“Io che sono animalista e vegetariano mi chiedo, provocatoriamente, perché non tuteliamo anche gli embrioni degli scimpanzé, anch’essi sono progetti di esseri umani”.
Umberto Veronesi
Corriere della Sera, 14 maggio 2005
saluti


“Io che sono animalista e vegetariano mi chiedo, provocatoriamente, perché non tuteliamo anche gli embrioni degli scimpanzé, anch’essi sono progetti di esseri umani”.
Umberto Veronesi
Corriere della Sera, 14 maggio 2005
saluti


.... “Progetto di essere umamo”
Da ateo convinto Umberto Veronesi discetta con sicurezza di limbo, di anime e di san Tommaso d’Aquino sul Corriere della Sera, ma si rivela ancora una volta come un emerito incompetente. Veronesi farebbe meglio a ritornare a studiare il Catechismo e il Corriere della Sera avrebbe fatto più bella figura a chiedere al teologo e Papa Joseph Ratzinger che cosa insegna su questi temi la Chiesa cattolica. Comunque vediamo di fare un po’ di chiarezza.
1) Il limbo dei bimbi morti senza battesimo non è stato mai un dogma, come invece pensa Veronesi. E’ stato solo un’ipotesi di alcune scuole teologiche. Sfido il prof. Veronesi a trovare nel Catechismo della Chiesa cattolica la teoria del limbo. Per quanto riguarda ciò che la Chiesa crede effettivamente circa la sorte degli embrioni, dei feti e dei bambini morti senza battesimo, la Chiesa con la sua Liturgia eucaristica prega per loro e li affida alla misericordia infinita di Dio. Questa Messa esequiale non dice nulla del limbo, ma professa la fede nella salvezza di Cristo e nella misericordia divina.
2) Veronesi poi afferma: “San Tommaso fissa al terzo mese di vita la comparsa dell’anima”. Scopriamo così che il nostro Umberto è un bigotto tomista! Ma forse non ha mai letto alcuna opera di Tommaso. Perciò avrebbe fatto più bella figura se fosse stato zitto.
Comunque si sappia una volta per tutte che l’affermazione di Tommaso non è una tesi dimostrata e incontrovertibile, ma è solo un’opinione che Tommaso presenta seguendo colui che riteneva il più grande scienziato per la sua epoca, cioè Aristotele.
Ora, Aristotele ci offre due teorie relative al problema dell’unione dell’anima e del corpo nell’uomo.
Nell’opera giovanile “La generazione degli animali” afferma l’ipotesi della animazione successiva, cioè prima è presente l’anima vegetativa, poi quella sensitiva, quindi quella razionale.
Mentre nell’opera della maturità, cioè “La Metafisica”, insegna la teoria dell’animazione immediata, cioè l’anima è immediatamente data, e svolgerà progressivamente l’attività vegetativa, poi quella sensitiva, quindi quella razionale. Sono quindi due ipotesi, due teorie.
3) Tuttavia stupisce che Veronesi parli di anima senza sapere cosa sia, anzi dice che si tratta di un argomento scientifico.
Ma professore, lei ha mai visto l’anima al microscopio?
Il tema dell’anima è una questione filosofica.
L’anima non coincide, come dice lei, “con il pensiero, con la psiche”. L’anima è il principio vitale e strutturante, ciò per cui vivo, mangio, dormo, cammino, vedo, ascolto, percepisco, ragiono, voglio, intuisco. E’ il principio che presiede e unifica tutte le attività dell’uomo, che dà forma alla mia corporeità.
Insomma è il principio che dà ragione della vita: se sono un organismo vivente lo devo grazie alla mia anima.
4) Stupisce anche che Veronesi dica: “E’ ragionevole immaginare che l’anima, e secondo il pensiero cattolico la vita, entra nel corpo quando c’è un abbozzo di struttura pensante, di avvio dell’intelligenza”. Il nostro Umberto si fa interprete del pensiero cattolico, senza mai averlo approfondito. Cosa sconcertante! Se l’anima è il principio che presiede alla vita e all’organizzazione della corporeità, l’anima c’è simultaneamente alla corporeità, tant’è vero che è una nozione filosofica correlativa al corpo: il corpo è tale se c’è l’anima, se non ci fosse l’anima non sarebbe un corpo, ma un cadavere.
5) Stupisce ancora che Veronesi fugga nel filosofico quando si tratta di una questione biologica. Stupisce che Veronesi invochi il principio di autorità, l’ipse dixit, su di una questione e in una disciplina dove il principio di autorità non funziona.
