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Discussione: Dove va l'ulivo?

  1. #541
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 7 agosto 2005

    Enrico Morando e l’eutanasia politica del Professore.
    Ecco perché la fine dei fiori d’arancio a sinistra

    Con cieca pedanteria i politici dell’Unione sono sempre pronti a discutere, a riprendere, come afferma Romano Prodi, il “dialogo interrotto”. Riportano alla mente quel paradosso di Jonesco che dice: “Solo le parole contano, il resto sono chiacchiere”. Se solo le parole contassero, la politica scorrerebbe placida come un fiume tra sicuri argini. Assomiglia, al contrario, proprio ai fiumi italici che, per imprevidenza, straripano puntualmente ogni anno, trascinando via case, strade, ideali e giovinezza. Il quadro è quello di un liberalismo vischioso e semi repressivo per paura della complessità. La legge spietata della recessione fa sì che regrediscano anche i rappresentanti politici. Si assiste ad una crescente incompetenza che privilegia i detentori dei maggiori “pacchetti di voti”. I nostri onorevoli forgiano con instancabile ingegnosità repliche di modelli dottrinali archiviati per sempre dalla storia. In Italia l’esistenza di un forte partito comunista camuffato dovrebbe garantire alla destra un potere perenne. Questo forte partito comunista si aggancia ai poteri forti. Finora nessuno è riuscito a governare senza il loro consenso. Sembrava di sentire Giolitti (nonno, non nipote) che un giorno disse che bisognava mettere il marxismo in soffitta e nessuna frase è oggi di maggiore attualità. Per fortuna, molti diessini si sono convinti come l’estremismo sia intraducibile in termini di potere, se non per rafforzare quello dei suoi avversari. In questo periodo soltanto Romano Prodi si proclama di un sinistrismo più puro di tutti gli altri che si dichiarano di sinistra. E’ diventato inaccettabile anche con gli antichi partiti di sinistra. Enrico Morando, esponente dell’area “liberal” dei diesse, uomo acuto e intelligente, è uscito allo scoperto e, a proposito della politica del Ds, ha detto delle cose; molte cose esatte e gravi. Morando gode della stima di Giulio Andreotti, non si atteggia a signore della politica, non snocciola il latino fatto di “bicamerali”, di “larghe intese”. Tipi come Morando non decidono in funzione di quello che fa “fino” pensare; decidono in funzione di quello che è fattibile. E’ l’opposto di Romano Prodi. Morando non ha alcuna nostalgia delle solite grettezze da gatto e topo; delle baruffe politiche italiane in cui il “politichese” passeggia come la dissenteria nell’intestino. Ha divorziato dalla politica consueta e ha abbandonato lo stanzino della sinistra di comodo. Ci spiace per Prodi che trovi, proprio nel suo campo, i becchini pronti a seppellirlo come premier. Non è un male, vedrà, morire come presidente del Consiglio e rinascere come “uomo”. Il fallimento ci rende, molte volte “liberi”.

  2. #542
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  3. #543
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Ritorno dalle ferie

    Argomenti in libertà che non convincono proprio nessuno

    Solo i nostri lunghi anni di attenzione alla vita politica hanno impedito che la lettura dei giornali di ieri ci precipitasse nel più profondo sconforto. Purtroppo sono solo finite le vacanze e alcuni dei protagonisti, finora beatamente ritirati, chi in giro per i mari sulla sua barca a vela, chi in sella alla bicicletta sui monti emiliani, ci fanno sapere che sono nuovamente in pista per deliziarci delle loro lunghe meditazione estive.

    Allora apprendiamo che chi è stato nel secolo scorso svariate volte ministro democristiano, o manager pubblico di quel partito, ossia un esponente di prestigio di una formazione che si definiva centrista per antonomasia, oggi abbia scoperto come "tanti problemi del nostro paese siano stati causati proprio da governi di centro che, pur di stare insieme non prendevano decisioni e non consentivano alcuna alternanza". Parole coraggiosissime e ammirevoli se fossero state pronunciate ai lontani tempi in cui tale brillante oratore era magari ministro dei governi Andreotti. Ora ci lasciano piuttosto perplessi. Anche perché sotto il profilo storico il centrismo in Italia aveva per lo meno delle ragioni politiche per resistere e per prendere anche qualche decisione importante, mentre non si capisce la ragione per la quale dovrebbe stare insieme l'attuale centrosinistra, se non per la gestione del potere, visto che già in passato le sue divisioni profonde gli hanno impedito di soddisfare il mandato elettorale conferito dal popolo italiano.

