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Discussione: Congresso Eucaristico

  1. #1
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    Arrow Congresso Eucaristico

    CONGRESSO EUCARISTICO: DOMANI L’APERTURA COL CARD. RUINI, ATTESI A BARI DECINE DI MIGLIAIA DI CONGRESSISTI


    Quasi 60 mila iscritti complessivi, con presenze stimate attorno ai 15 mila congressisti ogni giorno: sono questi i numeri con i quali la città di Bari si confronterà da domani, giornata inaugurale del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, che avrà per tema “Senza la domenica non possiamo vivere”. La struttura organizzativa è sotto pressione, non soltanto quella religiosa, che cura gli aspetti contenutistici, relazioni, incontri, che si svolgeranno fino a domenica 29 maggio, con l’atteso arrivo di Papa Benedetto XVI. Anche la società civile è pienamente coinvolta nell’evento: dal Comune alla Protezione civile, dalla Regione agli ospedali e centri di assistenza, Bari sta assistendo – come ha detto ieri il sindaco Emiliano – a uno degli eventi più importanti per la città negli ultimi decenni. Il congresso avrà una solenne apertura alle ore 17 in piazza della Libertà, con l’accoglienza – da parte dell’arcivescovo mons. Francesco Cacucci e delle autorità civili - dell’Inviato Speciale di Sua Santità, card. Camillo Ruini. Con lui giungeranno in città decine tra cardinali, vescovi, dignitari ecclesiastici ed esponenti del laicato cattolico organizzato. Oltre alla solenne apertura del congresso, la giornata di domani sarà segnata anche dall’inaugurazione, la sera alle ore 21,30, del “Villaggio Giovani”. Si tratta di una struttura di accoglienza realizzata in collaborazione con il servizio nazionale di pastorale giovanile della Cei. Il “villaggio”, ospitato presso la “Fiera del Levante”, si presenta come spazio di incontro, riflessione e preghiera, con stand su esperienze e associazioni di animazione giovanile, oltre a luoghi di preghiera e di incontro. “Uno degli aspetti più notevoli – dice mons. Franco Mazza, responsabile dell’ufficio stampa del congresso – è rappresentato dalle famiglie baresi e dei dintorni che hanno aperto le proprie case, accogliendo congressisti come ospiti”. Attualmente sono un migliaio con abbinamento registrato, ma potrebbero salire nei prossimi giorni, man mano che il congresso proseguirà, toccando il culmine negli ultimi giorni, anche in vista dell’arrivo del Papa. Anche il volontariato è una presenza molto significativa: sono circa un migliaio quelli già presenti, che andranno ad affiancare la Protezione civile, con le proprie strutture affidate a Guido Bertolaso.


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  2. #2
    Dal 2004 con amore
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    CONGRESSO EUCARISTICO
    Per la comunità ecclesiale la giornata odierna chiude tre anni di preparazione Nel riposo settimanale da vivere come dono la possibilità dell’incontro tra mondo cattolico laici e non credenti

    Bari va al cuore della domenica

    Questo pomeriggio alle 17 l'apertura con il presidente della Cei Camillo Ruini Nell'arco della settimana sono attesi sessantamila fedeli da ogni parte d'Italia L'arcivescovo Cacucci: «Siamo pronti»


    Dal Nostro Inviato A Bari Mimmo Muolo

    La fotografia del Papa a braccia levate già saluta i baresi dai muri della città. Cartelloni giganti e manifesti. Bandiere e striscioni che il vento di maestrale gonfia come vele hanno cambiato il volto del centro storico, del lungomare, della Fiera del Levante. Tutti i luoghi del Congresso Eucaristico Nazionale, insomma. Congresso che nell'appuntamento con Benedetto XVI vivrà domenica 29 il suo momento culminante, ma la cui nave è già pronta a salpare: il varo, infatti, è in programma questo pomeriggio con la cerimonia di accoglienza, presieduta dal cardinale Camillo Ruini. «Siamo pronti», dice monsignor Francesco Cacucci, che pur nell'imminenza dell'evento non perde la serenità e il sorriso mite che lo caratterizzano. Una serenità che si respira anche nello studiolo dalle poltrone rosse, dove a mezzogiorno riceve gli inviati di Avvenire e Sat 2000. Fuori dall'Episcopio - dalla vicina Piazza della Libertà, dove si prova il concerto di apertura diretto da Luis Bacalov, fino ai viali del quartiere fieristico dove stasera saranno inaugurati il Villaggio giovani e tutti gli altri stand - fervono i preparativi. Ma nell'antico palazzo a fianco della Cattedrale, l'arcivescovo di Bari-Bitonto sembra aver voluto preservare un'oasi di silenzio, per prepararsi a ciò che veramente conta del Congresso. «Guardare a Gesù risorto e accogliere chi viene nel nome del Signore - sottolinea - Far sì che avvenga in questi giorni una sorta di incontro tra l'ascolto della Parola di Dio, la capacità della Chiesa di celebrare degnamente il giorno della festa e la volontà degli uomini, credenti e non, di vivere il riposo come un dono». Sono in poche parole i due aspetti della grande kermesse che sta per prendere il largo. Vita di fede e dialogo con il mondo. Comunità che per tre anni si sono scrupolosamente preparate all'avvenimento e tentativi di approccio con la Bari laica e disincantata che, però, non può non fare i conti - se non con il Congresso - almeno con il tema proposto dalla frase dei martiri di Abitene: «Senza la domenica non possiamo vivere». Dice don Lino Modesto, giovane viceparroco a San Marcello, una parrocchia dal volto bifronte, case popolari da un lato, bei palazzi residenziali dall'altro: «Riposo, festa, domenica sono un patrimonio di tutti. laici e cattolici. È questo ciò che abbiamo cercato di dire durante l'iter di avvicinamento al Congresso. E penso che il messaggio sia stato recepito anche da molti che in parrocchia non ci vengono spesso». In effetti, a percorrere rotte meno battute di quelle che collegano i luoghi dove da oggi si riverseranno i 60mila fedeli attesi lungo tutto l'arco della settimana congressuale, si scopre una vigilia diversa. Forse più intima, ma non meno profonda e vissuta. Parrocchia della Resurrezione, quartiere Japigia, uno dei più difficili della periferia barese. Qui sono le famiglie, raccolte intorno al parroco don Franco Lanzolla, ad aver guidato il conto alla rovescia con una campagna di boicottaggio del lavoro festivo, ispirata allo slogan: «No allo shopping domenicale, facciamo Eucaristia, facciamo famiglia». A San Pasquale, invece, poco oltre quella specie di rasoiata al volto urbanistico costituita dalla linea ferroviaria che taglia in due la città, la preparazione è stata scandita dalla realizzazione di un enorme mosaico absidale firmato da padre Ivan Rupnik. «È stata la nostra catechesi eucaristica», spiega il parroco, don Dorino Angelillo, mostrando la lunga scia di colore che unisce il Cenacolo al Cristo crocifisso e poi risorto, il quale tira fuori dalle loro tombe Adamo ed Eva, simbolicamente raffiguranti l'intera umanità. «Sarà il nostro progetto culturale per il dopo Congresso», aggiunge. Intanto si può cominciare.