Infatti, interrogarsi su chi sia l’embrione della specie umana è una questione innanzitutto biologica. Ora, la scienza moderna non si fonda né sul principio di autorità, né sul sapere di rari cultori di arcane discipline, ma sul complesso delle conoscenze consolidate, convalidate e condivise dalla comunità scientifica internazionale dei ricercatori attraverso gli strumenti della letteratura scientifica (le migliaia di riviste scientifiche sulle quali appaiono i risultati dei lavori sperimentali degli studiosi, le rassegne e i manuali di riferimento). Nella scienza moderna, e quindi anche in biologia, ciò che conta è la forza delle evidenze che si ricavano dalle osservazioni e dagli esperimenti, la forza delle evidenze tratte dall’esercizio corretto della ragione. Non conta il nome, per quanto altisonante e prestigioso, di chi fa un’affermazione. Non ha senso citare uno, cinque o dieci premi Nobel, soprattutto quando non sono studiosi di quella disciplina: non vale l’ipse dixit. Per sapere se l’embrione umano è qualcosa o qualcuno dobbiamo bussare non all’autorità di un filosofo, né alle opinioni di questo o quello scienziato, neppure se è premio Nobel, ma alle evidenze sperimentali della biologia dello sviluppo, una disciplina relativamente recente. Basti pensare che Aristotele è morto nel 322 a. C., san Tommaso d’Aquino nel 1274, ma solo nel 1827 von Baer identificò l’oocita femminile e solo cinquant’anni dopo fu scoperto il processo della fertilizzazione. Dalle migliaia e migliaia di articoli scientifici che descrivono lavori sperimentali, dalle centinaia di rassegne e di manuali di riferimento, che sono stati convalidati dalla “recensione alla pari”, sappiamo che il ciclo vitale di un nuovo organismo vivente ha inizio con il processo della fecondazione, che consiste nella fusione tra lo spermatozoo e l’oocita.
Sono proprio gli ultimi studi della biologia dello sviluppo, forse troppo recenti per essere noti ai più, comunque già da tempo divulgati su riviste scientifiche, che ci dicono che già l’embrione umano a una cellula si comporta come un individuo vivente singolare. Ad esempio, migrando nella tuba di Falloppio, inizia a moltiplicare le cellule di cui si compone e a specializzarle e invia all’ovaio materno dei segnali (il cosiddetto cross-talking, o dialogo incrociato) e l’ovaio inizia a secernere dei mediatori di natura proteica (citochine e fattori di crescita) che preparano l’utero all’annidamento dell’embrione, favoriscono la proliferazione delle cellule dell’embrione stesso e fungono anche da immuno-soppressori, cioè evitano che l’embrione sia percepito come un nemico e sia, perciò, espulso. Queste osservazioni sperimentali, convalidate da migliaia di articoli scientifici della letteratura internazionale, dimostrano a sufficienza che l’embrione già a una cellula è un essere vivente (perché la moltiplicazione e la specializzazione delle cellule è l’attività tipica della vita) e che la relazione tra madre e figlio allo stadio embrionale inizia molto prima della cosiddetta cerebralizzazione.
Perché Veronesi vuole ignorare i dati della biologia dello sviluppo appena ricordati e sostenere l’ipotesi arcaica di Aristotele o di san Tommaso? Perché riproporre una semplice osservazione a occhio nudo quando oggi possiamo usufruire di strumenti ben superiori come il microscopio ottico e gli strumenti ecografici?
6) Perché Veronesi continua a ripetere che l’embrione umano è “solo un ammasso di cellule”? Affermare questo significa ridurre tutto alla pura quantità. L’embrione umano vivente non può essere assimilato all’insieme di cellule ematiche della sacca di sangue che doniamo all’Avis, perché le cellule ematiche della sacca non si moltiplicheranno mai, né si differenzieranno (altrimenti l’Avis non avrebbe ragione di essere), mentre le cellule che compongono l’embrione si moltiplicano e si specializzano da se stesse. Se lasciamo che l’embrione viva, evidentemente.
7) Che quello di Veronesi sia un riduzionismo puramente quantitativo, lo si capisce da quello che aggiunge dopo: “Uno scimpanzé che cos’è? Un essere vivente con una differenza minima nel genoma rispetto all’uomo. Talmente minima, i geni sono uguali al 99,5 per cento, che potenzialmente potrebbe essere un progetto di uomo. E allora perché non tutelare anche lui?
La Chiesa in realtà ha una visione antropocentrica: solo l’uomo conta. Ma io che sono animalista e vegetariano chiedo provocatoriamente perché non tuteliamo anche gli embrioni degli scimpanzé, anch’essi sono progetti di esseri umani”.
Siamo arrivati al delirio! Obietto a Veronesi:
ammesso anche che più del 90 per cento del mio peso sia costituito da acqua, da questo dato puramente chimico e quantitativo posso concludere che sono acqua? Se dicessi che sono acqua, o se dicessi, come dice Veronesi, per il 99,5 per cento i miei geni sono simili a quelli dello scimpanzé, ridurrei tutto alla pura osservazione quantitativa.
Ma la quantità è solo una fra le tante categorie del reale. Esiste almeno anche la qualità, la vita è una qualità e le differenze tra me e l’acqua, tra me e lo scimpanzé sono differenze qualitative. Ma forse tra Veronesi e l’acqua e tra Veronesi e lo scimpanzé…
Seguire questo delirio proposto da Veronesi significa rinunciare alle recenti scoperte della biologia e fare dell’archeologia biologica puramente dogmatica.
Che la retta ragione, Aristotele, san Tommaso e papa Ratzinger ci liberino da questo pericolo incombente e disumanizzante.
