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  1. #71
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    Predefinito Se la fonte è cattolica il dato non è vero

    Roma. Al Manifesto non la bevono. Veramente indispettita per un articolo sull’inserto “è vita” dell’Avvenire di martedì scorso (“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”), la giornalista Stefania Giorgi ironizza su quell’affermazione, che avrebbe l’imperdonabile difetto, ai suoi occhi, di essere accreditata da enti vicini a George W. Bush, oltre che di essere diffusa dalle colonne del quotidiano della Cei.
    “Come se”, scrive, “parlando del futuro dei cetacei, i dati forniti fossero solo quelli dei balenieri giapponesi”.
    Ci si aspetterebbe, allora, che quei dati astutamente catto-manipolati venissero smentiti, sul Manifesto, da fonti laiche, scientifiche e ben altrimenti autorevoli. Ci si aspetterebbe che a quella puntigliosa elencazione dei protocolli terapeutici basati sull’uso di staminali adulte già approvati e passati alla fase di applicazione clinica, il “manifesto” fosse capace di contrapporre una lista di applicazioni basate su staminali embrionali, in grado di smentire una volta per tutte gli oscurantisti medioevali che si ostinano a negare cure indispensabili ai malati di Parkinson, Alzheimer, eccetera eccetera.
    Macché. Dietro l’invettiva, niente, perché niente può esserci. Com’è universalmente noto, infatti, alla data di oggi non un solo protocollo terapeutico al mondo si basa su staminali embrionali, mentre sono decine quelli che usano le adulte.
    Protocollo terapeutico, come qualsiasi studente di medicina potrebbe spiegare a quei diffidentoni del “manifesto”, significa procedura approvata dalla comunità scientifica e dalle strutture preposte (come la Food and drug administration negli Stati Uniti o l’Istituto superiore di sanità in Italia) perché di riconosciuta efficacia al fine della cura di una determinata patologia.
    Ebbene, le staminali embrionali non possono vantare nulla di tutto questo.
    Non solo. A tutt’oggi non hanno superato nemmeno le prove preliminari necessarie a consentirne l’impiego in sperimentazioni cliniche, perché nel modello animale continuano a rivelarsi del tutto ingovernabili e pericolose. Sono ancora inutilizzabili, insomma, sia pure nell’ambito di limitatissime sperimentazioni sull’uomo e come ammettono gli stessi scienziati che le stanno studiando.
    Uno degli ultimi esperimenti risale a qualche settimana fa, ed è avvenuto in Germania (la Cei stavolta non c’entra: la fonte è il Notiziario Aduc sulle cellule staminali, nettamente schierato per la clonazione terapeutica).
    Un ricercatore dell’Istituto Max Planck, Ahmed Monsouri, in collaborazione con il Centro per i primati di Gottinga, ha riniettato staminali embrionali umane nel cervello di scimmie, tutte defunte perché hanno sviluppato tumori.
    Ma il “manifesto” lamenta che mentre “il 12 giugno si avvicina, gli scienziati italiani digiunano contro il silenzio tv, quelli coreani, americani (fuorisede) e inglesi clonano…”.
    Ecco, a proposito: non è davvero stupefacente tanta trepida ammirazione, nel quotidiano che continua a chiamarsi
    “comunista”, per quei coreani che, per i loro esperimenti, hanno ottenuto 185 ovuli freschi da diciotto “donatrici volontarie”, vere filantrope desiderose di far progredire la scienza e di far vincere, eventualmente, il Nobel al dottor Woo Suk Hwang, veterinario e biologo dell’Università di Seul?
    E di farglielo vincere a suon di (loro) stimolazioni ormonali supernocive?
    Possibile che sia così scontata, per la giornalista del “manifesto”, l’accettazione di pratiche che non sono per nulla indirizzate alla salute della donna, ma alla demolizione della salute di quelle diciotto, concrete signore coreane, per quanto “volontarie” esse siano?
    E possibile che il “manifesto” di ieri debba arrampicarsi sugli specchi per tentare di separare le dichiarazioni di un James Watson “buono”, che vuole far star meglio le persone, da quelle del “cattivo” Watson che giudica inevitabile il ritorno dell’eugenetica?
    Davvero i severi giornalisti del “manifesto” non capiscono che accettare l’infiocchettato uovo di Pasqua della tecnoscienza, significa accettarne anche le (brutte) sorprese?

