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    I Veneti preromani nel contesto europeo



    'Veneti' ce ne furono non solo nell'Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna), sulle Alpi (Lago di Costanza), alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa - per quanto poco - di storicamente fondato sono i veneti del Veneto. - Quanto alla presunta origine microasiatica dei veneti - essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l'Eneide di Virgilio - si tratta di un'invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma.

    Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori indoeuropei che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico - fino, grosso modo, al secolo XI - apparteneva all'ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell'Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-indoeuropee parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un'idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. - Sia fatto l'appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell'impegno preso e l'ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all'americana) sono quelle dove c'è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l'Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un'importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell'anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine - salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall'evidenza.

    Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei, sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale. Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere dgli indoeuropei gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov'erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti indoeuropei dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un'esistenza politicamente indipendente per molto tempo - fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei.

    Già nei secoli XVIII - XI nel Veneto c'era un'importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l'avvento degli indoeuropei - non a caso, nel Veneto, gli ex-voto furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L'industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell'Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c'era una florida attività artigianale e commerciale.

    I reti, lo si è già detto, ci danno un'idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l'arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l'Europa alpina), adottate anche dai veneti. In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti - che erano veneti pre-veneti - continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l'alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non indoeuropea, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l'unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo 'etruscoide'). - Dal lato religioso, i reti avevano l'abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti indoeuropei sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d'inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per 'aiutare' il Sole nel processo stagionale dell'allungamento delle ore di luce.

    Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati. Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C'è chi ha voluto vedere nei castellieri un'influenza mediterranea - né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi.

    Il Veneto indoeuropeo esordisce con l'insediamento dei veneti nei secoli XI - X. Si trattava di indoeuropei di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall'etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero celti o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra celti e italici non era del tutto chiara. Tratto celtico, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l'importanza religiosa data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d'acqua; e libagioni d'acqua erano offerte ai loro dei.

    Come tutti gli indoeuropei, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete - principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. - furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta.

    La vitalità e l'intraprendenza indoeuropea portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L'alto Adriatico, crocevia fra l'Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell'ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d'Europa - i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente indoeuropeo). Già nel secolo VII c'era una moneta veneta, l'aes rude, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana.

    Per quel che riguarda il lato religioso, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa - e anche in Asia - lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti indoeuropee portò a sincretismi religiosi per cui la religione uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle religioni dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c'era di ellenico e di pre-ellenico nella religione greca, nel resto dell'Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la religiosità delle popolazioni pre-indoeuropee non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti - comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere indoeuropeo, di tipo italo-celtico.

    Non c'è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura religiosa non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla tripartizione indoeuropea (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla religione popolare del substrato pre-indoeuropeo della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l'area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un'idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni religiose).

    Prettamente indoeuropeo - anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del Medioevo - è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra - diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente indoeuropeo potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia indoeuropei che paleoeuropei usavano l'una e l'altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza indoeuropea.

    Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee - 'euganee' - e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta rekt = tedesco richten = raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell'Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza, dove essa aveva l'attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di ex-voto, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L'aspetto religioso di Reitia sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch'esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all'infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo.

    Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell'orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch'essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai celti. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell'Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti.


    Silvano Lorenzoni


    Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, I veneti, in AA.VV., Antiche genti d'Italia, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, Archeoastronomia italiana, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, Le Venezie, itinerari archeologici, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, Antiche popolazioni dell'Italia preromana, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, Gli indoeuropei, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, Tipologia razziale dell'Europa, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, Die Balten, Herbig, München, 1982.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    La civiltà e la lingua degli avi



    Sono stati recentemente stampati gli atti del decimo convegno della "Indogermanische Gesellschaft" di Innsbruck (tenutosi nel capoluogo tirolese tra il 22 e il 28 settembre del 1996), sull’affascinante tema "Lingua e Civiltà degli Indoeuropei", o meglio degli "Indogermani", come ancor’oggi nei paesi di lingua tedesca vengono definiti in ambito accademico i popoli che diedero vita e forma all’Europa e a varie civiltà dell’Oriente. Si tratta di un volume che raccoglie i contributi di 36 specialisti su pressoché tutti i diversi rami della ricerca indo europeistica; ogni articolo è seguito da una ricca bibliografia tematica. Il peso maggiore è dato alla linguistica (su questo tema vertono circa la metà degli articoli), eppure anche in questa scienza apparentemente così arida e tecnica vi sono molti elementi interessanti: per esempio vi è compreso un significativo scritto del prof. Matthias Fritz (Università di Berlino) sulla genesi del terzo genere, cioè il neutro, nelle lingue indoeuropee: sulla base di una dicotomia – già nota da tempo agli studiosi – tra un genus distinctum e uno indistinctum (aventi o meno distinzione tra il caso nominativo e accusativo) si procede a una suddivisione e a una filiazione dei generi secondo un particolare processo storico-linguistico. Un altro scritto in materia linguistica, questa volta vertente sull’ittita, è del prof. Jaan Puhvel (California), curatore di importantissimi saggî di studio sulle civiltà antiche (come il noto Myth and Law among the Indo-Europeans). Un contributo investe il tema dei "pronomi personali celtici arcaici da un punto di vista indogermanistico". La maggior parte degli scritti linguistici, però, è in materia di filologia germanica comparata. Assai interessanti gli altri temi degli interventi: dalla struttura sociale della società indoeuropea arcaica alla religione, dal problema etnico-razziale a quelli delle migrazioni e dell’Urheimat, la patria originaria. Tra questi, un interessante scritto del prof. Theo Vennemann, che oltre a ribadire la collocazione europea dell’Urheimat degli Indoeuropei tenta di dare una collocazione ad altre due Urheimaten, quella "basca" (il termine ha un senso più ampio di quello corrente) e quella dei Semiti. La loro rispettiva collocazione, per tale studioso, andrebbe individuata rispettivamente nell’Europa meridionale mediterranea e nell’Africa nordoccidentale. Oltre al tedesco, figurano contributi anche in inglese e francese, come Le nom indo-iranien de l’hôte (di Georges-Jean Pinault), Avestan xvarenah-: the etimology and concept, (di Alexander Lubotsky, che tiene conto dei numerosissimi studi sul tema) e il valido e interessante Metaphors of death and dying in the language and culture of the Indo-Europeans (di Georgios K. Giannakis). Segnaliamo da ultimo un contributo davvero significativo, del prof. Peter Raulwing, che si intitola (traducendo in italiano) "Cavallo, carro e Indoeuropei: fondamenti, problemi e metodi della ricerca sul carro da guerra": un saggio ampio e interessante, anche per il materiale iconografico che lo accompagna e illustra.