Giorgio Maria Carbone
Professore di Bioetica presso la facoltà di Teologia di Bologna
Su il Foglio
saluti


..2 giugno non voterà
Massimo Boffa, ex comunista, allievo di Lucio Colletti e di François Furet, ha scritto saggi sulla Rivoluzione francese, su Joseph de Maistre e su Nikolaj Berdjaev. Ora dirige le pagine culturali di Panorama.
Uno degli aspetti più sconcertanti e meno persuasivi della campagna referendaria a favore del sì è la pretesa che la volontà di abrogare parte della legge 40 sia “ispirata a una visione liberale del rapporto tra cittadini e Stato” (M. Teodori, il Giornale, 13 maggio). E’ chiaro che in tal modo si tende a presentare quella che nei fatti è una battaglia dottrinaria e radicale, rivolta contro un risultato legislativo frutto di compromessi parlamentari, come un’iniziativa moderata, animata da una concezione laica e tollerante della vita. Lo Stato, si dice, deve intervenire il meno possibile, su “un terreno in cui vanno privilegiate le scelte individuali”. Parrebbe la cosa più ragionevole e civile del mondo. La salvaguardia di una sfera quanto più ampia di libertà per l’individuo non è forse una delle sacrosante conquiste della moderna civiltà liberale?
Naturalmente le cose non stanno così. Lo Stato non deve intervenire quando in gioco è solo l’interesse dell’individuo. Vuoi farti del male, vuoi andare in giro senza casco, vuoi accoppiarti con chi ti pare? Sono, o dovrebbero essere, affari tuoi. Ma se sono coinvolti interessi e diritti di altri, allora si tratta di materia che va regolamentata. Come avviene, del resto, in qualsiasi società liberale.
Nel caso della fecondazione assistita, comunque la si rigiri, oltre ai diritti della madre e della ricerca scientifica, sono in gioco i diritti dell’embrione umano, l’essere più debole e indifeso che si possa immaginare. E tutti gli stratagemmi lessicali (“ricciolo di materia”, “pre-vita”) non riescono certo ad aggirare l’ostacolo di una vita umana embrionale che richiede protezione.
Ma c’è dell’altro. Una concezione liberale rettamente intesa dovrebbe raccomandare la più grande circospezione in questa materia. Imporre non meno vincoli, ma più vincoli. In particolare stabilire regole che limitino l’onnipotente pretesa di manipolare la vita umana embrionale in funzione degli interessi o dei desideri della vita umana adulta (che è quanto la legge 40, perfettibile come ogni legge, cerca di fare).
Da sempre, infatti, il problema fondamentale del liberalismo, oltre a quello di garantire una sfera intangibile di libertà individuali, è di porre limiti allo strapotere delle maggioranze (e delle pubbliche opinioni e dello spirito dei tempi), a tutela delle minoranze e soprattutto dei più deboli. Un corollario di questo principio è che i vivi non possono fare semplicemente ciò che vogliono.
Non possono eleggere il loro proprio benessere a criterio del bene e del male.
E’ a tutela di queste restrizioni che si ergono, o almeno dovrebbero, i tabù delle leggi morali, delle leggi naturali e, perché no, della tradizione.
Diceva molto bene Edmund Burke, un grande conservatore (liberale), che la società non è solo la comunione dei vivi. Essa è la comunione dei vivi, dei morti e di coloro che vivranno. E che dunque la generazione presente non possiede il diritto illimitato di agire secondo la propria volontà, vincolata com’è (o come dovrebbe essere) dalla responsabilità verso il passato e verso il futuro.
Del resto, non è forse per questo che giustamente ci preoccupiamo della salute del pianeta?
Oggi questa visione saggia e ragionevole rischia di essere totalmente spazzata via da un’offensiva che combina le due più potenti forze in azione nell’epoca contemporanea: da un lato, il grande sviluppo della tecnica che ha enormemente dilatato il campo delle possibilità, dall’altro l’idea, così frivola e seducente, che l’individuo emancipato possa fare quel che vuole laddove è in gioco la sua felicità. Nessuno si fa illusioni: si tratta probabilmente di forze irresistibili (e la prima, considerata da sola, non necessariamente minacciosa). Ma è lecito e serio e responsabile tentare quanto meno di arginare il loro effetto congiunto, per scongiurare una spensierata e ripugnante dittatura della fitness.
Prospettive agghiaccianti non sono forse già all’orizzonte, come quella della produzione di bambini che fungano da fornitori di organi di ricambio?
La legge 40 ha tentato, per lo meno, di disciplinare questa incandescente materia facendo prevalere le ragioni della vita, se pure embrionale. L’iniziativa referendaria, ammantata ovviamente delle migliori intenzioni, ha invece suscitato una incauta “battaglia di civiltà”.
Per chi ne vede le inquietanti implicazioni, è giusto dire no.
Massimo Boffa
P. S. E’ chiaro che il tentativo di presentare come indegno espediente la scelta dell’astensione è totalmente infondato. L’astensione non solo è l’opzione più efficace per dire no al referendum, ma è anche quella che meglio corrisponde allo spirito dei referendum abrogativi. Come ha scritto giustamente un lettore del Foglio, spetta a chi vuole abrogare delle norme votate dal Parlamento l’onere di provare che la maggioranza del corpo elettorale (e non solo dei votanti) è favorevole alla sua iniziativa. Dimostriamo, col non-voto, che si sbaglia.
