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  1. #31
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    Predefinito Il Graal-Dna

    La letteratura occidentale nasce dall’idea di viaggio: quello degli argonauti, che solcano per la prima volta il mare, quello dei greci, verso Troia, quello di Ulisse, che ritorna a Itaca. Il viaggio, infatti, implica una direzione, un senso, una grandezza umana da sviluppare, come un seme, badando che non muoia.
    Ulisse deve superare la tentazione dell’immortalità, offertagli da Calipso; deve sfuggire al fascino del loto, il fiore che potrebbe inebriarlo, e fargli dimenticare il fine del suo viaggio; deve sconfiggere le malie di Circe, l’allettamento dei sensi, degli istinti, che lo trasformerebbero in un maiale.
    Ma la meta dell’Ulisse greco è la sua isola, la sua famiglia, sua moglie: tutto l’orizzonte possibile di una nobilissima concezione naturalista.
    Nel medioevo Dante immagina anch’egli un viaggio grandioso.
    La Commedia è il cammino non verso un’isola terrena ma nei mondi ultraterreni. Si passa dall’inferno al purgatorio, per ascendere il monte, ma non per fermarsi sulla cima: il traguardo è soprannaturale, il cielo, la realizzazione eterna, perfetta, della felicità ineffabile. Questo è il vero approdo dell’uomo dopo Cristo: la virtù naturale non basta più, la felicità intravista, imperfetta, che lascia nell’uomo ancora la sete, non è sufficiente; la ragione non raggiunge tutto, e non comprende ogni cosa. Per questo, se per i greci Ulisse poteva accontentarsi di Itaca, per Dante deve ripartire: occorre andare oltre, verso una patria, una famiglia non perituri.
    Così il viaggio di Ulisse nasce da uno sprone, “seguir virtute e canoscenza”, per rispondere alla domanda di Bene e di Verità, che nell’uomo è strutturale.
    Ma allora perché il volo di Ulisse diviene “folle”?
    Perché Ulisse non ha la grazia, non può, da uomo, raggiungere ciò che gli è superiore. Non può attraversare l’oceano senza il sostegno divino, non può essere salvezza e compimento a se stesso.
    Dante compie lo stesso viaggio, ma è la grazia divina, innestata sul suo peccato, sulla sua creaturalità, a permetterglielo: non è l’uomo che va incontro alla salvezza, ma la salvezza che scende verso l’uomo che la cerca. Succede come aveva intuito Platone: l’uomo giunge, con la ragione, alla metafisica, all’esigenza e alla razionalità di Dio, ma deve esserci “un dio” che gli si rivela, che svela quanto rimane di ineffabile e di umanamente non intelleggibile.

    Il sogno umano dell’autoprogrammazione
    L’idea della vita come viaggio è presente anche nel mito medievale del Santo Graal: i cavalieri della Tavola Rotonda partono da una terra desolata, simbolo della loro anima, per cercare la coppa che ha contenuto il sangue di Cristo. La coppa è simbolo della sete dell’uomo, che può essere saziata solo dal rapporto con Dio. Occorre ricercarla, affrontando pericoli estremi, che rimandano al combattimento interiore: se non fosse un mito cristiano sarebbe la stessa storia di Ulisse.
    La condizione necessaria per poter raggiungere il Graal è la domanda, la disponibilità e la purezza del cuore. Per questo Lancillotto, che ha tradito il suo re, Artù, non ci riesce. Solo Galvano può toccare il Graal e “ha la possibilità di conoscere misticamente ogni suo segreto, ma al termine di questa straordinaria esperienza muore e una schiera di angeli viene a prendere la sua anima” (P. Gulisano, “Re Artù”, Piemme): il Graal infatti indica una meta eterna, la Felicità soprannaturale, che non è di questo mondo, perché l’oggetto della ricerca, su questa terra, non sono cose della terra. E’, invece, come scriverà un altro grande poeta del viaggio, Torquato Tasso, la Gerusalemme Celeste.
    Cosa rimane oggi, in occidente, di questa idea letteraria e filosofica del viaggio?
    Ben poco: esso sembra non condurre più da nessuna parte, sembra aver smarrito il senso. L’uomo pare sempre più accontentarsi del loto, o di Circe. Oppure si lascia ammaliare da Calipso, e dalle sue promesse di immortalità.
    E’ così che il Santo Graal diviene, come ha scritto entusiasticamente Gregory Stock, alfiere dell’ingegneria genetica più feroce, la possibilità di manipolare il Dna, “il Santo Graal della biologia umana”, per dare inizio “all’autoprogrammazione dell’uomo”, alla “manipolazione di noi stessi”, allo scopo di divenire “molto più che semplicemente umani”.
    (“Riprogettare gli esseri umani”, Orme).