    Alberto Lombardo

    Sprache und Kultur der Indogermanen, "Innsbrucker Beiträge zur Sprachwissenschaft", Innsbruck 1998, 624 pp., öS. 1800 (circa 250.000 lire).

    Da La Padania, 30 luglio 2000.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Indoeuropei, le nostre radici



    Di recente, sull'onda di circostanze emblematiche quali l'estensione dell'Unione Europea a diversi Stati dell'area orientale, si è fatto un gran parlare di radici culturali e spirituali dell'Europa. Moltissime voci autorevoli sono intervenute nel dibattito, sottolineando diverse "cifre" comuni della storia e della forma mentis europea (grecità, cristianesimo, umanesimo, attitudine scientifica etc.). Quasi nessuno, però, ha portato lo sguardo verso le origini comuni. Molti ancora muovono dall'idea, non errata ma insufficiente, che diversi popoli ed etnie abbiano forgiato altrettante comunità e nazioni europee, distinte nelle lingue e nelle tradizioni, che ebbero semplicemente la ventura di vivere in terre confinanti, e che pertanto svilupparono una serie di contatti commerciali, culturali e storici di vario genere, dando così forma e origine alla moderna Europa.

    È necessario aprire lo sguardo a orizzonti più vasti e lontani, verso un passato più risalente ma non per questo a noi meno vicino. Celti, Germani, Romani, Veneti, Greci, Albanesi, Slavi e Baltici sono popoli che si formarono in seguito a più diaspore di un'ampia comunità: un popolo unitario, che aveva una medesima lingua, (poi differenziatasi in dialetti, divenuti lingue), una medesima organizzazione sociale e politica, un medesimo sentimento del mondo e del sacro. Gli Indoeuropei, come li chiamiamo oggi, sono i nostri antichi progenitori comuni.

    Di origine indoeuropea sono la stragrande maggioranza delle lingue oggi parlate in Europa (le eccezioni sono il basco e le lingue ugrofinniche, di cui in Europa sopravvivono l'ungherese e il finlandese, che pure hanno assorbito molti termini indoeuropei), così come nel resto del mondo: si calcola che su circa il 90% delle terre emerse si parlino lingue indoeuropee. Il motivo di questa diffusione è probabilmente duplice: vi è una ragione esterna, cioè la vocazione storica alla conquista dei popoli indoeuropei, che imposero via via i loro linguaggi; e una interna, da ricercarsi nella pregevole adattabilità ed "esportabilità" dei modelli linguistici indoeuropei: come è stato, in passato, per il latino o lo spagnolo, così avviene oggi con l'inglese.

    Le grandi migrazioni iniziano tra il quarto e il terzo millennio a.C., dopo la definitiva scomparsa dell'ultimo periodo glaciale. Ampie comunità di cacciatori, nuovamente coagulate, iniziano a sciamare da una vasta area nordica che, secondo l'interpretazione più verosimile, si estendeva nello spazio compreso tra la Scania, le rive meridionali e orientali del Baltico e le propaggini occidentali delle steppe caucasiche. Presto nasceranno la civiltà indiana e quella persiana: allo stesso modo le asce e il carro da guerra segneranno l'arrivo degli Indoeuropei in Anatolia, così come nel bacino del Tarim e nella regione dello Xinjiang, in Cina, si stabilirà la popolazione dei Tocari.

    Ovunque l'arrivo degli Indoeuropei sovverte l'organizzazione sociale precedente, imponendo un nuovo modello. Sorgono arroccamenti, castellari, città-stato; si impone il rito della cremazione; le strutture urbane, così come gli oggetti d'uso comune, si ispirano a forme rigidamente geometriche e strutturate. D'improvviso, la venuta dei nuovi signori crea società patriarcali, guerriere e gerarchiche. Attraverso più ondate, l'Europa viene completamente indoeuropeizzata. I Celti occupano la maggior parte dell'area occidentale, migrazioni illiriche, venete e latine penetrano verso sud in Italia e nei Balcani, mentre i Germani occupano una vasta e fluida area verso il nord; le lingue si differenziano gradatamente. Ancora in epoca storica, alcuni autori classici riconosceranno negli altri popoli indoeuropei dei parenti.


    Alberto Lombardo
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    Jean Haudry - Gli Indoeuropei. Edizione italiana rivista e aumentata. Traduzione a cura di Fabrizio Sandrelli - € 20,70
    Con i termini Indoeuropei o Indogermanici si suole indicare una comunità di cultura, religione, etnia, lingua, che, tra il 4500 e il II-I millennio a.C., a ondate successive, avrebbe colonizzato gran parte dell'Asia centro-meridionale e dell'Europa. Da essa si sarebbero originati i c.d. "popoli storici": Germani, Celti, Greci, Romani, Indiani vedici, Iraniani, ecc. Sebbene l'unità linguistica indoeuropea ("Ursprache") sia stata ricostruita solo attraverso il lavoro degli studiosi e il problema della patria di provenienza ("Urheimat") permanga aperto - sono state proposte con varia fortuna: l'India, l'Asia minore, i Balcani, le regioni baltiche, la Russia meridionale, ecc. -, gli elementi che permettono di giustificare tale assunto sono notevoli. Tra questi, come hanno esaustivamente sottolineato studiosi come G. Dumézil e E. Benveniste, risaltano le parentele linguistiche, testimoniate dai numerosi vocaboli aventi l'etimo in comune e che investono diverse aree d'interesse (la religione, le istituzioni, la famiglia, l'agricoltura, ecc.), nonché l'ideologia tripartita, ossia la suddivisione della realtà esistente all'interno di tre funzioni specifiche: sacrale, guerriera, produttiva, la quale si ritrova, consapevolmente come tale, soltanto presso i popoli di stirpe indoeuropea. In Italia tale complessa e fondamentale problematica ha avuto, purtroppo, un'eco relativa (dal dopoguerra ad oggi le pubblicazioni di un certo livello dedicate agli Indoeuropei si contano nell'ordine di poche decine) sia per motivazioni di carattere ideologico sia per un certo provincialismo culturale. L'uscita del volume di Jean Haudry, docente di sanscrito presso l'Università di Lione III ed uno dei maggiori esperti di indoeuropeistica, da parte della casa editrice Ar (la cui sede è a Padova ma la cui distribuzione è a Salerno) e con il contributo dell'Università di Torino, si pone dunque come un'operazione coraggiosa oltre che altamente meritoria, andando a colmare un grave vuoto nel panorama editoriale nostrano. Piace segnalare, infine, che nell'accurata traduzione si è tenuto conto tanto dell'edizione originale francese del 1981 che di quella, più aggiornata, inglese del 1992, aggiungendo, inoltre, un interessante corredo fotografico.
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    Herman Wirth
    LA PATRIA PRIMITIVA DELLA RAZZA NORDICA