    Avvenire - 21 maggio 2005

  3. #3
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    attenti ai portafogli...

  4. #4
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    Bari, domenica 22 maggio 2005
    Concelebrazione Eucaristica
    OMELIA DEL CARD. CAMILLO RUINI


    Cari fratelli e sorelle, il Congresso Eucaristico è un evento ricco di molteplici appuntamenti, e questo che avete organizzato qui a Bari si caratterizza per una speciale varietà e ricchezza, ma il suo cuore è uno solo. L’Eucaristia stessa, in particolare la Grande Eucaristia festiva. In concreto quella che celebriamo ora, quella del giovedì nel giorno del Corpo e del Sangue del Signore, soprattutto quella che il Santo Padre Benedetto XVI presiederà domenica prossima a conclusione del Congresso.
    Oggi celebriamo la festa della SS. Trinità, siamo cioè condotti per mano ad entrare nel cuore del mistero di Dio, dove è racchiusa la nostra origine, il significato della nostra vita e dell’interno universo, il destino che attende ciascuno di noi.
    E questo Mistero ha un nome preciso, è mistero di amore come ci spiega l’Apostolo Giovanni nella sua prima lettera.
    Dio infatti è amore, ma Egli è anche intelligenza ed è vita: la pienezza eterna e infinita di una vita che è intelligenza e amore. Perciò possiamo rivolgerci a Lui nella preghiera, parlargli e affidarci a Lui. E per lo stesso motivo Dio per primo ci ha parlato, nella Sacra Scrittura ed in tutta la storia della salvezza, Dio ci interpella, ci chiama, si prende cura di noi, parla al nostro cuore, fin dall’eternità ha un progetto di amore per ciascuno di noi.
    Questo, cari fratelli e sorelle, intendiamo dire quando affermiamo che Dio è persona: cioè appunto che Egli è vita, conoscenza e amore, che Egli ci conosce e ci ama e, pur con tutta la sua grandezza e santità che supera infinitamente la nostra piccolezza e la nostra colpa e miseria, entra in un vero rapporto personale con noi.
    Ma in Gesù Cristo abbiamo scoperto qualcosa di più, o meglio, Dio ci ha rivelato qualcosa di più, ci ha fatto entrare più intimamente nel segreto della Sua vita. Non solo Dio è persona, ma nel suo mistero di intelligenza ed amore Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Gesù Cristo infatti è il Figlio eterno di Dio, il Verbo, cioè il Pensiero, la Parola eterna generata dall’intelligenza di Dio, quel Pensiero e quella Parola eterna mediante i quali Dio ha creato tutto ciò che esiste, come è scritto all’inizio del Vangelo di Giovanni, e questo Verbo eterno, che è uno con Dio Padre pur essendo distinto dal Padre, si è fatto carne, è diventato uomo come noi, si è fatto nostro fratello per la nostra salvezza. Ce lo spiega Gesù stesso nel Vangelo che abbiamo letto in questa Messa: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perchè chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.
    Proprio il frutto dell’amore che unisce il Padre ed Il Figlio, e che dal Padre e dal Figlio si diffonde nel mondo e dona l’esistenza all’universo ed all’uomo, è lo Spirito Santo, la terza delle Persone divine, unitamente a Dio Padre e a Dio figlio. Questo Spirito fin dal giorno della Pentecoste è l’anima della Chiesa, è donato a noi in modo speciale nel battesimo e in tutti i sacramenti della vita cristiana, ci assimila a Gesù e rende anche noi, in Cristo, figli di Dio.
    Cari fratelli e sorelle, questo è il mistero della SS. Trinità, dell’unico Dio in tre Persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: un mistero che supera ogni intelligenza umana, come è giusto e logico perchè si tratta appunto del mistero di quel Dio che è infinitamente più grande di noi, ma che non è un mistero di tenebre, bensì un mistero di luce, di vita e di amore, il mistero da cui noi proveniamo e verso il quale siamo in cammino. Il mistero non lontano, ma vicino, perchè abita in noi e ci tiene in vita, il mistero nel quale troviamo il senso ed il modello della nostra vita: il mistero, cioè che ci insegna a comprendere e ad amare, che ci invita ad essere amici di Dio e fratelli tra di noi, fratelli di tutti gli uomini e le donne del mondo. Perciò, come ha detto Benedetto XVI, nella Chiesa non ci sono stranieri.
    E bene, cari fratelli e sorelle, proprio nella SS. Eucarestia, nella Messa che ora celebriamo ed in tutte le Messe che vengono celebrate ovunque nel mondo, il mistero del Dio uno e trino si rende presente per noi e si dona a noi. Nell’eucarestia infatti il Signore Gesù Cristo, nostro fratello e Figlio eterno di Dio Padre, rende presente, in virtù della potenza dello Spirito Santo, il Suo sacrificio, la Sua morte di croce con la quale ci ha riconciliati con Dio Padre, ci ha riaperto la porta per entrare nell’amicizia di Dio. Nell’Eucaristia Gesù Cristo ci nutre con il suo Corpo ed il suo Sangue e così ci rende partecipi nella pienezza eterna della vita divina, ci fa sedere a mensa con Lui in quella cena nella quale ci rallegreremo per sempre della conoscenza e dell’amore di Dio, della comunione di vita con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, con la Vergine Maria, con i Santi e con tutti coloro che abbiamo amato sulla terra e che Gesù ha salvato attraverso la sua croce.
    Perciò, cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è veramente il cuore della Chiesa, il nutrimento e l’anima della vita di ogni cristiano, il luogo ed il gesto nel quale riceviamo Lui stesso in Chiesa, e nel quale pertanto a nostra volta siamo chiamati a fare nella nostra vita un dono, per il Signore e per i fratelli, e così ad essere felici, a costruire un mondo nel quale si possa essere felici insieme.
    Cari fratelli e sorelle, in questa Messa, uniti al Signore Gesù Cristo, diciamo dunque grazie a Dio Padre, un grazie non soltanto nostro, non soltanto umano: quel grazie che lo Spirito Santo dice attraverso le nostre labbra, essendo presente nei nostri cuori.
    Così questo Congresso Eucaristico sarà per tutti noi, per Bari e per l’Italia sorgente di vita.