    Francesco Agnoli su il Foglio

    saluti

  2. #32
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    Predefinito Appello

    Carissimo presidente Berlusconi - Le rivolgo un appello affinché dica al paese cosa farà il 12 giugno al referendum sulla fecondazione assistita. Un invito a cogliere quella che io penso sia una grande opportunità. Troppi, infatti, in questi mesi si sono nascosti dietro il “paravento” della libertà di coscienza. Sono convinto si tratti dell’ultima spiaggia di chi si limita a leggere solo in chiave elettorale il referendum. Roba buona per un “Prodi qualunque”, attaccato alla difesa della sua fragile alleanza e alla caccia disperata di qualche voto in più. Quello che è in gioco nel referendum, infatti, è una battaglia culturale che è un po’ più importante delle discussioni sui partiti unici e sulle alchimie elettorali. Una riflessione sui valori su cui si fonda la società in un’epoca in cui vige l’onnipotenza della scienza. E quindi una discussione sui fondamenti stessi dell’agire politico. Perché, la storia ci insegna, che una politica senza valori forti non può ambire a governare un paese. La vera domanda, quindi, che ovviamente non è contenuta nei quattro quesiti referendari, è: volete voi costruire una società relativista, dove una vita vale meno di un’altra, dove un desiderio diventa pretesa e, infine, diritto, dove i figli si creano per decreto e dove l’uomo si illude di essere padrone della vita e della morte? Questa è la vera questione.
    Il referendum del 12 giugno è un primo passo nella direzione di un progetto di società che non ci piace. Una società che, come scriveva Eliot, cerca “sempre d’evadere dal buio esterno e interiore sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono”. Una società che cancella l’identità di ciascuno. Questo è il nodo. Non una crociata di cattolici bigotti, ma una battaglia della ragione che, proprio per questo, è stata accolta e rilanciata da numerosi laici.
    Credo, presidente Berlusconi, che lei abbia oggi l’opportunità di dare un segnale al paese, schierandosi contro questo referendum e non rinnegando i valori che hanno portato prima alla nascita di Forza Italia, e poi della Casa delle Libertà. Lo ha già fatto in altre occasioni quando, ad esempio, Forza Italia decise di andare contro la legge sul divorzio veloce o quando, ancora, fece sua la battaglia per l’inserimento delle radici giudaico-cristiane all’interno della Carta costituzionale europea. Non lo fece per un rigurgito di cattolicesimo militante, ma per difendere una concezione di società in cui lei credeva e in cui, sono certo, crede ancora.
    Anche per la legge 40 la nostra coalizione ha lavorato, ha discusso, l’ha sostenuta, difesa e, infine, votata. Dimostrando, in una parola, di essere laica, cioè di non essere in balìa del pensiero unico dominante, ma di saper ragionare sui problemi che interessano la vita di tutti. Il lavoro parlamentare fatto in questi anni non può svanire, oggi, dietro un vago “fate un po’ come volete”, “decidete in libertà di coscienza”. Carissimo presidente, l’errore di Gianfranco Fini non è stata la scelta di schierarsi, contro l’opinione maggioritaria nel suo partito, dalla parte del sì. L’errore è stato non spiegare ai suoi elettori come mai aveva cambiato idea contraddicendo dieci anni della sua storia politica. Non cada nello stesso tranello. Non si lasci convincere da coloro, Prodi in testa, che vedono in questa battaglia una perdita più che un guadagno. Non si lasci tentare dalle sirene mediatiche del pensiero unico. Parli presidente, sia laico, il paese vuole sapere cosa pensa.

    Maurizio Lupi , deputato di Forza Italia su il Foglio

    saluti

  3. #33
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    Predefinito La forza degli scimpanzè

    Brevi cenni sulla forza degli scimpanzé.
    Se il professor Dallapiccola, presidente del comitato per l’astensione al referendum, l’avesse detta così grossa come l’ha detta il professor Veronesi nel Corriere di domenica scorsa, “l’embrione di uno scimpanzé è un progetto di essere umano”, sarebbe venuto giù il mondo, i giornali sarebbero impiastrati della cosa, lo scandalo di una saccente ignoranza avrebbe varcato i confini, un poster con uno scimmione parlante ci avrebbe sorriso dai muri in quarantott’ore. Invece il professor Veronesi non ha nemmeno avuto bisogno di smentire, di rettificare, di rifugiarsi nel paradosso, ha ricevuto al massimo un paio di eleganti stoccate da qualche sparso renitente alla leva abrogazionista, e via con i sorridenti manifesti Veronesi-Ferilli a difesa della libertà delle donne e della ricerca scientifica nelle vie e piazze d’Italia.
    Se la deputata astensionista Daniela Santanchè avesse deciso e comunicato di voler premiare con una giornata di paga in più la servitù o suoi dipendenti, in cambio dell’astensione referendaria, i salotti abrogazionisti l’avrebbero scuoiata viva senza alcuna preoccupazione per la salute delle donne, senza pietà sociale e mondana, e i sindacati si sarebbero rivoltati a gran voce contro l’insulto alla dignità dei lavoratori, con possibili conseguenze giudiziarie; invece, in sequenza, ecco che le regalie della Buccellati alle commesse e ai commessi che voteranno come la padrona dispone, in cambio di quattrini, si sposano con le letteruzze di Guglielmo Epifani in cui il “sì” suona caldo e forte.