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    Di una presumibile residenza originaria della razza nordica ci sono oggi conosciuti e rimasti territori periferici, come l’Islanda, la Groenlandia, la Terra di Grinell e le Spitzbergen. Noi sappiamo, però, che queste albergarono un tempo una ricca flora, che può essere germinata già in un primo periodo terziario. Così nella terra di Grinell, situata ad 81° 45’ di latitudine nord, dieci specie di conifere, tra cui l’abete rosso e due pini selvatici; una specie di tasso; l’olmo, il tiglio, due specie di noccioli con una ‘palla di neve’, la macchia di cespugli. Nel lago d’acqua dolce viveva una ninfea e la riva era rivestita da carici e canne palustri. Ci viene incontro quindi in questa parte estrema del mondo una flora, che corrisponde al massimo con quella della parte nordica della zona temperata e che richiede una temperatura media annua di almeno + 8°, mentre questa attualmente sta colà a 20 ° sottozero. Più in prossimità vi si accompagna la flora delle Spitzbergen.

    Anche qui predominano le conifere, una gran quantità di pinastri, di abeti rossi, di abeti bianchi. Tra gli alberi frondiferi, a foglia latiforme si trovano pioppi, salici, ontani, betulle e faggi, querce, una specie di platano, di albero della seta, di noce, due specie di magnolie e quattro di aceri. Tre specie di ‘palle di neve’, molte di biancospino e di giuggiola formavano col nocciolo la macchia di cespugli. Nel lago di acqua dolce appare di nuovo la ninfea artica, un erba coclearia per i girini di rana ed una per le uova di Salmone, cui si associano molte canne palustri e giaggioli.

    La flora fossile della Groenlandia settentrionale, che indica un clima quale noi troviamo attualmente nei dintorni del lago di Ginevra, ad es. presso Montreux, con una temperatura annuale di 10°, ha un’apparenza alquanto più meridionale. Oggi la stessa regione giace a circa 70° di latitudine nord (1). La spiegazione per il violento dislocamento climatico in questa zona è data dallo spostamento del Polo nel Terziario e nel Quaternario.

    La carta riprodotta (fig. 1) secondo Köppen e Wegener (2) rende chiara la situazione e la migrazione del Polo Nord riferito all’Europa. Dall’esistenza delle menzionate specie di piante e di una serie di reperti geologici ed altri reperti di storia naturale risulta per la Terra di Grinell una situazione di allora al di sotto dei 42°, per le Spitzbergen sotto i 40° e per la Groenlandia occidentale (Disco) sotto 30° di latitudine.

    Riguardo a ciò va considerato che nel Terziario ed anche all’inizio del Quaternario i continenti dell’America del Nord e del Nord Europa erano ancora direttamente uniti. La separazione può essersi effettuata soltanto all’incirca al tempo della principale glaciazione, allorché il continente sudamericano già da milioni di anni nel periodo cretaceo si era staccato da quello africano ed era stato allontanato verso ovest. Nella cartina della fig. 1 va quindi osservato che il reticolo delle coordinate geografiche e le posizioni del Polo sono riferite all’Europa, ma che l’America durante la maggior parte del tempo era situata più ad ovest ed a nord di adesso.

    Un crepaccio biforcantesi presso la Groenlandia spezzava il collegamento europeo e quello nordamericano, che esisteva ancora da Terranova oppure dall’Irlanda verso il nord. Le zone di separazione anche qui si spostavano sempre di nuovo le une dalle altre. Mentre la lingua di terra tra Terranova e l’Irlanda si spezzò solo all’inizio del Quaternario, più a nord sembra sia sussistita un’ulteriore, seconda lingua che si staccò certo solo prima della metà del Quaternario (3).

    I motivi di questo sino ad oggi perdurante spostamento dei continenti dovrebbero essere stati completamente chiariti attraverso la “teoria del dislocamento”, come Wegener l’ha fondata nella sua Entstehung der Kontinente und Ozeane. Lo spostamento delle singole zolle continentali, la migrazione dei poli di rotazione e degli alti e bassi della superficie terrestre sotto il livello del mare con essi connesse, furono la fatalità geologica che irruppe improvvisamente sulla patria originaria della razza nordica, che annientò o cacciò la sua popolazione, disperdendola tutt’intorno sulla Terra.

    La sopra effettuata ricerca delle razze e culture paleolitiche del Quaternario aveva portato all’ammissione di una dimora originaria della razza nordica nell’attuale regione artica. Da ciò derivò che la formazione della razza nordica stessa dovette essere spostata prima della glaciazione, cioè del Terziario. Se queste conclusioni sono esatte, allora la tremenda esperienza dell’avvicinamento e dell’irruzione dell’eterno inverno deve aver prodotto un’impressione per sempre incancellabile sugli abitanti di quella fascia di terra. La tradizione di tale catastrofe mondiale deve essersi mantenuta per millenni attraverso tutte le generazioni, come la leggenda del diluvio gondvanico nell’intera cerchia della regione oceanico-indonesiana e dell’Asia Minore. Dunque, dobbiamo imbatterci ovunque nelle più antiche tradizioni dei popoli di razza nordica sulle tracce di quella tragedia di tempi remoti dei loro antenati. Nel mito a loro comune di una fine del mondo deve anche comparire, quale fine del mondo, il ritorno dell’eterno inverno. Ma non soltanto ciò – si devono anche trovare immediate tradizioni di quel terrificante evento, che ci sappiano riferire qualcosa, anche se oscurato, sui particolari.

    Se noi esaminiamo le più antiche fonti scritte a noi conservate della cultura precristiana del Nord germanico, l’antica e la nuova Edda, allora l’eterno inverno ci si fa incontro più volte quale fine del mondo. Ovunque risuona come motivo di fondo il lontano ricordo di un avvenimento, che già una volta dev’essere accaduto in una remota preistoria:

    “Sale il mare in tempesta sino al cielo,
    le terre inghiottite, l’aria è fatta gelida,
    masse di neve porta l’aspro vento,
    frena la pioggia la Ruota del Fato”.
    (Hyndluljòth, 44)

    Nel Vafthrùdhnismàl, 44, Odino chiede a Wafthrùdhnir:

    “Chi degli uomini mai vivo sarà
    quando il possente inverno sulla Terra
    alfin terminerà?”

    Così anche il Fimbulvetr nel Gylfaginning, 51, è descritto quale introduzione al Ragnarök: “Cose grandi ci sono da narrare e molte. E per prima che un inverno verrà, chiamato Fimbulvetr, il grande inverno, allora turbinerà la neve da tutti i punti cardinali, il gelo sarà grandissimo e aspri i venti. Il sole non avrà più forza. Tre inverni si seguiranno e fra essi non vi sarà estate. Ma ad essi precederanno tre altri inverni…” (4).

