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  1. #11
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    In origine postato da UgoDePayens
    Aguas aguas, mascalzoncello!!! Lo sai benissimo che l'attuale legge non vieta affatto, come dici tu, la FECONDAZIONE ARTIFICIALE, ma la regolamenta solo, vietando la pratica della FECONDAZIONE ETEROLOGA...

    A me pare proprio, poi, che le lobbies si stiano muovendo tutte per far pressioni verso il "sì" poi: guarda i benetton, guarda i massoni vari, guarda i gruppi "imprenditoriali" torinesi e della finanza.
    Forse che hanno interesse a che l'Italia torni ad essere il far west che era prima?

    Non fatevi fregare, questo è il mio consiglio! Nemmeno quelli che lo sostengono, questo referendum, hanno i mezzi per capire ESATTAMENTE cosa viene chiesto nel quesito.

    ASTENERSI è l'unica cosa sensata, a mio parere.
    Questa è la tipica mistificazione proibizionista.

    La legge non vieta la fecondazione artificiale, ma ne riduce di molto la possibilità: le gravidanze sono scese del 20 - 25% dall'entrata in vigore della legge, perché l'obbligo di non produrre più di 3 embrioni ha limitato di molto la riuscita dei programmi di fecondazione.

    Inoltre c'è il divieto assoluto di eterologa.

    Il far west in 30 anni di fecondazione artificiale non c'è mai stato, poiché non ci sono state mostruosità tra le centinaia di migliaia di coppie che hanno fatto ricorso alla fecondazione artificiale.

    Questo perché i medici non sono dei criminali, come i terroristi dell'astensione vogliono far credere.

    Dunque se vuoi dire una cosa dilla tutta, non solo quello che fa comodo ai tuoi pregiudizi.

  2. #12
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    VOTERO' 4 SI

  3. #13
    Nun c'è problema.
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    Io non vado me la dormo, tanto vince il no qualora in maniera fantastica si arrivasse al quorum.










    ........<>-Max-<>.......

  4. #14
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    Suppongo, che se molti astensionisti andassero a visitare i reparti con malati terminali anzichè dormire il giorno del voto, forse, soltanto forse, si sveglierebbero. Anche se purtroppo solo quando qualcosa capita direttamente o molto vicina ci accorgiamo che esiste e questo vale per tutti.

    Per il resto non commento i deliranti auspici alla secessione, ma visto che vogliamo andare per slogan ok, andiamo giù pesante:

    Venezia Giulia ITALIANA

    Fiume ITALIANA

    Dalmazia ITALIANA

    Croazia e Slovenia sconfitte in battaglia e ridotte a protettorato ITALIANO!!!

    Bene, ora chi non va a votare, e del pari essendo un dovere civico come il servizio militare suppongo fra essi ci siano molti "obbiettori", possono tornare a dormire.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  5. #15
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    Predefinito Donne, la salute artificiale