    Dove sta la differenza?
    Sta nel circuito mediatico, sta nella stessa logica che consente a giornali e tv di offuscare e spegnere il vero dissenso sociale, oggi quello dei cattolici e dei laici che respingono il presupposto modernista dei nemici dei diritti umani embrionali, e al tempo stesso di dare voce alla ridicola lamentela contro il prepotere clericale nei media.
    Da Newsweek con le sue bufale sanguinolente al resto della stampa, “è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente!”, l’onnipotenza del circuito informativo è la grande complice dei peggiori e più efferati e distorcenti misfatti che il buonsenso e l’etica pubblica conoscano.
    I cristiani da decenni si domandano se Gesù Cristo, tornato nel mondo, troverebbe ancora la fede. Chissà. Di sicuro sarebbe imprudente se ripetesse la formula “oportet ut scandala eveniant”, lasciate che gli scandali vengano alla luce.
    La risposta moderna e parecchio relativista è: dipende.

    Ferrara su il Foglio

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  4. #34
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    Predefinito L’insostenibile indefinibile identità del concepito

    Non so definire bene un embrione. Lo dico consapevole che chi combatte i referendum che ho sottoscritto e sostengo, potrà trovare in questo di che compiacersi. Progetto di-, potenza di-, essere umano? Insieme di cellule, che sono il progetto di un essere umano? Nessuna mi sembra realmente efficace. Le due definizioni estreme, “essere umano”e “insieme di cellule”, che dovrebbero delimitare il terreno della battaglia in corso, dicono troppo o troppo poco, mi sembrano entrambe una forzatura, logica e reale.
    Sfido chiunque sia sincero, come dice Giuliano Ferrara, a non avere la stessa difficoltà.
    Per me è una ragione forte che mi spinge verso il sì, per riaprire la discussione su una legge che ha avuto la pretesa di definire una volta per tutte un problema aperto. So però con chiarezza cosa non è, l’embrione. Non è un mero insieme di cellule “neutre”, ma intorno a questo sul Foglio non ho certo bisogno di insistere. Anche se auspicherei un maggiore pratica di quell’amore per gli avversari che Ferrara richiamava nella sua “predica” a Milano.
    Non è neppure, l’embrione, l’entità astratta, proiettata nel vuoto siderale di relazioni e sentimenti, che la forzatura linguistico/ logica di “embrione uguale a essere umano” crea davanti ai nostri occhi. Il punto è che è la battaglia si combatte, da parte di chi difende la legge, nel nome di questa creazione linguistica, l’embrione assoluto.
    Non di quello reale, concreto. Che non so definire, ma di cui so, come tutti, che anche quando si forma in provetta, ha necessità della cavità accogliente del corpo della madre per essere quello che può essere, un essere umano. Perché l’embrione assoluto non ha madre. Forse neanche padre. Insomma non ha genitori. Non ne ha bisogno. Non dipende. Il suo desiderio è esistere, oltre ogni limite. Vivere di vita propria. Per questo gli si addice, lo dico per provocazione, l’utero artificiale, la macchina del futuro che svincola la procreazione dalle relazioni. E’ un aspetto in ombra, dell’embrione umano in genere si vede solo l’aspetto luminoso, la vita da proteggere, da far crescere, di cui farsi garanti.
    Ma quando diventa un soggetto assoluto incombe il rischio di artificialità, di una torsione da incubo tecnologico che vale la pena di prendere in considerazione.
    Ho nominato il desiderio. In modo incongruo, per chi ne vede in campo uno solo, quello di genitori che non si arrendono alla natura che li vuole sterili. Non che non esistano, le dittature del desiderio. Ma perché vedere solo quelle?
    Penso che venire al mondo “desiderati” invece che “arrivati” –come si diceva una volta – possa essere un fondamentale passaggio evolutivo per gli umani.
    Una potenziale diminuzione di infelicità nello stare al mondo. Sapere di essere stati desiderati. Che meraviglia. Certo, non privo di rischio. Troppa valorizzazione dei figli sempre più rari, almeno nel nostro occidente, quindi eccesso di aspettative.
    Ma vuoi mettere con la tragedia di essere al mondo non voluto? Ignorare la felicità vitale del desiderio per così dire “buono” dei genitori, svela, in controluce, quel desiderio che nominavo prima e di cui è intessuta la costruzione dell’embrione assoluto. Desiderio di non essere l’essere inerme che si è. Con annessi e connessi inquietanti, tanto più perché non visti. Come una tendenza a sottrarsi all’ordine delle generazioni, al caso, ai legami. Una tendenza ad aprire un percorso che potrebbe trovare al suo termine – per fuoriuscire dalla dipendenza da una donna e dai suoi “tirannici” desideri, o anche da un padre inseminatore distratto – un esito imprevisto e ironico, per chi sostiene la vita: una macchina. Che non pensa, non sceglie, non desidera, ma esegue un programma. Provoco, lo so, una campagna elettorale non è il momento migliore per ragionamenti pacati. Non vorrei però che mentre ci combattiamo ci sfuggisse quanto poi effettivamente avviene. Cioè il profilarsi di umani senza legami, modellati sull’unico corpo/mente (fallico) maschile, differenziati solo ai fini del sesso. Sarebbe un incubo per tutti.