    Il Foglio

    saluti

  2. #72
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    Predefinito Re: Il marketing del referendum: gioielleria...

    In origine postato da mustang
    ...del Si baratta 4 crocette per 1 ora di lavoro

    Un’ora di stipendio per quattro croci (preferibilmente sul Sì), un’ora
    di lavoro retribuito a patto che si arrivi in gioielleria (via Montenapoleone a Milano) puntuali, ben vestiti e con il talloncino
    della scheda referendaria da consegnare alla signora delle collane,
    saluti
    ma sai che è una buona idea?? ....

    se i miei (solo 12 purtroppo) non mi dimostrano di avere votato .... niente premio di produzione quest'anno ....


    grazie

  3. #73
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    Predefinito Pannella c'è

    Roma. Marco Pannella vuole fare una premessa: “Io temo le manipolazioni, siano per cultura manipolatoria o per soggettività consapevole, ed è ormai chiarissimo che la vostra proposta iniziale – uniamoci noi referendari del sì e del no contro coloro che giocano all’astensione – è stata superata: il confronto è tra la forza dell’astensione, il no è un valore aggiunto provvisorio alla vostra battaglia”.
    Pannella e i radicali hanno voluto mandare in onda per 38 ore di seguito su Radio Radicale il “comizio” (lo chiama così) milanese di Giuliano Ferrara, Giancarlo Cesana e Luigi Amicone, e gli altri interventi “in modo che in novecentomila potessero ascoltare e riascoltare, e devo dire che la manipolazione congenita di Giuliano e voialtri è molto forte e costante” dice Pannella.
    Quale manipolazione?
    “Sono interventi profondamente e istintivamente manipolatori, su quasi tutto, efficacissimi sul piano demagogico e della propaganda, passano attraverso la falsificazione che io ho tenuto moltissimo a evitare anche se involontariamente, con l’accordo di tutti i compagni e le compagne radicali”.
    Un esempio di manipolazione?
    “Siamo tutti ex embrioni, argomento efficace quanto assolutamente falsante perché tu sei un ex ovocita, tu sei un ex zigote, tu sei un ex feto e questa scelta porta a fare affermazioni di stampo apocalittico che speculano su quell’immaterialità della quale abusate perché in realtà tutto si fonda su un materialismo sfrenato – il meccanicismo dell’incontro tra papà spermatozoo e mamma ovocita”.
    Invece la cura dei malati mediante la ricerca sugli embrioni, caro ai radicali, che tipo di argomento sarebbe?
    “E’ una manipolazione vostra, perché noi difendiamo il bene della libertà regolamentata dal diritto positivo, non abbiamo detto che la ricerca sugli embrioni produrrà miracoli, ripetiamo che si deve ‘consentire’, mentre la legge 40 contiene cinquantatré verboten”.
    Un’altra “menzogna”, secondo Pannella, è “dire che il referendum è sull’embrione del quale noi non vogliamo parlare: basta andare a guardare i miei interventi parlamentari”.
    Pannella dice che storicamente si è sempre occupato di embrioni, “li chiamavo zigoti, ma erano altri tempi”.
    E se adesso il Foglio gli ripete ossessivamente che “è la prima volta che i radicali fanno una battaglia contro i diritti umani”, Pannella accetta, “perché è legittimo: ma io ritengo di continuare la mia storia, e se adesso avete qualche diritto, di certo lo dovete a noi. Per fortuna nessuno mi distrae dal problema quotidiano dell’assassinio dei Montagnard”.
    “Dite: invece di parlare dell’embrione parlate della Chiesa. No: io parlo della libertà del diritto per tutti, e dico che una realtà in cui per la prima volta vengono mobilitate 25 mila parrocchie, con l’uso truffaldino dell’otto per mille, va discussa”.
    E la politica?
    “Nel centrosinistra, a spese del loro elettorato, dissimulano il valore di questo confronto con l’alibi della coscienza: litigano su stronzate politiciste e su questo non fiatano, perché così l’attualità politica, invece di essere piena, come nel dibattito tra voi e noi, di questa scelta drammatica e importante, la riduce a una cosa di settore, marginale, per calcolo politico, e qui sta il
    rischio dell’astensione”.
    A opporsi all’occultamento c’è lo sciopero della fame dei 15 scienziati vicini ai radicali, “a difesa dei loro laboratori e dei doveri inerenti la loro professione”.
    Per Pannella è provabilissimo che vinca “la manovra machiavellica alle vongole di Ruini di far vincere quel 35 per cento di cittadini italiani che se ne fottono, che scelgono ideologicamente il mare: faremo il possibile contro il probabile”.
    Contro questa legge che
    “è la forma principale della rivincita di chi ha perso idealmente le battaglie su aborto e divorzio”.
    Contro chi
    “illustra un mondo secolarizzato, senza coscienza morale, in mano ai Radicali che lottano contro i diritti umani: invece noi amiamo talmente la vita che la difendiamo anche quando è meno debole dello spermatozoo, la difendo persino quando ci troviamo di fronte a quei mostri di potenza che sono i bambini nati, di cui voi non vi siete mai molto occupati”.
    E l’embrione, cos’è?
    “Ha il valore storico che possiamo dargli, senza verità rivelate: voi siete folgorati dalla bandiera embrione, ve lo lasciamo tutto, io ritengo doveroso dare priorità ad altro:
    a Luca Coscioni, che lotta e conquista la parola che non ha”.

