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    Post Le origini dei latini, dal libro "gli indoeuropei"di Romualdi

    Fin dal secolo scorso la linguistica comparata è giunta al concetto della unità indoeuropea, ossia alla scoperta che le lingue germaniche, italiche, elleniche, celtiche appartengono ad un unico gruppo linguistico di cui fan parte anche l'antico indiano e l'antico persiano.
    Un esame più attento delle lingue indoeuropee permette di rinvenire termini comuni che designano l'orso, il lupo, il castoro, la quercia, la betulla, il gelo, l'inverno, la neve, - ci rimanda cioè ad originarie sedi settentrionali. La presenza del nome del faggio - albero che non cresce ad Est della linea Konigsberg-Odessa - e del salmone, pesce che vive nel Baltico e nel Mare del Nord, ma non nel Mar Caspio o nel Mar Nero, ci permettono di collocare l'antica patria indoeuropea in un territorio compreso tra il Weser e la Vistola, esteso a Nord fino alla Svezia meridionale e a Sud fino alla Selva Boema e ai Carpazi. Effettivamente, da questo territorio si irradiano, a partire dal 2500 a.C., una serie di culture preistoriche che dilagano dapprima nelle valli del Danubio e del Dnjeper, e di qui raggiungono l'Italia, la Grecia, la Persia, l'India.
    Di qui l'origine nordica delle civiltà indiana, persiana, greca, ma anche quella di quei prischi Latini che si stanziarono sui Monti Albani e fondarono Roma.
    Poiché gli Italici - e tra essi i Latini - in Italia ci sono venuti, presumibilmente, in diverse ondate, mentre l'antica popolazione mediterranea veniva lentamente sommersa da queste invasioni finché ne emergevano, come isole staccate, Liguri, Etruschi, Piceni, Sicani.



    Le affinità europee della lingua latina
    La parentela delle lingue indoeuropee è un fatto acquisito. Più complesso è il problema del legame dei singoli linguaggi tra loro. Esistono dei criteri generali di raggruppamento sui quali più nessuno discute: ad esempio una distinzione tra un gruppo occidentale kentum (del quale fanno parte il greco, il latino e il germanico ma anche l'ittita) ed un gruppo orientale satem, o anche l'unità originaria del sanscrito e del persiano in una comunità "aria" che si può ricercare archeologicamente fino a Nord del Caucaso.
    Spesso tuttavia i contatti tra le varie lingue sono così diversi e molteplici da rendere impossibile un preciso raggruppamento per gradi di parentela. Tutto ciò rispecchia uno stadio originario in cui i territori dei vari popoli erano incerti e i loro rapporti intrecciati da flussi e riflussi di ondate migratorie.
    Il latino è stato dapprima collocato in una supposta unità italo-celtico-germanica, ossia si è immaginato che gli antenati dei Celti, dei Germani e dei Latini abbiano formato una unità particolare in seno alla grande famiglia indoeuropea.
    E' dubbio però se una tale unità sia esistita o se non si debba cercare una unità ancora più larga comprendente anche il veneto e l'illirico, con caratteristiche affinità col baltico. Questo ci introdurrebbe al problema della vera natura del "veneto", e dell'"illirico", e a quello della lingua
    dei popoli dei campi d'urne.
    In effetti, tutte queste lingue possiedono dei termini sicuramente indoeuropei - ma che non si ritrovano in sanscrito o in greco. Esempi di questo "indoeuropeo occidentale" sono il gallico mori, latino mare, antico tedesco meri, lituano mares, antico slavo morje l'antico irlandese tuath
    " popolo", osco touto, antico tedesco diota e antico nordico thiod ("deutsch"), lítuano tautà e illirico teutana ("regina"). Comuni a questi popoli sono poi una serie di nomi per i corsi d'acqua che nell'Europa Centrale rappresentano il più antico strato toponomastico analizzabile,
    mentre in Spagna e in Italia furono importati. Valga come esempio Ala in Norvegia, Aller in Germania, Alento in Italia, Alantà in Lituania – spiegabili col lettone aluots = fonte; Aube in Francia, Alba in Spagna, Elba in Germania, Albula nell'antico Lazio, illuminabili con l'antico nordico elfr fiume e l'antico tedesco elve "letto fluviale". Questa unità linguistica - per la quale il Krahe ha creato la definizione di alteuropaisch, "europeo antico" - sarebbe quella dello indogermanisches Restvolk, ossia di quegli Indoeuropei rimasti più a lungo nelle antiche sedi.
    In genere, si deve pensare che mentre alcune stirpi indoeuropee, spintesi precocemente nell'area della civiltà egea e medio-orientale, già nel secondo millennio possedevano una lingua ben definita, le altre stirpi, rimaste nella patria originaria, parlavano dialetti appena differenziati l'uno dall'altro. Dai documenti di Pilo e di Hattusas noi sappiamo che intorno al 1400 a.C. nel Peloponneso si parlava già una lingua greca e che nell'alta Mesopotamia lo stato di Mitanni scriveva i suoi documenti in una specie di sanscrito. Ma è presumibile che nella stessa epoca gli antenati dei Latini e dei Germani storici parlassero dei dialetti allo stato fluido e, per così dire, sfumanti l'uno nell'altro.

    Il vocabolario settentrionale del latino
    Molte forme latine si lasciano agevolmente confrontare con forme celtiche, altre con forme celtiche e germaniche. Al latino piscis corrisponde il gotico fisks (tedesco moderno Fisch) e l'irlandese iask. Il latino salix trova riscontro nell'antico alto tedesco salaha e nell'antico irlandese sailech.
    Oltre alla parentela genealogica c'è un tipo di affinità linguistica che potremmo definire ambientale. Il latino, oltre ad essere stretto parente del germanico e del celtico ha tutto un vocabolario di termini che hanno riscontro non solo in queste lingue ma anche nel baltico e nello slavo. E' il nome del vento del Nord: in latino carus, in gotico skura, in lituano sziaurè, "Nord" e "vento del Nord", nell'antico slavo severu, "Nord". Ecco una serie di parole che designano il freddo: antico alto tedesco kalt e kuoli; lituano galmenis freddo intenso; antico slavo goloti, ghiaccio e zledica; latino gelu e glacies. Questo vocabolario ci parla di un'epoca in
    cui gli antenati dei Latini e dei Germani e degli Slavi vivevano in un ambiente gelido e settentrionale.Ancora più interessante è un altro termine geografico. Il gotico marei, il lituano mares, l'antico slavo morje ,il gallico mori, il latino mare designano di volta in volta il mare, ma anche lagune e bacini chiusi e paludosi. li tedesco moderno Moor, come il latino muria non indicano il mare, ma la palude. Anche qui si postula una condizione ambientale presente nell'Europa settentrionale preistorica: un paesaggio di acquitrini, di stagni e di lagune disteso intorno ad un mare semichiuso qual'è il Baltico.
    Se si vuol collocare nel tempo questa stretta comunità celtico-germanica-italica-illirica-baltica, bisogna risalire alla età del bronzo - ossia al secondo millennio a.C. - epoca nella quale i Celti non avevano ancora passato il Reno, né gli Italici le Alpi, né gli Illiro-Veneti il Danubio mentre i Germani vivevano nelle loro sedi scandinave e tedesco-settentrionali. In quanto ai popoli baltici, essi occupavano ancora la Prussia Orientale e confinavano coi Veneti alla foce della Vistola (sinus Veneticum). La partecipazione dello slavo a questa comunità linguistica è forse solo apparente, e sorge dal fatto che lo slavo dovette assimilare in Polonia gran parte del vocabolario venetico. E' solo all'alba dell'età del ferro che i Celti invadono la Gallia, gli Italici l'Italia, e gli Illiri la penisola balcanica. Ciò porterà ad una graduale espansione dei Germani in
    tutto il territorio tra il Reno e la Vistola.


    Latino e germanico
    In questa unità indocuropea nord-occidentale, si lasciano isolare numerosi vocaboli comuni soltanto al latino e al germanico.
    Si pensi a termini designanti parti del corpo come collus (poi collum) e Hals; lingua (antico dingua) e inglese tongue, tedesco Zunge; caput e Haupt. Vi sono poi termini indicanti oggetti della natura come latino limus e tedesco Lehm; gramen (da grasmen) e Gras; acer e Ahorn; saxum e antico alto tedesco sahs "coltello"; far e antico nordico barr "grano".

    Ancora di più pesano particolarità grammaticali che solo latino e germanico hanno in comune. Entrambi creano avverbi numerali e distributivi con un suffisso no: latino bini (da DUISNO) e nordico tvennr (germanico TWIZNA), "doppio". Entrambi rispondono alla domanda "dove"? con avverbi di luogo terminanti in ne: gotico utana ("da fuori", "von aussen") e latino superne, ("da sopra"). Entrambi formano sostantivi astratti con un suffisso tu: latino iuventus, "gioventù", e tedesco Altertum, "antichità".
    Queste particolarità, e altre che sarebbe lungo citare,han fatto affermare al Krahe che latino e germanico sono stati parlati un tempo da due popoli strettamente confinanti: "In quella fase arcaica che si rispecchia nelle affinità linguistiche qui elencate, gli antenati degli "Italici" han vissuto tra i Celti e i Germani in modo da tener separati questi due popoli. Perciò la comunità linguistica italogermanica è più antica di quella celtico-germanica. La prima risale all'età del bronzo, poiché la parola per bronzo (latino aes-aeris, gotico aiz, antico nordico eir, antico alto
    tedesco er, da cui il nostro ehern "bronzeo") è comune solo al germanico e all'italico. Solo dopo che gli "Italici" migrarono al Sud, i Celti giunsero a diretto contatto con i Germani e condividono appunto con loro la parola per "ferro": gallico isarno, irlandese iarnn e gotico eisarn" (Hans KRAHE, Germanische Sprachwissenschaft, Berlin 1969).
    Ma, ancora più interessante, il latino presenta una serie di parole che han riscontro solo nello scandinavo, cioè nell'antico nordico. Al latino os corrisponde il nordico oss "bocca di fiume"; al latino sanctus il nordico sattr; al latino longaevus il nordico longaer; e altri esempi si potrebbero
    addurre. Rudolf Much, che ha sottolineato questo fatto, ha messo in rilievo come il latino auster e il norvegese austr indichino entrambi il Sud, e non l'Est, come nelle altre lingue indoeuropee, il che in Norvegia si spiega col particolare orientamento delle valli. Egli ha ricordato come tra gli Eruli di Odoacre fossero anche dei Rugii originari della Norvegia - e si è chiesto se nella preistoria non si sia verificato alcunché dì simile. D'altronde, gli stessi Goti erano originari della Svezia.

    La cultura dei campi d'urne e lo indogermanisches Restvolk
    Le affinità europee della lingua latina e il suo vocabolario settentrionale si lasciano spiegare col cosiddetto "indoeuropeo nord-occidentale" del Devoto, ossia con quella caratteristica affinità che si rinviene tra italico, celtico, germanico, illirico ma anche baltico e slavo. Questa affinità, secondo il Krahe è quella dell ' indogermanisches Restvolk, ossia di quegli Indoeuropei rimasti nelle antiche sedi centro e nordeuropee.
    Non è qui il caso di ripercorrere tutte le complesse vicende della formazione dell'ethnos indoeuropeo e della sua progressiva dispersione. Mi limito a rimandare alla mia introduzione a Religiosità indoeuropea di Hans F. K. Guenther, dove, chi lo volesse, potrà trovare un'ampia discussione del problema indoeuropeo.
    Basterà accennare che l'espansione indoeuropea è legata a due grandi movimenti migratorii. Il primo è quello della ceramica cordata e delle asce di combattimento strettamente intrecciato con quello delle anfore globulari che raggiunge sia la Grecia che l'Anatolia, sia il Volga che il Caucaso. A questo primo movimento, databile tra il 2300 e il 2000 a.C., si deve il distacco dal ceppo comune di Greci e Ittiti, Traci e Arii. Il secondo, più recente, si colloca intorno al 1250-850 a.C.. E' quello dei cosiddetti campi d'urne (Urnenfelder).
    Il focolare della Urnenfelderkultur è la Lusazia, e, in genere, il paese tra
    l'Elba e l'Oder. Verso il 1400 a.C. la cultura lusaziana si trasforma nella cultura dei campi d'urne, che prende il nome dai sepolcreti a fior di terra dove le urne si allineano le une accanto alle altre. L'usanza di bruciare i morti ha antiche radici nell'Europa centrale, ma solo ora assume un carattere organico e totalitario. E' una nuova espressione di quel culto del cielo e del fuoco che sta all'origine della religiosità indoeuropea. Il simbolismo della Urnenfelderkultur si tocca con quello delle incisioni rupestri scandinave.
    Verso il 1250 la cultura dei campi d'urne - estesa ormai a tutto il territorio tra Reno, Vistola e Alpi - esplode violentemente. Tutta una serie di armi di foggia centroeuropea, i sepolcreti d'urne, monili, fogge, utensili di fabbricazione austriaca, tedesca, boema, ungherese, si diffondono rapidamente verso il Sud.
    Ma anche all'Ovest è lo stesso. I campi d'urne dilagano nella regione francese, nelle isole britanniche, fino in Catalogna.
    La migrazione dei campi d'urne porta alla dispersione dell'indogermanisches Restvolk: Celti ad Ovest, Italici verso Sud, Illiri verso Sud-Est. In Grecia, le città micenee crollano sotto l'urto della Emigrazione dorica".