    Bia Saracini su il Foglio

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  5. #35
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    Predefinito Matrigna provetta

    “Bisogna soltanto chiarire che la produzione in provetta si distingue dalla generazione per il fatto che essa è un’azione razionale orientata a un fine, una poiesis, e non la conseguenza naturale di un rapporto umano.
    ‘Non pensiate – scrive Gottfried Benn – che pensavo a voi quando facevo l’amore con vostra madre. Quando facevamo l’amore i suoi occhi erano sempre così belli!’. Un bambino messo al mondo, fatto mediante una poiesis, è una creatura dei suoi genitori, del medico, dello Stato, qualitativamente diversa da un bambino che deve la propria esistenza ‘alla natura’.
    Questo bambino potrebbe, di fatto, un giorno chiedere a coloro che lo hanno costretto a esistere come possono giustificare ciò. Che cosa si dovrebbe rispondergli? Nessuno può essere responsabile per la vita o per la morte di un altro uomo. Si possono infatti avere motivi sufficienti per non generare figli, ma non si possono avere motivi sufficienti per generarne uno.
    L’esistenza di un esser-sé è l’esistenza di un essere le cui ragioni sono fondamenti: l’esistenza stessa non può a sua volta venire fondata da altri soggetti”.

    Robert Spaemann
    “Felicità e benevolenza” Vita e Pensiero, Milano, 1988

    Da il Foglio

    saluti

  6. #36
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    Predefinito Padre adottivo e di sinistra spiga....

    Roma. Duccio Bianchi è un uomo di sinistra, da sempre: ha diretto le attività di Nuova Ecologia Toscana e ha fondato Ambiente Italia, società di ricerca ambientale e territoriale di cui adesso è consigliere di amministrazione:
    “Ho una formazione laica, sono un non credente – racconta – ho militato a lungo nel movimento ambientalista, ho un atteggiamento cauto sugli embrioni, non penso che siano solo un grumo di cellule, e sulla fecondazione eterologa sono un proibizionista”. Non dice: io non la farei ma credo che vada lasciata la possibilità di ricorrervi a chi lo desidera.
    Dice: “Spero che non passi la richiesta di abrogazione del divieto, penso che chi nell’eterologa non vede alcun problema non tenga conto dei diritti del bambino, e a quel bambino infligga deliberatamente una pena ”.
    Duccio Bianchi e sua moglie Maria Berrini hanno una storia da raccontare, e lui l’ha raccontata a Giovanna Pajetta in un libro (“Si può. Procreazione assistita: norme, soggetti, poste in gioco”, che uscirà il 31 maggio per manifestolibri). Un libro ovviamente contro la legge 40.
    Duccio Bianchi ha spiegato che sua moglie ha avuto due aborti spontanei, poi qualche tentativo di inseminazione assistita, poi la riflessione sulla possibilità di andare avanti o di fermarsi: “C’è stata alla fine in noi una resistenza, condivisa, all’idea di medicalizzare a oltranza la nascita di un figlio. E anche, ma forse questa è una giustificazione a posteriori, una scelta consapevole di non ricorrere a ciò che ci sembrava una forzatura. Un andare, su un aspetto così delicato, oltre quelli che erano i propri limiti biologici, naturali”, si può leggere nel libro. “Poi ci siamo sposati, appositamente, e abbiamo adottato tre bambini già grandicelli, Monica, Jhon Jairo e Rosa, e quindi so benissimo che essere un genitore non passa attraverso il proprio seme”, dice al Foglio.
    E’ l’argomento di chi tifa per l’eterologa, di chi non trova, nella fecondazione attraverso sperma o ovulo altrui, differenza alcuna rispetto all’adozione.
    “Ma come si fa a fingere – si chiede – che il legame di sangue non sia importante per un figlio, quando invece un genitore lo cerca a ogni costo, ed è disposto a tutto pur di farsi crescere un bambino nella pancia, per vederlo nascere, per tenerlo in braccio ancora sporco di sangue?”.
    E’ il diritto dei genitori ad avere un figlio, che sovrasta il diritto del figlio a conoscere il proprio genitore biologico.
    “Un bambino che nasce deve conoscere ove possibile i suoi genitori, ha diritto a sapere da dove arriva, chi gli ha dato quell’imprinting genetico, quello sguardo, quel modo di camminare: in nome di cosa possiamo decidere che lui no, lui deve crescere con accanto un fantasma genetico?
    Certe cose possono succedere, ma accompagnarle, favorirle, regolarle, questo no. E tagliare il legame di sangue non è affatto semplice”.
    Il fantasma genetico è un problema che riguarda sempre anche i genitori, dice Duccio Bianchi:
    “La discendenza biologica, l’idea dei legami di sangue, o della loro assenza, è qualcosa che aleggia anche nelle famiglie adottive: ti ci devi confrontare continuamente, o lo accetti o è meglio che non cominci neanche”.
    I diritti violati dei figli innanzitutto, ma anche il fatto che “con la fecondazione eterologa la procreazione viene disgiunta sia dal sesso che dagli affetti, si alterano i processi naturali e si arriva a costruire la propria stirpe in laboratorio”.
    Duccio Bianchi si è sempre interrogato, in quanto ambientalista, sull’uso della scienza e della tecnologia, e nella fecondazione eterologa vede “un atteggiamento eugenetico, perché si comincia a consentire, in modo formale o informale, una scelta dei caratteri genetici: una cosa carica di immoralità, che può ovviamente favorire mercati occulti”. Di sperma e di ovuli (con tutto quel che ne consegue nei paesi più poveri, dove le donne arrivano a vendere per pochi soldi i propri ovociti, sottoponendosi a pratiche dolorose e pericolose per la salute). E a chi dice che vietando l’eterologa si favorisce il turismo procreativo? “E’ un pessimo argomento – dice Bianchi – che ricorda altri bruttissimi tipi di turismo”.