    Roma. La legge 40, strepitano i referendari, va contro la salute delle donne. Le esporrebbe alla necessità di più stimolazioni ovariche, imporrebbe l’uso di tre embrioni con rischio di parti plurigemellari, costringerebbe a farlo anche la donna che cambiasse idea nel giro della settimana che passa dalla fecondazione in vitro all’impianto in utero degli embrioni. Ma a smontare le accuse dei fautori della fede nella tecnoscienza, nell’affidamento totale al miracolismo biomedico (quello sì, “dalla parte delle donne”?) dovrebbe bastare la semplice lettura della legge 40 e delle sue linee guida, che stabiliscono che l’impianto non è coercibile e prescrivono semplicemente la creazione in vitro di un numero di embrioni (può essere anche uno o due, quello di tre è il numero “massimo”) da usare per un unico impianto.
    La crudele legge 40, invece, “in realtà, è un grande passo avanti proprio nel senso della tutela della salute della donna”, dice al Foglio Maria Luisa Di Pietro, docente di Bioetica all’Università Cattolica di Roma, “prima di tutto perché prescrive che tutta la pratica medica sia basata sul consenso
    informato della donna e della coppia, presupposto di qualsiasi scelta libera e responsabile.
    E poi perché prevede la gradualità nell’uso delle tecniche. La richiesta di una diagnosi seria di sterilità, che i referendari rimproverano alla legge come se fosse un vincolo vessatorio, è la prima garanzia. Una volta fatta la diagnosi si valuta il ricorso a terapie mediche e/o chirurgiche e solo qualora non siano risolutive c’è la fecondazione artificiale”.
    Non dovrebbe essere la prassi normale? “Ora lo è, o almeno dovrebbe, ma non è sempre stato così”, risponde la Di Pietro, che di formazione è medico endocrinologo e si occupa di consulenza etica alle coppie infertili (un altro aspetto introdotto dalla legge 40):
    “Sappiamo che il ricorso a queste tecniche non è quasi mai stato, fino a oggi, un punto d’arrivo meditato. Piuttosto, lo si è vissuto come una scorciatoia dettata dalla fretta e dall’ansia, che spesso non corrisponde a una vera necessità clinica, nell’illusione che sia la tecnica onnipotente e salvifica a risolvere un problema complesso come la sterilità. Nella realtà, quelle tecniche a torto considerate infallibili premiano una piccola minoranza delle coppie. Tutelare la salute, allora, è anche spiegare davvero alla coppia che cosa può veramente aspettarsi, e sottrarre la donna all’accanimento terapeutico”.
    “Banalizzare il processo della generazione umana esaltando i rari successi della Fiv”, aggiunge un altro bioeticista, il domenicano bolognese Giorgio Maria Carbone, “esaspera la ferita di quelle coppie, la grande maggioranza, che sono state deluse da questa tecnica”. Ma anche lui, che da studioso cattolico ha scritto molti libri per contestare la pratica stessa della Fiv, racconta che
    “comunque la legge 40 rappresenta un progresso, proprio dal punto di vista della salute della donna e delle gravidanze ottenute. Al centro La Sala di Reggio Emilia, da che applicano scrupolosamente le linee guida della nuova legge, i successi sono addirittura aumentati. Si trasferisce un solo embrione, ma in modo assai più attento nella tecnica di prelievo degli ovociti e calibrando meglio gli ormoni che favoriscono l’impianto nell’utero. Questo si rivela anche il modo migliore per evitare quelle gravidanze plurigemellari che si rimproverano all’impianto di tre embrioni”, dimenticando sempre di aggiungere che è un limite massimo di produzione, appunto, e non un obbligo assoluto.

    Le conseguenze psicologiche dell’illusione
    La dottoressa Eleonora Porcu è un’autorità internazionale nel campo del congelamento degli ovociti (non degli embrioni: con il vantaggio che, senza problemi etici in ballo e con una sola stimolazione ormonale, si ottengono molti ovuli da congelare e da utilizzare, dopo averli fecondati, per più tentativi), ed è responsabile Centro di sterilità e procreazione medicalmente assistita del Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Al Foglio spiega che nella sua struttura “da anni si seguono le modalità prescritte dalla legge 40”, con buoni successi. E anche lei insiste sul fatto che tutela della salute della donna “significa innanzitutto informazione, non rituale ma mirata alla singola paziente. La legge 40 impone a noi operatori, a ogni passo del percorso, di spiegare, ridiscutere e reinformare su ogni piccolo dubbio e su ogni aspetto di rischio fisico. E poi c’è da considerare il peso psicologico di questi trattamenti. Si è fatta strada l’idea che esiste una branca della medicina che, in un modo o nell’altro, un figlio a chi lo vuole riesce a darlo. E questo non è vero”.
    C’è poi un’ultima, “buffa” omissione, a proposito di salute.
    Chi pensa alle “donatrici” di ovuli?
    L’eterologa non si farebbe, una volta reintrodotta dal Sì, solo con seme maschile. E la cosiddetta “ovodonazione” è quasi sempre una vendita mascherata, che comporta proprio la temuta stimolazione ormonale alla quale donne bisognose si sottopongono per poche centinaia di euro.