    I campi d'urne in Italia
    In Italia, l'incinerazione fa la sua comparsa poco prima del 1300 a.C. Nel comasco, nel milanese e sul Garda. I bronzi connessi con queste tombe sono spiccatamente mitteleuropei. Che l'incinerazione fosse presente già in questa epoca nelle terramare - le stazioni su pali dell'Emilia - è probabile. Certo, i modelli ceramici richiamano da vicino esemplari lusaziani.
    Ma è dopo il 1250 che il fiotto dei campi d'urne trabocca nella penisola appenninica. Dapprima, abbiamo caratteristiche manifestazioni nella pianura Padana e solo avanguardie nell'Italia Centrale (Forlì-Poggio Berni, Lamoncello in val di Fiora). Poi i sepolcreti di Pianello del Genga (Fabriano), delle acciaierie di Terni, di Palombara Sabina, Tolfa e Allumiere forniscono l'evidenza d'una penetrazione delle genti incineratrici lungo la valle del Tevere. Queste manifestazioni vengono comunemente attribuite ad un'epoca intorno al 1050-1000 a.C..
    Di poco posteriori sono i sepolcreti ad incinerazione che popolano fittamente i Colli Albani. Nel Veneto, sui Colli Berici, compare la cultura atestina. Tra il Veneto e il Lazio, nel bolognese, a Tarquinia, Vetulonia, e in tutta l'Etruria, fiorisce la cultura detta - dal nome d'una località presso Bologna - "villanoviana".
    Ma gli incineratori non si sono fermati nel Lazio. Noto da quasi un secolo è il sepolcreto di Timmari, presso Matera. E tuttavia solo dopo l'ultima guerra si son messi in luce nuovi sepolcreti a incinerazione a Torre Castelluccia (Taranto), a Pontecagnano (Salerno), a Torre dei Galli (Pizzo Calabro), a Milazzo. Essi sono destinati a mutare molte delle idee correnti sulle origini dei popoli italici.
    Gli incineratori trovano l'Italia Centrale occupata dalla cosiddetta "cultura appenninica", le cui origini si lasciano ricercare fin verso il 1800 a.C. Substrato mediterraneo e superstrato mitteleuropeo si mescolano e si condizionano l'un l'altro. Sui Colli Albani, dove l'appenninico non esiste, possiamo attenderci di cogliere con maggiore purezza il superstrato nordico. Altrove, dove il substrato è ricco e tenace, l'elemento protoitalico è assorbito. Questo è appunto il caso dell'Etruria. La moderna archeologia ha fatto giustizia della favola erodotèa d'una provenienza del popolo etrusco dalla Lidia. V 'é, sì, in epoca già tarda, una "moda orientalizzante", ma non dei precisi ritrovamenti che possano provare un'origine dall'Asia Minore. Il popolo etrusco, e la lingua etrusca, sono indigeni. Ciò significa però che la cultura appenninica dell'età del bronzo non può essere indoeuropea. Quegli elementi della cultura delle asce di combattimento penetrati fino in Toscana (Rinaldone), fino in Campania (Gaudo), non possono essere stati niente dì più che avvisaglie d'indoeuropeismo. Poiché - se la cultura appenninica fosse già italica – donde sortirebbero l'etrusco, il piceno di Novillara, e tutti gli altri
    tenaci residui mediterranei testimoniati fin in epoca recente?
    L'origine dell'"italico", o almeno del latino, non può non essere ricollegata ai campi d'urne. La nascita dell'ethnos latino dalla cultura incineratrice dei Colli Albani è lì a dimostrarcelo.

    I Colli Albani e Roma
    Quattro sono le principalì culture incineratrici nella prima età del ferro (1000-650 a.C.). La prima è quella atestina, sui Colli Euganei, matrice della nazionalità veneta. La seconda è quella di Golasecca, nella Lombardia Occidentale e nel Canton Ticino. La sua identificazione etnica è incerta. Sulla base di alcune iscrizioni, si può parlare d'una parziale indoeuropeizzazione dei Liguri. Ancora più complesso è il caso della cultura villanoviana, estesa dal bolognese alla Maremma attraverso l'Umbria, e sul cui impianto si sviluppa la fiorente civiltà etrusca. Per la zona toscana si può pensare ad un assorbimento delle correnti italiche da parte del ricco
    substrato appenninico. L'etrusco ne conserva tracce nel vocabolario: etrusco usil, "sole", si riconnette ad un indoeuropeo * SAUWEL, italico auselo, (nel nome della gens Aurelia "a sole dicta"). Etrusco aisar si riconnette al veneto aisus e ai germanici Asen. Per la zona umbra bisognerà credere che correnti transadriatiche - attraverso le Marche meridionali - abbiano sommerso un'area protovillanoviana affine a quella veneta e a quella latina. Le differenze e le affinità tra umbro e latino verrebbero spiegate da questa ipotesi.
    Nel Lazio a Sud del Tevere, gli incineratori trovano un paese pressoché deserto. I Colli Albani - coperti di foreste -, le bassure del Tevere, le paludi Pontine non sembrano avere attratto coloni dell'età del bronzo. Gli insediamenti degli incineratori si depositano particolarmente fitti sui
    Monti Albani: intorno, è la bassura paludosa. I sepolcreti di Marino, Albano, Grottaferrata, Frascati, Rocca di Papa, Castel Gandolfo, Lanuvio, Velletri, Ardea, Anzio ci forniscono un quadro esauriente della più antica cultura latina. Il rito è quello mitteleuropeo dell'incinerazione. Fibule, rasoi, armi, rimandano agli esemplari austriaci e tedeschi. L'urna a capanna è stata spesso spiegata con influenze indigene. Ma le urne a capanna dello Harz e della bassa Vìstola, il nome stesso del Lat-ium, identico a quello della Lettonia (Lat-via), e lo stesso nome Roma, così frequente nella Prussia Orientale per designare un "luogo sacro" (Rom-uva, Rom-inten), ci
    rimandano ad un area "venetica" non troppo lontana dal golfo di Danzica ("sinus Veneticum").
    Niente meno che Giacomo Devoto ha calcato l'accento sulla menzione di Venetulani nell'elenco pliniano degli antichi popoli del Lazio, e ha spiegato il nome Rutuli come "i biondi".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Da dove provenivano gli Iperborei?

    di Giovanni Luigi Manco http://www.rinascita.net

    L’alba dalle rosee dita che fuga le tenebre, il primo annuncio, il momento primigenio di una grande esperienza resta sempre nella memoria come un’orma sacra. A volte l’inizio è un passato troppo remoto, lontano per essere ricordato, eppure qualcosa si trascina nel tempo, un barlume, un segno, e quello si custodisce, vivifica, completa con la fantasia per il bisogno dell ’Io di ritornare a se stesso, riprendersi nel tempo. Gli echi dell’inizio in sé si completano nel mito che è fantasia ma pure realtà autentica. Memoria e figure disegnate da vibrazioni profonde, invisibili eppure possenti. Il mito elabora, non nasconde. Così nei discendenti degli iperborei, degli iniziatori del discorso umano, i miti della patria ancestrale, posta nell’estremo nord d’Europa, ripetono in ambienti diversi, la medesima storia. La terra degli avi divinizzati, gli Asen, nella tradizione nordico scandinava è la “Terra Verde”, cioè la Groenlandia, da Grunes (verde) e lend (terra), senza neppure sospettare che ove oggi si stendono pianure e montagne di ghiaccio, un tempo, prima dello spostamento dell’asse terrestre, c’era il verde dei prati e la vita dell’uomo. Le tradizioni celtico-irlandesi parlano invece della divina razza dei Tuatha de Danam, discesa dall’Avallon, mitica terra nordica. Anche nella tradizione Aryo-Iranica la terra dei padri remoti è una regione dell’estremo nord. A questo proposito, sulla base dei testi vedici, uno studioso, Tilak, scrive nel saggio “L’origine polare della tradizione vedica”, del 1903: “Se noi leggiamo certi passaggi dei Veda fin’ora incomprensibili, alla luce delle scoperte scientifiche moderne, noi saremo obbligati a concludere che l’origine degli antenati dei popoli vedici si trova da qualche parte vicina al Polo Nord, prima dell’ultima glaciazione (…) La geologia e le tradizioni considerate negli antichi libri ary confermano che l’inizio dell’era postglaciale e l’emigrazione indoeuropea dalle zone artiche, che ne derivò, rimontano a un periodo, non anteriore all’8.000 prima dell’era volgare (…) Sarebbe stato impossibile ai sacerdoti indiani concepire o solamente immaginare lo splendore dell’alba nella forma descritta nel Rig-Veda. Perché l’alba evanescente ch’era loro familiare, non ha niente a che vedere con l’alba artica ch’è il vero modello degli inni vedici.”

    Tilak, scrivendo il suo saggio, non sapeva che alle stesse conclusioni era pervenuto nel 1776 l’astronomo Jean Sylvain Bailly sulla semplice evidenza che le costellazioni descritte nei vetusti libri dell’India potevano essere state osservate solo da un popolo che aveva avuto dimora nell’Artico. Gli Elleni chiamavano Thule la patria dalle cime innevate degli avi Iperborei, nell’estremo nord, da cui migrarono i Dori guidati dal Dio Apollo. Regione posta secondo Erodoto a nord del Mar Nero. Significativamente chiamavano il mare boreale Cronide, cioè di Saturno (Cronos-Saturno), considerando Cronos-Saturno è il re o Dio dell’Età dell’ Oro cantata dai poeti greco- latini come la più antica e bella età. Nel primo dei quattro cicli, o yuga, della tradizione vedica, l’Età dell’Oro prende nome di Satya-yuga, l’età buona, vera, dove l’aggettivo ya, vero, è connesso a sat, l’essere; così come il suffisso urnus unito sat dà il nome di Saturnus.

    Una tradizione ben viva ancora oggi se si pensa all’autentico portato del mito di Babbo Natale nella ricorrenza delle feste Saturnali e del dio solare Mitra, il 25 dicembre. La tradizione vuole che in detto periodo non ci siano servi e padroni, si sia tutti uguali. Il servo siede alla stessa tavola del padrone. Un modo per evocare la comune origine. Di ricordare e celebrare gli avi comuni. Babbo Natale è lo spirito degli avi, il padre dei natali delle genti iperboree. Veste di rosso siccome padre primigenio, datore di vita. Il rosso, colore del sangue, è il colore della vita. Il suo spirito è là, tra le montagne innevate della patria originaria, e da là muove simbolicamente nel solstizio d’inverno (festa del sole, di Mitra), per assicurare la germinazione delle messi dorate nel grembo della terra. Le strenne natalizie si donano chiuse nei pacchi di cartone, in parallelismo simbologico ai semi chiusi nella terra. Anche il più antico e tradizionale dolce delle feste saturnali, a forma di ceppo, rimanda ai culti antichi del fuoco sacro. Un modo di appellarsi agli avi contro le incertezze del domani. Un’occasione per ristabilire vincoli, sentimenti di solidarietà, ricordare la potenza dell’origine come conferma, certezza del domani. Non casualmente alle feste saturnali segue per i latini il mese dedicato a Giano, il Dio bifronte. Gli uomini delle fredde terre d’Occidente, tra 40.000 e 10.000 anni fa, nel “Paleolitico superiore”, vivevano una condizione per molti versi evoluta, benché limitati dalle condizioni naturali.

    Nelle pianure innevate della Moravia, nelle regioni inospitali che non lasciavano alternativa all’economia di caccia al mammuth, si inventano le fornaci per cuocere vasi e figure di terracotta, ad opera probabilmente delle compagne e figlie dei cacciatori.

    Sempre nel Paleolitico superiore, nel nord Europa, si sviluppano le prime industrie “in serie” di gioielli (perline in osso e avorio) e la prima scultura artistica.