    (ab) su il Foglio

    saluti

  4. #74
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    Predefinito Votare astenuto

    Milano. “Io sfido qualunque politico, dopo la vittoria dei Sì, ad avere il coraggio, la visione e la capacità di mettere mano a quel che rimarrà della legge 40 per migliorarla. Di fronte al responso popolare, è una cosa impossibile”.
    Soltanto che, una volta abrogati gli articoli sottoposti a voto referendario, il legislatore sarà comunque chiamato a fornire nuove risposte: se non tre, quanti embrioni potranno essere prodotti? e quale sarà il nuovo statuto dell’embrione? e ci sarà un limite giuridico per distinguere tra ricerca scientifica e pratiche eugenetiche?
    “Per chi è davvero mosso dall’interesse di migliorare l’impianto legislativo, l’unica strada percorribile è quella di invalidare il referendum, riportando, idealmente ma anche giuridicamente, la legge nel suo luogo naturale di elaborazione: il Parlamento”.
    Luigi Bobba, presidente delle Acli, non ha dubbi sul senso politico e “propositivo, non solo difensivo” della scelta astensionista:
    “All’inizio abbiamo dovuto sopportare gli insulti e le contumelie di chi ci accusava di boicottare le regole democratiche – figuriamoci! – ma adesso il valore civile di questa posizione inizia a essere percepito nella sua forza politica”.
    L’editoriale firmato da Gustavo Zagrebelsky su Repubblica di ieri è, nella sua forzatura ideologica, un segnale di questa situazione e di una preoccupazione reale nel “fronte del Sì”.
    Il giurista metteva in questione non tanto la “liceità giuridica” della scelta astensionista, quanto invece la sua “moralità politica”, scomodando perfino il John Locke negatore del diritto alla tolleranza per i cattolici, in quanto non integrabili “in un comune vivere civile”, per paventare il possibile avvento di una “repubblica cristiana” in cui i cittadini sarebbero costretti a obbedire alla Chiesa e non alla loro coscienza.
    Affondo fuori misura, quello di Zagrebelsky, anche secondo i componenti dell’associazione Non Votare, costituitasi un mese fa per iniziativa di un gruppo di parlamentari bipartisan – dall’Udc Luca Volontè (presidente) a Enzo Carra e Renzo Lusetti della Margherita, Alfredo Mantovano e Gennaro Malgeri di An, ad Antonio Palomieri di FI, che spiega:
    “Il nostro è tutto il contrario di un tentativo di ‘tacere e sopire’, noi abbiamo invece raccolto in pieno la sfida politica e culturale posta dai referendum.
    Dal punto di vista politico: perché la Costituzione riconosce l’astensione come un ‘modo di votare’ ai referendum, poi perché spetta a chi li promuove l’onere di convincere la maggioranza degli elettori a votare, e non siamo per nulla convinti che su un tema così la trasformazione di uno strumento abrogativo in uno, di fatto, legislativo sia corretta.
    E culturale: quella promossa dai fautori del Sì è una campagna emotiva e di falsificazione, spettacolarizzata: basti pensare al fatto che la richiesta dei referendum è scattata a legge appena approvata. Noi, con le forze esigue della nostra associazione, giriamo l’Italia per far capire ai cittadini i termini scientifici della questione, e soprattutto i motivi per cui è meglio che una legge sostanzialmente valida abbia tempo e modo di essere vagliata, e nel caso modificata. Dal Parlamento”.
    Dunque ancora una volta una rivendicazione di legittimità e lungimiranza politica dell’astensione (“meglio, del rifiuto di metodo di scelta che in questo caso è riduttivo”, insiste Palmieri). Una posizione che questa mattina sarà sostenuta e rilanciata in una manifestazione a Milano, “Referendum e verità: la ricerca sulle cellule staminali adulte” (presso Il Circolo di via Marina 1, ore 10) in cui, oltre alle relazioni di Angelo Vescovi e di Loris Brunetta e agli interventi di esponenti politici che aderiscono alla campagna per l’astensione (Garavaglia, Lupi, Polledri, Toia, Volonté) prenderà la parola anche il rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi, non certo un presenzialista, a testimoniare il rilievo attribuito all’iniziativa.
    Oggi, parlando a Bari in occasione del Congresso eucaristico, il cardinale Camillo Ruini ha evitato di intervenire nuovamente in modo diretto sul tema referendario, limitandosi a ringraziare il laicato cattolico “per l’impegno attuale sul referendum”.
    Luigi Bobba sottolinea comunque che l’indicazione data dalla Cei subito nei primi giorni della campagna referendaria “è stata non solo difensiva, ma anche di realismo politico. E’ stata l’indicazione di riportare il dibattito nella sua sede vera, che non è quella di una malintesa democrazia plebiscitaria. Questo rende chiaro che la vera sfida oggi è tra chi vuole solo sfasciare la legge e chi vuole che il dibattito torni alla politica.
    Bocciando con l’astensione il referendum”.