    Siamo solo all'inizio di settembre, ma la campagna elettorale è già partita e non c'è più tempo per analisi oggettive e riflessioni complesse. Il nostro illustre interlocutore che ha parlato in un assolo su una ridente piazza del nostro Mezzogiorno, si consoli perché nell'arte della mistificazione c'è chi è persino capace di superarlo.

    Ad esempio sulle pagine di un amichevole quotidiano nazionale, dopo un lungo periodo di silenzio, vediamo l'intervista di una personalità che ha una tale considerazione della borghesia liberale italiana, che la vedrebbe volentieri a servirgli il caffè la mattina in camera da letto. Questa illustre ed autorevole personalità dimostra che i 25 giorni di ferie da cui riemerge sono stati utilizzati per acuire la sua già non insignificante sottigliezza dialettica. Ad esempio egli ci spiega, parlando della Banca d'Italia, che egli non intende difendere la persona del Governatore, ma l'Istituto della Banca d'Italia, e che dunque bisogna evitare che il presidente del consiglio possa mettere al posto di Fazio, Galliani, come pure il premier vorrebbe fare. Chapeau, perché migliore difesa del governatore di questa non era riuscita ad escogitarla neppure il senatore Tarolli.

    Tanto acume era però necessario, visto che il nostro autorevole intervistato ha molto a cuore le sorti della Opa di Unipol. Essendo stata questa autorizzata dal Governatore come quella di Bpi, vi è forse ragione di temere che discutendo l'Opa Bpi, si finisca per discutere anche quella di Unipol, visto che c'è chi sostiene che gli azionisti di riferimento delle due società impegnate su fronti diversi, avrebbero avuto poi interesse ad unirsi su un medesimo fronte. Ma conoscendo l'alto senso morale della forza politica che l'autorevole personaggio rappresenta, è bene evitare tale spiegazione, che potrebbe far sorgere confusioni e sospetti, e rifugiarsi invece dietro i desideri perversi e malvagi che animerebbero il presidente del Consiglio.

    Non ci stupiamo. E' orami talmente sfrontato il dileggio dell'avversario politico per difendere la propria parte, che si giunge perfino a scivoloni inaspettati, non adeguati all'intelligenza che contraddistingue notoriamente il nostro autorevole intervistato. Ad esempio, egli invita l'Udc ad opporsi alle leggi peggiori di questo governo, come la devolution, che pure è migliore della stessa che egli sostenne nella passata legislatura. Perché mai allora non si oppose lui alla devolution a suo tempo, invece di chiedere di farlo ad altri oggi? Per questi evidenti grossolani sotterfugi dialettici, buoni a convincere solo chi di malavoglia è appena tornato in città, ci siamo risparmiati di fare i nomi ed i cognomi dei nostri involontari interlocutori. Faranno presto di meglio: allora li identificheremo come si conviene. Comunque, ben tornati.

    Roma, 1 settembre 2005

  4. #544
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    Predefinito Tratto da http://www.pri.it

    Smentito Rutelli
    La proposta di Fassino: una aliquota unica per le rendite di capitale

    Con buona pace dell'onorevole Rutelli, proponendo una aliquota unica per le rendite da capitale, in un articolo per "La Regione Ticino", l'onorevole Fassino ha confermato le parole di Tremonti che ha detto, correttamente, che l'Unione vuole tassare i bot. Oltretutto Fassino parla a nome dell'Unione, come Rutelli, il quale ha definito la proposta di tassare i titoli di Stato, come un tagliarsi le gambe da soli.

    Ora noi ascoltiamo tutte le proposte e le valutiamo, ci mancherebbe, ma a questo punto, vorremmo sapere, e con noi ne avrebbero diritto gli italiani, se l'Unione ha una posizione univoca e unica in materia di politica economica, o se il suo programma è come un cicles che ognuno mastica come gli pare. Sembrerebbe un cicles. Da una parte abbiamo i Ds e la sinistra che vogliono intervenire sulle rendite, dall'altra parte Rutelli e la Margherita che vorrebbero intervenire solo su quelle finanziarie. Ma come ha compreso Tremonti, questa distinzione non è ammissibile perché un grande capitalista, se venissero salvati dalle tasse i titoli di Stato, trasferirebbe i suoi capitali nei titoli di Stato. Si salverebbero solo i conti correnti, sempre che Rifondazione, che più chiaramente ha sempre sostenuto l'esigenza di una patrimoniale, non volesse anche tassare i correntisti.