    L’Europa era allora molto diversa. La gran Bretagna faceva parte del continente, unita alla Francia, ed era molto più estesa. In terra d’Europa fiorisce la prima civiltà nel senso proprio dell’ espressione, caratteristica per costumi, senso del sacro, concezioni astronomiche. Il suo iniziarsi può farsi coincidere con la fine della glaciazione del Wurm, quando le ampie steppe popolate da mandrie d’erbivori si trasformano in foresta. E’ in questo contesto che nascono le prime economie stanziali, che l’uomo comincia a scegliersi un territorio e a radicarsi in esso, quasi a piantarvisi, ricordando la derivazione etimologica, scoperta da Heiddegger, di homo da humus. Resti di cucina e tumuli di rifiuti fossili di questi insediamenti sono stati ritrovati sulla costa nord atlantica ma anche in Spagna e Portogallo. Il reperimento in questi siti sempre degli stessi strumenti, come un tipo particolare di piccone, lascia presumere il loro collegamento con la cultura megalitica, con i primi complessi monumentali dell’umanità: menhir e dolmen. Significativamente talvolta i megaliti sono sistemati tra loro in modo da formare pareti a tettoia che ricreano il luogo deputato alla vita del paleolitico, la caverna.

    Continuità fra preistoria europea e civiltà megalitica è anche provata da immagini incise sulla pietra dei megaliti.

    I menhir, la cui altezza varia dai due ai dieci metri, mentre il peso le 200 tonnellate, in Irlanda, Inghilterra e Scozia sono spesso disposti in circolo e chiamati cromlech. Fra i più importanti quelli di Averbury e di Stoehenge. All’estremo settentrione della Scozia si trova un gruppo di isole, le Orcadi, famose per le rovine megalitiche. Ebbene la più grande isola, Mainland, è chiamata dagli abitanti Pomona, nome d’una delle divinità più antiche e misteriose della Roma arcaica, ed è sempre nella simbologia della Roma arcaica che i sette colli rappresentano lo specchio terreno dell’Orsa Maggiore, la costellazione boreale, dove il Palatino rappresenta la stella Polare. Corrispondenze che spiegano l’intento di ricreare attraverso il simbolismo geo-astronomico la patria delle origini.

    A Stonehenge le ultime rilevazioni scientifiche hanno datato i buchi per pali a 8.000 anni p.e.v., mentre la posa in opera dei megaliti a un periodo compreso tra il 2900 e il 1500 p.e.v.

    La civiltà dei megaliti è accertata dal V millennio. Dal 3800 al 2500 si estende su un vasto territorio che va dalla Gran Bretagna al Portogallo, alle isole egee, alle Puglie, Sicilia, Malta, Sardegna, Corsica. Per un utile raffronto si pensi che le prime piramidi egizie risalgono alla seconda metà del III millennio, mentre i palazzi minoici al II millennio. Nel V millennio solo il popolo che viveva nel nord Europa, gli iperborei, era uscito dal buio della preistoria, dotandosi di una stabile organizzazione sociale, onorando i propri morti, venerando il principio divino, fonte e datore di vita.

    Lo scrittore greco Pausania ricorda un menhir nella Grecia del II secolo p.e.v., che prefigurava una divinità. Ancora più attendibile la testimonianza dello storico Diodoro Siculo, nel primo secolo p.e.v., il quale riferisce che in Gran Bretagna si adorava il dio sole in un tempio circolare (Stonehenge?). Scrive inoltre che grandi pietre erano oggetto di culto in varie parti della terra.

    I defunti erano deposti in tronchi di quercia, tagliati e cavati all’ interno. Tipica sepoltura megalitica che continua con i Celti. I druidi elessero, infatti, la quercia ad albero sacro e svolgevano le loro cerimonie nelle prossimità dei megaliti.

    La civiltà megalitica è rimasta a lungo viva nella tradizione popolare dell’ Occidente. A Carnai, in Bretagna, sulla parete esterna di una chiesa si osserva il bassorilievo di un santo nell’atto di benedire tori sacrificati davanti a dolmen e menhir. Il toro è un simbolo che percorre tutta la cultura europea, dai megaliti di Creta, Sardegna e Malta fino alle odierne corride. E come non pensare che ancora oggi i re d’Inghilterra sono incoronati sulla pietra sacra di Wesminster? Sempre in Bretagna, fino al secolo scorso, si cospargevano i menhir di burro, miele o olio. Qualcosa del genere si fa tutt’oggi in India con il lingam.

    In Scozia l’espressione gaelica per chiedere a qualcuno se andava in chiesa era. “Stai andando alle pietre?” Un noto proverbio del Galles recita: ”Buona è la pietra assieme al vangelo.”

    Il popolo dell’antica patria nordica giunse a dominare molte altre regioni, fino alla Libia ed Egitto. Evidentemente nelle regioni mediterranee, più favorite dal clima, dà inizio a civiltà più evolute e complesse. In Egitto la religiosità continua ad essere imperniata sulla potenza fecondatrice del principio divino di cui il sole è l’ipostasi. Il supremo Dio apollineo è invariabilmente rappresentato negli affreschi, bassorilievi e statue, come ithifallico. I menhir diventano obelischi, i dolmen (celle sepolcrali coperte da tumuli di terra), diventano invece le piramidi, dalla forma delle dune del deserto.

    Alla fine dell’ultima glaciazione, circa 7mila anni fa, lo scioglimento dei ghiacci con l’innalzamento del livello marino sommerse vasti territori. Un’ idea precisa dell’innalzamento del mare si è avuta studiando i depositi del Mar Baltico che da lago divenne un mare a causa dell’invasione delle acque dell’oceano Atlantico. Il livello del mare crebbe di 100 metri, sommergendo letteralmente villaggi e monumenti megalitici. Nell’isola di Er – Lannic, golfo del Morbihan, in Bretagna, uno scavo ha portato alla luce un circolo di pietre che si prolunga con un allineamento di menhir al fondo dell’ oceano, terminando con un altro cerchio completamente sommerso. Sempre in Bretagna, a Kermic, un cerchio di menhir si trova a 4 metri sott’acqua. A Malta antiche carreggiate di epoca megalitica finiscono in mare. Nel 1929 è stata individuata una grande struttura, a due chilometri dalla costa maltese, sul picco di una montagna, perfettamente spianata e livellata per far posto, probabilmente, a quello che doveva essere un edificio sacro. La spianata, di 310 metri quadri, si trova 19 metri sotto il livello del mare e i monoliti, di cui alcuni ancora in piedi, misurano 10 metri. I sacerdoti egizi attribuivano la distruzione di villaggi e templi del popolo datore di civiltà ad un castigo divino. Lo appuriamo da un Dialogo di Platone nel quale un certo Crizia narra la fine della prima grande civiltà come l’aveva ascoltata da un suo omonimo antenato, il quale a sua volta l’aveva appresa da Solone e questi, appunto, dai sacerdoti egizi. In pratica i pionieri della civiltà, quelli cioè che si erano portati nel basso mediterraneo e medio oriente, col tempo, mescolandosi con la popolazione locale, avevano finito col degenerare, minando l’integrità della stirpe e i valori su cui questa si fondava. Dio allora vedendo spegnersi in loro l’elemento spirituale volle impartirgli un castigo affinché diventassero più saggi, colpendoli col diluvio universale.

    Del popolo rimasto nella terra d’origine, nel nord Europa, una parte, stanziata secondo alcuni studiosi nelle steppe orientali, altri tra le Alpi e il mar Baltico, altri ancora nelle regioni della Russia meridionale attorno al mar Nero, per motivi che non conosciamo perfettamente, cominciano a loro volta a migrare anch’essi verso la fine del III millennio. Motivi possono essere stati l’aumento demografico o gli effetti dell’esaurirsi dell ’onda del diluvio dell’ultima glaciazione che aveva trasformato in aride e steppose zone, assicurano i geologi, precedentemente umide e temperate. Un popolo avvezzo a resistere alle prove di un ambiente difficile che, primo al mondo, aveva imparato a addomesticare il cavallo, utilizzato, oltre che come animale da tiro, anche da combattimento: circostanza destinata a dimostrarsi formidabile negli scontri in campo aperto con avversari appiedati. Grazie alla superiorità militare occupano vaste regioni e impongono le loro usanze, lingua, divinità guerriere e maschili, sostituendole o, più spesso, integrandole con quelle femminili proprie delle religioni degli agricoltori. Le migrazioni durano millenni e seguono due direttrici fondamentali, una verso l’Indo, l’altra verso l’Europa e il Mediterraneo orientale. Occupano regioni diverse e assumono nomi diversi. Ary nell’Indo, Hittiti in Anatolia, Achei e Dori nella penisola ellenica, Celti nell’Europa centrale, Latini e Osco-Umbri nella penisola italiana, Traci e Illiri nella penisola balcanica e nelle regioni italiane affacciate sull’Adriatico, Popoli del mare in Egitto, Filistei in Palestina. Quelli rimasti nelle terre d’origine acquistano anch’essi nomi diversi secondo la regione geografica: Sciiti a nord del Mar Nero, nell’attuale Ucraina, Norreni e Baltici in Danimarca e Germania del nord.

    Il tempo e la lontananza geografica diversifica, naturalmente, nei diversi gruppi la lingua comune. La somiglianza tra molti vocaboli consente comunque di fare luce su queste popolazioni. Sappiamo ora che appartengono allo stesso ceppo tutte quelle parole che riguardano un clima freddo, nebbioso, nevoso, il fatto poi che non compaia mai la parola “mare” esclude che le popolazioni interessate dalla migrazione abbiano avuto contatto con le coste a nord o a sud. Il modo di riferirsi agli alberi ha fatto nascere numerose questioni tra i linguisti: sono attestate parole relative ad alberi d’alto fusto. Allevavano pecore, buoi, maiali. Tra gli animali selvatici conoscevano il lupo, il cervo, l’orso, il castoro.

    Sappiamo che esisteva un modo particolare di intendere i rapporti tra persone. La parola “padre” indicava che svolgeva una funzione di autorità e prestigio nella comunità mentre l’espressione “atta” o “tata” sembra riferirsi al padre di famiglia. I termini “fratello” o “sorella” non indicano solo i figli degli stessi genitori ma tutti i membri dello stesso gruppo familiare come motivo di distinzione tra una gens e un’altra. Nonostante le distanze geografiche molte tradizioni continuano a ripetersi per millenni. I defunti continuano ad essere sepolti in tumuli di terra. Tumulo che in Grecia ricopre una grande struttura rettangolare, sormontata da un perimetro di pali di legno. All’interno la camera funeraria contiene i resti del defunto, insieme a oggetti preziosi e resti di sacrifici umani e animali. Sepolture che trovano descrizione nei testi omerici. La costruzione ricorda, a un tempo, i tumuli centro-asiatici e l’assetto dei futuri templi greci.

    In Macedonia si seppellivano re e aristocratici in imponenti tombe sotterranee, ricoperte da grandi tumuli circolari, e costituite da edifici con volte a botte, suddivisi in un’anticamera e in una camera mortuaria, e decorati da imponenti facciate.

    La tomba degli sciiti era contrassegnata da un tumulo “kurgan”, simile a quella degli hittiti.

    Tra le sepolture celtiche più importanti spiccano quelle di Magdalenenberg, nella Foresta Nera, risalente al 550 prima dell’era volgare; la sua estensione lascia sbalorditi pensando all’enorme quantità di terra rimossa per costruire un tumulo di cento metri di diametro.

    In Messapia, terra arida e pietrosa, le celle sepolcrali sono coperte da cumuli di pietre.

    In India il menhir darà espressione a un santuario composto di un recinto contenente un albero, un palo o una pietra sacra. Il dolmen diventerà lo stupa, reliquario monumentale che ripete in mattoni e pietra la forma dei primitivi tumuli. Si costituiscono di una volta emisferica piena, poggiata su un basamento di spessore minimo e sormontati da una piccola piattaforma sopraelevata che sostiene uno o più parasoli. Un monumento circondato da una balaustra in cui si aprono da uno a quattro ingressi, ognuno munito di portico.

    Dei simboli più comuni e caratteristici si ricordano la spirale, la svastica, i triangoli intrecciati, o stella di Davide per l’adozione di questo da parte dell’omonimo re israelitico.

    Nella seconda ondata migratoria, tra quelli diretti in oriente si distinguono per primi, in termini di civiltà, gli Arya, tra quelli diretti in occidente, gli Hittiti.

