamo è che la maggior parte di essi abbia deciso di non votare, per sottolineare un malessere profondo. Quindi non è il caso di farsi illusioni di sorta. Sotto questo profilo ha fatto bene Berlusconi a desistere dall'andare al Quirinale per chiedere le dimissioni del governo. E' anche se è più che evidente dal voto di domenica che questo esecutivo non ha più il consenso del Paese, è inutile mettergli fretta. Certo: restando al suo posto, l'attuale compagine rischia solo di far marcire i problemi, ma è meglio allora aspettare che una visione più lungimirante possa trasparire dalla maggioranza, per valutare il da farsi. Dovrà essere il centrosinistra a prendere atto che non vi sono le condizioni per continuare ad andare avanti. Il che significa che alle dimissioni si potrebbe arrivare attraverso la volontà dello stesso presidente del Consiglio. Ad appena un anno dalle passate elezioni politiche i tempi sono già maturi. E se vi è ancora una sinistra in Italia capace di fare scelte politiche tali da evitare un nuovo ciclone elettorale, questo è il momento di prendere delle decisioni, magari chiedendosi, visti gli esiti, se non si è fatto qualche errore.

    Quanto a Prodi, ora egli appare sempre più sbatacchiato dai marosi, senza nessuno in condizione di difenderlo. E' vero che il premier si è detto convinto di poter contare su risultati da conseguire nel medio periodo, ma il problema è che non sembra poter trovare più nessuno disposto a dargli tanto tempo in credito. Serve una svolta. Ma non la chiede solo l'opposizione. La chiedono componenti importanti della stessa maggioranza.

    Roma, 30 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  3. #563
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    Passione sotto l'Ulivo
    E il centrosinistra raggiunse nella notte una fragile tregua

    Può anche darsi che il centrosinistra si aspettasse un risultato negativo in queste amministrative, come ha detto il presidente del Consiglio a caldo, ma evidentemente, una volta visto questo risultato, la maggioranza non era preparata a confrontarsi con esso. Lo si è capito dalle reazioni di queste ore e delle tensioni che si sono manifestate fra gli alleati al governo. In particolare sembrano nuovamente sull'orlo del precipizio i rapporti fra il premier e Rutelli, che sembra fra tutti colui che meno abbia gradito l'intervista di Prodi a "Repubblica", nella quale si diceva: "o fate così o me ne vado".



    Rutelli, infatti, sono mesi che paventa una crisi di consensi nel paese, e per tentare di ovviarvi ha messo all'ordine del giorno del governo un insieme di iniziative, come il taglio dell'Ici. Non è stato ascoltato, e ora non può non chiedersi se alla base dell'insuccesso elettorale non vi sia tanta supponenza nei confronti delle proposte della Margherita.

    Il problema è però che ogni componente della coalizione di maggioranza avrebbe ragione di lamentarsi di qualcosa che ha suggerito e proposto, e pure non è stata fatta, ed il bilancio che può offrire il governo è davvero scarso. Prodi ha scelto di difendersi chiedendo di dare un giudizio complessivo sui cinque anni di lavoro promessi dall'esecutivo ma, ahilui, gli italiani la pensano come Fassino, e cioè che il governo si deve valutare di anno in anno. E appunto, in base al giudizio appena dato dall'elettorato, appare altamente improbabile per il governo Prodi compiere un secondo anno di vita. Perché il voto delle amministrative ha avuto la valenza istituzionale che gli compete, come è ovvio, ma ha anche dato un segnale politico chiaro: l'elettorato del centrosinistra è scontento, non tanto da votare magari per l'opposizione - in alcuni casi è avvenuto - ma certamente fino al punto di non andare a votare. Il fenomeno con il quale si devono confrontare nella maggioranza è infatti piuttosto insolito, quale quello dell'astensionismo di sinistra.

    E visto che le ricette per contrastarlo sono diverse a seconda degli interlocutori, è plausibile che una soluzione non si trovi, anzi, il problema appare destinato a complicarsi. Soprattutto dopo una riunione piuttosto tormentata che si è tenuta fra i maggiorenti del futuro partito democratico, cui è seguito un controvertice della sinistra radicale più il ministro Mussi, con proposte affatto diverse.

    In questa situazione governo e premier continuano a logorarsi, mentre l'opposizione e Berlusconi trovano nuovo vigore e si rafforzano. Il leader di Forza Italia è già passato all'iniziativa con una proposta che è forse la sola in grado di offrire una possibilità di qualche durata alla legislatura, quale quella del governo istituzionale. Le larghe intese, infatti, sarebbero state possibili all'indomani di un voto politico nazionale che aveva dimostrato come l'elettorato fosse diviso in maniera equivalente fra i due blocchi. Aver voluto ignorare questa condizione così delicata del paese, per insistere su un modello bipolare impraticabile, è la vera ragione della crisi del centrosinistra.