    (mc) su il Foglio

    saluti

  5. #75
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    Predefinito Il Prof. che fa la morale ai vescovi

    Gustavo Zagrebelsky, da giurista, non può che riconoscere la liceità della scelta astensionistica nel referendum sulla fecondazione assistita.
    Mette però sotto accusa la “moralità politica” di questa indicazione, con l’intento di insegnare la morale ai vescovi.
    Per la verità l’unico argomento che usa attiene, piuttosto, all’etica sportiva, quando dice che sommare l’astensione degli indifferenti a quella motivata è come competere in una corsa partendo con qualche metro di vantaggio. Si può essere d’accordo (sul piano della lealtà agonistica, non su quello morale) se si conviene che è altrettanto discutibile l’appello degli abrogazionisti ad andare a votare “no”, per raggiungere il quorum sommando favorevoli e contrari.
    Si può discutere dell’opportunità politica della scelta della Cei, soprattutto se si è convinti che una battaglia in campo aperto avrebbe potuto far prevalere un “no” consapevole, dal significato assai più rilevante.
    Non se ne può discutere invece la legittimità e tanto meno la moralità.
    Zagrebelsky cita la Donum vitae, emanata da Joseph Ratzinger nel 1987, come base dell’atteggiamento cattolico in materia. Dovrebbe quindi sapere che in quel testo si condannano come crimini alcune delle pratiche che gli abrogazionisti vorrebbero invece introdurre.
    Questo naturalmente non ha rilevanza giuridica, ma ha un indubbio peso morale, almeno per i cattolici. Chi crede che l’obiettivo sia quello di salvare delle vite considera come primo imperativo morale quello di ottenere il risultato sostanziale, mentre sulle forme (lecite) che lo consentono ha solo un problema di efficacia e di opportunità.
    E’ un po’ stravagante che Zagrebelsky ritenga che i vescovi avrebbero dovuto disinteressarsi dell’insegnamento morale di Ratzinger per seguire il suo.
    D’altra parte Zagrebelsky, in passato, aveva sostenuto che la crocifissione era stata “la condanna di un uomo che si era dichiarato innocente, ma non di un errore giudiziario o di un processo ingiusto”.
    Se nemmeno Gesù si salva da Zagrebelsky, figurarsi i vescovi.

    Ferrara su il Foglio

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  6. #76
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    Predefinito Guaritori e spacciatori

    Gli abrogazionisti si muovono tra Rasputin e Francis Crick. Rasputin era il ciarlatano alla corte dello Zar Nicola II di Russia, e aveva convinto la famiglia reale di poter guarire le malattie degli eredi, ma al posto del protocollo medico metteva il suo carisma personale.
    Così fanno oggi i portavoce dell’idolo scientista, profittando della buona fede dei loro lettori con titoli come quello dell’Unità di domenica:

    “Referendum, 4 milioni di malati condannati dalla legge crudele”.