    In India gli Arya trovano una popolazione dalla pelle scura e naso camuso, i Dasa, che riducono in schiavitù. Le donne dei Dasa diventano spesso le concubine degli ary e non pochi risultano i matrimoni misti. Solo più tardi avvertono la necessità di difendersi dalla confusione razziale e a questo scopo proibiscono i matrimoni misti e ripartono la popolazione in gruppi sociali definiti, la cui designazione, varna, colore, chiarisce il motivo razziale. Un sistema, quello delle varna-ashrama, non coercitivo ma di armonizzazione sociale modulato da regole millenarie, volte a preservare le caratteristiche individuali dal rischio dell’uniformità. Praticamente la prassi della “teoria delle equivalenze in opposizione a quella impraticabile dell’uguaglianza” (Alain Daniélou, I quattro sensi della vita e la struttura dell’India tradizionale, Neri Pozza, ed. Vicenza 1998). Un’accentuazione delle naturali differenze tra gli esseri umani, dovute al grado di sviluppo individuale, alle caratteristiche etniche, alle attitudini morali e intellettuali. Intento riuscito solo approssimativamente per i tempi della sua adozione. I nuovi venuti parlavano il sànscrito, una lingua assai affine al greco, e in questa lingua complessa composero i Veda, che sono tra i testi religiosi più antichi della storia. Gli Arya costituirono numerosi piccoli Stati.

    Gli Hittiti, stabilitisi in Anatolia derivano il nome da quello della loro capitale Hattusa. Il loro impero si estende verso la Siria e la Mesopotamia. Perfezionano la metallurgia e usano per la prima volta un metallo di cui detengono gelosamente il segreto: il ferro. Sono infine sopraffatti da genti della stessa stirpe che continuano a marciare verso ovest, occupando successivamente i paesi dell’Europa meridionale e centrale fino alle sponde dell’Atlantico.

    Movimenti questi che interessano però solo i grandi flussi migratori, giacché gruppi limitati, magari di pochi elementi, si spingono nelle più lontane contrade del globo terrestre e ovunque fanno dono delle loro scoperte, consentendo alle diverse razze di intraprendere un autonomo, congeniale discorso di promozione umana.

    Tutte le civiltà al mondo iniziano da un unico centro, un’unica esperienza. Per quanto possa sembrare incredibile è proprio così. L’archeologia non fa che appurarlo continuamente, sebbene pretendesse fino all’ultimo di ritenere leggendaria la memoria di uomini bianchi all’origine delle maggiori civiltà, tanto dell’estremo oriente quanto dell’estremo occidente. La frequentazione degli iperborei e dei loro discendenti è attestata in tutte le civiltà antiche.

    L’invenzione della ceramica, dovuta 23.000 p.e.v. al genio degli iperborei, è trasmessa alle genti che abitavano la mezzaluna fertile, il medio oriente, 9.000 anni dopo e da qui giunge in estremo oriente. Le più antiche ceramiche trovate in estremo oriente sono di produzione mediorientale. Benché antichi manoscritti cinesi del II sec. p.e.v. parlano dei Yuezhi e dei Wusum, nomadi bianchi che vivevano agli estremi confini occidentali, gli storici si rifiutavano di crederci, preferivano pensare a una leggenda, ma hanno potuto farlo finché le aride colline delle Montagne Celesti, nel nord-ovest della Cina, e il deserto di Taklimakan, a sud, non hanno cominciato a restituire centinaia di cadaveri mummificati, dai lineamenti chiaramente caucasici, capelli castano chiaro o biondi, nasi lunghi, occhi incassati e crani dolicocefali, risalenti a 3.000 anni9. Mummie di una comunità nomade, proveniente dalle pianure dell’Europa orientale, che introdusse in Cina manufatti di base, come la ruota e i primi oggetti di metallo, ma anche nozioni di scienza medica. Un testo cinese del III secolo ricorda Huatuo, un medico straordinario capace, tra l’altro, di estrarre e curare organi malati. Una delle mummie ritrovate presenta tracce di un’ operazione chirurgica sul collo, l’incisione è saturata con crine di cavallo. Insieme alle mummie si è trovato un pezzo di legno appartenuto alla ruota di un carro. La ruota era stata costruita fissando insieme tre assi di legno in parallelo e tagliandole poi in modo da formare un cerchio. Carri con ruote simili a queste percorrevano le pianure dell’Ucraina nel 3.000 p.e.v.

    Un discorso a parte si potrebbe fare sulla popolazione degli Ainu nel nord del Giappone.

    Il nuovo continente, le due Americhe, era conosciuto molto prima di Colombo se nell’America del nord sono stati ritrovati ruderi di navi vichinghe, e nelle grandi civiltà del centro e sud America diversi manufatti archeologici europei, tra cui un giocattolo con due ruote in Perù. Circostanza strana in un continente che all’arrivo degli spagnoli mostrava di non conoscere la ruota.

    Anche la civiltà megalitica fiorita sulle Ande è attribuita dalla tradizione locale, come in Cina, all’arrivo di uomini bianchi, più precisamente a due figure mitiche giunte dal mare: Manco Capac e Viracocha. Il primo, proclamato re, volle per sé e i suoi discendenti l’appellativo di inca che in lingua quichua ha lo stesso significato di aryo, cioè signore. Viracocha, ricordato e venerato come dio portato dal mare, il suo nome significa, infatti “schiuma di mare”, era raffigurato nelle sculture e pitture come un uomo dai tipici tratti europei con una fluente barba rossa.. La circostanza lasciò allibiti gli spagnoli, poiché gli indios non hanno né pelle bianca, né barba, né capelli rossi, e non sospettavano neppure di essere stati preceduti nel nuovo continente da altri europei molti secoli prima. Avrebbero, eventualmente, più facilmente immaginato rapporti con i cinesi, data la distanza geografica e l’affinità biologica tra le due razze. I romani, e prima ancora i vichinghi, i fenici, i greci, erano già stati nelle americhe. Inca e Atzechi ricordavano ancora, al tempo della conquista spagnola, antichissime relazioni tra amerindi e barbuti uomini bianchi. Infinite testimonianze dimostrano il contributo degli europei nella formazione delle civiltà evolute.

    Un apporto, contributo mai venuto meno tra occidente e oriente. Sulla base della rilettura di antichi documenti del quinto secolo dell’era volgare e del ritrovamento di vasi di terracotta con disegni di soldati schierati a testuggine (tipica formazione da battaglia dei romani, nei pressi del villaggio Zhelaizhai, sul limitare del deserto del Gobi, sorgeva una città chiamata Liqian (nome usato a quei tempi in Cina per indicare il potente impero romano) e che, molto probabilmente, costituiva una colonia romana. Guang Heng, storico cinese, e Homer Hasepfug Dubs, della Oxford University, osservano che soltanto due altre città cinesi sulla Via della seta è stata fondata nel 53 p.e.v. da legionari al seguito di Licino Crasso nella campagna contro i Parti. Fatti prigionieri e poi in seguito fuggiti, avrebbero gettato le fondamenta di una città- descritta in un libro della dinastia Han- circondata da una doppia palizzata di legno, secondo una struttura caratteristica ed esclusiva dei romani. Un’ulteriore conferma la forniscono gli attuali abitanti di Zhelaizai, dai sorprendenti riccioli castani e occhi chiari.

    A spingere i romani verso l’estremo oriente era la seta, ma anche il ferro. Plinio il Vecchio sosteneva che la migliore qualità di ferro era quella prodotta dai “seres”, il nome dato dai romani ai cinesi, dal quale deriva il nostro aggettivo serico e il sostantivo seta. I contatti non avvenivano via terra, a causa dei Parti, acerrimi nemici di Roma, ma per via marittima. Dal Mar Rosso (i porti di Clysma e Berenice, erano collegati alle città carovaniere di Palmyra e Petra) costeggiavano la penisola arabica, toccando il porto di Cana e da qui seguivano il continente asiatico fino alle foci dell’Indo, oppure prendevano il mare aperto, toccando terra alle Maldive, dopo quattro o cinque mesi di viaggio. Uno dei grandi scali doveva essere l’ antico porto di Phnam, nel delta del Mekong, dove sono state ritrovate monete romane con le effigi di Marco Aurelio e Antonino Pio. Anche fonti cinesi attestano queste spedizioni. Un documento del 166 e.v. registra l’ arrivo di un’ambasciata di mercanti romani a Luoyang, capitale dell’impero, portando in dono corni di rinoceronte, corazze di tartaruga e zanne di elefante.

    E pensare che fino a poco tempo fa si riteneva che i romani avessero conoscenze geografiche molto limitate, addirittura di non essersi mai spinti oltre la Britannia. In realtà i comandanti di stanza in Britannia iniziarono subito dopo la conquista, una vera e propria opera di esplorazione del Mare del Nord e dell’oceano Atlantico, ritenuti i confini occidentali del mondo antico.

    Tra l’82 e l’84, il comandante romano Agricola, ricorda Tacito, circumnavigò la Gran Bretagna e localizzò le isole Shetland, Orcadi ed Ebridi. Una delle scoperte più interessanti è avvenuta in quella che fino a pochi anni fa era considerata l’unica terra celtica inviolata dai romani, l’Irlanda, Hibernia in latino. Nel gennaio 1965 gli archeologi del museo nazionale irlandese scoprirono le fondamenta di un forte romano, esteso su un’area di due chilometri quadrati a Drumanagh, a meno di trenta chilometri a nord di Dublino. Dalle monete rinvenute, risulterebbe datato tra il 79 e il 138 e.v. I dati di scavo spiegano l’accampamento militare come avamposto per controllare una piccola porzione dell’isola e proteggere la provincia di Britannia contro possibili incursioni delle popolazioni celtiche del luogo, i Pitti (pitturati di linee blu) e gli Scotti. Nel giro di pochi anni il castrum si ingrandì e divenne una testa per un’eventuale occupazione dell’ isola. E’ accertata la frequentazione di mercanti gallo-romani in Scandinavia, Norvegia e Svezia. Armi, argenti e vasi in vetro romani sono stati rinvenuti, in notevole quantità, in depositi o tombe principesche nell’area dello Jutland occidentale e nel meridione di Norvegia e Svezia.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Italia arcaica: le origini

    Quando la Grecia si avviava ormai alla denordizzazione, l'altro serbatoio accumulato dall'ondata indoeuropea del 1200 era appena intaccato, e l'Italia successe alla Grecia nella leadership della civiltà classica.

    Che le lingue italiche - e tra esse il latino - siano state diffuse da un tipo razziale relativamente «chiaro», appare verosimile, data la loro provenienza dall'area centroeuropea. Nonostante le proteste del buon Sergi alla fine del secolo («i veri Italici sono gli indigeni neolitici mediterranei»), la più recente antropologia ha riconosciuto la connessione tra i linguaggi italici e il tipo xantocroico (dal greco xanthòs = biondo e chròes = colorazione). Già il Livi, il medico militare che eseguì i primi rilievi antropologici in Italia sulle classi 1867-70, aveva notato due zone di biondismo, una nell'Italia settentrionale (in particolare nella Lombardia occidentale), che egli metteva in relazione con la migrazione longobarda, l'altra più tenue, lungo l'arco dell'Appennino, riconducibile alle più antiche migrazioni italiche.

    Scrive il Sera, nell'Enciclopedia Italiana: «Ma il fatto più singolare che le due grandi carte del Livi pongono in luce, ... è la presenza di una forte componente xantocroica in tutta l'Italia centrale e soprattutto orientale: Umbria, Toscana, Abruzzo e parte settentrionale e orientale dell'Italia meridionale, Molise, Beneventano, Puglia settentrionale, parte settentrionale e orientale della Lucania. Da questa zona si irradierebbero le propaggini disperse del tipo che si riscontrano nelle altre parti della penisola e nella Sicilia... La localizzazione della maggiore massa di questo tipo fa pensare a una provenienza dal Nord e dall'Oriente, cioè che esso sia disceso in Italia seguendo la costa adriatica, senza penetrare addentro nella pianura padana, ma - deduzione assai più importante - sembra che a mano a mano che si discende verso il Sud, esso abbia sede tra i monti. Si può pensare a una preferenza originalmente data a questo ambiente per una minore resistenza del tipo stesso al clima caldo del mezzogiorno italiano, o anche perché il tipo, un tempo esteso alla costa, sia ivi scomparso per fatti di selezione eliminativa. A ogni modo... è chiaro che detto tipo dovette respingere perifericamente una popolazione bruna e branchíoide, che si ha ragione credere fosse autoctona nella regione... E' probabile che questo tipo xantocroico sia disceso in Italia all'epoca del ferro, se non prima, e che sia stato il portatore del linguaggio ariano. La serie preistorica di Alfedena dovrebbe contenere abbondantemente tale tipo».

    Che i popoli italici - e tra essi i Romani - si distinguessero per una maggiore impronta nordica da quelle genti che affondavano le loro radici nella preistoria mediterranea, potrebbe mostrarlo lo stacco esistente tra il carattere nazionale latino-italico da una parte, e quello etrusco dall'altra, stacco tanto più considerevole se si tien conto della vicinanza reciproca e della comunanza di civiltà. Agli Etruschi, con la loro cultura piena di vivacità e di colore, con la loro intuizione sensuale del mondo, ora cupa ora gioiosa, si contrappone la severità rigida, scabra, quiritaria delle genti latine e sabelliche, prolificazioni di un ethnos differente.