  5. #5
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Le parole del Santo Padre all'Angelus Domini nella solennità di Pentecoste, domenica 22 maggio 2005

    Benedetto XVI spiritualmente è già a Bari dove ieri è cominciato il Congresso Eucaristico nazionale. Il papa presiederà la cerimonia conclusiva di domenica prossima, ma fa già arrivare ai partecipanti la sua vicinanza. ''Nel cuore di questo Anno dedicato all'Eucaristia, - dice - il popolo cristiano converge intorno a Cristo presente nel Santissimo Sacramento''. Da qui, l'invito a ''riscoprire la bellezza della Domenica'', giorno in cui ''i discepoli di Cristo rinnovano nell'Eucaristia la comunione con Colui che dà senso alle gioie e alle fatiche di ogni giorno''. Il papa affida poi alla Madonna la Chiesa italiana, affinchè viva un ''rinnovato ardore di fede, di speranza e di carità''.

    Riportiamo di seguito il testo integrale delle parole del Santo Padre prima della recita dell'Angelus Domini:

    Cari fratelli e sorelle!

    Oggi la liturgia celebra la solennità della Santissima Trinità, quasi a sottolineare che nella luce del mistero pasquale si rivela appieno il centro del cosmo e della storia: Dio stesso, Amore eterno e infinito. La parola che riassume tutta la rivelazione è questa: "Dio è amore" (1 Gv 4,8.16); e l’amore è sempre un mistero, una realtà che supera la ragione senza contraddirla, anzi, esaltandone le potenzialità. Gesù ci ha rivelato il mistero di Dio: Lui, il Figlio, ci ha fatto conoscere il Padre che è nei Cieli, e ci ha donato lo Spirito Santo, l’Amore del Padre e del Figlio. La teologia cristiana sintetizza la verità su Dio con questa espressione: un'unica sostanza in tre persone. Dio non è solitudine, ma perfetta comunione. Per questo la persona umana, immagine di Dio, si realizza nell’amore, che è dono sincero di sé.

    Contempliamo il mistero dell’amore di Dio partecipato in modo sublime nella Santissima Eucaristia, Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, ripresentazione del suo Sacrificio redentore. Per questo sono lieto di rivolgere oggi, festa della Santissima Trinità, il mio saluto ai partecipanti al Congresso Eucaristico della Chiesa italiana, che si è aperto ieri a Bari. Nel cuore di questo Anno dedicato all’Eucaristia, il popolo cristiano converge intorno a Cristo presente nel Santissimo Sacramento, fonte e culmine della sua vita e della sua missione. In particolare, ogni parrocchia è chiamata a riscoprire la bellezza della Domenica, Giorno del Signore, in cui i discepoli di Cristo rinnovano nell’Eucaristia la comunione con Colui che dà senso alle gioie e alle fatiche di ogni giorno. "Senza la Domenica non possiamo vivere": così professavano i primi cristiani, anche a costo della vita, e così siamo chiamati a ripetere noi oggi.

    In attesa di recarmi di persona domenica prossima a Bari per la Celebrazione eucaristica, sono sin da ora spiritualmente unito a questo importante evento ecclesiale. Invochiamo insieme l’intercessione della Vergine Maria, perché giornate di così intensa preghiera e adorazione di Cristo Eucaristia accendano nella Chiesa italiana un rinnovato ardore di fede, di speranza e di carità. A Maria vorrei anche affidare tutti i bambini, gli adolescenti e i giovani che in questo periodo fanno la loro prima Comunione o ricevono il sacramento della Cresima. Con questa intenzione recitiamo ora l’Angelus, rivivendo con Maria il mistero dell’Annunciazione.


    (dopo i saluti in diverse lingue)

    Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Romano di Lombardia, Cassano d’Adda, Piedimonte Matese, Bonifati e Sava; l’UNITALSI di Gualdo Tadino; i ragazzi e i giovani dell’Arcidiocesi di Genova, di Colonnella, di Sant’Ilario d’Enza e di Bellizzi; i bambini di San Vito dei Normanni e il Rotary Club di Salerno. Saluto, inoltre, le missionarie e i volontari dell’Immacolata-Padre Kolbe, come pure le religiose Sorelle della Carità, alle quali auguro ogni bene per il Capitolo Generale.

    Auguro a tutti una buona domenica.

    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  6. #6
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Ringraziamo ancora Giovani Paolo II per l'intuizione che ebbe, ascoltando la voce dello Spirito Santo, nell'indire questo Anno Eucaristico........in questa settimana preghiamo....e preghiamo davvero in modo speciale, forte...sentendoci COMUNIONE DEI SANTI............

    Fraternamente Caterina LD












    (Ostensorio del miracolo di Lanciano)




    Grazie Gesù........che sempre ti doni a noi.........
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Unhappy

    Chiedo ai moderatori di poter mettere in rilievo questo forum per tutta la settimana...........(sono certa che ci avevate già pensato)

    Fraternamente Caterina LD
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  8. #8
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    il Vangelo.....di oggi, Lunedì......

    secondo Marco 10,17-27
    In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”.
    Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
    Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!”. I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: “Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.
    Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: “E chi mai si può salvare?”. Ma Gesù, guardandoli, disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”.

    Parola del Signore
    .........................

    La meditazione del nostro Parroco è stata questa (cito a braccio)