    (ab) Su il Foglio

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  7. #37
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    Predefinito Ancora su Severino, la potenza....

    Al direttore –
    Sul Corriere della Sera del 17 maggio, Emanuele Severino spiega l’assurdità che, a suo dire, è implicata dalla posizione di chi sostiene che l’embrione è un uomo in atto fin dal concepimento:
    “sostenendo che fin dal momento della fecondazione esiste un uomo ‘in atto’, la Chiesa viene a negare (contro le proprie intenzioni) l’esistenza della capacità, da parte di qualcosa di unitario, di diventare un uomo; e da questa negazione segue ciò che anche per la Chiesa è un assurdo, ossia che non potrebbe nascere alcun uomo”. Come fa Severino a illustrare questa “assurdità”? Scrive Severino “un uomo può nascere solo se, prima di esso, esiste qualcosa che ha la capacità (o ‘potenza’) di diventare uomo”. Nulla da eccepire.
    Ma Severino prosegue: “Si badi: qualcosa di unitario. Tale principio vale anche per altre forme di ‘generazione’. E così: una statua può essere prodotta solo se, prima di esserlo, esiste, poniamo, un blocco di marmo capace di diventare una statua (per opera dello scultore). Se il blocco fosse in frantumi, nessuno di essi, e nemmeno il loro insieme, avrebbe la capacità di diventare quella statua. Per produrre quella statua bisogna che le parti del blocco non siano frantumi, ma unite; ossia, bisogna che il blocco sia qualcosa di unitario”.
    E qui cominciamo a non seguire più il suo ragionamento: perché ciò che precede la statua dev’essere qualcosa di unitario? Un blocco in frantumi può diventare statua se qualcuno assembla insieme i pezzi di marmo unificandoli e dando loro una forma (per esempio quella di un uomo). Quindi i pezzi di marmo possono diventare statua, cioè hanno la capacità o potenza di diventare statua purché qualcuno li assembli, così come i mattoni di una casa, che non sono uniti, sono in potenza casa, purché il muratore li unifichi con del cemento.
    Prosegue Severino: “Se un uomo può nascere solo se prima di esso esiste un qualcosa di unitario che ha la capacità di diventare un essere umano, e se sin dal momento della fecondazione l’embrione è essere umano ‘in atto’, che cosa è e dove è mai il qualcosa di unitario che ha la capacità di diventare uomo e senza di cui nessun uomo potrebbe nascere?”.
    Il discorso severiniano è sbagliato perché ciò che ha la potenzialità di diventare uomo non dev’essere necessariamente qualcosa di unitario, bensì può essere un insieme di cose che possono unirsi per formare l’uomo. Queste cose sono l’ovocita e lo spermatozoo.
    Quindi è ormai chiara l’erroneità di quanto dice ancora Severino:
    “Dov’è l’uomo ‘in potenza’? […]. Infatti, prima dell’unione dei gameti […], i gameti sono separati e nessuno dei due, in quanto separato, può avere la capacità di diventare uomo. (Come nessuno dei frammenti del blocco di marmo ha la capacità di diventare una statua […]). E come l’insieme dei frammenti del blocco di marmo non ha la capacità di diventare statua, nemmeno l’insieme dei due gameti separati ha la capacità di diventare uomo.”
    Con buona pace di Severino i gameti hanno la capacità di diventare uomo, pur essendo separati, come i mattoni, pur essendo separati, hanno la capacità di diventare casa.
    A questo punto viene da chiedersi: qual è la differenza tra i gameti e l’embrione?
    Perché io posso correttamente dire che ero un embrione, mentre non posso correttamente dire che ero uno spermatozoo?
    Ci sono vari modi di rispondere, mi limito a uno. Aristotele distingueva tra potenza passiva e potenza attiva. I gameti hanno la potenza passiva di diventare uomo, cioè possono diventarlo se qualcos’altro (l’atto sessuale) interviene su di loro facendoli unire. L’embrione, che è già uomo, invece, ha la potenza attiva di svilupparsi e crescere per virtù propria. Cioè, come i mattoni non diventano casa se non interviene il muratore, così i gameti non diventano uomo se non interviene l’atto sessuale a farli congiungere; al contrario, l’embrione si sviluppa da solo se non ci sono interventi esterni che lo ostacolano e se non ci sono patologie. Ha solo bisogno di protezione e nutrimento, cosa di cui hanno bisogno anche i bambini piccoli, senza che per questo noi neghiamo loro lo status di uomini in atto.
    Si dirà: i gameti fanno parte della mia materia, dunque io ero uno spermatozoo e un ovocita.
    Ma questo ragionamento equivale a dire che Severino era un panino visto che il panino che ha mangiato è entrato a far parte (almeno in una certa misura) della sua materia.
    Insomma, lo spermatozoo, l’ovocita e il panino avevano (come altre cose) la potenza passiva di diventare Severino, e Severino è stato uomo in atto fin da quando era un embrione unicellulare.