    Sanno che non c’è un singolo risultato utile della ricerca sulle staminali embrionali, che va avanti dal ’72 in molte parti del mondo, ma spacciano i risultati taumaturgici della manipolazione embrionale come faceva con la buona sorte il mago Do Nascimiento nelle trasmissioni televisive di Vanna Marchi.
    Chiamano alla lotta di liberazione da una condanna che non c’è in nome di una logica di selezione genetica che a parole tutti escludono. Così il rasputinismo si salda all’eugenetica di Francis Crick, uno degli scopritori della doppia elica del Dna, che dichiarò senza remore, in sintonia con il suo gemello James Watson:
    “Nessun bambino dovrebbe essere definito come essere umano prima di essere stato sottoposto a un test che ne determini il corredo genetico. Se non supera il test, si è giocato il diritto alla vita”.
    Così il ciarlatanismo si salda alla deontologia medica di Bob Edwards, il padre genetico di Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta:
    “Sarà presto una colpa per i genitori avere un bambino che rechi il pesante fardello di una malattia genetica”.
    Crick si propone come un San Tommaso bestemmiatore, e conferisce al ricercatore il potere di definire l’essere umano, e di scartare quello difettoso, corpo e anima.
    Edwards, come sulla sua scia i Veronesi e i Flamigni e altri dogmatici dell’abrogazionismo, trasforma la medicina da arte di curare la vita in potere eugenetico di selezionarla, eliminarla, scartarla.
    Si moltiplicano, e non è un caso, le testimonianze di disabili che percepiscono il nuovo clima eugenetico come un insulto alla loro condizione e alle loro battaglie per il riconoscimento di una diversità che ridiventa colpa e condanna.
    Difendere la legge 40, che consente la fecondazione medicalmente assistita ma impedisce la deriva eugenetica, e con essa il deserto della cultura e dell’identità umana, serve anche a questo scopo eminentemente laico: respingere l’assalto della superstizione travestita da scienza.

    Ferrara su il Foglio

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  7. #77
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    Predefinito Ceronetti a Ceronetti

    “Ai nostri occhi è un nulla glaciale il golem che scrutiamo, la blastula dei fisiologi, l’embrione dei manipolatori. Stregati, non vediamo in quali abissi ci spingono, di disumanità e di squallore”.

    “Si dirà ancora corpo lavorando a fare e disfare miliardi di esseri tristi e piatti, venuti al mondo con attitudini procreative, in laboratorio e cliniche, e nelle macellerie della Moda e della Pubblicità. Esseri ubbidienti alle dittature sanitarie, dietologiche, freudiane, astrologiche, acrobate passive del trapianto dell’ovulo, iniettati di giovinezza forzata fino alla disperazione. Né corpo né volto, ma il trionfo mondiale della Gineco-tecnica, confermato da decine di congressi e di tiri al faccione Nobel”

    Guido Ceronetti
    “La carta è stanca” e “L’occhiale malinconico”

    Su il Foglio

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  8. #78
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    Predefinito Terrorismo informativo