    Così un grande interprete dell'antichità ha sintetizzato il carattere nazionale etrusco: «Etrusca era la gioia ai piaceri dell'esistenza, ai conviti, alle donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta dei gladiatori, al circo e alla farsa, all'indolenza, amabile e contemplativa... Ma etruschi erano anche l'eroe cavalleresco e il combattente individuale,che agognavano all'avventura e alla fama, profondamente diversi dagli ubbidienti e disciplinati soldati di formazione romana. E come la vita etrusca si svolgeva nell'opposta tensione di riso e crudeltà, di piacere sensuale ed avventura, di indolenza svagata ed affermazione eroica, non diversamente nell'opposizione di cavaliere e dama: la donna dominava sull'uomo e nella casa e prendeva parte anche alla vita pubblica. Una visione femminile del mondo s'esprime in Etruria dovunque ... ».

    E' l'elemento «dionisiaco», lo «schiumante entusiasmo, il piacere e la sfrenata crudeltà dell'antico Mediterraneo», da Schuchhardt contrapposti all'apollineo «alto sentire, accorto agire e misurato decidere del Nord»: come in Grecia l'orfismo, così in Italia gli Etruschi rappresentano il polo «anticlassico».

    Di fronte alla sensuale vivacità delle genti indigene, sta l'ethos dei popoli discesi dal Nord. Sono i duri Sabini (Properzio, 1, 1, 32, 47) con le rigidae Sabinae (Ovidio, Amores, 11, 4, 15), fortissimi viri, severissimi homines (Cicerone, pro Ligario 32; in P. Vattinium 15, 36), avi di forti generazioni di soldati e contadini (rusticorum militum). Sono i Romani con la loro tenuta asciutta, severa, impersonale, le generazioni latine d'età repubblicana che presero le armi contro Annibale prima ancora che la «bionda peluria - flava lanugo - imbiondisse loro le gote» (Silio Italico, Punica, 11, 319), i militi romani dalle «teste bionde» (xanthà kàrena), di cui l'eco è negli "Oracoli Sibillini" (XIV, 346): «Nel senato dell'epoca repubblicana e del quinto fino al primo secolo l'essenza nordica ha sempre dimostrato di essere la forza preponderante e deterrninante: audacia illuminata, attitudine dominata, parola concisa e composta, risoluzione ben meditata, audace senso di dominio. Nelle famiglie senatoriali, anzitutto nel patriziato, e poi nella nobilitas, sorse e cercò di realizzarsi l'idea del vero romano, come una particolare incarnazione romana della natura nordica. In tale modello umano valsero le virtù etiche di impronta nordica: la virilità, virtus, il coraggio, fortitudo, la saggia riflessione, sapientia, la formazione di sé, disciplina, la dignità, gravitas, e il rispetto, pietas... in più quella misurata solennità, solemnitas, che le famiglie senatoriali consideravano come qualcosa di specificamente romano».

    Che questi caratteri spirituali fossero sostenuti da una ben precisa sostanza razziale, è stato affermato dal Sieglin e dal Günther. L'onomastica latina attesta una certa frequenza di caratteri nordici. «Ex habitu corporis Rufos Longosque fecerunt», «dal fisico chiamavano Rufo uno coi capelli rossi, e Longo uno di alta statura»: così Quintiliano ricorda della origine dei nomi propri. Il Sieglin dà una lunga serie di Flavii, Flaviani, Rubii, Rufi, Rufini e Rutilii. Questi nomi sembrano esser stati tradizionali nelle genti Giulia, Licinia, Lucrezia, Sergia, Virginia, Cornelia, Junia, Pompeia, Sempronia: ossia nella più gran parte della classe dirigente romana. La famiglia degli Ahenobarbi (barba di rame) faceva risalire la sua denominazione a una leggenda secondo la quale due giovinetti, messaggeri d'una divinità, avevano toccato la barba d'un guerriero romano che era diventata rossa. L. Gabriel de Mortillet suppone che rutilus, col significato d'un biondo infuocato, sia stato usato soprattutto pel sesso maschile, flavus, un biondo più mite, per le donne. Per l'azzurro degli occhi l'aggettivo comune è caesius donde nomi come Caeso, Caesar, Caesulla, Caesilla, Caesennius e Caesonius.

    Ancora la Historia Augusta (Aelius Verus, 2, 4) spiega Cesare con caesius. Per gli occhi grigi l'aggettivo era ravus o ravidus, donde nomi come Ravilia o Ravilla:

    Raviliae a ravis oculis, quemadmodum a caesiis Caesullae.

    Ad alte stature si riferiscono ì nomi Longus, Longinus, Magnus, Maximus, e anche Macer, Scipio (bastone). Albus, Albinus, Albius indicano colorito chiaro. In appendice all'Incerti auctoris liber de praenominibus, d'epoca tiberiana, si legge che nomi di fanciulla come Rutilia, Caesella, Rodocilia, Murcula e Burra designano capelli e compressioni chiare. Murcula viene da murex, porpora, Rodacilla dal greco rhodax, rosellina, Burra - come anche Burrus - dal greco pyrròs: tutte a colore ductae.

    Che il tipo fisico dei Romani, almeno in epoca repubblicana, dovesse essere abbastanza settentrionale, può mostrarlo anche quel detto tramandato da Orazio:

    hic niger est, hunc tu, Romane, caveto!

    «quello è nero, guardati da lui, Romano!», che esprime una diffidenza spontanea verso l'individuo troppo scuro di pelle che non ha perduto neppure oggi la sua attualità. D'altra parte, la credenza che al momento della morte Proserpina staccasse al moribondo il capello biondo che ognuno doveva portare sul capo (Eneide, IV, 698: nondum illi Ilavom Proserpina vertíce crinem abstulerat), non può che esser sorta in un'epoca in cui i capelli biondi erano comuni tra i Romani.

    Il Sieglin, che ha passato in rassegna le fonti sui caratteri fisici degli antichi Italici, scrive che accanto a 63 biondi sono menzionati solo 17 bruni. Ancora nelle pitture dì Pompei il 75% delle immagini ritrae individui chiari. Sempre secondo il Sieglin, 27 divinità romane sono descritte come bionde, e solo 9 come scure. In particolare, Giove, Marte, Mercurio, Minerva, Proserpina, Cerere, Venere, e anche divinità allegoriche come Pietas, Victoria, Bellona, vengono spesso ritratte come bionde. 10 personaggi delle antiche leggende sono biondi, nessuno bruno. Così delle personalità poetiche: 17 bionde e due brune.

    Caratteri nordici ci sono tramandati di diversi personaggi della storia romana. Rosso di capelli e con gli occhi azzurri era Catone il Censore, questa personalità in cui parvero incarnarsi tutte le più antiche virtù del romano. Biondo e occhiceruleo era Silla, il restauratore. Coi capelli biondi e lisci, occhi chiari, flemmatico e composto nella persona, ci appare Augusto, il fondatore dell'Impero. Cesare aveva occhi e capelli neri, ma complessione bianchissima e alta statura.

    L'ideale fisico d'un popolo s'esprime nell'ideale dei suoi poeti. Tibullo canta una Delia bionda, Ovidio una bionda Corinna e Properzio una bionda Cinzia. Una fanciulla troppo nera non doveva essere molto pregiata se Ovidio (Ars Amandi, 11, 657) suggeriva si nigra est, fusca vocetur. Le lodi maggiori van sempre alla candida puella. Giovenale ci parla della flava puella Ogulnia di nobile stirpe.

    Importante è l'Eneide, per quel suo carattere celebrativo delle origini che fa di Virgilio un poeta «archeologo»,in una specie di passione per lo stile degli antichi Romani, in una esaltazione della latinità. Nell'Eneide tutti i personaggi sono biondi. Così Lavinia (Eneide, XII, 605: filia prima manu flavos Lavinia crinis et roseas laniata genas: flavos è preferibile a floros); Enea, spirante nobiltà nel volto e nelle chiome come avorio cinto d'oro (En. I, 592: quale manus addunt ebori decus, aut ubi flavo - argentum Pariusque lapis circundatur auro); il giovinetto Iulo; Mercurio nella sua apparizione (Eri. IV, 559: et crinis Ilavos et membra decora iuventa), mentre tra i guerrieri è un fulvus Camers di nazione ausonia (X, 562), tanto più notevole in quanto di nessuno dei guerrieri o degli altri personaggi dell'Eneide si dice che abbiano capelli neri. Persino la cartaginese Didone è bionda (IV, 590: flaventisque abscissa comas), così forte è l'inclinazione a vedere antichi eroi ed eroine circonfusi in una nube di biondezza originaria. Anche nei Fasti d'Ovidio, composti con uno stesso intento archeologico e celebrativo, eroi ed eroine dell'antichità romana ci appaiono biondi. Bionda è Lucrezia quando piacque a Tarquinio (forma placet, niveusque color flavique capilli, 11, 763), biondi Romolo e Remo, marzia prole:

    Martia ter senos proles adoleverat annos et suberat flavae iam nova barba comae (III, 60).

    Ha scritto il Sieglin: «Gli invasori elleni e italici erano, secondo le non poche testimonianze che possediamo, biondi. Bionda è la maggioranza delle persone di cui ci viene descritto l'aspetto fisico; in particolare erano gli appartenenti alle famiglie nobili che si distinguevano per il colore chiaro della loro pelle e dei loro capelli. In tutte le epoche dell'antichità classica, biondo ebbe il significato di distinto».

    L'epoca aurea della romanità «nordica» va dalle origini alla fine delle guerre puniche. E' l'epoca della repubblica aristocratica, sorta dal patriziato e dai migliori elementi della plebe. E' l'epoca in cui Ennio poté scrivere moribus antiquis res stat romana virisque, in cui i valori romani poggiavano ancora su di un'adeguata base razziale. L'ideale della probitas, dell'integritas, quello del vir frugi, del vir ingenuus, in cui simplex suonava ancora come una lode, è difficilmente riducibile a uno standard meridionale: «L'essenza del "vero romano", del vir ingenuus non si spiega alla luce dell'anima "meridionale", delle popolazioni preitaliche di razza mediterranea, che dovettero invece formare la maggioranza dell'antica plebe, o almeno la plebe della capitale (plebs urbana)» .

    Questo prisco ideale repubblicano d'una severità di contegno derivante non da astratti precetti, ma da una nobile natura di sangue nordico, l'ha espresso Properzio nella figura di Cornelia figlia dell'Africano:

    Mihi natura dedit leges a sanguina ductas (IV, 11)

    Già nel Il secolo a.C. son visibili tracce di decadenza. E' lo spopolamento delle campagne, in seguito alla speculazione e al tasso di sangue troppo alto estorto dalle continue guerre. Di qui, le lotte per la riforma agraria, i Gracchi, e le difficoltà sempre crescenti in spedizioni militari di second'ordine, come a Numanzia, o in Numidia. All'epoca di Pirro, e anche a quella d'Annibale, i Romani avevano potuto mettere in campo quante truppe avevano voluto: «I Romani, scrive Plutarco, colmavano senza fatica e senza indugio i vuoti nelle loro truppe come attingendo da una fonte inesauribile». Nel II secolo già il contadinato italico dava segni d'esaurimento. Ma con la scomparsa del contadinato italico, delle forti generazioni contadine che avevano fatto argine contro Annibale «prima ancora che la bionda peluria vestisse le loro guance», incominciava la denordizzazione della romanità.

    Contemporaneamente, i contatti con la grecità decaduta, con l'Oriente levantino, portavano i primi germi di disfacimento in Roma. Syria prima nos victa corrupit, rìconosceva Floro (Epitome, 1, 47). Già alla metà del II secolo il numero degli schiavi eguagliava quello degli Italici, con conseguenze incalcolabili pel tralignamento del carattere nazionale romano. Il tipo del levantino portato schiavo e emancipato, del liberto di razza ignobile ma ricco e potente, diventa sempre più frequente sulla scena romana per dominarvi incontrastato nei secoli dell'Impero. Siri, greculi, ebrei - nationes natae servituti - secondo il severo giudizio romano, diventavano sempre più numerosi, con l'influsso dissolvente della brillante civilizzazione ellenistica. «I nostri cittadini sembrano schiavi della Siria - diceva il nonno di Cicerone - tanto meglio parlano il greco, e tanto più sono corrotti». «Tacciano codesti, cui l'Italia non fu madre, ma matrigna», aveva detto Scipione Nasica di fronte alla turba tumultuante nel foro, una turba d'importazione.