    Parigi. Capelli ricci, sorriso sincero e telegenico, voce rassicurante: non a caso Brigitte-Fanny Cohen, 45 anni insospettabili, è il volto televisivo della salute dei francesi. E’ sua la rubrica “Santé’’ di Télématin, programma della pubblica France2: emicranie, osteoporosi, tabagismo, bronchiolite, maternità tardive, cyberdipendenza, fototerapia, nessun malessere, nessuna terapia sfugge ai lunghi archivi della sua trasmissione. Quanti medici, esperti, ricercatori, specialisti avrà incontrato dall’inizio della sua carriera? Decine, probabilmente centinaia, intervistati in Francia e nel mondo, scovati negli ospedali più famosi, nei laboratori più all’avanguardia.
    Ma non sono bastati per evitare che succedesse anche a lei. Oggi il libro della sua storia, “Un bébé mais pas à tout prix” (“Un bambino, ma non a qualsiasi costo”, edito da JC Lattés), ovvero il racconto delle sue quattro inseminazioni e delle sue quattro fecondazioni artificiali senza esito, è diventato un best seller, appena ristampato in edizione tascabile. Il successo le è valso un’audizione in Parlamento, davanti alla Commissione per la legge sulla bioetica.
    Quando parla delle centinaia di lettere che le hanno spedito donne che hanno affrontato lo stesso percorso, la stessa sofferenza, le stesse delusioni, gli occhi sembrano diventare più lucidi, ma forse è soltanto l’atmosfera della stanzetta riservata ai fumatori di France2.
    “Innanzitutto voglio chiarire – dice al Foglio la Cohen – che non sono assolutamente contro le pratiche di assistenza medica alla procreazione. Ma sono assolutamente contro la mancanza di informazione alla coppia, contro l’assenza di trasparenza dei medici sui risultati che possono ottenere. Con questo libro, ho voluto far sapere quali sono gli effetti secondari possibili dei trattamenti sul corpo della donna, parlare della caduta dei capelli, dei capillari che si rompono, della
    possibilità di cisti ovariche, dei sudori freddi la notte. Le donne, le coppie, hanno il diritto di rivolgersi a queste tecniche ma hanno anche e soprattutto il diritto di essere informate. Di sapere che le possibilità di successo sono meno del 20 per cento: questo significa che ottanta donne su cento affronteranno mesi, anni di trattamento e non riusciranno ad avere un figlio”.
    Il suo libro – dedicato a Daria, adottata nel 1999, e a Mila, nata, senza trattamenti, nel 2000 – è stato
    pubblicato nel 2001. Da allora la nuova legge sulla bioetica in Francia ha accolto, almeno in via di principio, i suggerimenti della Cohen: i medici sono tenuti oggi a informare in modo più completo, a fornire un’assistenza psicologica, anche se spesso i possibili effetti secondari delle terapie ormonali sono elencati in carattere piccolissimo su un foglietto da firmare in fretta al termine della prima consultazione