    Certo, Churchill ricordava che in democrazia basta avere un voto in più per governare. Ma prima di tutto Prodi non è Churchill e la sua coalizione - con dentro esponenti come Diliberto e Pecoraro Scanio - è sicuro che non assomigli al Tory britannico!

    Per questo crediamo che la proposta di un governo istituzionale dovrebbe essere raccolta al volo. Essa darebbe un'impronta di coerenza al nascente partito democratico, troverebbe un consenso più ampio nel paese e servirebbe anche ad uscire da questo scontro fra fazioni armate una contro l'altra. La sinistra era certa che con questo scontro potesse facilmente abbattere l'avversario, oggi è chiaro il contrario.

    Non sapremmo dire se nella coalizione di governo ci si renda conto che insistere su questo schema bipolare significherà soltanto una sconfitta ancora più netta in elezioni anticipate, che comunque non saranno evitate. Perché una maggioranza così raffazzonata, priva di un'idea guida, di un leader carismatico, di un'intesa di fondo vera fra le sue componenti, è un miracolo che abbia vinto di misura le elezioni, ma non può tenersi in piedi ancora a lungo. Se nell'Unione non lo capiscono, dalla caduta che si avvicina sarà difficile rialzarsi. Noi non vorremmo che le conseguenze di questo tonfo le pagasse il paese.

    Roma, 31 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #564
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    Il salto nel buio
    Con la crisi istituzionale si è aperta anche quella politica

    Il nostro giornale aveva avuto modo di sottolineare più volte nel corso di quest'anno come il governo Prodi e la coalizione politica che lo sostiene - o lo sosteneva - avessero messo a rischio lo stesso tessuto istituzionale della Repubblica.



    Questo lo si era visto fin dal primo momento con la scelta di far salire ai vertici delle istituzioni esponenti, per quanto fossero prestigiosi, provenienti dalla maggioranza, senza preoccuparsi di offrire le giuste garanzie all'opposizione, che pure aveva ottenuto i consensi di poco meno della metà del corpo elettorale.

    E poi successivamente scegliendo di "militarizzare" le cariche dei senatori a vita, divenute tutte aggiuntive alla maggioranza di centrosinistra e utili per garantirle le condizioni necessarie ad andare avanti nei vari passaggi parlamentari. Non di meno è stato fatto con la Rai, dove si è mantenuto il presidente di garanzia nominato con il precedente governo, perché trattavasi appunto di una personalità proveniente dai Ds.

    Non contento, il governo ha pensato bene di far decadere un consigliere d'amministrazione della passata maggioranza. Il Tar ha, come era prevedibile, annullato tale decisione, e il ministero dell'Economia è entrato in conflitto con il Tar, fino alla definitiva ratifica del Consiglio di Stato. Ma sembra che si possa evitare il conflitto con il Consiglio di Stato, e di ciò siamo compiaciuti.

    Nel frattempo si è aperta la polemica con il presidente della Camera - attraverso la replica del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Micheli - dopo un'intervista in cui l'onorevole Bertinotti ha definito Prodi "un poeta morente" e di fatto sancito la fine politica ed il fallimento dell'attuale centrosinistra. Ovviamente il governo poteva scegliere di dimettersi di fronte ad un attacco a viso aperto dalla terza carica dello Stato, che è anche il leader del secondo partito della coalizione, ora che Ds e Margherita insieme formano il primo. Ma, come si sapeva, a Palazzo Chigi non si scompongono per le parole di Dini, non si scompongono per quelle di Boselli, non battono ciglio per quelle di Mastella. Allora avrebbero fatto bene ad ignorare anche quelle di Bertinotti, invece di replicare con termini nei quali si dice alla terza carica dello Stato di non avere, per l'appunto, senso dello Stato.

    In questa maniera Palazzo Chigi non solo ha aggravato la crisi politica, mettendo in discussione l'elezione del presidente della Camera fatta a suo tempo dalla maggioranza (in pratica il centrosinistra ha mandato a rappresentare lo Stato chi è privo del senso dello stesso, almeno secondo il parere ultimo del governo) ma ha anche definitivamente trasformato l'agonia politica in crisi istituzionale. Questa è una deriva pericolosissima per la Repubblica, la peggiore che si potesse temere e che pure è stata imboccata precipitosamente. Dubitiamo molto, a questo punto, che la sola riforma elettorale sia plausibile. E' poi vero che per correggere una situazione di questa eccezionale gravità servirebbero uno sforzo ed una responsabilità di molti. Purtroppo pochi, oramai, sembrano dimostrare le qualità necessarie a superare una tale disastrato scenario, mettendolo al riparo da danni ulteriori.

    Roma, 7 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

 

 
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