Su il Foglio
saluti


il quorum del 50% esiste solo in Italia, l' astensionismo militante si somma col 25 % di elettori che non va mai a votare, far fallire un referendum è troppo facile, tenuto conto che Rai e Mediaset stanno violando tutto il violabile, dovendo avere l' obbligo di informare il cittadino.


Ma se se ne parla tutti i santi giorni da settimane??? Piuttosto devi dire che se ne parla ma la massa non c'ha ancora capito un acca......è diversoIn origine postato da Oasis
il quorum del 50% esiste solo in Italia, l' astensionismo militante si somma col 25 % di elettori che non va mai a votare, far fallire un referendum è troppo facile, tenuto conto che Rai e Mediaset stanno violando tutto il violabile, dovendo avere l' obbligo di informare il cittadino.
LIGURIA NAZIONE
PADANIA INDIPENDENTE
Subcomandante


Roma. Ripetere ritualmente la lamentazione sulla salute della donna che sarebbe violata dalla legge 40 è uno degli sport preferiti dai fautori del Sì ai referendum del 12 e 13 giugno.
Mai nessuno che ricordi che le pratiche di fecondazione in vitro sono tutt’altro che pratiche terapeutiche, e che di per sé, in almeno metà dei casi, la sterilità non è altro che un’infecondità della coppia, che insieme non riesce a procreare senza che siano davvero rintracciabili le cause di quell’impedimento.
La Fiv, allora, molto spesso (quasi sempre) non cura una
malattia che come tale non c’è, ma prova a oltrepassare gli ostacoli non identificati attraverso interventi (quelli sì) tutt’altro che innocui per la salute della donna.
Trattamenti che lasciano intatta la sterilità e pesano negativamente, con le stimolazioni ormonali, le procedure di estrazione degli oociti, i reimpianti degli embrioni in utero, l’alta percentuale di aborti spontanei, proprio su quella salute che a parole si dice di voler salvaguardare, e nella stragrande
maggioranza dei casi (anche prima della legge 40) senza che il bambino tanto atteso arrivi.
Non c’è nessuno, tra i paladini autonominati della salute della donna minata dalla legge 40, che ammetta allora che la più
importante e nuova e solida garanzia per le donne, rispetto alla deregulation del passato, sta proprio nello stabilire, come la
legge fa, che alle pratiche di procreazione medicalmente assistita si possa accedere solo dopo una comprovata analisi di sterilità.
Troppe volte, nel passato, è convenuto a centri compiacenti e interessati procedere alle ipersimolazioni ovariche senza farsi e fare troppe domande, più in fretta possibile, senza approfondire quella diagnosi di sterilità che oggi è invece necessaria, grazie alla legge che si vorrebbe smontare per via referendaria.
Un altro equivoco, sempre a proposito di salute della donna, trova a una più attenta analisi una sonora smentita.
La legge crudele, si dice, vietando il congelamento degli
embrioni allo scopo di evitare che si producano altri
“sovrannumerari” destinati all’estinzione o, come auspicherebbero
i fautori del Sì, alla vivisezione nei laboratori, costringe le donne a sottoporsi a più stimolazioni ovariche (comunque dannose, si è già detto) nel caso in cui dal primo impianto di tre embrioni prodotti (o di due o uno soltanto) non sortisse alcun risultato.
Ma sull’Avvenire di sabato, uno dei pionieri della Fiv in Italia, il ginecologo Orazio Piccinni, ha spiegato che “per ottenere più embrioni in un solo ciclo la paziente viene stressata, sottoposta a un trattamento dieci volte maggiore rispetto a quello messo in atto oggi con la legge 40”.
E afferma con chiarezza che “è scientificamente innegabile: due stimolazioni blande per ricavare tre embrioni più altri tre sono
assolutamente meno rischiose di una sola per ricavarne sei. In questo caso i pericoli di iperstimolazione, e quindi di trombosi e
insufficienza renale, sono infinitamente più elevati”.
Fermo restando, cioè, che la risposta alle stimolazioni ormonali resta del tutto soggettiva, rimane assodato (oltre che intuitivo) che a una dose maggiore di ormoni finalizzata a produrre più embrioni corrisponda generalmente una dose maggiore di pericoli.