    Roma. Il ricercatore coreano Hwang Woo-Suk, star mondiale della clonazione umana, ammette che le potenzialità terapeutiche del suo lavoro sono ancora tutte da dimostrare, ma l’Unità, più realista del re, con un titolone in prima sull’edizione di domenica (“Referendum. 4 milioni di malati condannati dalla legge crudele”), fa credere terroristicamente che le cure da staminali embrionali sarebbero già praticabili, ancorché negate dalla feroce legge 40.
    Ma per ora gli unici a essere condannati, nel caso in cui passassero i quesiti referendari, sarebbero gli embrioni scartati in vitro perché meno promettenti dei loro fratelli, meno “normali” e conformi rispetto a un’idea di salute diventata il lasciapassare semantico per vecchi incubi eugenetici vestiti di nuovo e riammessi nell’immaginario e nel sentire comune.
    E chiunque sia disabile e non rispondente appieno a quell’idea di salute viene ricacciato nell’angolo buio dell’indesiderato, del marginale, del “meglio sarebbe non fosse mai nato”, mentre agli occhi di chi guarda senza vedere sfugge un’ovvietà: nel Mondo Nuovo sognato dai referendari, molti dei malati oggi in attesa di cura, di quei “4 milioni” di sofferenti branditi dall’Unità, non nascerebbero proprio, scartati pietosamente in vitro da medici solleciti e molto benintenzionati.
    Il professor Giovanni Neri, direttore dell’istituto di Genetica medica del Policlinico Gemelli di Roma, dice al Foglio che “la lusinga eugenetica è qualcosa che oggi si presenta in modo del tutto innocente. Non c’è più l’eliminazione delle persone, ma la pratica asettica, pulita, ‘elegante’ della selezione embrionale, che promette figli sani, belli, ‘migliori’.
    Ora sono chiamate in causa alcune gravi malattie, ma la deriva è evidente nei fatti.
    Si comincia sempre con il voler evitare che una coppia a rischio metta al mondo un bambino con una seria patologia, ma intanto siamo già arrivati alla fase successiva, per cui si seleziona un bambino in quanto donatore compatibile con un fratellino malato (è il bambino-farmaco).
    Grazie alle nanotecnologie che consentiranno sempre di più di identificare molte caratteristiche genetiche anche a partire da una cellula, si incentiverà una selezione sempre più massiccia degli embrioni. E dalla sopressione di caratteri patologici si passerà impercettibilmente ma fatalmente alla scelta di caratteri
    ‘migliorativi’”.
    Tutto questo avverrà, ovviamente, in nome del bene e della salute delle generazioni future.
    E’ il grande esperto di riproduzione umana Jacques Testart a descrivere efficacemente nel suo “La vita in vendita” (Lindau) la china scivolosa di cui la diagnosi preimpianto è uno dei tasselli.
    Il biologo francese fa il caso della distrofia muscolare, patologia che riguarda solo i maschi (le bambine possono esserne solo portatrici). Con la diagnosi prenatale si può vedere se figlio atteso è maschio e, se lo si trova affetto dalla malattia, la madre può scegliere di procedere all’aborto.
    Ma se è una femmina, scrive Testart, “si parla di vettrice, ovvero di portatrice di gene: non è malata ma rischia evidentemente di avere figli esposti agli stessi problemi, eppure non si fa ricorso all’aborto”.
    Con la Fiv, invece, quando ci si trova di fronte a una dozzina di embrioni “ci si accorge che la diagnosi pre-impianto non ha niente a che vedere con la diagnosi prenatale”, perché i medici chiamati a scegliere non scarteranno solo i maschi sicuramente malati, ma anche le femmine solo portatrici a vantaggio delle femmine non portatrici: “Sembra del tutto logico, eppure vediamo in quale sistema ci si invischia”, conclude Testart.
    Condivide questo allarme anche il genetista Bruno Dallapiccola, direttore dell’Istituto Mendel,
    “soprattutto perché se vincesse la sempre più invasiva offerta di diagnosi pre-impianto arriveremmo al punto che nessuno se la sentirebbe più di far nascere i figli per caso. Così come mi sembra assurdo che si parli di certe tecniche diagnostiche come se fossero infallibili, mentre così non è, come dimostrato dal caso del bambino genovese Down nato dopo diagnosi pre-impianto, e della relativa richiesta di risarcimento da parte dei genitori. Ma soprattutto dobbiamo ricordarci che ognuno di noi è ‘imperfetto’ e che ognuno di noi ha magagne nel proprio genoma. Chi deciderà chi ha diritto di nascere e chi no? Lo dice Testart e lo sottoscrivo: a mano a mano che si procederà nella messa a punto dei marcatori genetici, si dimostrerà che tutti gli embrioni sono, per un verso o per l’altro, ‘anomali’”.