    Al tipo del romano di ceppo italico succedeva una massa anonima sempre più mediterranea e levantina. Anche la ritrattistica permette di osservare l'avvento di tipi sempre più nettamente levantini - specialmente banchieri e uomini d'affari - che si contrappongono al romano nobile d'impronta nordica o nordico-dinarica. Il tipo fortemente scuro e così scarsamente europeo che caratterizza ancora oggi tanta parte della popolazione dell'Italia - color iste servilis, diceva Cicerone - si può far risalire all'invasione di schiavi orientali, Asiatici Graeci, dell'ultima età repubblicana e di quella imperiale. Che questa massa non potesse offrire sostegno alle vecchie istituzioni aristocratiche repubblicane, e avesse bisogno d'un padrone, spiega il trapasso dalla repubblica all'Impero.

    L'ordine imperiale romano era destinato a reggere ancora alcuni secoli - anche perché la Roma repubblicana aveva già sgombrato il campo da tutti i possibili competitori - in un quadro di splendore ma anche nella coscienza d'una crescente putrefazione della società. I confini di Augusto non dovevano più essere ampliati o quasi in quattro secoli d'Impero. Una fioritura culturale non si ebbe più dopo la fine del I secolo d.C. e si perpetuò un accademismo alessandrino. La filosofia dell'epoca è lo stoicismo, l'individualismo orgoglioso e disperato d'un'anima nordica che si chiude in sé stessa di fronte a una società orinai snordizzata che non le può offrire sostegno.

    Malos homines nunc terra educat atque pusillos, lamentava Giovenale (XV, 70). In effetti, la statura minima dell'esercito imperiale era scesa fino a 1,48 e sempre più la Romanorum brevitas contrastava con la Germanorum proceritas (Vigezio, 1, 1). Nonostante che le ultime genti che potevano far risalire le loro origini ai Latini dei Colli Albani, tra cui i Giulii, si fossero estinte agli albori del principato una certa impronta nordica doveva continuare a tralucere tra i membri della classe dirigente dell'Impero. Si potrebbe fare una lunga lista di Cesari biondi: da Augusto a Tiberio, da Caligola a Nerone, da Tito a Traiano, da Claudio a Probo, da Costantino a Valentiniano. I capelli biondi erano sempre pregiati nella bellezza femminile - Poppea era bionda - e le donne romane se li tingevano (summa cum diligente capillos cinere rutilarunt, Valerio Massimo, 11, 1, 5) o mettevano parrucche di capelli tagliati alle prigioniere germaniche. Ma la sostanza era che l'Impero Romano andava lentamente soggiacendo a una totale orientalizzazione.

    La capacità dell'impero di reggersi nei secoli si dovette alla forza della forma politico-spirituale creata da Roma. Una forma spirituale è creata da un certo tipo razziale, ma almeno in parte gli sopravvive, almeno finché trova una materia umana segnata anche da una minima parte di quel sangue. Ma una volta che anche l'ultima parte del sangue originario è perduta, non resta che una forma vuota, incapace di influenzare una materia umana totalmente recidiva. L'arco della romanità è compreso tra le due affermazioni - moribus antiquis res stat romana virisque - in cui l'età repubblicana aveva orgogliosamente affermato la disponibilìtà d'un'adeguata sostanza razziale, e quell'altra - mores enim ipsi interierunt virorum penuria - con cui la romanità ammetteva l'incapacità di perpetuarsi in un ambiente umano ormai levantino.

    Al vecchio contadinato italico d'impronta nordica, quasi estinto (la desolazione e lo spopolarnento dell'Italia, la vastatio Italiae, è un tema comune della pubblicistica d'età imperiale) poté surrogare, fino al II secolo d.C., la romanità dei coloni delle provincie, delle guarnigioni periferiche. Poi, estinto anche questo flusso d'italicità provinciale da cui erano usciti Traiano, Adriano, Marc'Aurelio, l'orientalizzazione procedette inarrestabile con una rapidità di cui testimoniano il diffondersi dei nomi greci e i successi del cristianesimo. Il cristianesimo, uscito dalle viscere della nazione ebraica - multitudo iudaeorum flagrans nonnunquam in contionibus, civitas tam suspiciosa et malefica - viene dall'Oriente, si afferma nelle province orientali, e incontra resistenza nella parte europea dell'Impero, tranne nelle regioni marittime conquistate dal cosmopolitismo orientalizzante. Col cristianesimo si diffonde anche un nuovo ideale fisico orientale, presto visibile nei mosaici e negli ipogei. Il cristianesimo nell'Impero Romano, una fede di individui politicamente, economicamente e spiritualmente poveri, era la religione dello strato più basso della popolazione, di immigrati d'origine orientale e africana, i quali non erano sensibili né allo spirito ellenico né all'arte politica di Roma.

    L'ultima resistenza nordica ed europea contro l'orientalizzazione del mondo classico - la penetrazione eccessiva di elementi estranei nell'impero Romano mediante la diffusione della concezione della vita e della religiosità dell'Oriente - viene da parte degli Illirici, questa gente di soldati bionda e grande, che darà a Roma Aureliano, Decio, Diocleziano. E', sotto il segno del Sole Invitto, la reazione dei provinciali, degli europei, dei legionari, contro la levantinizzazione dell'Impero e la civiltà cristiano-cosmopolitica. E' l'estremo baluardo del paganesimo contro i demagoghi dell'Oriente e, insieme, la difesa del danarium romano e della piccola borghesia italica contro l'oro dell'Oriente. La svalutazione, e il trasferimento della capitale a Costantinopoli, nel cuore dell'Oriente cristiano e antiromano, segnano la fine della romanità europea di ceppo nordico. Invano il poeta Prudenzio doveva mettere in versi la speranza che l'Impero si rinnovasse e che i capelli della Dea Roma «divenissero di nuovo biondi» (rursus flavescere): la Roma indoeuropea non era più.

    Paradossalmente, l'Impero dovette ancora un secolo di vita ai suoi più acerrimi avversari, i Germani. Come alla romanità italica d'epoca repubblicana era succeduta la romanità italico-provinciale del principato, come a essa era succeduta, alla metà del II secolo, la romanità illirica dei legionari e delle guarnigioni, così nell'ultimo secolo di Roma prese forma una romanità-germanica la cui eco giunge fino a Teodorico.

    L'esercito romano del IV secolo è già completamente germanizzato, germanici i suoi generali, da Stilicone a Ezio, mentre sui vessilli delle legioni conservatici dalla Notitia Dignitatum stanno le rune del sole, del cervo: i primordiali simboli della Valcamonica ritornano, per un attimo ancora, nella luce morente dello splendore romano. E' significativo come per questi Germani la parola «romano» abbia acquistato il significato di «imbelle», «malfido». Il «romano» è ormai, nell'accezione corrente, un tipo umano piccolo, nero, gesticolante, accorto e abile, ma anche vile e falso, esattamente come era apparso il graeculus ai Romani d'età repubblicana, e come Platone, a sua volta in una Grecia non ancora snordizzata - aveva descritto Siri ed Egiziani. Questo trapasso di significati può illustrare meglio di ogni altro esempio la parabola discendente della civiltà classica. I popoli parlanti greco e latino nel secolo V d.C., serbavano l'eredità linguistica (Sprachenerbe) degli Elleni e degli Italici indoeuropei, non quella del sangue (Blutserbe).

    I Germani si stanziarono dapprima entro la cinta dell'Impero come coloni e federati. Presero possesso delle campagne ormai spopolate e schiave dei pochi centri urbani e marittimi dipendenti dall'Oriente (Roma, Ravenna). Si fecero accogliere come soldati, coloni, contadini, poi quando l'esaurimento biologico e spirituale della romanità fu troppo grande per restar loro velato dal residuo mito di Roma - si imposero come condottieri, difensori, padroni. Ma con i Germani tornava a penetrare nel bacino mediterraneo quello stesso elemento nordico che già nella preistoria aveva indirizzato in senso «europeo» l'Europa del Sud. La Scandinavia è di nuovo madre di popoli - Scandia insula quasi vagina populorum velut officina gentium: Goti del Vástergótland, Burgundi di Bornholm (Burgundholmr), Vandali del Vendsyssel. Di nuovo la Germania è madre di bionde nazioni: ai biondi Indiani, Persiani, Elleni, Italici, succedono i biondi Franchi, Lombardi, Goti, che vanno a rinsanguare l'esausta Romània.

    Nasce un nuovo cielo di civiltà, la civiltà romanica-germanica dell'Occidente: romanica, non più romana, perché anche i popoli latini sono trasformati nella loro sostanza dall'apporto germanico. Una nuova élite nordica rinsangua l'Europa col suo «sangue azzurro» - sangre azul, come apparve alle popolazioni scure della Spagna la pelle rosea e mostrante le vene dei loro signori visigoti. Sono i «figli dei biondi» - i beni asfar, come apparvero agli Arabi quei crociati che, paradossalmente, rovesciavano il movimento Oriente-Occidente invertito da Costantino ottocento anni prima, e colpivano nell'Islam quella cultura arabomagica che proprio col cristianesimo era mossa alla conquista dell'Europa . Sono i cavalieri tedeschi - decor flavae Germaniae - che col Sacro Romano Impero di nazione germanica rialzano il simbolo imperiale dell'Occidente.

    Adriano Romualdi
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Le radici dell'Europa? Dobbiamo cercarle nel neolitico



    Le nostre radici europee sono ben altrimenti profonde di quanto possa immaginarsi quello sgangherato conciliabolo che ha sede a Strasburgo. L'Europa, con un'identità certa e caratteri nitidi, con un suo profilo culturale già disegnato, con le sue aristocrazie e con le prime forme di organizzazione proto-statale, esiste da quando vi fu un popolo che ne calcò la terra lasciando di sé tracce inequivocabili, ben leggibili da archeologi, paletnologi, linguisti di ogni scuola scientifica. Questo popolo è l'Indoeuropeo: ai primordi era unito geograficamente, da qualche parte nel nostro continente; poi si è irraggiato ai quattro punti cardinali. Ogni volta gettando il primo seme della civiltà su sostrati umani più antichi e diversi, spesso ancora sprofondati nella notte dell'orda: così sono nate la Grecia e Roma, la Persia iranica e l'India vedica, e l'orma dell'uomo indoeuropeo è visibile anche in Egitto e nell'Asia centrale, ma pure nelle Americhe, e persino in Oceania.

    Un'identità all'opera da millenni, pervenuta infine a maturazione: "L'età del bronzo, il cui principio in Europa si può datare intorno al 1800 a.C., e che dura nel Sud fino al 1000, nel Nord fino all'800 a.C. circa, segna la maturazione delle varie nazionalità indoeuropee". Questa frase di Adriano Romualdi compare nel suo libro Gli Indoeuropei: origini e migrazioni, ora ripubblicato dalle Edizioni di Ar, dopo la prima, esauritissima edizione, risalente all'ormai lontano 1978. Da tempo è un classico, un libro che, tra l'altro, esce al momento giusto, nel pieno dei vociferanti nonsensi sulle radici dell'Europa, cui ha dato la stura la nuova retorica pseudo-europeista. Era necessario che, mentre la setta progressista si danna l'anima per occultare le nostre vere radici e per assegnarcene di posticce e di post-datate, una voce almeno si levasse, e di prestigio, per tenere alta il più possibile la bandiera di una identità plurimillenaria che, se è destinata a soccombere, almeno vorrà farlo circondata da simboli veritieri, e non da ghigni di contraffazione.

    Questo, per ricordare ai simulatori che, quando si parla di radici europee, non sono in questione l'illuminismo, i "diritti" liberaloidi e neppure il cristianesimo, arrivato a Roma quando la piena luce della storia era accesa da un millennio e quella più soffusa della proto-storia da ère incalcolabili.

