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Discussione: Il futuro del Cav.

  1. #1
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    Predefinito Il futuro del Cav.

    Il Cav. ha prima chiuso rigidamente e poi aperto alla possibilità di elezioni anticipate.
    Ma queste sono questioni di negoziato, di opportunità tattica, di palazzo, per quanto importanti.
    Il problema di Berlusconi, per chi sappia stimare con esattezza il lavoro da lui fatto in oltre un decennio, non si risolve nella tattica e nello sviluppo di carriera di un politico di professione.
    Che le elezioni siano a giugno, a ottobre o a maggio del 2006, e perfino che le vinca o le perda, fa lo stesso. E i ragionamenti da fare non sono che indirettamente la conseguenza del voto regionale, forse reversibile.
    La questione che conta è valutare il passato e preparare il futuro.
    Alcune cose, tra privato e pubblico, Berlusconi è riuscito a farle, e sono importanti, storiche.
    Ha fermato l’aggressione giudiziaria alla politica elettiva, difeso la sua libertà di imprenditore e quella di tutti gli altri, affermato un nuovo sistema politico, quello dell’alternanza, che limita le pretese egemoniche dell’asse di centro sinistra, decisamente più forte del nucleo di centro destra nell’esercizio del potere di establishment, dal governo o dall’opposizione, nell’economia e nel territorio, nella definizione dell’identità e della cultura di una coalizione.
    Berlusconi ha inoltre stupito il mondo, irritato e schiaffeggiato molti presuntuosi politicanti d’occidente, ha preso per le corna il toro dell’11 settembre, e ha aperto una breccia liberale che nessuno chiuderà.
    Già gli ulivisti si affannano a promettere flessibilità all’economia, riduzione del peso fiscale dello stato, americanismi di ritorno eccetera.

    Quel che Berlusconi non è riuscito a fare in undici anni, che non sono pochi, si sa con altrettanta chiarezza.
    Non ha costruito una coalizione sociale e politica di governo del paese, e nemmeno il proto-nucleo di una classe dirigente generale.
    Il suo partito resta un cartello elettorale personale e non avrà mai altra anima che la sua, cioè un’anima informale, caotica, simpatica, egomaniacale, con un senso dello stato e dell’eredità
    culturale del paese intermittente. E’ liberatorio che si sia affermato un partito come quello berlusconiano, personale e populista democratico, a dispetto di tutte le pomposità burocratiche dei suoi avversari (tutti gli altri, compresi gli alleati); ma il limite di efficienza del progetto e della forma politica anomala che ha assunto è stato nella sostanza raggiunto.
    A questo punto, preparare il futuro vuol dire cambiare mentalità, uscire dall’emergenza permanente, imporre un modello non apocalittico di dialogo nazionale, far sentire al paese che il Cav. non è un capitano di ventura rinascimentale, che il suo contributo alla nascita di un principato nuovo l’ha già ampiamente dato, che ora si metterà a disposizione dell’alternanza e della nascita di una nuova classe dirigente, che gli italiani insofferenti si sono già liberati di Berlusconi perché Berlusconi si è liberato della necessità di governarli in emergenza, perché il nuovo Cav. apre spazi, include, inventa soluzioni nuove e chiede con serenità un consenso di legislatura, pronto a congratularsi con gli avversari se prevarranno.
    Vinca o perda, così prepara un “dopo” indispensabile anche a lui stesso.
    Altrimenti è la solita ordalia senza senso. Il solito melodramma.

    Ferrara su il Foglio del 9 aprile

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Ottimo articolo.

    Gia' oggi quando le Elezioni del 2006 sembrano irrimediabilmente perse per il Centro-Destra si sta assistendo ad uno stranissimo fenomeno...

    gli orfani di Berlusconi sono a Destra ma soprattutto a Sinistra.
    Un Centro-Destra rissoso ed ancora poco unito si contrappone ed un Centro-Sinistra legato solo dall'antiberlusconismo e che gia' sente la paura della responsabilita' di Governo.
    Per tutti c'e' il solito dilemma : "riusciremo ad essere il futuro politico del Paese oppure l'Italia e' destinata a morire in questa pseudo cultura catto-comunista? "
    E poi c'e' il Cavaliere di cui tutti attendono la prossima mossa...speriamo sia una mossa per il Futuro e non per "resistere,resistere,resistere"..