    Nell’Avesta ci è però conservata nel Vendidad, I, 1-3, una immediata tradizione della terribile disgrazia della razza nordica e della sua dimora originaria. Si tratta del luogo in cui Dio (Ahura Mazda) parla a Zarathustra della creazione di quella madrepatria della razza nordica, chiara o cosiddetta ariana, Airyana Vaejah (Vaejah – “seme”), il paradiso degli Arii. D’altra parte Angra Mainya, lo Spirito Maligno, creò quale contro-creazione la rovina, che da esso sempre di nuovo in una nuova forma viene mandata ad ogni nuova patria, che Ahura Mazda dona al popolo degli Arii nella sua ulteriore migrazione.

    “1. Disse Ahura Mazda allo Spitama Zarathustra:

    2. Quale ottimo fra i posti ed i luoghi, io Ahura Mazda, creai l’ariano Vaejah della buona Daitya; ma lui (Vaejah) creò quale piaga nazionale il molto pernicioso Angra Mainya, il serpente rossiccio e l’inverno opera dei demoni.

    3. Là vi sono 10 mesi invernali, solo 2 mesi estivi, ed anche questi troppo freddi per l’acqua, troppo freddi per la terra, troppo freddi per la pianta; ed è il Centro dell’inverno e il Cuore dell’inverno; poi, quando l’inverno volge al termine, vi sono qui molte alluvioni”.

    Di grande importanza è l’ora accennata relazione dell’inverno col serpente. Come si vedrà in seguito, il simbolo del serpente invernale rossastro garantisce l’alta età della tradizione dell’Avesta, che – significativamente – coincide esattamente con le ancor oggi conservate tradizioni simbolico-culturali degli Indiani nord-americani.

    Che prima di questo inverno di Fimbul regnassero nell’Airyana Vaejah altre condizioni climatiche, sa riferire ancora Bundahish, XXV, 10-14: “Dal giorno di Ahuramazd (primo giorno) di Avanu l’inverno acquista forza e viene nel mondo e… dal giorno Ataro del mese Din compreso (9° giorno del 10° mese) viene con gran freddo verso Airyana Vaejah; nel mese di Spendarmad compresi (i 5 epagomeni) fino alla fine (dello stesso e a un tempo dell’anno) l’inverno sopraggiunge in tutta la Terra. Perciò nel giorno Ataro del Din si accendono ovunque fuochiper indicare che l’inverno è venuto”.

    I cinque mesi d’inverno in questo passo vengono anche espressamente esposti: Avan, Ataro, Din, Vohuman e Spendarmad. Altrove (XXV, 7) è detto che dal giorno di Auharmazd (il primo) del mese Farvardin compreso fino al giorno di Aniran (l’ultimo) del mese di Mitera vi sono sette mesi d’estate. Per il tempo più tardo e quello contemporaneo (Bundahish, XXV, 20) dodici mesi e quattro stagioni, e l’inverno comprendeva solo gli ultimi tre mesi dell’anno: Din, Vohuman, Spendarmad. Questa è una tradizione che è abbondantemente confermata dai reperti del Magdaleniano.

    Il II Fargard del Vendidad mostra ora il tempo dell’irruzione di quel terribile inverno, allorché il “bello Yma, possessore di buoni armenti”, il “germe di Vivahvant” regnava sul Vaejah ariano. Ahura Mazda lo aveva esortato a mantenere e custodire la sua religione (II, 3), il che fu recisamente respinto da Yma: “Io non sono fatto, non sono istruito a mantenere e proteggere la religione”. Quindi Ahura Mazda gli avrebbe così parlato: “Allora aiuta il mio mondo a progredire, accresci il mio mondo, allora devi metterti a mia disposizione quale protettore e custode e sorvegliante del mondo”.

    Ciò fa Yma e ottiene da Ahura Mazda i due poteri, la freccia d’oro e la frusta ornata d’oro: lo strale luminoso (5), il simbolo del figlio di Dio, al cui contatto la Terra si apre e si dilata, e la frusta, originariamente il ramo a tre parti, il segno “uomo”, la “verga della vita”, della fede atlantico-nordica nella luce divina.

    “8. E nel regno di Yma trascorsero trecento inverni. Dopo di che la Terra qui gli divenne piena di bestiame minuto e grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi fiammeggianti: non trovarono più posto bestiame minuto e grosso né uomini”.

    “10. Allora Yma andò verso la luce al meriggio, incontro al sentiero del Sole: questo scorticò la Terra colla freccia d’oro; strisciò su di lei con la frusta, così parlando: ‘Cara santa Armatay! Va avanti e spanditi per poter portare bestiame minuto e grosso e uomini”.

    La Terra qui si espande, sì da diventare di un terzo più grande di

    prima. Ancora due volte avviene una simile espansione dell’impero ariano. Poiv
    “il raggiante Yma, possessore di begli armenti con i migliori uomini nel Vaejah ariano” organizza un’assemblea su ordine del Creatore Ahura Mazda.

    “22. E disse Ahura Mazda a Yma: ‘O bello Yma, germe di Vivahvant! Sulla materiale e cattiva umanità devono venire gli inverni e in conseguenza di ciò dapprima la nuvolaglia farà nevicare masse di neve dai monti più alti fino a profondità (quali li ha) l’Aretvi.

    23. E (solo) un terzo del bestiame, o Yma, salverà poi la vita (da tutto) ciò che vi è di più fruttifero nei vari luoghi, e ciò che è sulle altezze delle montagne, e ciò che nelle valli dei fiumi si trova di robusti edifici.

    24. Prima dell’inverno questo paese usava portare pascoli d’erbe; più tardi allo scioglimento delle nevi devono scorrere masse d’acqua e apparirà inaccessibile, o Yma, al mondo naturale colà dove si può vedere il passo delle pecore.

    25. Prepara quindi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati; proprio qui raduna il seme del bestiame minuto e di quello grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi lucenti. Predisponi poi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati, quale stalla per le bestie.

    26. In questo stesso luogo lascia che l’acqua continui a scorrere per una via della larghezza di una hetra e proprio lì disponi dei prati. In quello stesso luogo disponi case e cantine e vestibolo e bastia e circonvallazione.

    27. Proprio in quel luogo porta il seme di tutti gli uomini e le donne, che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra. In quello stesso luogo porta assieme il seme di tutti i generi animali che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra.

    28. Proprio là raduna il seme di tutte (le) piante, che siano le più alte e più profumate di questa Terra. Proprio là raduna il seme di tutte (le) vivande, che siano le più gustose e profumate della Terra. (Tutti) questi a due a due rendili inesauribili, finché gli uomini staranno nel castello.