    “Se dicessimo tutto nessuno la farebbe”
    La storia di Brigitte-Fanny Cohen, affetta da “sterilità inspiegata”, una non-malattia, e delle “cure” che non l’hanno curata, è ancora di attualità. E se è capitato a lei, giornalista specializzata in problemi di salute, può davvero capitare a chiunque.
    “Un giorno, durante un’ecografia, vedo il mio medico un po’ sorpreso: ‘Ci sono delle cisti’, mi dice. ‘Cosa devo fare?’ gli chiedo. ‘Niente’, risponde. Poi qualcuno mi chiama la sera a casa –io ero ancora al lavoro – per convocarmi in ospedale a digiuno la mattina seguente alle sette, per un intervento. Nient’altro. Ho cercato di parlare con qualcuno, ma era troppo tardi. E il mattino dopo sono stata operata d’urgenza senza sapere perché”.
    Poi c’è il rischio degli ormoni. Quale sorpresa per Brigitte incontrare a una conferenza stampa lo stesso ginecologo che le aveva prescritto tempo prima un trattamento ormonale assicurandone l’innocuità, denunciare ora i rischi potenziali degli ormoni ricavati dalle urine. Senza parlare del rischio di cancro: nessuna prova scientifica, ma molte zone d’ombra.
    E ancora una volta: silenzio da parte dei medici.
    Ancora un’altra conferenza stampa, sponsorizzata da una casa farmaceutica: la giornalista di France2 chiede a un celebre ginecologo parigino se informa le sue pazienti dei rischi potenziali degli induttori di ovulazione.
    Risposta: “No signora, se dicessimo questo, più nessuno vorrebbe sottoporsi a una Fiv”.
    Molte domande poste da Brigitte-Fanny restano senza risposta: quanti cicli di stimolazione ovarica sono accettabili per la salute di una donna? Quante fiale possono essere iniettate senza conseguenze?
    “Ho scritto questo libro in particolare per le donne che non hanno una vera sterilità, affette come me da cosiddetta sterilità inspiegata, perché si chiedano se il percorso della procreazione medicalmente assistita sia loro davvero destinato. I medici lo propongono in fretta, perché sanno che dopo i 38 anni i trattamenti funzionano meno bene. Ma per queste donne è forse meglio prendere tempo, capire cosa blocca il desiderio di un figlio, prendere appuntamento con uno psicologo. Perché affrontare un’inseminazione, o una Fiv, non è qualcosa di leggero.
    E’ un viaggio che va affrontato sapendo a che cosa si va incontro”.

    Su il Foglio

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Basta truccare le carte

    A tutto c’è un limite.
    Anche all’impostura mediaticamente imbellettata con dotte citazioni.
    Anche alla protervia per quanto mimetizzata da afflato etico-civile.
    Anche all’ignoranza travestita nei panni del progressismo d’accatto.
    Ebbene, questo limite ieri, in una colonna almeno delle patrie gazzette, è stato superato. Ci riferiamo al fondo, sì proprio al fondo, di quello che una volta era il grande giornale della famiglia Agnelli, il prestigioso quotidiano della capitale morale di questo bellissimo e disgraziato Paese, sì: la Stampa di Torino.
    Dove a firma di Michele Ainis si annunciava nel titolo e si sosteneva nel corso dell’articolo che, di fronte alle convocazioni referendarie, l’astensione è un trucco. Anzi, diceva di più: “E’ una frode della Costituzione”.
    Ora, siccome è di sacrosanta importanza che in democrazia sia dato spazio ad ogni parere, saremmo tentati di pazientare che nei giorni prossimi l’inclito direttore di quell’augusto giornale faccia intervenire un giurista di scuola opposta a dire il contrario. A quel punto, secondo la più squallida degenerazione cui è pervenuto il cerchiobottismo italico, dovremmo dirci tutti stupidamente felici e contenti.
    Un giorno si accontentano gli uni, l’altro giorno si rimedia con gli altri.
    Perché prendersela? La ritualità è salva.
    E invece no, salvo è un bel nulla.
    Crediamo che in ogni vera democrazia, in ogni democrazia che abbia il coraggio di se stessa, nella quale i cittadini pur mossi da idee opposte sono fieri di guardarsi negli occhi, in una democrazia insomma civilmente nutrita non tutte le opinioni abbiano la stessa dignità.
    Crediamo piuttosto che ce ne siano di così palesemente false, di così pacchianamente ruffiane verso il Potere mediaticamente costituito da non poter avere impunemente corso.
    Crediamo cioè che ci sia un livello oltre il quale vada pagato un dazio. Il dazio della gogna, quanto meno.
    La tesi che quel signore ieri ha sostenuto è semplicemente un’impostura. Un’impostura che si spiega, lo sappiamo bene, con il nervosismo che egli stesso tradiva a proposito di una diffusa volontà che si registra in giro di non andare al voto:
    “astensionismo militante” l’ha chiamato, ed era come se dalle righe rimbalzasse una punta di ribrezzo.
    Ebbene, che si dia una calmata, magari prenda in mano qualche buon trattato di diritto costituzionale, di quelli aggiornati però, dal quale potrà facilmente evincere che il voto è un dirittodovere quando a chiamare è lo Stato, e si tratta di scegliere i rappresentanti del popolo sovrano nel Parlamento o nelle assemblee regionali (provinciali e comunali). Quando a convocarci invece sono poco più di cinquecentomila cittadini, sui cinquanta milioni con diritto di voto, beh, quest’obbligo evidentemente non esiste.
    Posso personalmente riservare rispetto per l’opinione di questi cittadini, ma la loro iniziativa non assume per me un valore di vincolo. L’onere della prova – dimostrare cioè che si tratta di un’iniziativa condivisa – resta tutta loro.
    La Costituzione infatti mi dice che ho pieno diritto a non andare alle urne qualora io non condivida che venga sottoposta a tranciante giudizio una legge delicata, scrupolosamente varata dal Parlamento.
    Ecco, questo non è un parere, tanto più il parere infimo di chi scrive, non è un’interpretazione tra mille, tutte ugualmente valide.
    Questa è l’interpretazione più accreditata perché più accreditabile. E vorremmo pregare che si spostasse finalmente in là il dibattito, facendola finita con gli spartiti dell’intimidazione o, all’opposto, del camuffamento buonista.
    “Se passano i sì, nessuno sarà sconfitto” dice l’angioletto tenerissimo che si cela sotto le sembianze dell’onorevole Barbara Pollastrini.
    Nessuno? E quell’individuo di specie umana che ha cominciato a vivere al momento dell’incontro tra ovulo e spermatozoo, che lei vuol congelare, o vivisezionare, o manipolare, anche quello vince? Ecco, piantiamola davvero con i trucchi, ed entriamo civilmente nel merito.