    In pagine dense e godibili, irte di riferimenti scientifici e come poche illuminanti, Romualdi ripercorre tutte le fasi di quella grandiosa vicenda di fondazione che è stata la serie di sommovimenti migratori e di nuovi stanziamenti che, nel corso delle epoche, hanno caratterizzato l'identità indoeuropea. Dall'uomo di Cro-Magnon alle culture megalitiche, dagli usi della ceramica a cordicella e del vaso a imbuto fino ai campi d'urne; dall'ascia da combattimento al carro da guerra, fino alle sacre simbologie solari: uno dopo l'altro vengono ricomposti i tasselli che, mano a mano, mettono a fuoco il volto dell'uomo indoeuropeo. Questi è il tipo nordico, e Romualdi - come prima di lui, tra gli altri, il prestigioso Kossinna, ma in parte anche il nostro Devoto - accredita la sua patria d'origine nell'area che comprende Scandinavia e Carpazi, portando a supporto una moltitudine di materiali filologici e archeologici. Altri indicarono il Nord artico, altri ancora la zona sarmatica dei kurgan, mentre qualcuno ipotizza persino l'Anatolia. Ma, al di là delle volubili dispute accademiche, ciò che conta è l'accertamento che vi fu una Ur-Heimat da cui prese le mosse un Ur-Volk. E che questo popolo, con la sua morfologia e il suo carattere, sia non il vago, ma il diretto antecedente dei popoli che ancora oggi abitano l'Europa. I tratti fisici fissati nei graffiti della Valcamonica come nella statuaria ellenica, le superiori tecniche agricole, la capacità organizzativa sociale e guerriera, fino a quei pantheon di divinità dominatrici e gloriose, che sono il sigillo di un mondo eternamente proteso alla conquista: di sé, degli spazi e dei saperi. Tuttavia, ammonisce Romualdi, "la scienza delle radici indoeuropee della civiltà d'Europa non ha un mero valore storico e antiquario. E' la scienza di ciò che è affine e ciò che è estraneo". E' la scienza cui guardano tutti coloro che, sul ciglio di un abisso di dispersione, ancora credono che il differenzialismo e la memoria ancestrale europea siano valori politici preziosi, da tutelare ad ogni costo.

    Quello indoeuropeo è comunque uno di quei campi del sapere in cui l'ipocrisia della cultura contemporanea è più che altrove instancabile nel confondere le idee. La paura di essere considerati "razzisti" per il solo fatto di essere studiosi delle razze umane, induce molti studiosi conformisti a grottesche circonlocuzioni semantiche. E' qui che si annida, tra l'altro, il nevrotico puntiglio di voler considerare l'Indoeuropeo esclusivamente una lingua, e non un popolo, quasi che una lingua potesse essere parlata da entità astratte, e non da uomini in carne ed ossa. Al contrario, si sa che la lingua ovviamente segue, e non precede, la conformazione biologica di un ethnos. Cosa risaputa anche ai tempi di Vico che, non a caso, scrisse che "i parlari volgari sono i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli, che si celebrarono nel tempo ch'essi si formaron le lingue". La possibilità di negare realtà storica agli Indoeuropei come stirpe, prendendola in considerazione solo come lingua, solleva certi studiosi dal peso angoscioso di dover riconoscere la semplice esistenza di una materia - le razze umane - al cui suono si innescano nevrastenìe di massa. Si utilizza quindi il concetto di migrazione - in cui la mescolanza tra tipi è sempre stata una costante storica, mai negata da alcuno studioso, neppure "razzista" - come prova che l'ibrido è un fattore normale. Ma si dimentica che proprio la migrazione è, al contrario, uno dei pochi elementi attraverso i quali poter individuare i vari popoli, e che il concetto di razza può includere tranquillamente quello di mescolanza, ove i tipi prevalenti permangano omogenei e, come tali, riconoscibili. A questi livelli proto-storici, inoltre, si tratta, per lo più, di mescolanza intra-razziale e non inter-razziale. Lo ricorda Romualdi, rimarcando che "quanto più si va indietro, verso le origini, razza e lingua tendono a coincidere": un dato che viene volentieri sottaciuto da quanti ipotizzano primordiali rimescolamenti etnici per giustificare quelli odierni.

    La vera e unica "costituzione" europea è dunque quella che vedeva "costituiti" di fatto i maggiori popoli d'Europa addirittura prima ancora dell'età del bronzo, in pieno neolitico. Romualdi individua una definita koiné indoeuropea nell'area baltica a far data dal 3.500 a.C. La Gimbutas colloca pure al IV millennio a.C. le infiltrazioni indoeuropee dirette antenate dei nostri popoli; Renfrew retrodata la lingua proto-ariana al VII millennio; recentemente, Villar ne accerta l'esistenza almeno al V-IV millennio a.C., e così via. E' dunque un fatto che la nostra identità ancestrale è ovunque scientificamente documentata nelle grandi linee. Storicamente, essa data da quando, da quel grande bacino antropologico indoeuropeo che con tutta probabilità fu la zona baltico-lusaziana, presero a muoversi le prime avanguardie di quelli che poi sarebbero divenuti i Germani, gli Italici, gli Elleni, cioè esattamente quei popoli che poi daranno vita al nostro intero patrimonio di civiltà.

    Come scrisse Altheim, citato da Romualdi: "La migrazione dorica e l'invasione dei Latini e delle popolazioni affini a questi ultimi furono fasi dello stesso evento. La grande migrazione illirica ha esercitato un influsso profondo nella storia mondiale. Ciò appare chiaro allorché si osserva il risultato finale: Sparta per la Grecia e Roma per l'Italia". Queste le uniche vere radici d'Europa, e non altre.


    Luca Leonello Rimbotti


    Tratto da Linea del 1 agosto 2004.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Arrow LATINI ESTINTI

    I Latini , popolo indoeuropeo e GERMANICISSIMO si sono estinti, lo dice Sergio Salvi

    in "L'ITALIA NON ESISTE".

    Sopravvivono tanti italioti che credono di essere brasiliani ballano danze latino americane e credendo di avere ..."el alma de Cuba".

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    GLI INDOEUROPEI



    Chi erano gli Indoeuropei?
    [ risposta ] Quando parliamo di “Indoeuropei”, parliamo di una popolazione che ha avuto in comune cultura, religione, etnia, lingua e che, tra il 4500 e il II-I millennio a.C., a ondate successive, avrebbe colonizzato gran parte dell\'Asia centro-meridionale e dell\'Europa.
    Molti studiosi ritengono che la sede primitiva degli indoeuropei si trovasse nelle pianure della Russia meridionale, e che a questo popolo possa essere ricondotta la cultura dei kurgan, fiorente in quei territori fra il 5000 e il 3000 a.C.
    Da lì, in seguito, gli indoeuropei si sarebbero mossi verso l\'India e l\'Asia e verso ovest, in Europa.


    Quali sono stati gli studi che hanno “scoperto” l’esistenza del popolo Indoeuropeo?
    [ risposta ] L’avere avuto in comune linguaggio ed idee e quindi una “unità di origine” dei popoli Indoeuropei fu messo in luce durante il secolo XIX dalle scienze moderne.
    Fu per prima la linguistica, attraverso la filologia comparata, che lo dimostrò. In seguito tale disciplina riuscì a stabilire con sufficiente probabilità, l’ordine e la successione delle diverse migrazioni dei popoli Indo-Europei.
    Alla filologia si aggiunse poi la mitologia, per dare un nuovo e potente impulso alle teorie sulle origini storiche dei popoli Indoeuropei. Nelle culture delle varie stirpi Indoeuropee si ritrovano dispersi, dove più dove meno alterati, miti, leggende, simboli che si collegano ad una fonte comune, ad un semplice concetto primitivo da cui derivarono.

    Quali sono stati gli spostamenti che compirono gli Indoeuropei?
    [ risposta ] Gli Indoeuropei dall’Europa centrale e orientale si spostarono un po’ in tutte le direzioni.
    Tre furono le loro ondate migratorie.
    Con la prima che avvenne verso il 2000 a.C. si spinsero a sud gli Ittiti e i Greci. Gli Ittiti fondarono un grande impero nell’Asia Minore. I Greci a più riprese si diffusero nei territori estremi della penisola balcanica e nelle isole del mare Egeo.
    Nella seconda ondata alcuni altri gruppi di Indoeuropei si spinsero verso l’India e la Persia. Da questi si formarono i popoli Indiani, Medi e Persiani.
    La terza ondata di popoli Indoeuropei oltrepassò il Reno e il Danubio, per dirigersi nell’Europa occidentale e meridionale. In questa direzione si mossero i Veneti, i Latini, gli Osco-Umbri, gli Illiri, i Celti.
    Altre famiglie di asiatici, gli Uralici ( Ungheresi, Finlandesi, Lapponi e altri popoli) e gli Altaici
    ( Kirghisi, Kazachi, Tartari, Turchi, e gli antenati dei Bulgari ) si sono sparsi in Europa attraversando le grandi pianure della Russia.

    Quali erano le caratteristiche principali degli indoeuropei?
    [ risposta ] Una delle teorie più accreditate vuole che la culla del “popolo originario” si trovi tra il Basso Volga, il Mar Caspio, il Lago d’Aral e l’alto Jenisej. Questo antico popolo nostro antenato visse nelle steppe e nelle foreste russe. Erano di aspetto chiaro per motivi ambientali: se ne erano stati qualche millennio sotto le cupe cappe delle foreste ad un sole debole, a climi molto freddi.
    Grosso modo avevano le seguenti caratteristiche comuni.
    Un’articolazione sociale della società divisa in tre categorie: guerrieri, preti, lavoratori (in quest’ultima confluiscono i più deboli e gli appartenenti ai popoli vinti).
    L’uso dell’ascia in ferro e del carro da combattimento.
    L’abbandono del matriarcato di tipo mediterraneo nei territori occupati e la sua sostituzione con il sistema patriarcale.
    Il culto degli agenti atmosferici, del cielo, della luna, del sole, degli alberi, dei boschi. Si noti la similitudine tra la parola devas (Dio) in sanscrito, Zeus in greco, Dieaus in antico indoeuropeo e Juppiter (Dyeaus-Pitar) in latino. Il ruolo di queste divinità è il medesimo: esse sono preposte al dominio più alto e più importante: il clima. Tanto per fare un esempio, la massima divinità tra gli Hittiti era il dio Hattico delle Tempeste, in Grecia c’è Zeus e tra i Germani vi era Wotan, il dio della luce e del tuono.
    Per ultimo, le assonanze linguistiche indicano che nel 2200 circa a.C. la lingua era una sola.

    Che cosa si intende per lingue indoeuropee?
    [ risposta ] Una famiglia di lingue con caratteri fonetici, morfologici, sintattici e lessicale analoghi, che derivano da un’unica fonte preistorica, detta appunto Indoeuropeo. Oggi è concepito come un insieme di dialetti con caratteri affini, originari o in parte acquisiti lungo un processo di contatti preistorici o protostorici fra parlate anche diverse.
    Quali e quante sono le lingue indoeuropee?
    [ risposta ] Le lingue indoeuropee sono il gruppo di lingue (famiglia, secondo la classificazione delle lingue) più diffuso nel mondo, parlato attualmente da più di un miliardo e mezzo di persone.
    Fanno parte della famiglia indoeuropea le lingue celtiche, germaniche, italiche (fra cui il latino, e da questo le lingue romanze), slave, baltiche, indoiraniche, più una serie di lingue isolate fra cui il greco, l\'albanese e l\'armeno, e due sottogruppi oggi estinti, le lingue anatoliche (tra cui l\'ittita) e il tocarico, parlato un tempo nel Turkestan cinese. L\'estensione primaria di queste lingue copre quasi tutta l\'Europa, e con l\'India buona parte dell\'Asia; dopo le scoperte geografiche, le lingue indoeuropee si sono espanse in tutti i continenti.

    Quali sono i tratti comuni delle lingue indoeuropee?
    [ risposta ] Un certo numero di termini comuni indica che l\'allevamento del bestiame era la più importante delle occupazioni fra le popolazioni Proto-Indoeurope. Voci lessicali come: cavalli, bestiami, maiali, capre erano conosciuti ed usati. Altrettanto importanti e numerosi sono i termini che hanno a che fare con l\'agricoltura. Gli studiosi ritengono che la terra d’origine degli Indoeropei sia stata montagnosa, infatti, in tutte le lingue Indoeuropee vi è un considerevole numero di termini atti a definire le montagne e le colline. Fra i nomi delle piante, degli alberi e degli animali usati da queste popolazioni si trovano sia tipi propri europei che tipi che si possono trovare solo nel medio oriente. Troviamo citati fra gli alberi la betulla, la quercia, il faggio; fra gli animali il leone, l’orso, il lupo, lo sciacallo, la volpe, l’alce, il serpente, il topo, il castoro; tra gli uccelli, l’aquila, l’oca e la gru.
    Le lingue indoeuropee sono flessive, con declinazione nominale, e sistema verbale articolati.

    Qual è una possibile conclusione sugli Indoeuropei?
    [ risposta ] Una conclusione possibile potrebbe essere questa. Nel periodo che va dal 2000 al 500 a.C. l’Europa fu attraversata da un profondo cambiamento di popolazioni e di lingue a causa dell’avanzata degli Indoeuropei, i quali si spostarono da est verso ovest e verso sud.
    Qualche secolo dopo, i Romani che erano un piccolo gruppo di originari Indoeuropei, in qualche modo continuarono quei movimenti.
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    Gaspare Gorresio

    Unità d'origine dei popoli Indo-Europei (*)

    Gaspare Gorresio, Unità d'origine dei popoli Indo-Europei, 1867
    URL: http://www.eliohs.unifi.it/testi/800.../gorresio.html
    © Html edition for Eliohs by Guido Abbattista (December 1997).