    29. Non (devono) poter (venire) là dentro (difetti, imperfezioni, vizi) come: la gobba al petto, la gobba sulla schiena, il latte materno, non la curvatura del corpo, non la deformazione dentaria, non la lebbra, con cui è collegata la separazione (isolamento) delle persone (colpite); e non (altre) piaghe, che sono un contrassegno di Angra Mainyav, (che) è introdotto nell’uomo.

    30. Nella maggior parte del territorio fa’ nove passaggi, nella intermedia sei, nella più piccola tre. Nei passaggi della (divisione) più grande raduna il seme di mille uomini e donne, in (quelli) della intermedia di seicento, in (quelli della) più piccola di trecento; e segnala (i passaggi) con lo strale d’oro e applica al castello un portale luminoso, di luminosità propria (dal di dentro)”.

    Yma opera dunque secondo il comando di Ahura Mazda e installa la Vara, la circonvallazione o fortezza, per preservare il seme dei migliori uomini, animali e piante dalla distruzione, che l’infausto inverno doveva portare sul felice paese.

    “38. Ed egli segnò i passaggi (della fortezza) con lo strale d’oro ed appose alla fortezza una porta luminosa, di luminosità interiore”.

    In questo passo del Vendidad Zarathustra chiede ad Ahura Mazda:

    “39. O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là risplendono nella fortezza, che edificò Yma?

    40. Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri. Solo (una volta all’anno) si vedono sorgere e tramontare Sole e Luna e stelle.

    41. E gli (abitanti) considerano un giorno, ciò che invece è un anno”.

    Per la soluzione della nostra questione sull’origine e la patria della razza nordica, questo passo del Vendidad 2, 40-41, è della massima importanza. Gli abitatori della Vara che vengono salvati dall’inverno di Fimbul sono gli uomini eletti, vedono solo “una volta all’anno” sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle; e considerano un giorno quello che è un anno.

    La corsa celeste delle costellazioni qui così chiaramente descritta riserva un’unica possibilità per la determinazione del luogo di osservazione: questa può essere avvenuta solo nella regione artica.

    Ancora una volta vogliamo richiamare alla mente il corso degli astri, così come lo stesso si offre allo sguardo dell’uomo artico. Per tutti i popoli della razza nordica il nord è la direzione sacra, secondo cui essi si orientavano. Colà è la sede di Dio, il punto di rotazione dell’orientamento del mondo, dal quale discende il diritto, la direzione celeste dell’imperscrutabile eternità.

    L’indicazione, comune a tutti i popoli indoeuropei, della stella Polare come “stella guida” si richiama ad un’antichissima tradizione: antico nordico leidarstjarna (propriamente “stella del cammino”, da leid, “cammino”), anglosassone ladsteorra, inglese loadstar, lodestar, “stella Polare”, medio basso tedesco leiderstern, olandese leidstar, medio alto tedesco leitstern, nuovo alto tedesco Leitstern. Nel più antico danese si trova qui anche leding, medio b.ted. ledinge, angl. Scipsteorre (stella delle navi), inglese più antico steering star, “stella del timone”. Dopo la scoperta della bussola, l’antico nordico leidarsteinn, ingl. Loadstone, lodestone, fu formato come nome per “magnete” (6). Dalle più antiche rappresentazioni della rosa dei venti, delle direzioni celesti della bussola, il nord viene sempre riprodotto attraverso il giaggiolo stilizzato, che già nel Nord neolitico vale quale simbolo dell’albero della vita, e per sé di nuovo, come il trifoglio, per l’indicazione dell’asse celeste meridionale-settentrionale, è adoperato soltanto per il nord (7).

    Di quali antichissime tradizioni artico-nordiche si tratti qui, risulta da un breve confronto delle indicazioni della stella Polare presso i popoli circumartici. Presso gli Indiani Pawnee del Nebraska, la “stella che non muove” è la principale stella del cielo (8); gli Aztechi del Messico la ritenevano addirittura un essere più alto e più possente del Sole medesimo. Presso i Ciukci il dio principale è quello della Stella Polare (9), come anche a sud in Babilonia, la stella Polare è il trono del supremo dio celeste Anu.

    Nella poesia popolare islandese esso si chiama veraldarnagli, “ago del mondo” (10). Con ciò è da osservare che la indicazione “dio del mondo”, “uomo del mondo”, è un’antichissima denominazione nordico-atlantica del figlio di Dio e del Dio padre. Mentre nella Ynglinga Saga (c. 13) Freyr, originariamente il nome del figlio di Dio del periodo dell'’riete (serie –p-, -f-, -b-), il “Signore”, reca ancora la designazione veraldar god, nel lappone è ancora conservata la più antica denominazione del “periodo dell’alce”, veralden olma, “uomo del mondo”. La stessa designazione della stella polare la troviamo nel finnico taivaan sarana, “angelo del cielo” e pohja nael, “chiodo del fondo (del cielo)” o “del nord” (pohi, “fondo” e “nord”). Allo stesso modo presso i Lapponi esso si chiama bohinavvle, “chiodo del nord”: quando questo scorre via, il cielo cade giù, concezione che ci è tramandata anche dai Celti. I Samoiedi della zona di Turuchansk lo chiamano “chiodo del cielo”, “intorno a cui gira l’intero mondo” (secondo Tretjakov). I Korjaki lo chiamano, come i Ciukci, “stella del chiodo”.

    Colà, dove è il “chiodo del mondo”, si trova la punta del tronco dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, che dunque è “inclinata verso il nord”: il chiodo del mondo rafforza la cima dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, al cielo, quale asse del cielo. I Lapponi scandinavi chiamano la stella Polare veralden tsuold, “colonna del mondo”, i Lapponi russi alme-tsuolda, “colonna del cielo” (11), in cui alme è identico a olma, nome del dio supremo, veralden olma, “uomo dei mondi”, “dio dei mondi”.

    Il “chiodo dei mondi” (veraldarnagli) al culmine della “colonna dei mondi” (veralden tsuold), del sacro simbolo del dio supremo, dell’”uomo dei mondi” (veralden olma), fu da Knud Leems veduto e descritto ancora in una “colonna del mondo” lappone, presso Porsenger (12). Come presso gli Ostjachi, era una trave quadrangolare, al cui termine superiore si trovava un punteruolo di ferro, il veraldarnagli. La “colonna del mondo” stava fra i “due monti”, simbolo del solstizio d’inverno e della divisione dell’anno.
    (…)
    Torniamo alla tradizione dell’Avesta. In Vendidad, 6, 44, si chiede: “O creatore, onorevole asa! Dove dobbiamo portare il corpo degli uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporlo?”.