    Dino Boffo
    Editoriale di Avvenire
    13 maggio 2005

    ecco qui, per bamboccetti e scettici, un "clericale" con le palle

    saluti

  7. #17
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    Predefinito Noi miserabili (e i cari truffaldi)

    Ogni tanto Pannella è preso dal desiderio di imbruttirsi, lui che è così bello, umanamente e politicamente, lui che ha inventato nel 1985 la impeccabile strategia dell’astensione in un referendum (quello sulla scala mobile), lui che sa così bene custodire il concetto e la pratica della legalità, lui che dorme con la Costituzione e con le leggi sotto il cuscino da una vita e sa perfettamente il valore politico, civile e giuridico del non voto.
    L’astensionismo è “miserabile”, dice e fa dire ai suoi eccellenti portavoce in pandette, procurandosi la rispostaccia sacrosanta di Dino Boffo, direttore di Avvenire, che pubblichiamo doverosamente
    a pagina quattro.
    Così facendo Marco induce noi referendari del “no” in tentazione, tentazione astensionista, e questo certo non è bello. Però ci consente anche di usare noi stessi come piccolo scudo a difesa della verità.
    Che per quanto riguarda i radicali è presto detta.
    Ai radicali questa stupida crociata contro i diritti umani in realtà non piace.
    A parte ogni altra considerazione, il divorzio civile fu un modo di regolare, alla fine, faccende coniugali di coppie che non avevano scelto il matrimonio come sacramento: così votammo il divorzio, facemmo comizi.
    L’aborto era già una china più pericolosa, che si è risolta in una resa all’omicidio di massa come metodo di controllo delle nascite e di promozione di una strana idea dell’autonomia femminile, ma riguardava il diritto ancestrale della donna, da sempre realizzato clandestinamente e con alti costi umani, al controllo e alla scelta sul proprio corpo, di cui il feto è parte in simbiosi, in perfetto binomio: votammo, facemmo comizi, con la morte nel cuore.
    Ora è diverso, radicalmente diverso.
    Siamo nel mondo nuovo, nuovissimo, della biogenetica. Fottersene dell’embrione, impiparsene del nullismo etico fondato sull’indifferenza e sullo schiacciamento del diritto alla vita in cambio del diritto al benessere, prosternarsi di fronte alla visione cimiteriale dell’esistenza di chi produce vita in laboratorio, fuori di ogni corpo, per poi distruggerla, selezionarla, manipolarla, questa è un’operazione così losca da mettere in discussione, anche per il diavolo radicale, quel residuo di anglismo che vive nell’anima luciferina della cultura dogmatico- secolarista di una parte del liberalismo moderno.
    Stando male nei loro panni, i radicali dunque divagano.
    Parlano a vanvera del dolore delle donne, che non c’entra; della libertà della scienza, che non c’entra; della cura dei malati, che non c’entra un’acca; e dell’astensione come nuovo demonio clericale, che è una piccola frode in commercio di embrioni (e non c’entra).
    Al direttore di Avvenire, che ringraziamo per il suo eloquente sfogo di passione, consigliamo di considerare la voce troppo sopratono e l’argomentazione belluina dei radicali e dei loro costituzionalisti per quello che è: un segno di debolezza e di cattiva coscienza.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  8. #18
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    Predefinito

