Roma. Al Manifesto non la bevono. Veramente indispettita per un articolo sull’inserto “è vita” dell’Avvenire di martedì scorso (“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”), la giornalista Stefania Giorgi ironizza su quell’affermazione, che avrebbe l’imperdonabile difetto, ai suoi occhi, di essere accreditata da enti vicini a George W. Bush, oltre che di essere diffusa dalle colonne del quotidiano della Cei.
“Come se”, scrive, “parlando del futuro dei cetacei, i dati forniti fossero solo quelli dei balenieri giapponesi”.
Ci si aspetterebbe, allora, che quei dati astutamente catto-manipolati venissero smentiti, sul Manifesto, da fonti laiche, scientifiche e ben altrimenti autorevoli. Ci si aspetterebbe che a quella puntigliosa elencazione dei protocolli terapeutici basati sull’uso di staminali adulte già approvati e passati alla fase di applicazione clinica, il “manifesto” fosse capace di contrapporre una lista di applicazioni basate su staminali embrionali, in grado di smentire una volta per tutte gli oscurantisti medioevali che si ostinano a negare cure indispensabili ai malati di Parkinson, Alzheimer, eccetera eccetera.
Macché. Dietro l’invettiva, niente, perché niente può esserci. Com’è universalmente noto, infatti, alla data di oggi non un solo protocollo terapeutico al mondo si basa su staminali embrionali, mentre sono decine quelli che usano le adulte.
Protocollo terapeutico, come qualsiasi studente di medicina potrebbe spiegare a quei diffidentoni del “manifesto”, significa procedura approvata dalla comunità scientifica e dalle strutture preposte (come la Food and drug administration negli Stati Uniti o l’Istituto superiore di sanità in Italia) perché di riconosciuta efficacia al fine della cura di una determinata patologia.
Ebbene, le staminali embrionali non possono vantare nulla di tutto questo.
Non solo. A tutt’oggi non hanno superato nemmeno le prove preliminari necessarie a consentirne l’impiego in sperimentazioni cliniche, perché nel modello animale continuano a rivelarsi del tutto ingovernabili e pericolose. Sono ancora inutilizzabili, insomma, sia pure nell’ambito di limitatissime sperimentazioni sull’uomo e come ammettono gli stessi scienziati che le stanno studiando.
Uno degli ultimi esperimenti risale a qualche settimana fa, ed è avvenuto in Germania (la Cei stavolta non c’entra: la fonte è il Notiziario Aduc sulle cellule staminali, nettamente schierato per la clonazione terapeutica).
Un ricercatore dell’Istituto Max Planck, Ahmed Monsouri, in collaborazione con il Centro per i primati di Gottinga, ha riniettato staminali embrionali umane nel cervello di scimmie, tutte defunte perché hanno sviluppato tumori.
Ma il “manifesto” lamenta che mentre “il 12 giugno si avvicina, gli scienziati italiani digiunano contro il silenzio tv, quelli coreani, americani (fuorisede) e inglesi clonano…”.
Ecco, a proposito: non è davvero stupefacente tanta trepida ammirazione, nel quotidiano che continua a chiamarsi
“comunista”, per quei coreani che, per i loro esperimenti, hanno ottenuto 185 ovuli freschi da diciotto “donatrici volontarie”, vere filantrope desiderose di far progredire la scienza e di far vincere, eventualmente, il Nobel al dottor Woo Suk Hwang, veterinario e biologo dell’Università di Seul?
E di farglielo vincere a suon di (loro) stimolazioni ormonali supernocive?
Possibile che sia così scontata, per la giornalista del “manifesto”, l’accettazione di pratiche che non sono per nulla indirizzate alla salute della donna, ma alla demolizione della salute di quelle diciotto, concrete signore coreane, per quanto “volontarie” esse siano?
E possibile che il “manifesto” di ieri debba arrampicarsi sugli specchi per tentare di separare le dichiarazioni di un James Watson “buono”, che vuole far star meglio le persone, da quelle del “cattivo” Watson che giudica inevitabile il ritorno dell’eugenetica?
Davvero i severi giornalisti del “manifesto” non capiscono che accettare l’infiocchettato uovo di Pasqua della tecnoscienza, significa accettarne anche le (brutte) sorprese?
Il Foglio
saluti




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