Oltre alle puntualizzazioni strettamente
tecniche (pure importanti per orientarsi
nel dibattito sulla legge 40 e per distinguere
il confine tra propaganda e dati di
realtà) continua tuttavia a rimanere nell’ombra
un discorso che mai abbiamo sentito
da parte referendaria, e che pure dovrebbe
essere del tutto preliminare a quasiasi
dibattito sulle risposte tecnomediche
ai problemi di sterilità. E’ il discorso della
prevenzione, il vero oggetto smarrito di
chiunque oggi si riempia la bocca con gli
allarmi sulla “salute della donna” compromessa
dalla legge 40. Prevenzione della
sterilità significa visite in giovane età
per maschi (un tempo c’era la leva e la visita
preliminare connessa, a svelare certe
anomalie, ora non più) e femmine. Significa
anche informazione puntuale sui rischi
legati al procrastinare sempre di più l’età
della ricerca del primo figlio, oltre che sulla
funzione dell’esposizione a certe sostanze
chimiche, al fumo e all’alcol nella perdita
di fertilità, sul ruolo delle infezioni
sessualmente trasmissibili, sulle conseguenze
sulla fertilità femminile dell’uso
prolungato di dispositivi anticoncezionali
come pillola e spirale. A questo proposito,
può essere istruttiva la lettura di un lungo
dialogo uscito sull’ultimo numero del bimestrale
della Fondazione liberal, nel
quale due notissime e “adamantine” femministe
americane, Barbara Seaman (giornalista
e scrittrice scientifica specializzata
nella salute femminile) e Phyllis Chesler
(teorica e studiosa del movimento delle
donne), spiegano ad Anselma Dell’Olio come
sia importante saper leggere in filigrana
i dati sulla sterilità (le statistiche su
quella delle donne mature sono sostanzialmente
invariate dall’Ottocento, in compenso
cresce la sterilità tra le più giovani).
Ma, soprattutto, mettono in guardia (loro, le
superlibertarie) dal bricolage procreativo
senza regole che punisce, prima di tutto, le
donne stesse.
su il Foglio
saluti


...del Si baratta 4 crocette per 1 ora di lavoro
Un’ora di stipendio per quattro croci (preferibilmente sul Sì), un’ora
di lavoro retribuito a patto che si arrivi in gioielleria (via Montenapoleone a Milano) puntuali, ben vestiti e con il talloncino
della scheda referendaria da consegnare alla signora delle collane, Claudia Buccellati, che con un grazioso
cenno del capo provvederà a segnare una crocetta in più sul libro paga delle commesse, forse anche degli artigiani che creano i gioielli. Li guarderà dall’alto in basso cercando di scoprire se,
chiusi nella cabina, i lavoranti abbiano scritto parolacce sulla scheda o votatono all’eterologa, ma poi aggiungerà lo
stesso quegli euro alla mesata. Perché una promessa è una promessa, e perché la signora delle collana è molto snob ma molto democratica, si definisce vegetariana-soft (accoglie nel proprio “salotto d’avanguardia” amici importanti con menu eseguiti usando esclusivamente i prodotti della propria bella azienda agricola perché “alimentarsi, in fondo, è un fatto di equilibrio estetico”, ha detto) e indossa soltanto abiti in fibre e colori naturali.
E poiché ha deciso che trasformare la vita in qualità della vita è esteticamente equilibrato – le diagnosi preimpianto potrebbero far nascere bambini più magri ed eleganti, hai visto mai, il congelamento degli embrioni garantisce un’igiene superba e la ricerca scientifica potrà un giorno evitare a certi buzzurri di nascere e invadere le strade del centro – è entrata subito a far parte delle “Donne per il Sì”, insieme ad Annamaria Bernardini De Pace, Raffaella Curiel, Afef Tronchetti Provera, Ottavia Piccolo e tante altre splendide signore della Milano da bere di Umberto Veronesi, anch’egli vegetariano.
A Roma Emma Bonino aveva esortato le signore a chiacchierare di eugenetica dal coiffeur e dall’estetista, a Milano invece si va direttamente dal gioielliere a cercare orecchini, e si vota sì “per la
scienza, la medicina, la libertà”.
La signora delle collane è un’imprenditrice, è abituata a contrattare, e così ha escogitato un sistema poco liberale, perfino
poco democratico, ma molto applaudito dalle signore in sala (forse Annamaria Bernardini De Pace adesso baratterà un’ora di assistenza legale, Raffella Curiel un calzino firmato e Ottavia
Piccolo dieci minuti di biglietto a teatro): una cosa che faceva anche Achille Lauro a Napoli (la scarpa sinistra prima delle elezioni, quella destra dopo, e fantastici pacchi di spaghetti, sicuramente meno micragnoso).
Nessuno si è scandalizzato, e anzi una docente universitaria,
Maria Rita Gismondo, presidente della Fondazione Donna a Milano,
si è unita con entusiasmo: “Darò la presenza alla mia lezione agli studenti che andranno a votare”.
Poteva almeno promettere un bel voto all’esame.
E i dipendenti che andranno al mare? Non si sa però cosa succederà a quegli sventurati dipendenti che si dimenticheranno
di andare a votare o che, orrore, decideranno di astenersi. Quelli
che il lunedì pomeriggio saranno in via Montenapoleone senza talloncino in mano e magari volgarmente abbronzati.
Straordinario non pagato o una nota di demerito? I turni peggiori o gli sguardi taglienti della magrissima signora Buccellati?
La aspirante capo commessa dovrà pensarci bene, quella domenica.
In fondo sono solo quattro crocette ben infiocchettate di buone intenzioni.
Se la signora delle collane con la giacca di juta (certo orripilata dalle mele ogm) vuole manipolare e congelare bambini e sezionarli in anticipo per decidere se sono abbastanza fichi per nascere, non può esserci niente di male.