    Purtroppo di Savonarola non ce ne sono più.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  9. #19
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    Predefinito Al convegno per il Sì si parla di viagra....

    ...di lomgevità, niente bambini

    Roma. Proiettano sul muro delle diapositive: un embrione al microscopio, bucato, infiltrato con uno strumento sottile.
    E il professor Allegra, direttore di “Andros Medicina della riproduzione” illustra le foto: “Ecco, vedete l’embrione? Vedete le sue celluline? Vedete il buchino? Adesso queste cose non si possono più fare, per colpa della legge 40”.
    E’ un convegno organizzato da “Amica cicogna” e da “Cerco un bimbo”, si chiama “Tra etica e scienza: verso il referendum”, e ha lo scopo legittimo di fare a pezzi la legge 40, di spiegare perché votare quattro sì certi al referendum del 12 giugno, e anche perché, come spiega Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, “essere scandalizzati”.
    Si parla di molte cose: di infertilità, di ovulazione, del corpo della donna bombardato dagli ormoni, della ricerca scientifica, delle lacune della legge 40, delle coppie sterili che si sgretolano.
    Non si parla di prevenzione della sterilità, né di cura, né di tutela del figlio concepito in provetta.
    Si parla di medicina, di corpo steso su un lettino, di estrazione di cellule, di crioconservazione.
    Domenico Danza, presidente dell’Associazione medici e biologi della riproduzione umana, spiega: “La legge ci prescriverebbe un supporto psicologico e informativo alla coppia che deve dare il consenso al trattamento, anche riguardo ai problemi che potrebbe avere il bambino a causa della fecondazione assistita: questo supporto, francamente, non siamo in grado di darlo”.
    Non gli pare importante, però, è più importante spiegare che “la legge 40 ha criminalizzato noi medici, che se non andiamo in prigione andremo almeno all’inferno: intanto andiamo in altri paesi dove il Padreterno è più tollerante”.
    Applausi.
    Perché, come dice il professor Allegra, loro si sentono “mortificati come medici”, per il fatto di non poter creare più di tre embrioni, di non poter bucare l’embrione per diagnosticarlo prima dell’eventuale impianto, per non poter fare l’eterologa, per dover considerare quelle “celluline” proiettate sul muro qualcosa di più che un po’ di materia utile.
    E’ mortificato anche Luca Gianaroli, ginecologo, che a causa della legge 40 ha dovuto abbandonare le sue ricerche: aveva cominciato a selezionare gli embrioni di persone che avevano in famiglia casi ricorrenti di tumore – come ha scritto Chiara Valentini sul blog dell’Espresso. Cioè aveva cominciato a eliminare gli embrioni che, se nati, avrebbero potuto forse, chissà, non si sa mai, un giorno, sviluppare una forma tumorale. Ora non può farlo e dice di “non essere più in grado di essere tollerante”, poiché “i bambini nati prima di questa legge sono evidentemente illegali”, e visto che “le cellule totipotenti potrebbero costituire una possibilità, negata, per la longevità”.
    Si potrebbe magari vivere più a lungo, chissà, una volta eliminati, bucati, smembrati, infiltrati gli oggetti del desiderio, creati per avere un figlio, per soddisfare quella “sacrosanta voglia di maternità”: per loro ci si è sottoposte a stimolazione ovarica (“spesso molto pesante e piena di controindicazioni”, ha spiegato il ginecologo Danza), poi a prelievo di ovocita (“in sedazione, con una sonda vaginale, e aghi che bucano le pareti della vagina, ma prima avveniva in anestesia totale con intubazioni e buchi all’altezza dell’ombelico e sui fianchi”), e ad attesa nervosa dopo che all’ovulo è stato messo accanto lo spermatozoo “ottenuto con la fatica di rinchiudersi in uno stanzino con una scatoletta, fatica sempre sottovalutata” spiega un altro ginecologo, che ora ai pazienti, prima dello stanzino, somministra quella pasticchetta di viagra utile anche a creare uno sperma migliore.
    Perché, come ha spiegato la moderatrice, “per la prima volta l’uomo entra nel concepimento”; prima evidentemente chissà cosa succedeva.
    Si potrebbe magari vivere più a lungo, senza i bambini con tumori in famiglia, senza la tutela di quei bambini e senza le regole “di una legge che ha riportato l’orologio della storia al medioevo”. Potrebbero anche avere figli i sieropositivi, con la provetta, e invece “la legge mostro, perché la montagna ha partorito non un topolino ma un ratto”, come ha detto Allegra, non lo permette, raccontano questi medici “tra etica e scienza”.
    Perché la legge 40, nata e discussa esclusivamente per regolare la fecondazione medicalmente assistita delle coppie infertili, ora dovrebbe invece garantire il futuro del mondo, l’assenza di tumori, la longevità, la fine delle malattie e dei bambini imperfetti, il trionfo della medicina sul corpo: dovrebbe assicurare, come dice Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne dei Ds, “la modernità del benessere”.
    I figli, magari, un’altra volta.