    Su il Foglio

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  9. #79
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    Predefinito Il mondo di Veronesi

    Roma. Professor Veronesi, che cos’è un figlio?
    Nel mondo dell’uomo colto il figlio è un diritto che non si può negare: è il primo diritto.
    Nel mondo dell’uomo colto, alla galleria Alberto Sordi di Roma, Paolo Bonolis chiede, Umberto Veronesi risponde, un centinaio (scarso) di persone ascolta.
    Sono “i referendum intelligenti”, l’ha detto Antonio Polito, e allora certo Veronesi saprà spiegarli uno per uno e fare chiarezza:
    “il secondo quesito riguarda la crioconservazione: non si possono più crioconservare gli ovuli in eccedenza alle necessità”.
    Senz’altro il professor Veronesi voleva dire embrioni, ovuli fecondati, ma si tratta lo stesso di un quesito immaginario, inesistente: la norma non permette di creare embrioni “in eccedenza alle necessità”, e quelli che per qualche motivo non vengono impiantati devono venire per legge crioconservati.
    Ma nel mondo degli uomini colti nessuno ci fa caso, e del resto Bonolis si è preparato bene, cita Bruno Dallapiccola e Claudio Magris, domanda al professore se, nel dubbio che si tratti di vita, non sarebbe meglio non uccidere embrioni per fare ricerca, e chiede quando, allora, la vita comincia. Veronesi sorride e non nega che quando due gameti si incontrano forse qualcosa sta succedendo davvero, forse è lì l’inizio della vita, ma diritti no, è troppo presto.
    “L’embrione è un potenziale, come lo spermatozoo, ho molti dubbi che possa essere titolare di un’anima o di un diritto”.
    Perché, secondo il laicissimo professore, non c’è vita con un qualche valore fino a che l’anima non sia scesa dentro quell’organismo senza diritto creato per garantirsi il diritto primario, il figlio.
    “Il processo procreativo è cominciato, ma non c’è né un pensiero né un’anima, solo un embrione che nove volte su dieci non attecchisce: invece, crescendo nell’utero, arriva a un punto in cui si crea l’organismo, per cui possiamo dire che ci sia un pensiero, un abbozzo cerebrale”. Vita decente, tutelabile.
    Veronesi si spiega così:
    “La morte è la morte cerebrale, quando l’encefalogramma è piatto significa che non c’è più vita: se non c’è un pensiero, la persona è morta”.
    Al professore, ex ministro, luminare, scienziato è sfuggita la differenza fra due frasi semplici.
    La prima è: non gli funziona più il cervello.
    L’altra: non gli funziona ancora il cervello.
    Il cervello si svilupperà, funziona così la vita che inizia, persino fra gli uomini molto colti.
    Per Veronesi questa legge “doveva essere abrogata tout court, non so perché non sia successo”. Doveva essere abrogata perché offende le donne, fa di tutto per ostacolarle, per scoraggiarle. Perché una donna ultraquarantenne gravida, spiega (e individua nell’innalzarsi dell’età in cui si decide di avere un figlio la causa principale dell’aumento della sterilità), ha una possibilità su trenta di mettere al mondo un figlio down.
    “Secondo uno studio inglese il novantadue per cento delle donne che hanno superato i quaranta, abortisce i figli down, e non perché siano naziste, ma perché non se la sentono di accudire un figlio difettoso”.
    Difettoso, come quelli che, secondo il ministro Prestigiacomo, vanno in tv a suonare il pianoforte. E allora, spiega Veronesi, se si potesse fare ogni volta una bella diagnosi preimpianto (anche se pericolosa e sperimentale), le ultraquarantenni che ricorrono alla provetta potrebbero evitare di impiantarsi, dopo averlo costruito, un embrione potenzialmente difettoso. Che, scartato, potrebbe invece servire ad altro, alla ricerca, “perché non c’è dubbio che le cellule che vengono dall’uovo fecondato sono le migliori, totipotenti”.
    Anche Bonolis sa che c’è modo di far regredire le staminali adulte allo stadio embrionale, e sono molti gli scienziati a indicare questa via come il futuro della ricerca. Secondo l’oncologo Veronesi è però solo “una via secondaria, molto più complessa”.
    Meglio usare gli embrioni, che non hanno né pensiero né anima. Ma ecco che, per un attimo, quel grumo di materia acquista un po’ di dignità agli occhi del professor Veronesi, sembrerebbe quasi vita:
    “Non le facciamo morire, quelle povere cellule fecondate: prendiamo cellule vive, vivissime, e le doniamo a chi ne ha bisogno, è una missione alta, nobilissima”.
    Per il momento, finché non cade il limite dei tre embrioni, gli basterebbe utilizzare quei trentamila embrioni congelati
    “condannati a morte”.
    Sono condannati a morte ma non sono vivi, devono compiere nobili missioni, ma non hanno un’anima: sono le contraddizioni del mondo degli uomini colti.