  3. #3
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    Predefinito

    il cavaliere sta gia chiudendo bottega
    ha venduto un bel pacco di azioni mediaset

  4. #4
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    Beh? Non è quello che volevate? Con meno azioni Mediaset non si possono più controllare le reti, no?

  5. #5
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    no, mantiene il controllo

  6. #6
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    Predefinito La vendita e le bugie digitali

    La vendita e le bugie digitali

    Fininvest vende un ulteriore 16,6 per cento di Mediaset, mantenendone il controllo con il 34 per cento. Dalla prima notizia i tifosi di Berlusconi (quegli “amici” dai quali, com'è noto, spetterebbe alle divinità difenderci) traggono la conclusione che si avvia a soluzione il conflitto d'interessi. Gli avversari, invece, partono dalla seconda per dire che il conflitto resta, e non cambia niente. Per come la vedo io, sbagliano entrambe.



    Il tema del conflitto d'interessi, l'ho scritto molte volte, non mi eccita. Quei conflitti sono pericolosi quando sono occulti, quello di Berlusconi è solare. Avrebbe fatto meglio a risolverlo, come aveva promesso, ma non è questione da cui dipendano le sorti del Paese.
    Berlusconi oggi vende una quota importante di Mediaset per il principale e dirimente motivo che fa un ottimo affare. Le quotazioni sono ai massimi e di più non potrebbe ottenere. Fininvest mantiene il controllo della società e, al tempo stesso, si ritrova con una massa di liquidità. Un capolavoro. Un capolavoro del sano interesse privato.
    Taluno scrive che la vendita si spiega con la prospettiva di una vittoria elettorale delle sinistre, con conseguente modifica della legge Gasparri. Errore, grosso errore. La prospettiva peggiore, per gli interessi di Fininvest, è che la Gasparri non cambi, che resti lì dov'è, provocando un danno inimmaginabile.



    La faccio breve: la data del 31 dicembre 2006 per il passaggio al digitale (l'ho sempre sostenuto) è una bufala, un imbroglio, una bugia: il 31 dicembre 2006 non accadrà nulla. Ma cosa succede il primo gennaio 2007?
    Quella data sostituisce (ometto i riferimenti legislativi e la citazione delle sentenze, affinché dei tre lettori due non mi abbandonino) il limite ultimo del periodo transitorio, voluto dalla Corte Costituzionale che per questo bocciò la legge Maccanico. Quel limite ultimo era fissato al 30 aprile 2004, fu stiracchiato fino alla fine dell'anno, poi si annunciò l'avvento del digitale e lo si portò alla fine del 2006, così come stabilito in una legge voluta dalla sinistra. Ora salta. Ma cosa delimitava, quel termine ultimo? Delimitava la possibilità di esistere per Rete4 e Rai3 (la prima dovrebbe spegnere il segnale analogico, ovvero l'unico oggi ricevuto dagli italiani, la seconda dovrebbe rinunciare alla pubblicità). Morale: il primo gennaio 2007 si torna al 1984, quando dei pretori (definiti “d'assalto”, il che già inquieta) ordinarono lo spegnimento delle televisioni Fininvest.



    Questa bomba ad orologeria non l'ha caricata e collocata la sinistra, ma la maggioranza di centro destra. Il fatto che, ai massimi, e prima che tutti si rendano conto di quel che accadrà, si venda, mi pare l'unica cosa ragionevole di quel che osservo.

    Davide Giacalone
    http//www.davidegiacalone.it

    14 aprile 2005
    .................................................. ...............................
    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...hp?storyid=781

  7. #7
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    Predefinito Il perchè finanziario della vendita....