    Su il Foglio

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Le linee guida della legge 40 non ledono...

    ...il diritto alla salute, parola di Tar


    Roma. Il Tar del Lazio, Sezione terza ter, per infondatezza dei motivi dedotti, ha rigettato il ricorso presentato dalla Warm (World Association Reproductive Medicine) contro le Linee guida del ministero della Sanità sulla legge 40, accusate, in particolare, di ledere il diritto alla salute, la libertà di ricerca scientifica e l’arte medica. La motivazione della sentenza, depositata lo scorso 9 maggio, è degna di attenzione, poiché, a differenza di quanto abbia fatto la stessa Corte costituzionale con le sue sentenze sull’ammissibilità dei referendum, entra nel merito di alcuni punti cruciali della legge e del relativo provvedimento Sirchia.
    Degno di attenzione è un passaggio in cui, sul problema della “data di nascita” dell’embrione, si afferma: “Ciò che appare indubbio, a prescindere da ogni valutazione filosofica e religiosa, è che il processo biologico è un continuum che comincia, in condizioni normali, con la fecondazione, e cioè con l’unione del gamete paterno e materno (o, meglio, dei due Dna) e procede senza salti di qualità. Esula dunque dalla biologia la possibilità di dire quando è che un embrione divenga persona (rectius: sia tutelabile in quanto tale); ove se ne ravvisi la necessità, ciò potrebbe essere il frutto di una ‘convenzione umana’”.
    Una posizione, questa dei giudici amministrativi, che ricalca quella di scienziati come Angelo Vescovi (che proprio dalle colonne del nostro giornale, così come dal suo libro “La cura che viene da dentro”, si è espresso in modo analogo) ma anche come Carlo Alberto Redi ed Edoardo Boncinelli (invece favorevoli alle manipolazioni degli embrioni).
    Tutti concordi su un punto: la letteratura scientifica può descrivere i vari stadi di sviluppo cellulare dell’embrione, ma la fissazione di un momento prima del quale esso può essere trattato come una cosa è, semmai, scelta politica.
    Il Tar del Lazio precisa che nemmeno la comparsa della “stria primitiva” del sistema nervoso soccorre al riguardo, e conclude il punto 4 della motivazione qualificando “opzione ideologica” quella secondo cui l’embrione non è soggetto di diritto fin dal concepimento.