Chi ha deciso, legittimamente, di non inchinarsi a Camillo Ruini, presidente della Cei, potrà allora inchinarsi a Claudia Buccellati, padrona di una gioielleria.
su il Foglio
saluti


Femministe sull’orlo di una conquista
Le femministe erano scomparse. Sepolte sotto ripensamenti frettolosi, appelli vaghi contro la legge 40 e indignazioni tout court che non hanno fatto onore a un pensiero complesso, passato attraverso lotte serissime per una nuova visione dell’umano finalmente libera da orrende sottomissioni e imposizioni. Un pensiero che riguarda il corpo delle donne, il desiderio di un figlio e le trappole che quel desiderio può costruire, l’orgoglio di non sottomettersi ai medici, di essere padrone di se stesse anche nell’affidarsi alla tecnica.
La riflessione del movimento delle donne sulla fecondazione assistita – fino a qualche anno prima dell’approvazione della legge 40 – era ricca, critica, attenta. Nel 1999 Lea Melandri, Marisa Fiumanò, Maddalena Gasparini e altre espressero sconcerto e preoccupazione intorno alla fecondazione extracorporea, alla diagnosi preimpianto e all’incomprensione della sterilità, in seguito a un progetto di legge presentato dalla diessina Marida Bolognesi. Non tacevano la paura, il sospetto verso un potere esterno che le rendeva oggetto proprio attraverso un’illusione di forza.
Poi le donne hanno scordato le donne, le proprie storie, i confronti, i dolori, si sono assopite sulla “libertà di ricerca scientifica”, sulla “salute”, sulla “legge crudele”, sulle cose qualunque. Hanno firmato altri appelli, per il referendum prima, per il Sì adesso, hanno nascosto la donna fingendo di metterla al centro. Non hanno mai più pensato al figlio desiderato come essere da difendere, anche per difendersi.
Ora invece Luisa Muraro, femminista e contraria alla legge 40, ha ripreso la parola.
Ha scritto sul sito della libreria delle donne di Milano (luogo storico, fondato nel 1975, di incontro politico e culturale e di produzione di pensiero) che “il passaggio della libera accettazione di una donna, noi lo abbiamo sentito come un criterio regolatore che esonera da domande del tipo oggi corrente e così fuorviante, come ‘ma l’embrione è vita umana?’”. Ha scritto così, ma ha aggiunto che questa domanda in fondo così fuorviante non è, e bisognerà farci i conti:
“Ma attenzione che questo criterio vale come un principio, perché più a monte c’è altro, sì, ma non si può andare a indagare saltando quel passaggio, pena la caduta in quella mostruosità che la cultura medico scientifica, lasciata da sola, ha conosciuto e può tornare a conoscere, non dimentichiamolo”.
Luisa Muraro esorta a non scordare ciò che le femministe hanno combattuto, gli abusi che hanno odiato, il gelo che a loro non piace. Invoca un criterio, un principio, “una buona e sobria legislazione” (non la legge 40, per lei troppo capillare).
“Siamo ancora molto lontani da ciò –conclude – non c’è dubbio che molta scienza resta opera di uomini che sono in concorrenza rivale con le prerogative femminili nel campo della vita”.
Le femministe non hanno mai pensato di lasciare sola la scienza, soli i medici a sostituirsi a loro, a creare per mezzo dei loro corpi, offrendo in cambio un’illusione dolorosa di potenza.
Anche Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, femministe storiche che hanno firmato un appello del Manifesto contro la legge 40, ora si svegliano, invitano a un incontro di discussione a Roma (al Buon Pastore, sabato alle 10) e spiegano perché i Sì non bastano. Legge “proibizionista”, certo, e “pessima”, ma dibattito sclerotizzato sull’“agitazione di spettri ideologici di opposto segno”.
Nessuna riflessione, nessuna complessità.
“C’è bisogno di un discorso chiaro e netto sulla legge, quanto critico sullo scenario tecnologico. Lo scenario tecnologico inquieta molte di noi, come tanti uomini e tante donne. Ed avvertiamo il bisogno di ritrovare un ordine del discorso che ricomponga la frantumazione dei processi riproduttivi indotti dalle tecnologie, che dia un senso al materiale biologico separato dai corpi viventi”.
Serve un senso, serve “dare corpo alle parole e parole ai corpi”, scrivono Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa.
Si dovrà allora cominciare a dare corpo all’embrione, a dare corpo alla creazione di una vita in laboratorio.
“Questo silenzio ci impedisce di interrogarci sul silenzio nostro e di altre, sul desiderio femminile di divenire madre, se e come muta con il ricorso alle tecniche o al rapporto sessuale…Vorremmo ripensare alla differenza di essere donna ed essere madre che per tante di noi ha costituito il sapere più fecondo acquisito sull’aborto”.
Dicono, finalmente, di voler riprendere il discorso (la riduzione a biologia dei corpi, degli esseri umani, il significato della nascita), che hanno lasciato incompiuto molto tempo fa.
(ab) su il Foglio
saluti)


Scriveva ieri Luca Sofri sul Foglio che il Far West della procreazione assistita non è mai esistito. Prima della legge 40 tutto andava bene nel migliore dei mondi possibili, e lo proverebbe il fatto che né a lui né ai suoi amici sono mai giunte notizie che giustificassero “una drammatica esigenza di regolamentazione”. Nascerebbero da rigurgiti confessionali anche i dubbi sull’eterologa: “Che vogliamo fare, vietiamo gli adulteri e le adozioni?”.