    ....di un po' di Mediaset

    Milano. Altro che Ballarò, l’annuncio della cessione del 16,68 per cento di Mediaset da parte di Silvio Berlusconi mette in movimento politica e finanza italiana ben più della sua recente uscita su Rai 3.
    Su Repubblica si minimizza l’effetto: con il 34 per cento di una società quotata in Borsa, con un flottante così esteso, il controllo è ancora ben saldo. Però lo stesso giornale diretto da Ezio Mauro non esclude che potrebbe essere l’inizio di ancora più consistenti cessioni di azioni.
    L’operazione, esattamente nei termini in cui è avvenuta, era stata annunciata da Finanza & Mercati: nell’ultima convention di Mediaset, Piersilvio Berlusconi disse, mostrando la pagina del quotidiano finanziario, “questo non avverrà mai”.
    Invece è avvenuto ieri.
    La riflessione sulle motivazioni della scelta è aperta. Il gruppo parla di una apertura al mercato, che obiettivamente c’è stata. Ma in molti tengono d’occhio anche altri elementi dello scenario.
    Pesa il contesto politico dove la mossa è di per sé una prima risposta alle critiche sul conflitto d’interessi.
    D’altro lato, nell’eventualità che vinca la sinistra l’idea di essere un po’ liquidi non dispiace.
    Ma la politica non è l’unica chiave. Da tempo Berlusconi sta lavorando per sistemare il patrimonio famigliare in modo equo e ragionevole.
    Decisiva è, anche, la questione economica: Mediaset è arrivata alla sua maturità più completa.
    Il titolo è su livelli molto alti. Il rapporto tra prodotto e acquisizione della pubblicità ha raggiunto un equilibrio perfetto che permette di tagliare i costi industriali senza perdere soldi nella cessione degli spazi. Consentendo così un bilancio con 600 milioni di euro di ricavi.
    Certo questi risultati sono possibili anche grazie a una concorrenza un po’ stanca e a un quadro regolatorio non (per così dire) sfavorevole.
    Peraltro l’apertura del mercato televisivo è maggiore oggi, dopo quattro anni di governo del centrodestra, di quanto lo fosse nei cinque anni del centrosinistra.
    I conti della Rai vanno molto bene, Sky deve ancora trovare un pareggio ma è un competitore insidioso, il digitale terrestre offre a industriali capaci un’ottima occasione: non per nulla colta da Carlo De Benedetti.

    All’estero spazi solo in Turchia
    La condizione perfetta di Mediaset non indica però con nettezza una prospettiva di crescita: all’estero, oltre alla Spagna, ci sono spazi di sviluppo solo in Turchia.
    Il digitale terrestre è considerato da Mediaset (investimenti per non oltre un centinaio di milioni all’anno) più come un’opzione politica (e un modo per contenere la concorrenza murdocchiana) che strategica. Anche se nel futuro, Mediaset potrebbe impegnarsi strategicamente su questo terreno. Soprattutto se la sinistra vince le elezioni.
    In questa situazione era indispensabile una mossa che aprisse nuovi spazi, anche se non è del tutto chiaro in quale direzione.
    Si punterà a un’opzione industriale? A un grande gruppo delle telecomunicazioni?
    Berlusconi vanta un buon rapporto con Marco Tronchetti Provera (appena appena raffreddato in queste settimane), con Emilio Gnutti e con il gruppo Benetton, anche loro forti in Telecom.
    E’ questo lo sbocco? O si riprenderanno le grandi trame finanziarie in cui Berlusconi conta sui rapporti con Vincent Bolloré, Antoine Bernheim, Cesare Geronzi e Salvatore Ligresti?
    Si delineeranno i contorni di un gruppo finanziario europeo (si pensi al possibile ruolo di Generali nel Bilbao) in cui peseranno uomini (e soldi) del Cav.?
    Naturalmente non manca, anche per la coincidenza dei tempi, chi cita le vicende di questi giorni di Rcs. L’attivismo di Stefano Ricucci viene universalmente considerato un segnale di più ampi movimenti. Tra i marpioni dei giochi finanziari c’è chi prevede una cessione delle quote controllate dall’immobiliarista romano a Tronchetti (da sempre interessato a un ruolo centrale in Rcs) oppure a Giovanni Bazoli (l’attivismo del suo amico Roman Zaleski sui titoli Rcs rivela le intenzioni di rivincita del banchiere ulivista bresciano).
    In una Rcs con un 10 per cento di azioni in mano alla malandata Fiat, il Cav. liquido potrebbe essere un attore non passivo, dicono i maligni.
    Ma ieri Paolo Mieli, direttore del Corriere, ha avuto rassicurazioni dirette da Berlusconi:
    “Io non c’entro”. Lo dicono fonti Rcs.