    Il legislatore può limitare la pratica medica
    Risultano così ribaltati, con questa pronuncia, i termini del dibattito sulla vita o non vita dell’embrione: ideologico e dunque dogmatico e preconcetto è fissare una data d’inizio della vita umana diversa da quella dell’unione del gamete paterno e materno.
    Ma l’accusa della Warm alle Linee guida, di consentire la sola diagnosi osservazionale dell’embrione, in difformità dalla stessa legge 40, che invece permette la diagnosi preimpianto per finalità terapeutiche e diagnostiche volte alla tutela e allo sviluppo dell’embrione, fornisce al Tar l’occasione per pronunciarsi anche sul punto cruciale della libertà della scienza e del diritto alla salute.
    Afferma il giudice amministrativo che “la scienza medica si pone al crocevia tra due diritti fondamentali: quello di essere curato efficacemente e quello dell’essere rispettato nella propria dignità e integrità di essere umano”. E aggiunge: “Non sembra revocabile il dubbio che a tutela dell’embrione il legislatore possa intervenire a limitare la pratica medica, tanto più ove la stessa non si basi su adeguate evidenze scientifiche e sperimentali”. Insomma, per il Tar del Lazio, la normativa vigente rappresenterebbe un bilanciamento fra principi costituzionali, tenuto conto che la ricerca sugli embrioni – anche quelli congelati e in stato di abbandono – significa, allo stato dell’arte, la loro soppressione.
    Si allude poi alla questione delle coppie portatrici di malattie genetiche: anche ad ammettere il diritto alla procreazione, irragionevole e inesistente è la pretesa di ricavare dalle pratiche artificiali il diritto al “figlio sano”. La legge 40 e le sue Linee guida vieterebbero infatti sia l’eugenetica positiva, che persegue scopi di “miglioramento” della specie umana, sia l’eugenetica negativa, volta a fare sì che non nascano persone portatrici di malattie ereditarie. Si ravvisa pure, a detta del Tar, piena consonanza fra le norme italiane e la Convenzione di Oviedo, la quale si limita a vietare la formazione di embrioni a scopo di ricerca e a stabilire che, ove uno Stato ammetta la ricerca sugli embrioni, questi debbano ricevere una tutela appropriata. I giudici amministrativi sembrano con ciò rispondere alle interpretazioni della Convenzione di Oviedo fatte proprie da quegli accademici dei Lincei che, nel loro documento del 22 aprile scorso, hanno sostenuto che “nella Convenzione di Oviedo non è vietata, invece, la produzione di embrioni a fini fecondativi e il loro uso a fini di ricerca di base nel caso il fine fecondativo divenga superfluo e gli embrioni siano destinati alla eliminazione”. Il numero massimo di tre embrioni disposto dalla legge 40 evita infatti, secondo il Tar, proprio il sopraggiungere di tale “superfluità”. Infine, sottolinea la sentenza, le Linee guida hanno disposto la non coercibilità dell’impianto degli embrioni nell’utero della donna. Anche a questo riguardo il Tar evidenzia l’esistenza di un ragionevole bilanciamento fra la tutela dell’embrione e la tutela della salute della donna e, di conseguenza, ha rigettato i dubbi di incostituzionalità della legge 40 e delle Linee guida prospettati dalla Warm.

    Su il Foglio

    saluti

 

 
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