Qualsiasi frase fatta, e “Far West della procreazione” è ormai tale, diventa stucchevole.
Troviamo altre parole, allora, ma raccontiamo la realtà.
Che è fatta di piccoli e grandi obbrobri che quotidianamente si consumano nel mondo tutt’altro che meraviglioso della Fiv, ai danni delle donne, delle coppie, dei nati e dei quasi-nati.
Luca Sofri è troppo giovane per ricordare che, prima che intervenisse la legge a garantire il figlio nato da seme maschile “eterologo”, quel figlio poteva essere disconosciuto dal padre non biologico.
La coppia si separava? L’uomo poteva separarsi anche dal figlio non “suo”, e anche se aveva acconsentito all’eterologa. Bastava la prova del Dna. Il moltiplicarsi di casi di questo genere produsse l’intervento del legislatore. Il libero e consapevole gioco delle volontà non era quindi sufficiente, come pure ci piacerebbe, a garantire un andamento decente delle cose.
Si può ritenere che trentamila embrioni congelati sovrannumerari non siano un gran problema, o che sia superfluo prescrivere modalità di accesso alla Fiv (come il limite di produzione dei tre embrioni per ciclo) che non moltiplichino il numero di quelle vite a perdere. Si può magari risolvere la faccenda con un registro di carico e scarico merci.
Ma se le vite congelate non sono interessanti, ci sono pur sempre le altre, di vite.
Quelle delle donne in menopausa finite all’ospedale dopo che illustri luminari le hanno illuse sulla possibilità di portare avanti una gravidanza (con donazione di oociti), grazie a bombardamenti chimico-ormonali per consentire agli embrioni impiantati di attecchire.
Ci sono le vite delle donne sottoposte a stimolazione ovarica anche quando la situazione di partenza lo sconsiglia del tutto (capita anche questo, e spesso).
Ci sono i molti casi in cui le pratiche di fecondazione (sempre nocive, tutt’altro che terapeutiche) sono intraprese senza un vero accertamento di sterilità.
Ai referendari la legge 40 non piace anche perché quell’accertamento, reale e non formale, lo pretende.
Meglio lasciare che s’incontrino, senza troppi controlli, la naturale ansia della coppia infertile e l’interesse del centro a offrire le proprie prestazioni, succeda quel che succeda, (tanto la parcella alla fine si paga lo stesso).
I casi descritti non sono rari, e anche se lo fossero ce ne sarebbe abbastanza per giustificare la regolamentazione.
Ma un indagatore della realtà come Luca Sofri preferisce credere alla favola dell’autodisciplina, e dà per scontata la buona pratica medica, ovviamente disinteressata.
E’ in ottima compagnia.
C’è il settimanale Diario (5/11/04), che nel raccontare le traversie dei migranti dell’eterologa che dall’Italia vanno in Svizzera, registra senza obiezioni la seguente dichiarazione del responsabile del centro Procrea di Lugano: “Da parte nostra non ne vogliamo fare un business: cerchiamo semplicemente di offrire alle coppie che si rivolgono a noi tutte le possibilità”.
Un benefattore, insomma, lo dice pure Diario.
Che si duole tuttavia del fatto che “trovare donatori è sempre più difficile, soprattutto da quando il loro anonimato non è più garantito. La legge svizzera prevede infatti che il figlio nato da fecondazione eterologa possa risalire all’identità del padre che ha donato il seme”.
Arriviamo, appunto, all’eterologa.
Una grazia: non tiriamo più in ballo il parallelo con l’adulterio, come anche Luca Sofri fa.
Il problema non è morale, ma di diritti sostanziali del nuovo nato.
Al figlio adulterino, pur in presenza di un padre legale, il nostro ordinamento consente sempre di risalire, tramite richiesta di riconoscimento, con o senza prova del Dna, al proprio genitore biologico. Gli adottati, una volta raggiunta la maggiore età o quando i genitori adottivi siano deceduti o irreperibili, possono chiedere di accedere ai dati sulla propria origine, e il tribunale può negarglieli solo motivandolo. La nostra legge, piaccia o non piaccia, privilegia il diritto a sapere da dove si viene, anche in presenza di genitori legali: solamente al nato da eterologa questo sarebbe negato.
L’eterologa si pratica e “il mondo non si è capovolto”, dice Sofri. Ma anche un paese permissivo come la Gran Bretagna si è arreso (da aprile) all’abolizione dell’anonimato del donatore, dopo le azioni intentate da figli dell’eterologa.
Tra loro c’è Joanna Rose (il Foglio, 22/03/05), vincitrice di una delle cause che hanno portato alla nuova legge:
“Quella che è stata applicata a noi è una logica da allevamento di animali in batteria”.
E Bill Cordray: “Che cosa significa essere concepiti attraverso un donatore? Gli esperti di infertilità non lo sanno. Gli scienziati non lo sanno. I politici non lo sanno. Nessuno lo sa perché nessuno l’ha chiesto a noi, che siamo i soli a poterlo sapere”.