    " Qui oggi iniziamo la settimana con una Parola facile all'apparenza, ma molto più complessa di quel che appare.....Gesù ha davanti a sè UNA PERSONA CHE NON HA PECCATO.......UNA PERSONA ONESTA NEI CONFRONTI DEI COMANDAMENTI.......una persona che LI OSSERVA FEDELMENTE.....Gesù non ha nulla da dirgli all'apparenza, questa persona VIVE NELL'IDEA CHE OBBEDIRE A DIO E' NECESSARIO.......ma.......ma avverte qualcosa, NON SI SENTE COMPLETO.......possiamo dire come ha detto Papa BenedeXVI: PROVA UNA SANTA INQUIETUDINE......osserva i comandamenti eppure SENTE IN CUORE DI DOVER CHIEDERE A GESU' COSA OCCORRE FARE PER SALVARSI..........Ma come? Osservare i Comandamenti non basta? Prima Gesù dice in un altro passo del Vangelo: CHI OSSERVA I COMANDAMENTI SARA' SALVO........questa persona però sente di NON ESSERE COMPLETO.......
    Non sottovalutiamo l'aspetto che Gesù a differenza di altri interventi quando parla di ipocrisia, di fariseismo, e via....qui Gesù non ha nulla da rimproverare..........e allora leggiamo la bellissima frase: FISSATOLO LO AMO' !..........
    ( È lo sguardo di chi sa bene cosa c'è nel cuore dell'uomo. E non è lì per trovare capi d'accusa. Uno sguardo che è tutto in ciò che è det-to dopo: "lo amò". Ogni volta che Dio posa lo sguardo sulla sua creatura lo fa per riconfermare la sua volontà di amore. Ma proprio perché ama, non può ignorare quella sete di un "di più" che ci tormenta e ci spinge alla ricerca, inappagati dall'acqua attinta ai mille pozzi invitanti che si offrono a noi. )
    Gesù dice: SE VUOI ESSERE PERFETTO, LASCIA TUTTO, VENDI TUTTO QUELLO CHE HAI DALLO AI POVERI POI VIENI E SEGUITMI.............
    In questa frase si aprono due soluzioni:
    1) il sacerdozio............lasciare tutto, ma proprio tutto e mettersi alla sequela del Cristo diventando sacerdote, o suora nel caso delle donne.........
    2) una LAICITA' CRISTIANA che purtroppo abbiamo perduto di vista...........
    un laico cristiano può LASCIARE QUEL SUO IRREFRENABILE SENTIRSI LEGATO AL MONDO E AGLI AFFETTI TERRENI.........può farlo, nessuno può impedirlo se non sè stesso come la persona del racconto infatti conclude: CI RIMASE MALE, AVEVA TROPPI BENI..........E SE NE ANDO' VIA.........questa radicalità che Cristo CHIEDE A TUTTI I CRISTIANI è necessaria al Cristo stesso perchè si possano CONCRETIZZARE LE PROMESSE BATTESIMALI.........in queste promesse ricordiamo abbiamo detto:
    RINUNCI A SATANA E A TUTTE LE SUE OPERE, E A TUTTE LE SUE ADULAZIONI, E A TUTTI I SUOI INGANNI?
    SI!! RINUNCIO.............. è stata la nostra risposta........eppure se facciamo l'esame di coscienza ci accorgiamo che questa è una delle promesse non solo più difficili da mantenere, ma una di quelle promesse più facili da rifiutare........più facile da ingannare.........perchè?
    Perchè qui siamo toccati nel profondo, e siamo tentati A NON RINUNCIARE ALLA NOSTRA LIBERTA' INTELLETTUALE.....ALLA LIBERTA' DELL'INDIVIDUALISMO CHE INVECE COMPROMETTE LA COMUNIONE DELLA CHIESA.........La nostra libertà individuale è la vera ricchezza che compone il nostro essere al mondo, ma al tempo stesso E' IL BENE PIU' VULNERABILE.....Gesù allora ci ricorda, AMANDOCI: se vuoi essere perfetto, abbandona IL TUO INDIVIDUALISMO.........abbandona te stesso......lasciati GUIDARE........LASCIATI AMMAESTRARE...........lo hai promesso nel Battesimo, ricordalo.........LASCIA QUEL TUTTO quanto ti è di intralcio per capire che cosa è questa comunione che ti chiedo.........e una volta NUDO.....SPOGLIATO DEI TUOI BENI INDIVIDUALISTICI, SEGUIMI.....TI RIVESTIRO' DI UNA COMUNITA' DEI SANTI PER MEZZO DELLA QUALE IO, IL TUO DIO, OPERERO' IN TE....E ATTRAVERSO DI TE GLI ALTRI.........
    San Francesco si spogliò nudo..........nella piazza........quando capì questa radicalità.......accettò però il mantello del suo vescovo che lo ricoprì davanti a tutti.........in quel mantello Francesco d'Assisi si fa rivestire di Cristo per mezzo della Chiesa.........
    In questa Settimana nella quale siamo uniti con il Congresso Eucaristico che si sta svolgendo a Bari e si concluderà Domenica per la solennità del Corpus Domini, RISCOPRIAMO LE NOSTRE PROMESSE BATTESIMALI........RILEGGIAMO QUESTE PROMESSE E CONFESSANDOCI CHIEDIAMOCI FINO A QUAL PUNTO SIAMO COERENTI CON ESSE........FINO A QUAL PUNTO SIAMO DISPOSTI A RINUNCIARE AL PROPRIO INDIVIDUALISMO PER POTER OPERARE INSIEME, CON UNA INDIVIDULAITA' PIU' LARGA ED OMOGENEA......DENTRO LA CHIESA......DALL'INTERNO DELLA CHIESA PER IRRADIARE IL MONDO INTERO DEI BENEFICI DELL'EUCARESTIA CON LA QUALE CI NUTRIAMO.......E DALLA QUALE E' CRISTO CHE SI FA NUTRIMENTO PER NOI PERCHè SMETTIAMO DI ESSERE INDIVIDUALISTICI E INIZIAMO A PENSARE PIU' COMUNITARIAMENTE CON UN CUOR SOLO ED UN ANIMA SOLA.............

    Sia lodato Gesù Cristo! "

    **********************************
    Fraternamente Caterina LD
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  9. #9
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    RELAZIONE DI S.E. MONS. GIUSEPPE BETORI, SEGRETARIO GENERALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
    Lunedì 23 maggio 2005


    La Domenica giorno della festa.
    L’Eucaristia illumina la vita dell’uomo


    «Questo io ricordo
    e il mio cuore si strugge:
    avanzavo tra la folla,
    la precedevo fino alla casa di Dio,
    fra canti di gioia e di lode
    di una moltitudine in festa» (Sal 42,5).
    Le parole del salmo ci aiutano a entrare nel tema della riflessione. Ci propongono l’immagine di un cammino in cui la festa, da una parte, è la meta verso cui ci si rivolge e, dall’altra, è la forma stessa del cammino. La meta illumina il tragitto: si cammina verso la festa e si cammina in festa.
    Un cammino, inoltre, che non si fa da soli, ma insieme: parte di una folla, di una moltitudine, di un popolo. Non però come masse anonime, trascinati da un contesto che non chiede scelte, anzi oscura le motivazioni, i ricordi, le memorie che danno fondamento ai progetti. Ci è invece richiesto di precedere, di uscire dai sentieri consueti, di farsi guida e orientamento l’uno all’altro.
    Questa immagine, che unisce l’incontro dei fratelli e la responsabilità personale, la consapevolezza del cammino e la speranza del futuro, ci introduce alla ricerca sul senso della domenica come giorno della festa.
    Ma, da subito, dobbiamo prendere atto che oggi è tutt’altro che scontato che la festa sia questo camminare insieme nella gioia verso il Signore e che, soprattutto, i più ritengano possibile viverla così.