    “45. Ahura Mazda risponde: ‘Nei luoghi più alti, o Spitama Zarathustra, in modo che più sicuramente lo possano scorgere i cani divoratori di cadaveri e gli uccelli mangiatori di morti”.

    E: “49. ‘O creatore, venerabile asa! Dove dobbiamo portare le ossa di uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporle?’

    50. Allora disse Ahura Mazda: ‘Occorre predisporre per ciò una costruzione al di sopra del cane, al di sopra della volpe, del lupo, che non possa essere bagnata dal di sopra dall’acqua piovana. 51. Se gli adoratori di Mazda sono in grado di far ciò, le ossa devono essere deposte nella costruzione su un sostrato di pietra o di calcina o di argilla. Se gli adoratori di Mazda non sono in grado di fare ciò, occorre deporre le ossa per esposizione e illuminazione solare sulla terra, in modo che esse (senza un proprio supporto) costituiscano il loro proprio giaciglio e il loro proprio cuscino”.

    Per la sepoltura provvisoria il morto viene affidato nella sua casa al grembo della Madre Terra. Egli deve però sempre essere dissepolto di nuovo e affidato per il dissolvimento alla luce di Dio. Nella religione mazdea era già un grave peccato, seppellire per una metà dell’anno nella terra l’uomo morto, senza ridisseppellirlo ed esporlo alla luce (Vendidad, 3, 36). Nuovamente indicativo è qui il termine del mezzo anno, che corrisponde con la notte invernale artica. Dopo un mezzo anno, dunque, ogni morto deve essere dissepolto e l’esposizione della salma al sole deve poter avere luogo. Il corpo morto torna più facilmente alla terra attraverso la dissoluzione nella luce, che attraverso il seppellimento. Il ridiventare terra e il risorgere da essa attraverso la luce è il profondo significato cosmico di questo rito (Vendidad, 7, 45-48):

    “45. O creatore, venerabile asa! Entro qual termine una salma, per il fatto di essere stata deposta in terra ed esposta alla luce e al sole, diventa terra?

    46. Disse allora Ahura Mazda: ‘Nel termine di un anno, o Zarathustra, credente negli asa, un cadavere, (per il fatto che) è depositato sulla terra, ed esposto alla luce ed al sole, diventa esso stesso terra.

    47. O creatore, venerabile asa! Entro quale scadenza una salma, che è interrata, diventa essa stessa buona come la terra?

    48. Disse allora Ahura Mazda: ‘Dopo cinquant’anni, o Spitama Zarathustra, un cadavere sotterrato diventa esso stesso come la terra”.

    Questa è stata l’utilizzazione del più antico tipo di dolmen, del dolmen aperto, che cioè sulla sua lastra di copertura il morto fosse composto per la dissoluzione alla luce, e che poi le sue ossa imbiancate potessero essere poste sotto di lui sulla terra. Il pensiero della sepoltura sovraterrena costituisce sempre il significato fondamentale della tomba megalitica, anche nel suo successivo sviluppo. Questo porta all’identità di significato di “casa” e “tomba”. Il dolmen chiuso con entrata è la casa di neve (igloo) paleolitica tramandata quale costruzione di pietra dei popoli artico-nordici, le cui particolarità cultuali vengono ancora fedelmente conservate dai popoli subartici, da Lapponi come da Eschimesi. L’aumento e la densità della popolazione e il clima più caldo dell’ultimo neolitico deve aver ridotto sempre più per motivi igienici l’esposizione delle salme, rendendola possibile soltanto ancora per personalità eminenti. Mentre l’immediata e stabile sepoltura nel grembo della Madre Terra divenne comune. La casa-sepoltura megalitica conserva la sua disposizione e significato quale luogo di composizione della salma. Il suo ingresso è sempre orientato verso i punti del solstizio d’inverno, cioè prevalentemente sud-est, sud e sud-ovest, ma anche da ovest ad est, una ancor più antica tradizione, che risale alla metà dell’anno invernale, alla notte artica invernale.

    Resta l’idea fondamentale che il morto giaccia liberamente composto sulla terra e che la luce solare abbia accesso attraverso il buco nella lastra di pietra o attraverso la porta di legno. Da ciò anche la forma determinata dei geroglifi del solstizio d’inverno, che furono dati a questi fori.


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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Era glaciale e migrazioni umane
    di Marco Zagni


    Questo articolo si può interpretare come un ulteriore contributo e integrazione del mio saggio ,” L’Impero Amazzonico “, pubblicato di recente ( 1 ).

    Dopo circa 20 anni di ricerche continue , viaggi ed esplorazioni, parlando anche con altri studiosi, archeologi o semplici appassionati , mi sono definitivamente convinto che siamo oramai in una fase fondamentale e definitiva per cercare di comprendere in modo esauriente la Storia dell’Uomo. E’ necessario, oserei dire vitale , che si faccia uno sforzo congiunto finale per abbattere il secolare paradigma archeologico ortodosso che vede esclusivamente il Medio Oriente ed il Mediterraneo come la culla delle prime grandi civiltà ( Sumerica ed Egizia ). Se non riusciremo ad abbattere questa “ grande muraglia “ del pregiudizio la battaglia degli studiosi di frontiera , ai quali io mi sento di appartenere ,sarà per il momento perduta.

    Mai come in questo periodo mi sono reso conto di come chi ha il potere sui media può con estrema facilità far si che di certe notizie ( normalmente futili ) se ne possa discutere continuamente , mentre di altre ( fondamentali ) non se ne parli mai . Solo per fare un esempio : la traduzione di alcuni testi stranieri in italiano. Alcuni saggi di estrema importanza non sono stati ne mai saranno tradotti nella nostra lingua ( 2 ). Sono scelte volute ed imposte per fare in modo che di certi argomenti se ne abbiano solo delle pallide immagini distorte. Ma torniamo al vero scopo del nostro scritto.

    Nella prima parte del mio libro avevo esposto l’argomento che riguardava il mistero del Popolamento delle Americhe : in diversi ambienti di archeologia “ alternativa “ si pensa che, oltre all’accettata immigrazione in America di popoli asiatici attraverso lo stretto di Bering, vi siano state altre due immigrazioni , probabilmente precedenti : una dalle zone Atlantico/ Europee ed un’altra attraverso la via Australiano/Antartica. Per ora mi occuperò della prima migrazione dall’Europa.

    Quello che verrà esposto qui di seguito si basa , come sempre faccio , su concezioni di partenza conosciute ed accettate dalla comunità archeologico/antropologica internazionale, per poi arrivare a delle conclusioni che invece ( e non si capisce bene perchè ) non sono state ancora ritenute valide. Io ritengo che questo sia più che altro dovuto al fatto che la cosiddetta “ cultura dominante “ necessita sempre di moltissimo tempo prima di prendere sotto il suo capiente ombrello protettivo le innovazioni , di qualsiasi tipo, presentate da studiosi che , per così dire, precorrono i tempi.

