HERBERT MARCUSE

Un inedito di Herbert Marcuse sull'arte e sulla possibilità di liberare le potenze creative di tutta la società

Tesi: contraddizione irriducibile tra arte e politica, in vista della trascendenza da parte dell'arte di qualsiasi scopo politico (incluso quello della rivoluzione!).
In astratto: la contraddizione tra ciò che è in potenza e ciò che è in atto; in concreto, rispetto all'arte: la contraddizione tra la sensibilità e l'opinione comune, l'immaginazione e la ragione, la poesia e la prosa - contraddizione della quale i due termini contraddittori sono entrambi reali: il carattere cognitivo dell'arte - realtà e verità della finzione (poesia, musica, ecc.) contrapposte a realtà e verità dell'universo stabilito dell'esistenza. L'arte è l'immaginario del possibile, che appare all'interno dell'universo di esistenza presente. Questi termini sono storici: la contraddizione regna secondo diversi gradi, modi, e forme ("stili"), diversi in ogni società e in ogni fase dello sviluppo. La soluzione di tale contraddizione significherebbe la fine dell'arte (ciò non si tradurrebbe pertanto nella venuta necessaria del regno della libertà!). Discuterò questa tesi prendendo ad esempio la situazione dei surrealisti, piuttosto che quella del living theatre, del people's art, perché a differenza dell'impossibile realismo del living theatre, che è equivalente alla liquidazione (negazione astratta) dell'arte, il surrealismo tentò di riconquistare e di assumere le proprietà trascendenti, sur-realiste dell'arte, di riconquistare e di assumere la forza alienante dell'arte come forza nella e per la lotta politica. La tesi surrealista: - nel nostro universo, operano delle forze che ci rifiutiamo di comprendere; - noi siamo soggetti non soltanto alla causalità razionale, quale è investigata nelle scienze naturali e nel senso comune, ma anche all'"irrazionale", alle forze "surreali" o "subreali" (secondo l'accezione di razionalità in uso). Si tratta di qualcosa di più di un semplice ampliamento della nostra percezione, della nostra immaginazione, della nostra ragione. (...) Il surrealismo invoca così un universo infinitamente più ricco, più intenso, nel quale gli uomini, le cose, la natura siano strappate alle loro naturali false apparenze. Si tratta di un universo sconosciuto. Che cosa c'è di più inquietante dello scoprire che noi viviamo secondo le leggi di una causalità altra, sconosciuta, repressa: meta-fisica, spirituale, ma affatto appartenente a questo mondo, non proveniente da alcun inferno o paradiso. Un ordine differente che interferisce, senza togliergli valore o abolirlo, con l'ordine stabilito. (...) Oggi i surrealisti condividono queste caratteristiche con altri stili e movimenti artistici. Ciò che è (o piuttosto "era") proprio del surrealismo è l'espressione del suo intento politico attraverso una forma sistematicamente estraniante, anti-estetica (...). In questo intento il surrealismo è fallito. Ha dovuto confrontarsi con l'insolubile contraddizione tra arte e popolo, tra arte e rivoluzione. Tenterò di formulare questa contraddizione conformemente alla situazione contemporanea, - evitando i facili luoghi comuni dell'elitarismo, dello snobismo, della torre d'avorio, ecc.; - focalizzando le condizioni (ipotetiche), che permetterebbero di ridurre (non di eliminare) e di trasformare la contraddizione. Appare evidente come ciò riguardi un processo sociale: un processo di radicale trasformazione sociale. (...) la politicizzazione dell'arte era orientata alla classe operaia, alle "masse", in quanto classe nella quale prevarrebbero bisogni qualitativamente differenti; un "sistema di bisogni" qualitativamente differente - un sistema radicalmente incompatibile con quello riprodotto nella società capitalista. Oggi è diventato un truismo il fatto che gran parte della classe operaia, nelle società industriali avanzate, non costituisca di per sé una classe rivoluzionaria. Non si tratta tanto della soggettività di questa classe o dello sviluppo di una coscienza con la quale poter trasformare il potenziale rivoluzionario all'interno dell'attuale classe rivoluzionaria. La questione è se il monopolio capitalista del modo di produzione non abbia sufficientemente cambiato la condizione sociale del contrattacco della classe operaia (composizione, modo di produzione, standard di vita) - agendo piuttosto efficacemente sullo sviluppo di un sistema qualitativamente differente di bisogni e di una coscienza rivoluzionaria. La situazione, caratteristica del monopolio capitalista, cambia il concetto tradizionale di estetica marxista secondo il quale l'arte, per adempiere alla sua funzione rivoluzionaria, doveva orientarsi alle "masse", al "popolo", al "proletariato". Oggi, ci sarebbe bisogno di una tendenza tale da essere la negazione, ossia la vera antitesi della Weltanschauung del popolo, che riproduce la società esistente. La funzione antitetica dell'arte includerebbe la sovversione dell'esperienza predominante, dei bisogni consci e inconsci del popolo - la sua funzione sarebbe quella di una radicale alienazione, espressa nel linguaggio, nelle immagini, nella forma e nei contenuti. In breve, nella fase attuale del capitalismo le masse non costituiscono la base sociale di un'arte rivoluzionaria (come fu invece la borghesia in ascesa). Questa dissociazione, questa autonomia precaria è un elemento della sua radicale potenzialità. In questa situazione, la diretta politicizzazione dell'arte, ossia la sua proletarizzazione o popolarizzazione può essere conseguita soltanto sacrificando le istanze radicalmente non-conformiste dell'arte e l'impegno per la verità propria, autonoma (sebbene storica) dell'arte, che rivendica forme autonome di rappresentazione