    Giacomo Samek Lodovici
    facoltà di Filosofia, Un. Cattolica di Milano

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  8. #38
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    Predefinito Polemiche

    Liceo Mamiani, Roma. Venerdì, ore 12.
    Assemblea con Pannella e altri sulla fecondazione artificiale.
    Aula magna. Tanti ragazzi attenti, e ragazze e professori.
    Un ginecologo perbene e dialogante e pieno di dubbi, che si chiama Sapienza e pensa che la natura sia caso e azzardo, spiega la normalità delle pratiche di fecondazione eterologa. E’ persuasivo, minimizza i rischi eugenetici nel caso della fecondazione eterologa, con il seme o l’ovocita fuori dalla coppia, minimizza il figlio per catalogo e banca dati, il figlio come il Nobel, come l’atleta, maschio o femmina, biondo e con gli occhi azzurri, insomma il gioco del desiderio tecnicamente esaudibile che sarebbe uno spauracchio dei nemici della tecnica. Racconta una storia sua, personale, di ginecologo impegnato in un centro di fecondazione assistita. Al massimo, dice, quella coppia ha chiesto che il seme non provenisse da un tipo basso di statura, per il resto sono tutte chiacchiere.
    Lo vogliono alto, e “stop”.
    Così parlò il dottor Sapienza. Stop.
    Stop?
    E in nome di che cosa, di quale criterio, di quale principio uno è costretto a fermarsi al volerlo bello alto?

    Corriere della Sera, notizie da Israele, ieri.
    Dopo quattro figli maschi, sarà lecito ricorrere al tecnico e averne uno femmina. E che problema c’è? Così direbbe il dottor Sapienza. Basta eliminare l’embrione sovrannumerario maschio, e se sono due o tre o quattro, eliminare del tutto quel branco di maschi.
    Ma in Cina, dove sono malviste le femmine, che venivano annegate alla nascita fino a poco fa, si eliminerà quell’harem di femmine, e si otterrà il maschio.
    Che problema c’è? E’ la salute delle donne.

    Corsera, Edoardo Boncinelli, biologo, pensa anche lui che non c’è problema.
    Dopo aver scritto onestamente che la vita “comincia con la fecondazione” (una grossa scoperta, la legge del Boncinelli), il biologo, che non si abbandonerebbe certo alla sovrana leggerezza del famoso oncologo Veronesi, il quale equipara uomo e scimpanzè, una specie di matrimonio gay geneticamente modificato, commenta le clonazioni in serie della Corea del Sud.
    Il titolo è: “La scienza più veloce del referendum”.
    Il senso del testo è fieramente astensionista. Astensionismo passivo, non quello di Ruini. Che votate a fare? Il biologo sa che le tigri asiatiche sono scatenate, che il nesso business-ricerca è imprendibile, che il benessere non vuole regole.
    Star della neocultura di una sinistra “libberale” con due bi, Boncinelli esalta la deregulation bioetica, annuncia che “il mondo va avanti” e che quel che conta è l’applicazione pratica delle scoperte coreane. Votare è roba da uomini delle caverne, è un modo feroce crudele e medievale di risolvere questioni che si risolvono da sé, con il progresso illimitato e la libertà illimitata della scienza biogenetica.
    “Le decisioni prese all’interno del nostro paese sono dunque destinate ad essere annacquate e messe in secondo piano da quelle degli altri paesi. Con buona pace dei referendum”.
    Votate come vi pare, non ce ne può importare di meno. I padroni siamo noi, padrona è la nostra idea di curare la vita con la selezione, creazione, distruzione della vita. Veronesi ha dimostrato che c’è un divorzio tra scientismo e buonsenso, Boncinelli che ce n’è uno, di divorzio, ancora più irreconciliabile: quello tra tecnica e democrazia.