    Non è che ci stupisca questa soluzione, semmai ci stupisce l'onorevole Rutelli che, sicuramente in buona fede, non se ne era accorto, come del resto fa capire la sua risposta piccata al ministro Tremonti, che per l'appunto aveva messo in evidenza le intenzioni dell'opposizione una volta al governo.

    C'è una coerenza nei propositi della sinistra, che le riconosciamo volentieri, perché non siamo affetti da pregiudizi. Non volendo dismissioni statali, né liberalizzazioni, né deregolamentazioni, vedi la posizione presa sulla direttiva Bolkestein dal primo momento, e chiedendo maggiore stato sociale, maggiori servizi, e pure il contenimento del debito pubblico, i Ds e Rifondazione vogliono aumentare le tasse in nome dell'equità.

    Aboliamo le differenze fra ricche e poveri rendendo i ricchi un po' più poveri. Questo è un programma che, ovviamente, dubitiamo possa aiutare la ripresa economica del paese, semmai inviterà ad una evasione fiscale di molti strati sociali che, per quanto la si voglia controllare, avrà effetti cospicui, quelli che l'attuale governo era riuscito a contenere.

    Non abbiamo fatto in tempo a riporre la penna, che dobbiamo riprenderla per aver notato una interessante dichiarazione dell'onorevole Melandri, già ministro della Cultura, per rilanciare il settore audiovisivo. La proposta è molto semplice: una tassa. Magari "infinitesimale", come dice, per esempio sul traffico dei telefonini, ma pur sempre una tassa. Non ci sono idee di maggior fantasia che provengono a proposito da quello schieramento. Gli italiani si preparino a porre mano al portafoglio. Il progetto viene da lontano, non si creda, e non ci saranno correzioni di rotta in corso. Al congresso del suo partito Fassino aveva lanciato l'ipotesi del modello svedese, un paese che le tasse le fa pagare eccome, ben sopra il 50% del reddito. Poi l'omogeneità del territorio e della popolazione, le dimensioni limitate, lo spirito produttivo che caratterizza la nazione scandinava, ha generato servizi encomiabili, tali da soddisfare le esigenze dei cittadini. Un modello che per l'Italia potrebbe rivelarsi piuttosto indigesto, viste le differenze, anche dei costumi, della classe dirigente.

    D'altra parte questo è il prezzo che i cosiddetti riformisti dell'Unione devono pagare all'alleanza con Rifondazione comunista, il cui leader non ha nemmeno nascosto il desiderio di abolire la proprietà privata, anche se non subito ma, visto il tenore delle proposte, nemmeno così lontano come si poteva sperare. Non ne siamo sorpresi, anche perché nella storia di questo secolo riformisti e massimalisti non sono mai stati alleati, ma si sono combattuti con ogni mezzo, vedi ancora l'esempio di Schroeder che ha preferito il governo con la Cdu che quello con Lafontaine. L'Unione è invece l'alleanza fra massimalisti e riformisti, alleanza i cui esiti politici sono imprevisti ed imprevedibili. Possiamo sentirci solo di escludere la creazione dei Kolkotz. E' già qualcosa. In fondo Bertinotti non è mai stato stalinista e questo rischio, in teoria, ce lo risparmia.

    Incrociamo le dita.

    Roma, 21 marzo 2006

  5. #545
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    Predefinito Le Wanne Marchi della politica


  6. #546
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    Predefinito Scaramanzie


  7. #547
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    Primo intoppo
    Il centrosinistra non è autosufficiente nella Camera Alta

    Il voto del Senato, dove Franco Marini non è bastata nemmeno la seconda "chiama" per varcare il quorum, dimostra in maniera inequivocabile che il centrosinistra dovrà rifare i conti più volte. Perché basandosi sui senatori a vita e i senatori eletti nella circoscrizione all'estero, la maggioranza non è matematica, per non dire che non c'è affatto.

    E questo è il principale intoppo per un governo che si sente certo di avere vinto le elezioni. E a questo punto si capisce anche sotto il profilo politico una riserva da parte del Capo dello Stato ad affidare l'incarico di formare il governo ad un esponente del centrosinistra che potrebbe essere bocciato al Senato, come lo è stato il presidente candidato dalla sua coalizione al primo voto.
    Da oggi è chiaro che il futuro governo Prodi trova la strada tutta in salita.