e di comunicazione. Il surrealismo ha scelto questo impegno (...). Il surrealismo paga il tributo a questo essenziale estraniamento dell'arte. Il 1968 non ne è una prova contraria. "Tutto il potere all'immaginazione" era un vero e proprio slogan surrealista nel mezzo di un'insurrezione: una diretta politicizzazione del dominio dell'arte. Ma tale slogan venne ridotto al silenzio nel confronto con la realtà politica: le organizzazioni del movimento operaio, le forze armate del governo, l'ostilità della maggior parte del popolo. In questo confronto anche l'appello surrealista alla spontaneità, all'inconscio, alla follia si riduce, si dilegua nel nulla. Tale appello si nutre dell'interna razionalità dell'arte, secondo cui l'arte può comunicare la sua radicale verità esclusivamente in un duplice processo di trasformazione e di sublimazione (...). Questo duplice processo costituisce la razionalità dell'arte, come dimensione intrinsecamente connessa e opposta rispetto alla razionalità vigente nella società esistente. Certamente l'arte fa esplodere la razionalità della società esistente, e non può farlo se non usando un linguaggio che le è proprio. Ma il linguaggio altro è contenuto nel discorso e nella percezione ordinari. L'artista manifesta radicalmente il suo non-conformismo, il contenuto critico dell'esperienza quotidiana: invoca la necessità della liberazione. Gli estremi obiettivi della liberazione, non raggiunti, sebbene presenti, nelle rivoluzioni storiche: una vita come desiderio appagato, una vita come fine in se stessa e per se stessa, sono viventi nell'arte: nelle parole, nelle immagini e nei suoni, che non sono di questo mondo (laddove questo mondo è la realtà data). Ed è soltanto attraverso questa alterità che l'arte comunica i suoi fini. Tuttavia (e in ciò consiste l'unica dialettica dell'arte) l'artista non può creare il proprio universo se non attraverso e "al di fuori" dell'esistente universo di parole, immagini e suoni. Ciò non presuppone soltanto l'ovvia dipendenza dell'arte dalla tradizione (il "materiale" linguistico, tecnico, intellettuale), riguarda piuttosto un aspetto essenziale della storicità dell'arte. (...) L'arte nasce all'interno dell'esperienza quotidiana sovvertendone la familiarità: estraniandola dall'interno. Le possibili modalità di una tale sovversione sono determinate da una data situazione storica (nello sviluppo dell'arte, quanto in quello della società).Walter Benjamin poteva ancora credere che il carattere "parassitario" ed elitario dell'"arte borghese" potesse essere sovvertito mediante lo shock. Il fascismo ha posto fine a questa illusione. Una società che accetta facilmente il genocidio e il geocidio è immunizzata rispetto allo shock artistico. (...) Naturalmente nessuna opera d'arte ha mai fatto sì che le masse "scendessero in piazza" - non succederà mai. La questione non è come portare l'arte al popolo e il popolo all'arte. La potenzialità radicale propria dell'arte non può essere resa popolare, nella misura in cui essa è antitetica ai bisogni repressivi e aggressivi che la società impone e introietta nel popolo. In una società divisa in classi, c'è un conflitto evidente (che non può essere risolto dall'arte) tra i bisogni del popolo e le qualità estetiche dell'arte: laddove il popolo è costretto a lottare per la sua esistenza quotidiana, a lottare contro la sua disumanizzazione, contro la propria brutalità e quella dei suoi governanti, la salvaguardia delle forme artistiche, dell'arte si presenta come un movimento anti-popolare. (...) La distanza che separa arte e popolo potrebbe essere ridotta qualora il popolo cessasse di essere "popolo" (i governati) e diventasse un insieme di individui associati liberamente. La vera rivoluzione socialista del ventesimo e del ventunesimo secolo sarebbe, quindi, la trasformazione catastrofica non soltanto delle istituzioni materiali e culturali, ma anche della sensibilità, dell'immaginazione, della ragione degli uomini e delle donne impegnati in questa trasformazione, nella quale le proprietà estetiche giocherebbero un ruolo decisivo, non in quanto decorazione, rituale, fatto di superficie, ma come espressione dei bisogni vitali degli individui. (...) La radicale trasformazione delle facoltà mentali, recettive e creative, non può divenire causa di un cambiamento sociale radicale, se non in un momento specifico dello sviluppo del capitalismo e del comunismo: il momento in cui l'organizzazione sociale esistente, la divisione del lavoro, l'esistenza degli uomini e delle donne, come esecutori di lavoro a tempo pieno, saranno divenute palesemente non più necessarie. (...) È soltanto in questo processo che l'infrastruttura della società, ossia il modo di produzione, potrebbe aprirsi alla dimensione estetica e mostrare così la sua parentela con l'arte. È soltanto attraverso questo processo che i bisogni estetici potrebbero radicarsi nell'infrastruttura. A tali condizioni, il lavoro produrrebbe non soltanto il necessario, ma anche il "lussuoso". Lavoro creativo non soltanto come hobby o come semplice riposo dopo il lavoro alienato, ma come sviluppo delle facoltà liberate nella ricostruzione e nella riproduzione complessiva della società. Questo tipo di lavoro artistico non sostituirebbe la produzione tecnica e automatizzata, ma, al contrario, la presupporrebbe e la conserverebbe. Esso è possibile sulla base della tecnica e della scienza e si esplica nella formazione estetica degli oggetti: "ogni cosa secondo le leggi della bellezza", come ha detto Marx; ossia creazione delle condizioni per lo sviluppo di individui liberi, dei loro desideri, della loro immaginazione, della loro intelligenza, della loro pace, del loro trionfo sulla violenza e sulla paura.