Non lo può sapere, dunque, nemmeno Luca Sofri. Ma forse anche lui si può fidare (noi ci fidiamo) di quello che racconta Joanna Rose: “Perdere la possibilità di conoscere tuo padre e la sua famiglia è un handicap nell’identità personale, deliberatamente costruito attorno alla tua vita”.
Nicoletta Tiliacos su il Foglio
saluti


L’astensione è una furbata. Lo ripetono tutti i sostenitori del sì, da Augusto Barbera a Luca Sofri, fino all’ultimo militante.
Sembra una sfida all’OK Corral, in cui l’impavido referendario armato di penna svergogna il tremebondo astensionista nascosto dietro l’angolo del saloon: vieni fuori, se hai coraggio, battiti a viso aperto, metti quel maledetto no sulla tua scheda, vigliacco! Fino a poco tempo fa, anch’io ritenevo fosse importante combattere fino in fondo la battaglia per il no.
Per il più semplice dei motivi: perché si poteva vincere. Credo tuttora che se ci fossero state una vera mobilitazione e una buona informazione, avremmo avuto ottime probabilità di convincere la maggioranza degli elettori a votare no, in difesa delle donne e dell’embrione.
E’ noto quel che è accaduto. Nel sorprendente sfarinamento ideale che ha investito il centrodestra, la legge è rimasta senza padri, figlia di un dio (di un Berlusconi) minore, incapace di difendere le sue creature.
Nel centrosinistra, d’altra parte, l’imbarazzo di chi ha votato la legge è tangibile e anche comprensibile. La ferita è tutta qui: non si può chiedere alla Chiesa di rimediare all’assenza e all’ignavia dei partiti, di colmare il vuoto di intelligenza e strategia politica che si è prodotto.
Inutile dunque invocare la lealtà dello scontro.
Chi lo fa, sa benissimo di non combattere un duello ad armi pari, sa benissimo di agire strumentalmente, conscio che se il povero astensionista oserà venire allo scoperto, verrà colpito da un plotone di fucilatori appositamente addestrati.
Scrive Luca Sofri che l’astensione è un “piccolo imbroglio” perché non è una scelta convinta, ma solo quella “strategicamente più efficace”. E’ banale ricordarlo, ma questa è l’essenza del gioco politico, in cui ogni decisione deve essere calibrata sulla concreta efficacia strategica.
Nel centrosinistra molti di coloro che voteranno Prodi lo faranno non perché sia “una scelta adeguata al loro pensiero” ma perché ritengono che quel candidato permetta, strategicamente, di vincere.
Secondo la definizione di Sofri, un piccolo imbroglio.
Il vero imbroglio, casomai, si nasconde nel tentativo di far passare l’astensione non militante, quella, per intenderci, di chi va al mare, per il menefreghismo passivo del ventre molle dell’elettorato. L’accusa rivolta a chi invita a non votare è di annettersi indebitamente lo zoccolo duro degli indifferenti, gli inconsapevoli, che in questo modo verrebbero utilizzati (loro malgrado) in sostegno della legge. Ma il non voto è in realtà l’unico mezzo a disposizione del cittadino per esprimere un rifiuto attivo e radicale; è una risposta che ha precisi connotati politici, e che rappresenta un segnale decifrabile. Chi interviene nell’agenda politica, proponendo un appuntamento elettorale, deve sempre considerare che può sentirsi rispondere: no, grazie, non vengo, non mi interessa. Questo vale per le elezioni politiche, ma tanto più per lo strumento del referendum, che crea una scadenza del tutto opzionale. Agli organizzatori va l’onere della prova che il tema scelto coinvolga davvero i cittadini, che sia in grado di suscitare una larga partecipazione popolare.
Non andare a votare può voler dire molte cose, tutte significative: voglio che il referendum non raggiunga il quorum, i referendum mi hanno stufato, non ne so abbastanza sul tema e l’informazione è troppo complessa, non si può intervenire su una legge come questa abrogandone dei pezzi qui e là, mi va bene che su queste materie decida il Parlamento, non voglio essere costretto a votare da una minoranza, e così via. E’ strano che, in occasione delle elezioni politiche, di ogni aumento della percentuale di astenuti i partiti recitino il mea culpa e si interroghino affannosamente sui motivi del disinteresse, mentre per questo referendum l’argomento venga ribaltato. La colpa sarebbe di chi non vota, una massa eticamente e politicamente amorfa.
Ebbene, personalmente ho cambiato idea, non andrò a votare.
E’ una protesta, prima di tutto, contro i politici che hanno votato la legge e poi l’hanno lasciata cadere, come un embrione imperfetto di cui nessuno vuole assumersi la paternità.
E’ una scelta di solidarietà verso il mondo cattolico, che almeno si è fatto carico di indicare una soluzione e l’ha coerentemente perseguita; e poi sì, magari è una furbata, contro quell’altra furbata di chi delegittima l’astensione strumentalmente, per ottenere quella manciata di no che, secondo i propri calcoli, permetterebbe la vittoria del sì.
Eugenia Roccella su il Foglio
saluti