    1. La cultura contemporanea e la festa come risorsa di significato
    1.1. La festa dà senso e tracciato all’“esodo” dell’umanità.
    Il nostro tempo ci appare come un “esodo”. Da quale Egitto si stia uscendo è stato largamente analizzato, dando luogo a svariate letture. Alcuni ne hanno riassunto il percorso nella cifra del “secolo breve”, in cui si sono consumati i sogni – o forse, in modo più pertinente, i deliri – di quei progetti storici che le ideologie avevano proposto all’uomo moderno: storie di una salvezza secolarizzata, e quindi alla portata dell’autonomia di un uomo che ha pagato la propria presunta maturità con l’amputazione delle proprie radici, con la negazione dei padri e del Padre.
    Oggi l’umanità sembra liberata dalla schiavitù di costruire mattoni per una città che si presentava con le fattezze di una nuova Babele e, in ogni caso, era un compito senza esito. Ora, però, siamo dentro un deserto, di cui è difficile individuare i contorni e le piste. Privi di riferimenti, è impossibile per noi fare progetti lunghi, perché l’orizzonte è contratto nel frammento di un attimo: una visione fugace, che subito scolora e si nega, come un miraggio. Camminare nel deserto non è facile; nascono dubbi sulla direzione da assumere, sul perché del cammino.
    È allora importante ricordare che l’esodo di Israele attraverso il deserto aveva all’origine una festa: la notte della prima pasqua, celebrata nella provvisorietà di chi già si sente proiettato oltre, con i fianchi cinti, il bastone in mano, la gioia dell’agnello condiviso. Una festa vissuta nel segno dell’essenzialità di un pane azzimo e sapendo di dover pagare il prezzo delle erbe amare della sofferenza; una festa non per questo meno gioiosa e carica di vita e di speranza. La parola di Mosè aveva poi indicato nel concatenarsi delle feste un tracciato sicuro con cui dare ordine alle tappe del viaggio. I quarant’anni del deserto, esitanti nei contorni spaziali, contraddittori quanto alla linearità del tragitto, trovano la loro logica nel tempo che lo scandisce. Così, anche oggi, possiamo pensare che soltanto il recupero della festa potrà dare fondamento di significato al cammino e tracce sicure, che segnino il percorso di tutto il tempo, feriale e festivo, della storia delle persone e dell’umanità. La festa è una risorsa di senso per il tempo.
    1.2. Sfuggire al relativismo orientandoci verso la meta
    Nell’omelia di inaugurazione del suo ministero petrino, il Santo Padre Benedetto XVI ci ha ricordato come la «santa inquietudine di Cristo» deve animarci nel trarre gli uomini dai deserti in cui si disperdono: deserti esteriori che si moltiplicano sempre di più, perché sempre più ampi si fanno i deserti interiori, da ultimo «lo svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo». Dal deserto si esce tappa dopo tappa, ridando qualità al tempo, perché solo un tempo “qualificato” ci può far uscire dalle spire senza fine del relativismo e indicarci la meta.
    Il ritorno al paganesimo, che è tratto non secondario della cultura dominante in Occidente, spinge verso una concezione ciclica del tempo che appartiene al pensiero antico. In essa l’uomo, schiavo della natura, si fa adoratore delle sue stagioni e scandisce la propria vita secondo i suoi ritmi. Ponendo un “in principio” – quello della creazione, che demolisce ogni scenario mitologico – e indicando un “eschaton” – quello del compimento definitivo, verso cui chiede di indirizzare la speranza –, la rivelazione ebraico-cristiana ha fatto uscire l’uomo dalla ripetitività omologante dei giorni tutti eguali, donandogli una dignità assoluta e un significato ultimo.
    Non a caso le offese alla dignità dell’uomo, alla sua identità personale dall’inizio alla fine della sua esistenza temporale, si moltiplicano in questi nostri giorni in cui la rottura operata dall’ebraismo e dal cristianesimo – radici sostanziali della nostra civiltà –, viene dimenticata o perfino rinnegata. Ciò accade in particolare rifiutando plausibilità alle domande circa l’origine e la fine dell’uomo e del mondo, circa la causa e il fine dell’esistenza. Dentro questa concezione pervertita del tempo sta una delle cause del relativismo che avvelena la nostra cultura. Se nulla è dato per sempre, perché il tempo si riavvolge senza fine su se stesso, allora nulla può essere considerato definitivamente vero e buono.
    1.3. Oltre la concezione ludica e sociale della festa
    Per dare qualità al tempo non basta dire che l’uomo deve poter periodicamente uscire dalle costrizioni della necessità e nella festa fare esperienza di gratuità, ovvero deve avere modo di venir fuori dalla solitudine e creare occasioni di aggregazione con gli altri. Tali aspirazioni vivono certamente all’interno della festa, ma da sole non bastano per darle un senso compiuto. Soprattutto rischiano di condurla a esiti insoddisfacenti.
    Vale per la dimensione ludica e gratuita della festa, che da sola però non può darsi un fondamento etico che vinca sulla diffusa cultura funzionale e utilitaristica. Esprime una nostalgia del tempo perduto, ma è incapace di misurarsi con i problemi del tempo presente, governato dalle esigenze della produzione e dell’accumulo. Può dar vita a un tempo separato, ma preda anch’esso delle logiche del consumo tipiche del tempo feriale.
    Anche la spinta al convergere sociale non basta da sola a dare ragioni di festa: si annega nell’anonimato delle folle, che non è meno arido della solitudine; ovvero si tenta inutilmente di rimotivare l’incontro tra conosciuti che non hanno più nulla da dirsi. Legami socialmente significativi si tessono solo su una meta comune da raggiungere.
    La festa ha a che fare con il bisogno di riappropriarsi del senso del tutto. Ma questo, nella prospettiva cristiana, non è una semplice congerie di valori, più o meno armonicamente collegati. Il senso, se vuole essere realtà umanamente significativa e afferrabile, non può essere un’idea, ma una persona e il nostro incontro con lui. Per noi cristiani ha un nome: Gesù Cristo. La tipicità della festa cristiana sta nel suo fondamento cristologico. I cristiani, parlando di festa, non parlano dunque di una qualsiasi festa, bensì della domenica, la festa di Gesù il Risorto, la festa dell’Eucaristia.

