Il Cav. ha prima chiuso rigidamente e poi aperto alla possibilità di elezioni anticipate.
Ma queste sono questioni di negoziato, di opportunità tattica, di palazzo, per quanto importanti.
Il problema di Berlusconi, per chi sappia stimare con esattezza il lavoro da lui fatto in oltre un decennio, non si risolve nella tattica e nello sviluppo di carriera di un politico di professione.
Che le elezioni siano a giugno, a ottobre o a maggio del 2006, e perfino che le vinca o le perda, fa lo stesso. E i ragionamenti da fare non sono che indirettamente la conseguenza del voto regionale, forse reversibile.
La questione che conta è valutare il passato e preparare il futuro.
Alcune cose, tra privato e pubblico, Berlusconi è riuscito a farle, e sono importanti, storiche.
Ha fermato l’aggressione giudiziaria alla politica elettiva, difeso la sua libertà di imprenditore e quella di tutti gli altri, affermato un nuovo sistema politico, quello dell’alternanza, che limita le pretese egemoniche dell’asse di centro sinistra, decisamente più forte del nucleo di centro destra nell’esercizio del potere di establishment, dal governo o dall’opposizione, nell’economia e nel territorio, nella definizione dell’identità e della cultura di una coalizione.
Berlusconi ha inoltre stupito il mondo, irritato e schiaffeggiato molti presuntuosi politicanti d’occidente, ha preso per le corna il toro dell’11 settembre, e ha aperto una breccia liberale che nessuno chiuderà.
Già gli ulivisti si affannano a promettere flessibilità all’economia, riduzione del peso fiscale dello stato, americanismi di ritorno eccetera.
Quel che Berlusconi non è riuscito a fare in undici anni, che non sono pochi, si sa con altrettanta chiarezza.
Non ha costruito una coalizione sociale e politica di governo del paese, e nemmeno il proto-nucleo di una classe dirigente generale.
Il suo partito resta un cartello elettorale personale e non avrà mai altra anima che la sua, cioè un’anima informale, caotica, simpatica, egomaniacale, con un senso dello stato e dell’eredità
culturale del paese intermittente. E’ liberatorio che si sia affermato un partito come quello berlusconiano, personale e populista democratico, a dispetto di tutte le pomposità burocratiche dei suoi avversari (tutti gli altri, compresi gli alleati); ma il limite di efficienza del progetto e della forma politica anomala che ha assunto è stato nella sostanza raggiunto.
A questo punto, preparare il futuro vuol dire cambiare mentalità, uscire dall’emergenza permanente, imporre un modello non apocalittico di dialogo nazionale, far sentire al paese che il Cav. non è un capitano di ventura rinascimentale, che il suo contributo alla nascita di un principato nuovo l’ha già ampiamente dato, che ora si metterà a disposizione dell’alternanza e della nascita di una nuova classe dirigente, che gli italiani insofferenti si sono già liberati di Berlusconi perché Berlusconi si è liberato della necessità di governarli in emergenza, perché il nuovo Cav. apre spazi, include, inventa soluzioni nuove e chiede con serenità un consenso di legislatura, pronto a congratularsi con gli avversari se prevarranno.
Vinca o perda, così prepara un “dopo” indispensabile anche a lui stesso.
Altrimenti è la solita ordalia senza senso. Il solito melodramma.
Ferrara su il Foglio del 9 aprile
saluti




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