    La specie umana alla quale noi tutti apparteniamo è rappresentata sulla Terra attualmente dall’Homo Sapiens Sapiens : siamo stati noi stessi a chiamarci così e non è ora il momento di stare a meditare troppo sul fatto se siamo veramente “ Sapienti “ o piuttosto “ Pazzi Suicidi “, data la situazione attuale del nostro Pianeta.

    In ogni caso, e adotto un’ottica prudenziale, si pensa che l’Homo Sapiens Sapiens sia presente sulla Terra con queste nostre stesse caratteristiche da almeno 50.000 anni - in pratica cinquantamila anni fa poteva già nascere un essere uguale a tutti noi e con le medesime capacità intellettive potenziali. Fino a qui sono tutti concordi , però da questo punto in poi, i pareri della comunità internazionale cominciano a divergere a partire da questa domanda : dove è nato il primo Homo Sapiens Sapiens? Alcuni studiosi sostengono, come Cavalli Sforza , che anche in questo caso bisogna adottare il principio dell’” Out of Africa “: il primo Homo Sapiens Sapiens era Africano e poi si è distibuito per i vari continenti , mutando il colore della sua pelle a seconda dei luoghi dove è giunto . Badate bene che non sto parlando del primo essere che aveva caratteristiche umane ( l’Australopiteco di qualche milione di anni fa ) ma piuttosto dell’ultimo : proprio nel caso dell’Homo Sapiens infatti, la teoria dell” Out of Africa “ non viene accettata da tutti . In particolare alcuni scienziati cinesi sono più propensi a pensare a un’altra ipotesi chiamata “ Multiregionalismo “ : in varie zone della Terra , più o meno contemporaneamente , si sono sviluppati diversi “ Homo Sapiens Sapiens “ , con le peculiari caratteristiche razziali che tutti ben conosciamo , come il colore della pelle , gialla, bianca , nera, rossa ecc.

    Questa ipotesi è probabilisticamente esattamente alternativa a quella sostenuta dallo studioso Cavalli Sforza ma, poichè siamo in Italia , da buoni campanilisti sosteniamo, soprattutto sulla stampa , solamente la tesi del nostro compatriota. Dell’altra possibilità non se ne parla mai , come se non esistesse , e questo quanto meno non mi sembra corretto. Ad ogni buon conto questi pareri diversi li ho esposti solo per un bisogno di maggiore completezza nei confronti dei lettori perchè quello che starò per dirvi non può essere invalidato nè dalla prima nè dalla seconda ipotesi : le posso accettare entrambe.

    La spaventosa glaciazione di Wisconsin Wurm iniziò circa 70-80.000 anni fa. Fu la più fredda della Storia , per quanto se ne sa , e colpì molto profondametnte il nostro Pianeta.

    Per quanto riguarda le sue cause non ne sappiamo ancora molto e non voglio arrischiarmi in congetture ,però una cosa la conosciamo: quando iniziò, la nostra razza Sapiens Sapiens non c’era ancora mentre il nostro “ cugino “ , l’Homo Sapiens Neanderthaliensis, esisteva già da qualche decina di migliaia di anni e si comportò veramente da “ duro “ quale era perchè affrontò la glaciazione senza praticamente spostarsi e rimanendo dove era sempre stato , in Europa. Quest’ultima Era Glaciale non fu ininterotta ma ebbe una fase “interglaciale” abbastanza lunga e calda ,da circa 40.000 a 30.000 anni fa. Fu proprio questa la fase in cui l’Homo Sapiens Sapiens prese il sopravvento sulla Terra, contribuendo di fatto all’eliminazione dell’ingombrante “ cugino “ Neanderthal il quale stava già scomparendo per conto suo perchè incapace di sopportare questi forti cambiamenti climatici. Diciamo, senza mezzi termini, che il nostro istinto assassino cominciò purtroppo da allora a manifestare tutta la sua potenzialità a spese di un nostro parente umano concorrente. Da allora, evidentemente, ci abbiamo preso gusto, ma è forse meglio per ora non farsi prendere troppo da questi pensieri ed andare avanti.

    A partire da questo momento in poi le mie ipotesi divergono notevolmente dalla storiografia ufficiale pertanto tenetevi forte.

    Io parto da un semplice presupposto, per altro enunciato e sostenuto dal rappresentante mediatico italiano più famoso della scienza ufficiale , Piero Angela ( 3 ), e cioè che in termini puramente probabilistici si pensa che esseri intelligenti , in condizioni favorevoli, siano in grado di costituire una sorta di “ civiltà “- non parlo di civiltà tecnologica pari alla nostra ma comunque di tipo “ organizzato “ come quella Egizia , per esempio, - in circa 15-20.000 anni. Fantastico ! , dico io. Questo vuol dire che , in termini probabilistici ,l’ Homo Sapiens Sapiens avrebbe potuto raggiungere un grado di civilizzazione di tipo “ evoluto “ almeno già tre volte ( oggi , 15-20.000 anni fa, 30-40-mila anni fa ) e non solo nell’attuale era post -glaciale! Questo ragionamento molto semplice ha messo letteralmente in crisi più di un luminare : oltretutto ,dato che la “ data di nascita “ dell’Homo Sapiens Sapiens , con i più recenti ritrovamenti , sta lentamente arretrando fino quasi a 100.000 anni fa ( 4 ), ci potrebbe essere spazio per un’altro paio di possibilità di civilizzazioni in più ( da tre volte a cinque ). Certo la Statistica ci parla di probabilità e non di certezza però grazie a questa disciplina siamo ora pronti a rispondere nei giusti termini quando gli ortodossi ci contestano la possibilità dell’esistenza di una Civiltà evoluta in Epoca Glaciale. Altro che eventualità “inverosimile”, come ci viene propinato continuamente ! E’ un’ipotesi PLAUSIBILISSIMA, e lo abbiamo dimostrato utilizzando proprio le informazioni che ci forniscono gli storici ufficiali.

    Ma proseguiamo nel nostro ragionamento. Appare pertanto quanto mai plausibile che , nel corso dell’Era Glaciale di Wisconsin - Wurm , ci fossero le basi perchè si sviluppasse una prima forma di civiltà umana evoluta : ma quando e , soprattutto, dove? Sono domande a cui non è facile rispondere, ma noi ci proveremo lo stesso.

    Ci sono fondamentalmente due correnti di pensiero tra gli studiosi favorevoli all’esistenza di una civiltà “ glaciale “: cominciamo con la prima.