    Massimo D'Alema, a chi gli chiedeva di un suo incarico nel nuovo esecutivo, ribatteva che si trattava di designazioni premature e consigliava di attendere il voto dei presidenti delle Camere. A Montecitorio, grazie ad un generoso premio di maggioranza, l'Unione non ha particolari problemi, ma a Palazzo Madama i problemi li ha, eccome, ed è quello che si è visto.

    Il buon senso politico ed istituzionale avrebbe dovuto consigliare all'Unione di evitare di cantare vittoria, visto il risultato elettorale, e mettersi a ragionare su quale assetto adeguato offrire al Paese. Sulla base delle sue sole forze non può andare lontano, o addirittura rischia di non partire affatto.

    Per questa ragione evidente ed elementare il Pri ha subito proposto una soluzione diversa, un governo di decantazione in grado di affrontare i principali problemi del paese, da quelli economici a quelli esteri che, come era prevedibile, non possono aspettare più di tanto. Il Fondo monetario internazionale, la situazione irachena richiedono un esecutivo all'altezza. Una compagine di governo costretta ogni volta alle forche caudine del Senato, non lo può essere.

    In queste condizioni, se il centrosinistra insisterà nel volere la soluzione di forza in nome di una autosufficienza che i numeri non garantiscono, c'è da scommettere che si romperà la testa. Vista tanta tenacia c'è da credere che, prima se la rompe, meglio è per il Paese.

    Roma, 28 aprile 2006

    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  8. #548
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    Predefinito Brogli che vai ... governo che trovi ...


  9. #549
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    La comica finale del centro sinistra

    di Arturo Diaconale

    Il fronte del no è partito all’assalto. No al Ponte di Messina, no all’Alta velocità, no alla legge Biagi, no alla legge Gasparri, no alle missioni militari ovunque esse siano, dall’Iran all’Afghanistan, no alla parata del 2 giugno. A tutti questi no, che testimoniano il fermo proposito di fare piazza pulita di tutte le iniziative, compiute o solo avviate, del centro destra, dovrebbero corrispondere altrettanti sì. Che fare al posto del Ponte di Messina sul terreno delle grandi infrastrutture? Come sostituire o modificare la legge Biagi? A chi vendere i pezzi della Rai messi in libertà dalla eventuale abrogazione della Gasparri? In quale modo realizzare il ritiro delle truppe inviate in giro per il mondo in missione di pace? Che fare al posto della sfilata dei soldati in armi in via dei Fori Imperiali? Del centro sinistra al governo che forma il fronte del no conosciamo al momento solo la parte negativa. Quella che vuole eliminare, cancellare, distruggere. Ci manca la parte positiva e propositiva. Con una duplice eccezione. Che è quella che prevede di sostituire i soldati in armi in missione di pace con civili disarmati in missione umanitaria. E quella che suggerisce, come ha fatto il presidente del Wwf Italia Fulco Pratesi, di innovare la tradizionale sfilata del 2 giugno caratterizzandola con la presenza di una serie di testimonial delle diverse peculiarità del Paese.

    La prima eccezione, quella che prevede di mandare i civili volontari al posto dei volontari militari, è un vero e proprio capolavoro di furbizia. Invece di essere destinati alle Forze Armate impiegate all’estero, i soldi per le missioni vengono distribuiti ai soliti noti delle Ong e delle associazioni pacifiste. In questo modo si rispetta l’art. 11 della Costituzione e si garantiscono flussi di denaro continui alle tradizionali strutture clientelari dei partiti della sinistra. Una sorta di ennesima e gigantesca greppia buona per soddisfare gli appetiti crescenti di tutte le organizzazioni di quella parte della società civile della sinistra che campa solo sullo sperpero del denaro pubblico. Inoltre, non si rompono affatto i normali rapporti internazionali del nostro Paese con gli altri governi occidentali. Per la semplice ragione che per la protezione militare dei civili, indispensabile sia in Iraq che in Afghanistan, si chiede l’intervento delle truppe Usa. In modo da scaricare le spese della necessaria presenza militare sugli americani ed assicurare il massimo dei benefici ai propri amici di partito. A questa idea geniale, che poi è quella solita della sinistra di predicare la pace e razzolare la clientela, si aggiunge la proposta ancora più sfolgorante di Pratesi di innovare la sfilata trasformandola nel Circo Barnum.