    Il Foglio del 14 aprile

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Lo statista mai entrato in politica

    Se il rattoppo si fa, sarà andata così. Sennò, si balla la rumba fino a giugno.
    Dunque. Ipotesi rattoppo.
    Innamorato del record, cinque anni sempre al comando; diffidente in modo perfino scaramantico verso la parola crisi; insofferente alla sola idea di elezioni anticipate, viste come la violazione di un contratto stipulato in dovuto modo dal notaio, con costi a carico dell’acquirente; insieme furbo e candido, lo statista che (unico al mondo) non è mai entrato in politica, cioè il nostro Cav., ha deciso ieri di credere alle seguenti tre promesse.
    Prima: Luca di Montezemolo lo appoggerà in cambio della riduzione dell’Irap, fatta abbandonando il taglio fiscale sul reddito e racimolando il racimolabile.
    Seconda: i democristiani doc della coalizione gli assicureranno nel prossimo anno tutta quella dose di profonda e affettuosa lealtà che gli era stata impossibile fino al momento del ritiro della delegazione dal gabinetto, e voteranno con spartana disciplina importanti provvedimenti per le famiglie, i ceti medi e il Mezzogiorno, oltre al resto.
    Terza: il Quirinale gli consentirà di sostituire ministri e sottosegretari uscenti con un passaggio parlamentare, compreso il voto di fiducia, che garantisce, nella lingua della vecchia politica italiana, la discontinuità nella continuità o la continuità nella discontinuità, perché il governo sarà nuovo, la fiducia sarà nuova, insomma sarà un bis ma non sarà un bis.
    Voler credere a tutte queste cose insieme, e alla loro squisitezza, è complicato, ma possibile se ci si chiami Silvio Berlusconi.
    Alla Churchill, deve essersi convinto, il premier, di quello che pensava il grande britannico: la verità è troppo importante per non proteggerla con una spessa coltre di bugie.
    Solo che questa fantastica regola politica Churchill la contemperava con un’altra e opposta, come dimostrano le molte occasioni in cui accettò l’isolamento e il rischio: e lo fece pensando, secondo noi, che le bugie sono troppo fragili per non essere protette da una ferrea cortina di verità.
    Qui, in questa storia di mezza e finta crisi parlamentare, in un contesto di intera e vera crisi politica, l’unica cosa accertabile è che, come dicevamo ieri, il Cav. non schioda ed esprime da tutti i pori la cupidigia del tirare avanti.
    L’opposizione griderà che così compromette gli interessi del paese, il che è discutibile perché da parecchio tempo la politica in generale non capisce più quali siano questi interessi, e viene perfino da dubitare che esistano.
    A noi sembra che così si compromette soprattutto l’interesse di una leadership, con l’aggravante di un prevedibile capitombolo, senza la possibilità di cascare in piedi.
    Felici di sbagliarci, in bocca al lupo.
    A meno che il rattoppo salti, il che sarebbe un bene perché le pezze a colori si vedono da lontano.


    Ferrara su il Foglio del 16 aprile

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Ci sarà il "Berlusconi bis"?

    Roma. La giornata è iniziata con i centristi che uscivano dal governo (mantenendo l’appoggio esterno) e sembrava chiudersi con la premessa di un Berlusconi bis.
    Un nuovo governo come reclamava l’Udc e speravano quelli di An, però garantito da un documento d’impegno politico per la fine della legislatura controfirmato da tutti i leader.
    Il che dovrebbe consentire a Berlusconi di formalizzare la crisi con la soluzione già in tasca. Il fatto è che fino a sera i protagonisti della Cdl erano ancora chiusi a negoziare i dettagli della pace e il futuro del centrodestra.
    Con Marco Follini, assente da Palazzo Chigi, riluttante a firmare il patto di fine legislatura mentre la Lega intimava all’Udc di rientrare nei ranghi o rassegnarsi a elezioni anticipate (Lega irritata anche dalle indiscrezioni secondo cui i centristi avrebbero chiesto al Cav. il ministero delle Riforme).
    Insomma al momento in cui questo giornale va in stampa, tutto può cambiare e Berlusconi non ha ancora le firme che vuole su quel documento che gli consentirebbe di recuperare l’Udc, andare da Carlo Azeglio Ciampi per riferire sullo stato delle cose, presentare la lista dei nuovi ministri e rimettere formalmente il mandato con la certezza di un reincarico e del voto di fiducia parlamentare.
    Il tutto non prima della settimana prossima, quando all’accordo su questo nuovo esecutivo dovrebbe aggiungersi quello sui nuovi nomi.