    E’ “ L’Ipotesi Polare “: potrebbero essersi create le condizioni per la nascita di una cultura evoluta già 30.000 anni fa nelle zone Nord del Mondo ,allora calde, durante la FASE INTERGLACIALE del Wurm. Parliamo di Zone Artiche ma in realtà i ghiacci ci sono ora , non allora, in primo luogo perchè eravamo , come ho detto, in una fase calda-interglaciale, ed in secondo luogo , probabilmente, per una differente collocazione dell’Asse Terrestre ( questa seconda ipotesi però è più debole ). In sostanza si tratta della teoria supportata da quel grande precursore dell’Archeologia di Frontiera che è stato Bal Gangadhar Tilak, già descritta magistralmente all’inizio del ‘900 ( 5 ), con la differenza però che gli studi più recenti degli appassionati hanno anticipato di molto temporalmente questa possibilità rispetto al periodo ipotizzato dal grande studioso indiano ( 10.000 A.C. ) E’ l”Atlantide del Nord “, è “ Thule “ .

    Con la fine della fase interglaciale e la ripresa improvvisa di una glaciazione terribile ( dal 25.000 A.C fino a circa il 10.000 -8.000 A.C , la più fredda che si conosca ) gli Ario- Thuleiani furono costretti ad abbandonare la loro dimora artica e a migrare nelle zone più a Sud : In Asia, in Europa, in America del Nord e del Sud. Sono le migrazioni degli Ario Nordici descritte nei romanzi del dimenticato scrittore -esploratore tedesco Edmund Kiss ( 6 ), mai tradotti nella nostra lingua.

    La seconda ipotesi è la tradizionale “ Atlantide “ di Platone, collocabile tra 12- 10.000 anni fa, in un periodo geologico appena precedente la fine dell’era Wurmiana. Proprio la repentina e burrascosa fine dell’Era Glaciale , provocata forse da un evento catastrofico esogeno il nostro pianeta ( Impatto della Terra con una Cometa od un Asteroide di dimensioni considerevoli ) avrebbe provocato il crollo della civiltà atlantidea , già duramente provata dal disastroso fallimento della spedizione volta alla conquista del Mediterraneo. Anche in questo caso si verificarono delle migrazioni da parte dei sopravvissuti , i quali dalle zone “Atlantiche “avrebbero raggiunto L’Africa, e l’America.

    Come avete potuto leggere, entrambe le ipotesi prendono in considerazione un popolamento delle Americhe in senso “alternativo “ all’usuale migrazione proveniente dallo Stretto di Bering: questo non esclude naturalmente questa via asiatica di immigrazione, che sicuramente ci fu, però dà credito anche ad un’ipotesi di immigrazione in America di Homo Sapiens Sapiens Nordico /Atlantico-Europei.

    Indipendentemente dalla volontà di accettare o la prima o la seconda ipotesi ( Thule o l’Atlantide platoniana ) , e già questo sarebbe forse un falso problema perchè a mio modo di pensare un’ipotesi non esclude l’altra, come vedremo dopo, il punto fondamentale è raccogliere seri indizi di queste plausibili migrazioni Atlantico-Nord Europee in America.

    In effetti, tra il Centro ed il Sud America è possibile trovare petroglifi e pittogrammi preistorici le cui rappresentazioni ( in genere raffigurazioni cosmologico -cosmogoniche e simboliche ) sono molto simili ai pittogrammi ed alle incisioni su roccia che si ammirano tra l’Inghilterra e la Francia. Un eclatante esempio riguarda la famosa Pedra Pintada in Brasile ed i petroglifi di Pusharo in Perù , gia descritti nel mio saggio ( 7 ). Inoltre , recentemente , lo studioso Andrew Collins ha trovato altri pittogrammi molto simili a questi presso l’Isola di Cuba( 8 ). Considerando anche le enigmatiche raffigurazioni di uomini indiscutibilmente bianchi e barbuti rinvenute in diverse zone tra il Centro ed il Sud America , anche di notevoli dimensioni, esistenti sulle rocce delle montagne Andine ( vedi come esempio il volto barbuto di Ollantaytambo che appare sulla copertina del mio libro ) ed il recente aiuto dato dagli studi del DNA degli amerindi che hanno riscontrato almeno un aplogruppo di antichissima derivazione Caucasico/Europea ( dal 30.000 al 15.000 A.C. - 9), ecco che è possibile ipotizzare una forte migrazione “glaciale “proveniente anche dal contesto Atlantico/Europeo.

    Possiamo quindi pensare ad una soluzione soddisfacente per tutti : l’insediamento dei “Polari “ nordici dovette essere abbandonato per forza con il sopraggiungere della nuova, ultima fase glaciale ( 25.000 A.C ). Questa migrazione durata millenni portò questi popoli a raggiungere territori liberi dai ghiacci nelle zone Atlantiche ( dove il mare era più basso di almeno cento metri e si poteva trovare ampio spazio ed isole sufficienti per instaurare una sorta di cultura “ Atlantide”). La successiva catastrofe che provocò la fine della glaciazione e l’innalzamento repentino dei mari costrinse i sopravvissuti a tentare di costituire un nuovo ordine sociale in Centro ed in Sud America . Con i fratelli indiani provenienti da Bering si costituì così quell’ “Impero Amazzonico” , a lungo cercato dagli esploratori e dal sottoscritto, descritto nel mio saggio e contemporaneo delle altre culture post glaciali che si erano formate in altre parti del mondo nel corso dei millenni, per opera di altri scampati al diluvio: in India , in Cina , in Medio Oriente ed in Egitto.



    NOTE ALLA PRIMA PARTE

    1) Marco Zagni : “ L’Impero Amazzonico “, Mir Edizioni, Firenze , 2002.



    2) In questo caso specifico considero incredibile che il saggio su Tiahuanaco di Posnansky non sia mai stato tradotto. Vedi Arthur Posnansky : “ Tiahuanacu: Cradle of American man “, ed. J.Augustin, New York, 1945.

    3)Piero Angela :” Nel cosmo alla ricerca della vita “, ed. Garzanti, Milano, 1983.

    4)Alan Alford: “Il mistero della genesi delle antiche civiltà “, Newton-Compton editori, Roma, 2000.

    5)B.G.Tilak:” La dimora artica nei Veda “, Ecig, Genova, 1994.

    6)Vedi per esempio il libro di Edmund Kiss :” Die letze Konigin von Atlantis “, Koehler &Amelang, Lipsia, 1931.

    7)” L’Impero Amazzonico”, op. cit., cap.4 e 6.

    8)Andrew Collins : “ Le porte di Atlantide “, Sperling e Kupfer ed.,Milano, 2000.

    9)Vedi l’articolo di Antonio Aimi: “ Quei navigatori della Preistoria “, sul Sole 24 Ore del 25 giugno 2000.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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