    Corsera, pudore, Claudio Magris.
    Magris è cattolico. Scrive tutte cose giuste. Che non è una battaglia tra laici e cattolici. Che i laici non sono necessariamente miscredenti. Che sanno distinguere tra legge dello Stato e credo personale. Che i teoremi devono obbedire alle leggi della matematica e la logica a criteri di pura razionalità, anche in san Tommaso.
    Scrive che sull’aborto aveva ragione Bobbio, quando diceva di stupirsi che i laici avessero lasciato ai cattolici “il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”.
    Sembra un fogliante, un Socci. Deve aver riletto Philip Dick e il suo racconto sulle pre-persone, da noi ripubblicato, perché lo cita.
    Poi però a Magris casca la penna. Non vuole essere accusato di integralismo. Ha paura che gli si imputino ambizioni alla Charles Maurras, Action français, come è successo a noi per aver difeso la distinzione di morale e diritto in Kant & Buttiglione.
    Non vuole essere isolato dalla comunità dei colti, dei perbene, degli amici della salute delle donne: cattolico sì, ma libero pensatore anche.
    E’ un modo tipicamente italiano e inciucista di considerare le polemiche culturali, dare ragione contemporaneamente ad Angelo Vescovi e a Carlo Alberto Redi, come puntualmente fa Magris nel suo articolo di ieri, e non importa che dicano l’uno il contrario dell’altro, l’importante è afferrare una posizione terzista. Così la penna spezzata di questa persona seria conduce il ragionamento nel nulla della paura sociale, del pudore mondano, e alla fine sappiamo come la pensa e che non vuole far sapere come la pensa.

    Da il Foglio

    saluti

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    Predefinito Undici piccoli coreani

    Milano. Due annunci quasi contemporanei.
    Giovedì la divulgazione del rapporto dei ricercatori dell’Università di Seul che hanno prodotto undici “linee di cellule staminali embrionali”, clonandole da cellule della pelle di undici individui adulti, da utilizzare a scopo terapeutico “personalizzato”.
    A poche ore di distanza, la conferma degli scienziati dell’Università di Newcastle della prima clonazione di embrione umano, sempre a scopo terapeutico, condotta in Gran Bretagna. Dagli scienziati britannici, inoltre, arrivano i complimenti ai colleghi coreani, poiché “hanno dimostrato in modo definitivo che queste tecniche possono essere usate con successo sugli esseri umani” e che “la promessa di nuove cure basate sulle tecnologie staminali sta diventando una possibilità realistica”.
    Notizie che hanno scatenato l’entusiasmo di chi vede avvicinarsi
    “l’era della produzione di tessuti e organi ‘su ordinazione’”, ma che hanno anche riacutizzato il dibattito etico sulla clonazione umana.
    Ieri il presidente Bush, confermando che opporrà il veto presidenziale se il Congresso passerà la legge che abolisce i limiti ai finanziamenti pubblici per la ricerca sulle staminali, ha commentato negativamente anche le notizie in arrivo dalla Corea:
    “Sono molto preoccupato di un mondo in cui la clonazione divenga pratica accettata”.
    Roberto Colombo, biologo e sacerdote milanese, oltre che essere un ricercatore specializzato nella genetica molecolare delle malattie ereditarie – dirige il laboratorio della Università Cattolica a Milano –ha lavorato come membro della delegazione vaticana alla conferenza delle Nazioni Unite che ha preparato la dichiarazione sulla clonazione umana approvata il 18 febbraio scorso.
    Abbiamo raccolto le sue osservazioni.
    Gli esperimenti condotti in Corea del Sud e in Inghilterra servono davvero alla salute dei malati, come gran parte dei commentatori ha detto?
    “La questione è controversa. Oggi non possiamo dire se le cellule staminali isolate da embrioni umani e convertite in linee cellulari disponibili per la ricerca potranno servire, un giorno, per guarire una malattia. Non lo possiamo escludere in linea di principio, ma neppure affermare con quella arrogante certezza che caratterizza i fautori di queste ricerche. E’ un inganno, perché non corrisponde a verità, affermare che con le cellule degli embrioni possiamo curare le malattie. Nessuno, oggi, può dire questo onestamente. Tutto quello che si può dire è che vi è una probabilità che ciò si verifichi in futuro”.
    Di certo, cosa si sa?
    “Oggi possiamo affermare con cognizione di causa che le staminali dei tessuti dell’adulto già servono per curare alcune malattie: i trapianti di cellule midollari sono un esempio. Allora, la domanda che ognuno di noi non può non porsi è: è ragionevole generare e distruggere embrioni umani per verificare un’ipotesi scientifica, pur interessante, anziché andare a fondo di una ricerca che non richiede di manipolare e sopprimere l’essere umano, che ha già dato buoni frutti e che è molto promettente per la terapia cellulare?”.
    L’eufemismo scientista
    I favorevoli dicono che non si tratta di una vera e propria clonazione dell’uomo, ma solo di un innocente “trasferimento nucleare di cellule somatiche”.
    “Per nulla. E’ un procedimento molto simile alla tecnica che ha fatto nascere la pecora Dolly. Se questi embrioni clonati fossero stati trasferiti nell’utero di una donna, avrebbero continuato a svilupparsi fino a diventare un feto e un bambino. E invece sono stati distrutti per estrarne un certo numero di cellule staminali. Se invece di chiamare questa procedura ‘clonazione umana’, la si chiama con una espressione oscura ai non addetti ai lavori, cambia qualcosa nella realtà? No. L’effetto è uno solo: tranquillizzare i cittadini, anestetizzando le loro coscienze, affinché si convincano che nulla di cattivo viene fatto. Questa non è scienza, è scientismo biomedico: conoscere l’uomo per farne quello che si vuole. Ma è la vita che deve servire alla salute o è la salute che deve servire alla vita?”.
    E la dichiarazione Onu?
    “Non è vincolante, ma richiama gli Stati membri ‘a proibire tutte le forme di clonazione umana in quanto sono incompatibili con la dignità umana e la protezione della vita umana’”.
    L’attuale legge avrebbe consentito di realizzare in Italia questi esperimenti?
    “No. Uno dei meriti della legge è di avere messo al bando non solo ogni forma di clonazione umana, ma anche di vietare la distruzione di embrioni umani per qualsivoglia sperimentazione. Su questi punti la legge 40 è in accordo sia con la convenzione di Oviedo, che l’Italia ha firmato, sia con la dichiarazione dell’Onu”.