    Se Follini non rientra si vota
    Nel mezzo della giornata – tra l’Udc che esce dal governo e il Quirinale in attesa della visita del premier – è successo un po’ di tutto. C’è stata la minaccia del Cav. di dimettersi infliggendo, agli alleati rimasti e a quelli in uscita, la propria volontà di andare subito a elezioni anticipate. Ci ha pensato davvero, Berlusconi, e lo ha detto durante la serie compulsiva d’incontri avuti con tutti i capi della Cdl. Aveva anche fatto trapelare la tentazione di liberarsi completamente dell’Udc.
    Tutto questo dopo che, in mattinata, Follini aveva mantenuto la promessa azzardata giovedì. Una dimostrazione di forza ben costruita nei giorni scorsi con il sostegno partecipe di Pier Ferdinando Casini, messa ai voti nella direzione nazionale del partito e approvata in modo plebiscitario.
    Dal momento in cui Follini si è dimesso da vicepremier, portandosi dietro la delegazione di governo: i ministri Mario Baccini, Rocco Buttiglione e Carlo Giovanardi (unico a tentare una minima resistenza), più un viceministro e cinque sottosegretari, si è di fatto aperta la crisi.
    Crisi giustificata con le “risposte minimaliste e insufficienti” che Berlusconi avrebbe dato alle richieste avanzate dai centristi dopo la sconfitta alle regionali.
    Per quel che conta, il Nuovo Psi di Gianni De Michelis ha seguito subito l’Udc.
    Il Cav. ha reagito, olimpico nell’ostentazione di serenità e con una certa determinazione (“Non vi libererete presto di me”).
    Pubblicamente si è occupato del regalo di compleanno per Gianni Letta, facendo avanti e indietro tra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi.
    Nel frattempo ha fatto sapere ai leader della Cdl che si concedeva altre ore di negoziato, ma sempre pronto a sollecitare lo scioglimento delle Camere.
    A quel punto sono iniziate le consultazioni ed è nata una sorta di missione guidata da Giuseppe Pisanu, Gianfranco Fini e Gianni Letta. Obiettivo: ricomporre, se si può e finché si può.
    La Lega, con le telefonate di Umberto Bossi e l’azione dei ministri Calderoli e Maroni, ha sostenuto le ragioni del premier ma si è associata al coro di amici che tenta di dissuaderlo, quali che siano le sue intenzioni definitive, dal rimettere il proprio mandato a Ciampi senza condizionarlo a un patto di fedeltà da parte di An e Udc, oppure alla certezza del voto anticipato.
    E si sa che Ciampi il voto anticipato non lo vuole e oppone l’argomento degli italiani all’estero a cui non verrebbe garantito in tempo il diritto di andare alle urne.
    Follini in realtà ha cercato di trattare sin dall’annuncio delle dimissioni.
    Ha cercato di capire se era vero che il Cav. fosse tentato dall’idea di espellere l’Udc dalla maggioranza, prendersi l’interim dei dicasteri vuoti, e continuare a governare.
    Il Cav. ha pensato anche a questo, è vero. Poi è prevalsa la volontà di andare avanti per evitare una crisi al buio.
    Linea caldeggiata anche da Luca Cordero di Montezemolo: “Un governo che accetti la sfida di governare negli ultimi mesi della legislatura, otterrà un riconoscimento da parte degli elettori”, ha detto il presidente di Confindustria mentre Letta saliva al Quirinale e il Cav. dichiarava:
    “ Se l’Udc non rientra, elezioni anticipate”.

    Il Foglio del 16 aprile

    saluti

 

 

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