    Accanto ai militari, ha sostenuto il presidente del Wwf, dovrebbero sfilare “gli esponenti più amati della società civile: il corpo di ballo della Scala, la Ferrari del campionato di Formula 1, l’equipaggio di Luna Rossa o di Mascalzone Latino, attori ed attrici del cinema e della Tv, associazioni di volontariato, una rappresentanza degli ordini religiosi, dei circhi equestri, delle razze animali più tipiche (come i bovini maremmani o i cavalli delle Murge), delle confederazioni industriali ed agricole e così via”. Ma sì! Il tutto tra l’allegro sventolio delle bandiere arcobaleno e magari, tra la delegazione dei frati minori, quella delle veline ed un drappello di asinelli sardi, qualche variopinta rappresentanza delle minoranze etniche e sessuali del nostro Paese. E’ questa per il fronte del sì del centro sinistra, la capacità di proposta della nuova maggioranza? Se è così non è una tragedia. E’ una comica. Purtroppo finale.

    tratto da L'Opinione 23 maggio 2006

  10. #550
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    Dalla “Corrida” siamo passati a “Scherzi a parte”

    di Arturo Diaconale

    Per cinque anni di seguito il centro sinistra ha contestato il centro destra definendo i suoi rappresentanti al governo degli incapaci e dei dilettanti allo sbaraglio. In molti casi l’accusa era strumentale. In altri aveva fondamento. Ma a pochi giorni dalla nascita del governo di sinistra-centro di Romano Prodi è fin troppo chiaro che è il paese è finito dalla padella nella brace. I presunti esperti, i tanto decantati capaci, i migliori per antonomasia, i perfetti per scienza infusa e diritto divino, quelli che avrebbero dovuto raddrizzare in un colpo solo la barca mandata a picco dal Cavaliere e dalla sua banda di “sfessati”, hanno subito dato prova di profonda ed inguaribile incapacità e cialtronaggine. Il presidente del Consiglio ha deciso di correre ai ripari chiedendo più riserbo ai propri ministri e promuovendo un seminario riservato per predicare loro la regola del silenzio. Ma anche non sono sufficienti né due giorni, né due mesi e neppure due anni di meditazione prodiana per risolvere un problema che non è solo politico ma riguarda anche la qualità delle persone.

    Della parte politica è inutile parlare. In una coalizione così profondamente composita è scontato che ognuno tenga a sottolineare le proprie posizioni e le proprie rivendicazioni particolari. Come possono i Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, i Verdi, la Rosa nel Pugno e dalla parte opposta l’Udeur, evitare di farsi fagocitare da Ds e Margherita a loro volta in profonda concorrenza tra di loro? Semplice. Sfruttando ogni occasione per marcare la propria presenza accentuando la radicalità delle rispettive posizioni politiche. I comunisti debbono fare i comunisti in maniera radicale, i verdi gli ambientalisti in maniera rigida, i rosapugnisti i laicisti all’insegna della massima intransigenza e via di seguito. Certo. Logica vorrebbe che, soprattutto all’inizio del cammino del nuovo governo, i rappresentanti governativi di ogni singola forza politica fossero capaci di coniugare le esigenze politiche particolari con l’esigenza di tenuta generale della coalizione. Ma è qui che scatta la pochezza di una classe dirigente fatta da gente peggiore di quella che ha sostituito.

    Il neo ministro comunista dei Trasporti Alessandro Bianchi non esita neppure un minuto non a bocciare il Ponte sullo Stretto, che in fondo è di sua competenza, ma a condannare come ottuso e terrorista Bush e ad alzare un peana a Fidel Castro. Il neo ministro della Solidarietà Sociale, il rifondarolo Paolo Ferrero marcia come un treno nel promettere una immediata sanatoria per gli oltre quattrocentomila immigrati clandestini presenti nel nostro paese. E la neo sottosegretaria Marcella Lucidi, per nulla disposta a lasciarsi scavalcare dal rappresentante di Rifondazione, aggiunge che d’ora in avanti nessun clandestino verrà rispedito in Libia. In un colpo solo Bianchi ha aperto un fossato tra il governo e gli Stati Uniti. E la coppia Ferrero-Lucidi, oltre a mettere nei guai il ministero dell’Interno che non sa dove piazzare i clandestini libici, ha lanciato un messaggio a tutti i disperati del mondo annunciando loro che d’ora in avanti chi entra in Italia ci resta. Prima eravamo alla “Corrida”. Adesso siamo finiti su “Scherzi a parte”!

    tratto da L'Opinione 27 maggio 2006

 

 
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