    Su il Foglio

    saluti

  10. #40
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    Predefinito Viva il veto, bravo Bush

    Provate voi, politici e politicanti della vecchia Europa, voi che vi prosternati in forme concordatarie a qualunque gerarchia religiosa e governate pomposamente in nome della laicità di Stato (le due cose possono coabitare), provate voi a fare come George W. Bush.
    Provatevi ad andare contro la corrente, contro lo spaccio delle illusioni embriocellulari per i malati, contro la licenza illimitata di ricerca tecnologica applicata alla vita umana, contro le crociate liberali che si propongono di sradicare i diritti umani in nome del benessere e del desiderio, provate voi una volta tanto a mettere un veto come quello promesso ieri contro qualunque legislazione del Congresso che non faccia attenzione a salvaguardare esseri umani in vitro, microscopici, deboli, invisibili a occhio nudo, dalla manipolazione genetica, dalla selezione eugenetica, dallo scarto e dall’eliminazione programmata, sistematica nei lager del freddo.
    Ma no, non provateci neppure, non ne siete capaci.
    Eppure la società è cambiata, gli argomenti neosecolaristi, intrisi di prepotenza e di indifferenza, sono sempre fortissimi, si appoggiano sull’evidenza di un modo di vita che non ha niente di felice né di libero ma è tuttavia apparentemente fit, in forma, conveniente.
    Ma ovunque nell’Italia del referendum, ad avere la voglia di parlare il linguaggio della ragione, si trovano orecchie attente, curiose, disposte a ascoltare l’inaudito, l’eccentrico, il non conforme.
    Il segreto del veto di Bush, della sua polemica adamantina contro la clonazione alla coreana, contro progressi incontrollati e eticamente anarchici della ricerca e applicazione tecnologica nel campo della vita umana, è fondato oltre che sul coraggio personale, oltre che sulla fede derisa a buon mercato di un born again Christian, sui mutamenti della società americana, raccontati da due giornalisti liberal-conservatori dell’Economist che purtroppo la Mondadori non ha ancora deciso di tirare fuori dai suoi cassetti in traduzione italiana (The Right Nation, di Adrian Wooldridge e John Micklethwait).
    Nonostante qualche eccessivo pudore e qualche sfrontatezza di cui parliamo nelle polemiche in prima pagina, anche da noi cambia qualcosa, anche in Italia non è più sicuro che prevalga chi agita i fantasmi di una ideologia secolarista fattasi pensiero unico, chi intende produrre quel riflesso di terrore e di attaccamento alla modernità purchessia, quel feroce egoismo indifferente che accompagna tutti noi nelle nostre vite.
    La specie, anche lei, sa essere egoista, se attaccata.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

 

 
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