    (ab) su il Foglio

    saluti

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    Predefinito L'embrione negro

    Roma. “Bisognerà uscire dal gioco di discutere del niente, cioè dell’embrione”, aveva detto Marco Pannella.
    Secondo Antonio Socci è una situazione simile a quella che venne a crearsi in America nel 1857, quando la Corte suprema degli Stati Uniti stabilì che “i negri non sono persone secondo la legge civile”.
    Un copione nuovamente alle cronache nel 1927, quando quella stessa Corte stabilì che “invece di aspettare di sopprimere la progenie degenerata per la sua criminalità, o di farla morire di fame per la sua imbecillità, la società possa impedire a coloro che sono chiaramente malati di continuare la propria stirpe. Il principio che legittima la vaccinazione compulsoria è lo stesso che giustifica il taglio delle tube di Falloppio. Tre generazioni di imbecilli sono già abbastanza”.
    E’ appena uscito “In difesa della vita” (Piemme), il libro che Socci ha scritto insieme a Carlo Casini. “Tutti i regimi pagani dell’antichità, come ha spiegato René Girard, sono basati sui sacrifici umani”, dice Socci al Foglio.
    “Una vasta area della popolazione era ritenuta non-persona. Le donne nell’impero romano erano letteralmente cose. Il cristianesimo irrompe poi nella storia come una novità radicale”.
    Fu Friedrich Nietzsche a spiegare di quale novità si trattava, in un passo illuminante dei “Frammenti postumi” (Adelphi) del 1888:
    “L’individuo è stato ritenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare. Ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani. La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie – è dura, è piena di autosuperamento, perché ha bisogno del sacrificio dell’uomo. In questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo si vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”.
    Cambiamento impresso nello stemma che la città di Frisinga si è data più di mille anni fa e che Benedetto XVI ha scelto come effige del proprio pontificato.
    Compaiono due teste di mori incoronati: “Secondo me è l’espressione dell’universalità della Chiesa”, ha detto Joseph Ratzinger. Socci ricorda che Paolo III, nel 1537, stabilì che gli indios erano uomini non inferiori ai conquistatori. “La corona di Spagna dovette piegarsi a questa affermazione e già all’epoca la Chiesa fu accusata di essere oscurantista”. Oggi René Girard, a proposito delle posizioni assunte in difesa della vita embrionale parla di un “atteggiamento eroico” del Vaticano.
    Ma il Papa, continua Girard è “isolato persino all’interno del cattolicesimo, tacitamente sconfessato da buona parte del clero, irriso da tutti, capro espiatorio pressoché ufficiale dei media e di tutta l’intellighenzia mondiale, di ogni premio Nobel. Siamo sempre meno capaci di rispettare e persino di riconoscere le vere forme di dissenso”.
    Socci ricorda che anche Mino Martinazzoli, rispondendo sul Corriere a Giovanni Sartori, ha invitato a evitare la “distinzione fra esistenza e vita, l’in sé del nazismo”. Uno degli ingranaggi su cui si insedia questo ragionamento è il venir meno della legge naturale. “Una legge che spiega perché ogni essere umano è inviolabile –continua Socci – Gianni Vattimo, su Specchio, ha scritto che ‘non ha senso difendere il diritto di ogni concepito alla vita senza considerare quali sono le sue possibilità concrete di una vita degna di essere vissuta’. Se cancelli la nozione di legge naturale cancelli la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. L’unico modo per proteggere gli individui è dichiarare la loro indisponibilità”. Cosa che non ha fatto Julian Savulescu, direttore di Etica dell’Oxford Center e del Journal of Medical Ethics, celebre rivista di etica medica. Bravissimo in un gioco stressante di levigazione della tensione morale, ha parlato di “beneficenza procreativa”, del “perché dovremmo selezionare il bambino migliore”, perché “le coppie dovrebbero poter selezionare gli embrioni che avranno la miglior vita” e che “le nostre possibilità di vivere sono più alte in un mondo in cui è necessaria l’uccisione di persone innocenti”. Un giurista del ’500, Vultenius, scriveva che “i servi, gli schiavi sono uomini, ma non persone, perché la parola ‘persona’ si applica in senso giuridico, mentre la parola ‘uomo’ ha un significato naturale”.
    Nihil novi.

    Su il Foglio

    saluti

 

 
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