    2. La domenica “festa della luce”, giorno che illumina i giorni dell’uomo
    2.1. Gesù risorto, radice della festa, annuncio del mistero dell’amore
    «All’alba del primo giorno della settimana», le donne che si recano al sepolcro ascoltano questo annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto» (Mt 28,1.5-6).
    «Davvero il Signore è risorto!» (Lc 24,34). Questo evento ha donato al tempo umano una nuova direzione di senso, perché ha manifestato al mondo, una volta per tutte, la verità di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Il Padre, nel suo amore infinito, ha liberato il Figlio dalle catene della morte e gli ha dato una vita nuova: a lui e, in lui, per tutti. La misericordia del Padre riversata sull’umanità è fondamento di una speranza senza limiti per il mondo e per tutti gli uomini: il male non prevarrà, perché nulla potrà separare l’uomo dall’amore di Dio. La vittoria di Cristo sulla morte è totale.
    «Non abbiate paura, voi!» (Mt 28,5). Non è più il tempo della paura, ma del coraggio, fino alla testimonianza estrema del dono della vita, come è accaduto per i martiri di Abitene. «Sine dominico non possumus»; «Senza la domenica non possiamo vivere». Sembra uno slogan, in realtà è la proclamazione della fede cristiana, colta nella sua specificità: nel gesto eucaristico di Gesù, celebrato di domenica in domenica, la Chiesa confessa il mistero stesso dell’amore senza misura del Dio amante della vita; annuncia il segreto e il futuro dell’umanità, l’unica via di vera umanizzazione per gli abitanti della città terrena.
    2.2. Dalla luce di Cristo la speranza di un mondo nuovo
    All’inizio della Veglia pasquale si compie un gesto che riassume tutta la nostra speranza nel Dio della vita: nel buio della notte avanza la luce del Crocifisso risorto, il cero appena acceso al fuoco nuovo dello Spirito. La luce rimanda alla prima opera del Creatore e dice che la luce nuova del Risorto è l’opera definitiva del Padre, la nuova umanità: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo... A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,9.12).
    Dal fulgore di questa “luce nuova” i credenti attingono la luce necessaria per il cammino della vita, perché le tenebre del peccato vengano dissipate. Chi si lascia illuminare da Cristo può “vedere e credere” che al di fuori di lui, Gesù di Nazaret, il Verbo incarnato, non c’è salvezza, non si dà una vita degna dell’uomo. Il Padre, risuscitando il Crocifisso nella forza dello Spirito, ha decretato, una volta per tutte e per tutti, che il cammino aperto e tracciato dal suo Unigenito è l’unica via praticabile perché questo mondo sia salvato.
    Nel dono totale del Figlio crocifisso tutto rinasce, tutto rifiorisce. Nella sua luce amica possiamo riconoscerci e accoglierci gli uni gli altri senza più timore, grazie alla consolante verità di essere tutti figli dell’unico Padre che perdona, tutti lavati e rigenerati dal sangue di Cristo, tutti fratelli per la forza dello Spirito sgorgato dal costato del Crocifisso.
    2.3. La festa, segno della novità di vita che ci è donata
    Ogni domenica risuona l’annuncio pasquale della notte santa. È un appello alla libertà e alla responsabilità. Ci invita a non arrenderci alla prepotenza del male in noi e nel mondo; ci induce a resistere alla tentazione di pensare che tutto sia vecchio e caduco; ci chiede di non disperare di fronte a oneste iniziative naufragate sui lidi delle buone intenzioni o contrastate da eventi negativi; ci libera dalla tristezza e dallo sconforto che grava su tante nostre vicende personali e collettive. Il Padre, che dà vita al Risorto ci dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
    È una festa di luce il giorno del Signore, che sorge sulle tenebre dei cuori degli uomini. È il giorno fatto dal Signore per i suoi figli, l’ottavo che viene dall’Eterno e che è promessa per l’eternità, ma ha già posto radice nel tempo e brilla nel mattino della storia. È una festa di luce che promana dall’amore senza misura di Colui che ha dato se stesso “per noi” (cfr Gal 2,20), chiamandoci ad amare nella misura del suo gesto estremo e supremo.
    Questa luce del giorno nuovo e senza più tramonto si è già insediata nei giorni dell’uomo. Per questo facciamo festa. L’abito della festa in giorno di domenica intendeva esprimere la “diversità” dell’ottavo giorno, quasi memoria di un segno esteriore già simbolicamente indossato nel giorno pasquale del battesimo: «Vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27).
    Questa luce ci rivela la comune identità di figli dell’unico Padre e ci fa scoprire fratelli. La domenica è anche il giorno della gioia dell’incontro e della solidarietà, giorno di festa della fraternità scaturita dal comune Pane eucaristico spezzato per la vita del mondo e mangiato in comunione di spirito, che apre alla condivisione dei beni.
    È festa che coinvolge tutto il creato, di cui l’uomo è custode, mentre attende e anela la trasfigurazione anticipata negli stessi elementi materiali dell’Eucaristia. Rigenerato a diventare stabile dimora dell’amore, il creato non è più e solo il campo da cui con fatica trarre dei frutti, ma già il giardino del dialogo con Dio e con i fratelli.

