la nota politica
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Frattura a sinistra
L'unità del partito di Prodi resiste solo se si tratta di attaccare Berlusconi
Come era prevedibile e come avevamo previsto, il centrosinistra - con o senza trattino, ne abbiamo perso memoria - si è clamorosamente spaccato al Senato in occasione del voto sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero.
Si è spaccato non solo tra la cosiddetta sinistra antagonista (Rifondazione, Verdi e Comunisti d'Italia) che ha votato contro, e la cosiddetta sinistra riformista (quelli, per intenderci, che si sono riuniti con Prodi al Palalottomatica di Roma), che si è astenuta non votando. Ma si sono divisi anche all'interno della stessa sinistra riformista, che nella sua maggioranza si è astenuta ma in una consistente minoranza ha votato come la sinistra antagonista. Cioé contro.
Nati all'insegna dell'unità ("Uniti per l'Ulivo"), sono apparsi subito, a pochi giorni di distanza, per quello che sono. Il loro unico vero collante è l'antiberlusconismo; o, ancor più, l'ansia di ritornare al governo. Su questo la loro "unità" non soffre incrinature. Quando si passa alla proposta politica, l'"unità" si sfascia.
E dire che il voto di mercoledì in Senato non era di quelli poco rilevanti, sui quali magari può anche valere il richiamo alla libertà di coscienza. Il rifinanziamento delle missioni italiane all'estero rappresenta il cuore stesso della nostra collocazione internazionale. Investe la lotta al terrorismo, gli equilibri mondiali, il rapporto nei confronti del fondamentalismo islamico e dei regimi autoritari. Non disporre - su tali questioni - di una maggioranza autonoma e convinta significa non avere legittimità a governare.
Ha un bel sostenere Romano Prodi che il suo schieramento nasce dalla comune condivisione europeista. Tale condivisione appartiene a gran parte della maggioranza (che si riconosce non a caso nel più numeroso gruppo dell'Europarlamento, quello del Partito Popolare) e a gran parte dell'opposizione. E se poco europeista è la Lega, non ci sembrano protagonisti della costruzione unitaria Armando Cossutta e Fausto Bertinotti. Ben diverso invece è sostenere, all'interno della UE, le ragioni dell'interesse nazionale o una determinata politica estera. Avremmo altrimenti l'Europa del pensiero unico; o della politica unica. Questo sì un mostro aberrante, un moderno leviathano che - osiamo sperare - neppure Prodi intende proporci.
Dobbiamo perciò concludere che sulla politica estera - dell'Italia oggi, dell'Unione Europea domani - il centrosinistra è diviso. Lo è anche nella sua parte riformista. E appare per di più, nella sua larga maggioranza (anche in molti degli esponenti che si sono astenuti), permeato di un sostanziale antiamericanismo. Portatore di un'idea dell'Europa sostanzialmente antagonista nei confronti degli Stati Uniti. Fautore di un Atlantico più largo. Il contrario, insomma, della politica estera che ad avviso dei repubblicani deve essere perseguita sia dall'Italia sia dall'Unione Europea.
Un'ultima considerazione ci viene suggerita infine dal voto di mercoledì scorso. L'unità senza programma, la costruzione di maggioranze che si formano "contro" e non nascono "per", è una costante della tradizione marxista. Che non a caso puntava sull' "unità" del proletariato - poi, più di recente, del proletariato, dei contadini e dei ceti medi - per battere il capitalismo. La stessa logica si è poi trasferita, in un contesto diverso, alla politica della sinistra italiana. "Unità" per battere la Democrazia Cristiana o il pentapartito, da Alcide De Gasperi nel dopoguerra fino a Bettino Craxi negli anni ottanta.
Non vorremmo che l' "unità" dell'Ulivo nascesse con gli stessi obiettivi, battere l'avversario senza avere un programma condiviso. Questa può essere anche la strada giusta per vincere le elezioni. Ci sembra difficile che sia la strada giusta per governare il paese. Come le contorsioni dei governi di centrosinistra, tra il 1996 e il 2001, hanno dimostrato ampiamente ai cittadini italiani.
Roma, 19 febbraio 2004
tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html




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