    3. La festa cristiana: dare senso al tempo nel segno della gratuità
    3.1 La festa, trasfigurazione del tempo mediante l’amore
    Il bisogno della festa è radicato nel cuore dell’uomo. Anche quando la cultura si secolarizza, non si spegne il desiderio della festa. A volte anzi ne acuisce il bisogno, per rompere gli stretti orizzonti che gravano su una vita senza trascendenza. Si cerca perciò sempre più tempo libero, a contrastare il tempo del lavoro percepito come schiavitù. Ma la ricerca frenetica di forme di svago non riesce a riempirlo e il tempo libero alla fine resta vuoto, perché si è persa la radice della vera novità. Si moltiplicano anche le occasioni di festa nella vita privata; la società crea feste su misura per i suoi consumi, sfruttando i sentimenti più cari; si importano feste da altre culture, creando bisogni inesistenti su un’assenza di fondamento culturale. Ma non si risponde così alla richiesta di senso che è racchiusa nella festa.
    La festa è spesso una ipertrofia del quotidiano e non invece la sua trasfigurazione. In essa si portano all’esasperazione la forme contraddittorie dell’esistenza contemporanea, invece di denunciarle e liberarsene. Di qui il carattere prevalentemente esibizionistico, edonistico, egocentrico delle feste: chiedere all’altro di partecipare alla propria gioia è quasi sempre in funzione dell’“io”. Tutto il contrario della vera festa, quella del Risorto, che nella oblazione di sé ha trovato l’esperienza gioiosa, per lui e per i suoi discepoli, della vita nuova.
    La proposta cristiana della festa domenicale, che trae significato dal gesto eucaristico di Gesù, porta a verità il desiderio umano di un tempo diverso rispetto a quello feriale: indirizza alla gratuità dei rapporti, all’apertura di orizzonti nuovi di conoscenza e di bellezza, all’incontro con gli altri nel leale confronto del gioco, alla presa in cura amorevole dell’altro. Il tempo tende così al suo vero senso, quello che soltanto l’amore vissuto, dato e ricevuto, può offrire.
    Dio stesso fa festa con gli uomini e gli uomini si aprono alla festa vera, nel giorno del Signore. In esso emerge come il chrònos, l’estensione del tempo a nostra disposizione, può trasformarsi nel momento giusto e favorevole, nel kairòs della salvezza. L’irruzione della luce del Risorto trasforma il tempo profano in tempo consacrato, in un oggi salvifico, in un tempo favorevole per ricominciare a essere uomini. Così la festa realizza quella rottura del tempo quotidiano che è la sua stessa aspirazione: si esce dalla prigionia della ripetitività per attingere l’eternità. Non c’è festa senza trascendenza, senza autotrascendimento di sé verso l’altro nell’amore vero.
    3.2. La gratuità e il dono del tempo
    Nel segno della gratuità che sboccia dall’Eucaristia tutto l’umano, personale e sociale, si fa presenza del divino: «Dov’è carità e amore lì c’è Dio». La domenica, giorno eucaristico, è giorno del dono. Questo esige dai cristiani di essere testimoni di gratuità nel tempo. L’ottimizzazione del tempo, nella nostra epoca segnata della frenesia, sottrae tempo proprio a quei gesti che lo dilatano e lo trasformano in tempo di condivisione e di socializzazione, di incontro e di comunicazione, di accompagnamento e di educazione, di segni di bellezza; tempo di opere di misericordia corporale e spirituale.
    Solo la gratuità che scaturisce dall’amore ci fa scoprire la falsità del “non ho tempo” che invece affiora continuamente sulle nostre labbra. Ecco, invece, il senso della festa cristiana: non aver paura di dare il nostro tempo a Cristo e ai fratelli!
    Occorre aprire a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Egli conosce il segreto del tempo e il segreto dell’eterno, e ci consegna il “suo giorno” come un dono sempre nuovo del suo amore. Occorre aprire ai fratelli il nostro tempo, perché si possa entrare in quella sincronia non solo del tempo ma anche dei sentimenti e dei progetti da cui scaturisce il mondo rinnovato dal vangelo. Contro la sindrome collettiva della mancanza di tempo, i cristiani “hanno tempo”, affermano il primato del tempo qualitativo sul tempo quantitativo e soddisfano, per sé e per gli altri, la ricerca di dare insieme senso alla vita.
    3.3. Dalla domenica una festa che trasforma la vita
    Insieme, dunque, ma non a prezzo dell’identità personale e culturale. In società sempre più multietniche e multireligiose, dentro un’accelerazione continua delle trasformazioni sociali, si fa più urgente per i cristiani la sfida dell’identità. Essa emerge anche dal confronto con quelle spinte culturali della nostra società che “tollerano” i cristiani, purché onorino la fede nel chiuso delle cattedrali e delle sagrestie. Nel mondo del relativismo etico, i segni cristiani vengono non raramente estromessi dalla sfera pubblica. Ne è vittima la stessa domenica, insidiata dagli interessi del produrre e del consumare. Salvare la domenica, e con essa il riposo domenicale – fatte salve le giuste esigenze del vivere sociale –, non è un privilegio per i cristiani, ma difesa dell’uomo da minacciose schiavitù e promozione di una socialità condivisa per tutti.
    Accade anche, però, che l’esperienza cristiana della santificazione della domenica venga spinta dai cristiani stessi nell’intimismo religioso, non incida più di tanto sull’ethos collettivo, perdendo progressivamente la sua carica liberante e redentiva del tempo umano. Quali gesti di luce offriamo agli amici dei giorni feriali perché essi possano quantomeno “dubitare” che ci sia un Dio capace di centuplicare la gioia dell’esistenza e di illuminare il senso, anche tragico e sofferto, della vita? La credibilità della nostra testimonianza si lega alla consapevolezza che il Crocifisso risorto è il Figlio di Dio fatto uomo ed è un Dio per gli uomini, «egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura» (Eb 2,16).
    La festa cristiana che trae ragione dalla domenica come giorno del Signore e dell’Eucaristia, si oppone alla concezione della festa come evasione dal tempo. La domenica non rompe il tempo ordinario per immettere “altro” rispetto alla vita quotidiana. La festa cristiana si costituisce al contrario nella correlazione con il tempo ordinario, come ambito nel quale risplende la verità di questo e se ne attinge il fondamento. La domenica, in tal senso, è il “primo giorno” della settimana: se il sabato ebraico compiva la creazione, celebrando il riposo dopo la fatica delle opere con cui si collabora ad essa, la domenica cristiana è radice contemplativa di una operosità che riconosce la signoria del Risorto sulla nuova creazione. Ma la domenica è anche “ottavo giorno”, che orienta l’intero tempo verso il suo esito definitivo, il giorno senza fine, verso cui come pellegrini quotidianamente camminiamo. Noi non facciamo festa per dimenticarci della storia, ma per riappropriarci della sua radice e del suo compimento. Per questo la festa cristiana ha da dire molto a tutti gli ambiti della vita.

    4. Rieducare la vita a partire dalla domenica, festa dell’uomo
    «Non è stata la Chiesa a scegliere questo giorno, ma il Risorto. Essa non può né manipolarlo né modificarlo; solo accoglierlo con gratitudine, facendo della domenica il segno della sua fedeltà al Signore» (Consiglio Episcopale Permanente, Lettera in preparazione al 24° Congresso Eucaristico Nazionale, 3). L’accoglienza grata del giorno del Signore comporta un lasciarci educare al senso del tempo da valorizzare evangelicamente. Alcuni aspetti di questa rieducazione alla festa domenicale mi sembrano essenziali per ridare spessore umano e cristiano alla nostra festa e quindi alla nostra vita.
    4.1. Unità della persona e sua interiorità.
    La domenica è tempo di rivelazione dell’amore di Dio, che va accolta e fatta sedimentare dentro di noi, perché dia frutti nei giorni feriali. Abbiamo bisogno di ridare spessore spirituale alla nostra vita e solo una crescita di interiorità potrà garantirlo. A una cultura che connette la festa alla distrazione, dobbiamo opporre una visione coerente della persona umana che nella festa non perde se stessa, ma si ritrova nella sua unità, là dove l’uomo riconosce se stesso perché illuminato dall’ospite del suo cuore, lo Spirito di Dio. Non più pressati dal fare quotidiano, la festa offre lo spazio per porre a se stessi gli interrogativi profondi e ricercare le risposte più vere.
    Si aprono qui le strade per un recupero di ambiti di preghiera, che vanno oltre la celebrazione comunitaria dell’Eucaristia, come pure di meditazione. Non c’è un confine tra la parola di Dio e le parole degli uomini in questo spazio di crescita nella consapevolezza di sé: non si escludono reciprocamente, si tratta solo di porre la parola divina come discernimento di ogni parola dell’uomo.
    Le forme che può assumere questa via contemplativa possono essere molte. Tra esse vanno specialmente menzionate la frequentazione della cultura letteraria, l’apprezzamento del bello, nelle sue forme naturali e artistiche, ricercate anche attraverso un intelligente turismo, la valorizzazione della musica e di altre forme di espressione artistica e di intrattenimento. In esse si prolunga anche il cammino educativo che la scuola ha seminato nei giorni feriali: l’accostamento gratuito alle fonti della cultura ne fa apprezzare meglio il rapporto con la crescita della persona.
    Il processo di cui stiamo parlando non riguarda soltanto la mente dell’uomo. Proprio l’obiettivo di radicarsi in una più consapevole identità, richiede di ripensare la persona umana come unità di corpo e spirito. L’apprezzamento del proprio corpo, l’espressione delle sue funzioni e potenzialità nel gioco e nell’esercizio sportivo non sono altro rispetto all’edificazione di sé che va cercata nella festa.
    4.2. Senso nuovo di fraternità
    Il dono gratuito che la domenica veicola nel suo significato cristologico si esprime poi nel superamento dell’individualismo e nell’apertura alle esigenze della comunione con gli altri.
    L’esigenza dello stare insieme connota con evidenza anche le odierne forme secolari della festa: dagli stadi di calcio ai grandi concerti rock, dalle sagre popolari alle discoteche. Nel tempo della festa l’uomo si avverte come sciolto dai nodi che gli impediscono di essere parte viva e attiva di una storia condivisa, realizzata da trame di legami umani concretizzati in scambi di memorie, segni di solidarietà e di comunicazione con l’altro. Ma tutto questo non basta a fare della festa il germe di un superamento dell’estraneità che vada al di là di quel convenire momentaneo. Spesso si tratta di conquistare altri alle ragioni della propria festa o di nascondersi con gli altri in un soggetto collettivo che assorbe le nostre pulsioni. Da queste feste si esce soli come prima.
    L’incontro nella festa vissuta nella prospettiva del Risorto ha un altro volto: nasce dal dono di sé e si compie nel generare spazi di vita per tutti. La ricerca delle relazioni non è comandata dalla simpatia o dalla vicinanza, ma al contrario è indirizzata verso chi è più distante e più isolato, con uno slancio della carità che punta a superare ogni barriera. La festa diventa spazio di pace, di perdono, di ricostruzione di rapporti interrotti, di esercizio concreto della misericordia. Il riposo dal lavoro si traduce in una libertà in cui diventa più facile fruire del creato senza esserne soggiogati e aprirsi a relazioni umane fraterne non sottoposte a logiche produttive e commerciali. In questa ottica vanno vissute le varie forme di volontariato caritativo che la festa domenicale suggerisce, favorisce e prolunga nei giorni feriali.
    Il primo gesto di carità verso l’altro è assumerlo come persona, interlocutore di un dialogo. Se ne avvantaggiano anzitutto le famiglie e la loro coesione. Ma la prospettiva si allarga a far entrare nel campo dei propri interessi anche l’altro, la terza persona, allungando i rapporti della nostra prossimità anche ai lontani, agli anonimi, perfino ai contrari. Gli ambiti della cultura, della comunicazione, dell’educazione, dell’animazione, dello sport, del turismo, del tempo libero sono tutti interessati da questa dinamica.
    La comunione infine si esprime anche come presenza positiva nel tessuto della società. Il significato della festa domenicale lievita anche nella società e nella politica, poiché alla scuola dell’Eucaristia si promuove una cultura del dialogo che crea corresponsabilità nei riguardi della cosa pubblica. E chi impara a “rendere grazie” come Gesù, può far solo del bene al mondo, in uno spendersi per gli altri da cui scaturiscono contributi risolutivi ai tanti problemi sociali e globali che affliggono oggigiorno le società, i popoli.
    4.3. Sete di trascendenza
    La dimensione escatologica della domenica cristiana invoca infine una liberazione dalla precarietà della storia e una apertura verso la definitività di una pienezza che è oggetto del desiderio ultimo dell’uomo e, già da qui, orientamento per i suoi giorni. «Il Sabato ci interessiamo con cura speciale dei semi di eternità piantati nella nostra anima», ha scritto A.J. Heschel. Se questo vale per il sabato, il dono che Dio fece al suo popolo, vale ancor più per la domenica, il dono che il Risorto ha fatto a noi, comunicandoci non solo la capacità di fare memoria dell’azione di Dio verso il mondo, ma anche la forza di rinnovare questo mondo nell’amore.
    Se nei giorni feriali la relazione dell’uomo con Dio si può offuscare dietro l’affollarsi delle cose, nella festa non ci è dato di barare: quando Dio è assente, lo spazio della festa diventa vuoto e luogo di rivalità umane. La festa vissuta nella prospettiva dell’Eterno spoglia invece l’uomo del suo efficientismo e del sentirsi padrone delle cose e degli altri, e lo apre alla gratitudine verso Dio e quindi, in lui, verso i fratelli.
    L’apertura al mistero di Dio non ci aliena da questo mondo. Aprirsi a Dio e alla contemplazione di lui significa anche entrare nel mistero del suo disegno sul mondo, illuminando il lavoro e il suo significato. Proprio alla luce di Dio il lavoro smette i panni dell’opera obbligata per la sussistenza dell’uomo e diventa partecipazione a rendere il creato una casa degna del Creatore e delle sue creature; non uno spazio messo semplicemente a nostra disposizione, ma un progetto di cui farsi partecipi e responsabili.
    È solo dalla radice dell’apertura a Dio che la festa può essere ricondotta alla sua origine pacificante, offrendo il motivo profondamente umano della festa: la vita liberata dal dominio della solitudine mortale, dell’odio, dello sfruttamento e dell’umiliazione della dignità della persona umana. La cura di Dio redime l’umano nell’uomo.

    * * *

    «Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente… e vidi» (Ap 1,10.12). Nell’Apocalisse, Giovanni colloca nel giorno di domenica la rivelazione che gli viene comunicata. Il giorno della festa è per lui tempo di verità sulla storia dell’uomo, capacità di scorgere in essa il disegno di Dio e di sorreggere il cammino dei credenti fino al ritorno del Signore Gesù, lui che è «l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine» (Ap 22,13). Ogni domenica, mentre lo riconosciamo nostro unico Signore nel dono che egli ci fa di se stesso, ci è data la facoltà di attingere anche noi la verità sulla nostra vita di uomini e donne del nostro tempo, così che ogni desiderio del nostro cuore possa riassumersi nell’invocazione che è il senso di tutto: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

  10. #10
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    Mi auguro che S.S. Benedetto XVI, ascoltato il terribile inno composto dal sedicente musicista don Antonio per il Convegno Eucaristico, prenda dei seri provvedimenti.
    Avrà pure tante cose da pensare, pover'uomo, ma non gli sfuggirà lo scempio che è stato condotto ai danni della Santa Musica religiosa.

 

 
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