    [Nota biografica]




    [582] Gli studi storici presi nel più ampio loro significato e nelle più larghe loro attinenze tengono ora il campo nelle scienze morali. Le recenti e grandi rivelazioni dell’Oriente, le nuove ed ardite ipotesi delle scienze naturali, la coscienza che a certi momenti di lor vita i popoli vogliono avere di loro stessi e delle passate loro condizioni, contribuirono a suscitare, ed ora alimentano l’ardore delle ricerche storiche. Né la sola storia propriamente detta crebbe, si distese, ed allargò la cerchia delle sue indagini, ma gli studi filologici in generale, che tanta parte ora occupano nel dominio della scienza, presero avviamento ed indirizzo essenzialmente storico. La filologia comparata, raccolte e raunate le membra sparse d’una grande famiglia di lingue affini, e ragguagliati l’un col l’altro i costitutivi loro elementi, il modo di lor composizione, e le leggi del loro organismo e delle loro trasformazioni, pervenne a dimostrare con mirabile acume d’analisi la comunanza della loro origine, ed a stabilire l’antica unità delle nazioni Indo-Europee, della quale rimanevano bensì manifesti indizi, ma nessun argomento storico atto a chiarirli e a coordinarli. Né ciò solo: ma investigando quali e quanti vocaboli attenenti alla vita domestica e sociale, e indicanti un certo grado di civil coltura, avessero fra lor comuni due o più favelle d’una [583] medesima famiglia, e come altri di quei vocaboli si trovassero poi non più comuni, ma peculiari e proprii e con forma particolare negli altri idiomi affini, la filologia comparata riuscì a stabilire con sufficiente probabilità 1’ordine e la successione delle diverse migrazioni dei popoli Indo-Europei: ché è ragionevole il supporre che siano rimasti più lungo tempo uniti in comunanza di vita quei popoli e quegli idiomi che hanno fra lor comune maggior numero di vocaboli appartenenti al vivere domestico c civile, e siansi per contrario divise assai più innanzi dal comune ceppo, ignare ancora di quei vocaboli e delle cose da lor significate, quelle famiglie e quelle stirpi che dovettero poi più tardi e ciascuna da sé spartitamente crear quelle voci nella lor favella.

    Alla filologia comparata s’aggiunse un nuovo e potente sussidio per salire alle origini storiche dei popoli Indo-Europei, quello, voglio dire, della mitologia comparata. Nelle tradizioni delle varie stirpi Indo-Europee si ritrovano dispersi, c dove più dove meno alterati, miti, leggende, simboli che accennano ad una fonte comune, ad un semplice concetto primitivo da cui derivarono. La mitologia comparata, messasi a rintracciare con sagacità maravigliosa gli sparsi vestigi di quei miti, le schiette ed antiche loro forme e le varie loro trasformazioni, pervenne a trovarne ed a chiarirne l’origine, l’idea prima generatrice, la fonte loro comune.

    Questa comunanza d’idiomi e di idee, questa unità d’origine dei popoli Indo-Europei rintracciata e messa in luce nel secolo nostro sarà certamente una delle più nobili glorie della scienza moderna. Prego gli augusti Personaggi e gli illustri Signori che onorarono di loro presenza questa adunanza, la quale rimarrà memoranda [584] negli annali dell’Accademia, che non sia loro grave che io per brevi istanti e con rapidi tratti venga delineando la recondita altezza delle origini nostre.

    Ai confini occidentali dell’India, in quella regione che dai cinque fiumi che la irrigano fu chiamata dai Greci Pentopotamia, dagli Aryi Sapta-Sindhu, ed oggi è il Penjab, stanziò anticamente, venti e più secoli innanzi l’era, una vasta aggregazione di famiglie e di tribù, che andate lungamente errando per le alture dell’Asia centrale, ed avuta poi più ferma e durevole sede nella Battriana e nella Sogdiana, regioni montane e liete per cui trascorre divallando 1’Oxus, erano quindi discese nelle fertili e belle pianure sottoposte, rallegrate da splendido cielo, da mirabile fecondità e da limpide acque. Quelle famiglie, quelle tribù che si erano a mano a mano accozzate insieme, e che formeranno più tardi il popolo Indo-Aryo, attendevano in quei primordi dell’errante loro vita all’agricoltura e alla pastorizia. La loro lingua, che svolgendo via via il fecondo e robusto suo germe, diventerà più tardi un capolavoro dell’ingegno umano, e le cui propaggini vigorose si ramificheranno nei principali idiomi europei, era allora un complesso di monosillabi radicali, dotati di una possanza maravigliosa, determinabili in modo infinito, e fecondi di tutte le immagini della parola e del pensiero.

    Nel primo periodo della loro vita i popoli sono principalmente dominati dall’aspetto del mondo esterno, dall’azione possente, irresistibile dei fenomeni naturali; quindi quel sentimento intimo, spontaneo, universale di un Essere sovrano, quel sentimento che spinge gli uomini all’adorazione, al culto del divino, all’espressione del pensiero religioso, dovea di necessità in quel primo periodo di lor vita manifestarsi in modo conforme al loro [585] sentire, volgersi ai grandi oggetti sensibili, idoleggiarli, farli divini, esplicarsi insomma nel culto della natura. Tale appunto fu il culto primitivo di quelle genti stanziate nelle regioni dell’Indo. Elle invocarono con preci, sacrifizi ed inni l’aurora, il sole, la luna, il fuoco, i venti, i fiumi; salutavano con gioia il nascente crepuscolo del mattino e lo schiarirsi del giorno, celebravano la vittoria del Dio della luce sulla nemica tenebra della notte, e scioglievano inni di grazia alle divinità protettrici, mediante il cui soccorso elle uscivano vittoriose dall’incessante lotta colle forze della natura e colle stirpi loro avverse. Nessun culto naturale, io credo, si manifestò mai con inni cosi nobili; tutto in essi ritrae dalla grandezza della natura, dagli aspetti sublimi che si offerivano a quelle vergini imaginative, dalla bellezza d’uno splendido cielo, dalla vastità dell’orizzonte profondo dei monti. La lingua di quegli inni, benché piena di forme arcaiche, di strutture più che ardite, d’un certo disordine che rivela il conato del pensiero nel trasformare in parola sensibile il verbo ideale, manifesta pur nondimeno una gagliardia ed una freschezza maravigliosa.

    I cantori antichi degli inni vedici s’appellavano Risci, ossia veggenti, vati; i loro nomi alludevano al loro ufficio: Madhuc’andas è il poeta dal metro soave, Jetri è il cantor vittorioso, Medhatiti è l’ospite del sacrificio, Kanva è colui che scioglie l’inno di lode. Essi erano ad un tempo poeti e sacerdoti. Mentre arde il fuoco del sacrifizio spruzzato di pingue latte, fuoco suscitato conforme ai riti col pramnathana dell’arani, ossia col fregare insieme due aridi legni (origine del gran mito di Prometeo rapitor del fuoco), il Risci capo della tribù intuona il canto solenne in faccia ai gioghi dell’Himalaya ed alle correnti dell’Indo.

    [586] Le condizioni e i primordi d’una delle più antiche società che ha preceduto le nostre, e si collega per cento vincoli con esse, sarebbero nascosti in un’oscurità impenetrabile, se non ne fosse rimasto qual autorevole monumento l’innografia dei Vedi; in essi si ritrova la prima storia delle stirpi nostre.

    Dopo un lungo peregrinare nelle regioni dell’Indo, preludio austero alla loro civiltà futura, le stirpi Arye si andarono a mano a mano allargando ad oriente, distendendosi nei bei piani dell’ampia valle che bagna il Gange. Colà essi fermarono stabil sede, e spartiti in più centri di civil coltura, ebbero potenza e gloria, una ricca e nobile letteratura, che s’appellò sanscrita, e percorsero tutto lo stadio d’una civiltà luminosa.

    Ma da quel gran ceppo primitivo delle nostre schiatte, disteso fra l’Hindukus e la Bukaria, nella Sogdiana, nella Battriana, e da cui, come poc’anzi diceva, si spiccò il ramo delle stirpi Arye, più altri rami di popoli si staccarono a mano a mano, e portando con loro g1i elementi del comune idioma più o meno elaborati, tradizioni, idee, credenze, simboli e miti, si diffusero ad oriente ad occidente, ad austro e a borea possenti iniziatori delle civiltà nostre. Perocché le stirpi Indo-Europee furono nei tempi antichi, come nei moderni, le stirpi espansive per eccellenza; dall’Himalaya all’Atlantico esse si sparsero per tutto con larga piena, occuparono sedi distanti e diverse, ravvicinarono coi loro commerzi e vincolarono gli uni agli altri i popoli disgregati della famiglia umana, e trovarono infine recentemente i due più possenti mezzi di propagazione e di espandimento, l’elettricità ed il vapore.

    Dalla Battriana, punto principale d’irradiamento, e che oggi ancora ha nome in Oriente di madre di popoli, si [587] diramarono come da un gran centro più linee di migrazioni. Una linea tirata da quel centro e dirizzata al sud-ovest rappresenta il ramo iranico, che occupò ab antico la Persia e la Media, e v’iniziò quella civiltà e quel culto cui animò del suo spirito il Mazdaismo e che ebbero per più secoli celebrità e splendore. Una seconda linea, condotta nella direzione del lontano occidente indicherà la migrazione celtica, la prima e la più antica quella che più si allargò verso la regione occidentale occupando parte della Spagna, le Gallie, la Brettagna fino al limite dell’Atlantico. Fra questa e la prima si diffusero le stirpi che divennero famose col nome di Greco-latine e da cui uscirono due mirabili civiltà e popoli di gran nome, gli antichi Pelasgi, i Dori, i Ioni, i Tirreni, gli Itali. Al disopra della linea celtica, salendo verso settentrione corre la linea germano-scandinava; più alto ancora la lituano-slava, per le quali si avviarono al nord dell’Europa i popoli compresi più tardi sotto quelle denominazioni. La via che ei percorsero con ordine di successione che la scienza ha saputo discernere e stabilire, è segnata oggi ancora da reminiscenze, da nomi, da indizi che ei lasciarono nelle lunghe loro migrazioni e nelle frequenti loro soste, e che rimasero prove irrefragabili del passaggio antico di quella grande fiumana di popoli.

    Tutte quelle genti spiccatesi da un ceppo comune dell’Asia centrale, ed allargatesi successivamente e con varia fortuna ad occupare le diverse contrade d’Europa, combattendo le razze indigene ed avverse che trovarono già stanziate in ogni parte, quelle genti sono i nostri antenati. Esse si rannodano ad una razza comune favorita oltre ogni altra dalla natura, che con forza dilatante, immensa occupò le più belle contrade della terra, che [588] con lena indefessa iniziò i più alti e fecondi trovati di cui si onora la specie umana, e dalla quale uscirono le menti più splendide, VALMIKI ed OMERO, PLATONE e LEIBNITZ, NEWTON e LAGRANGE.

    Fra le molte tradizioni mantenutesi fra i popoli d’Europa, le quali, oltre all’affinità degli idiomi, accennano ad una comunanza d’origine colle genti Arye, meritano special menzione nella Grecia la teogonia d’Esiodo, i cui miti, le cui storie divine rivelano un’intima affinità colle idee Vediche, nelle contrade settentrionali le leggende, le Saghe delle Edde scandinave e della grande epopea dei Nibelungen, pieni amendue di miti, di idee e di simboli orientali; fra gli usi e i riti che confermano quell’affinità primitiva citerò il solenne sacrificio del cavallo, l’asvamedha delle stirpi Arye, celebrato pure anticamente e con riti conformi dalle stirpi germane; citerò l’uso comune agli antichi popoli Scandinavi e Germani d’ardere le donne rimaste vedove sul rogo stesso che consumava il corpo dell’estinto consorte, uso lungamente praticato dai popoli Aryi. Un recente viaggiatore inglese narra d’aver trovato oggidì ancora ai piedi dell’Himalaya, nei villaggi abitati dai Siki, tutta l’organizzazione antica della comune teutonica; egli nota nella costituzione sociale degli odierni Siki la maggior parte degli ordini propri degli antichi Sassoni, somiglianza di leggi, d’usi e d’idee, il tipo primitivo della Germania di TACITO.

    Ma quale fu la causa che costrinse quelle stirpi antiche ad abbandonare le loro sedi primitive e ad incominciare quel movimento di migrazioni che ho descritto poc’anzi? Lasciando da parte le ragioni provvidenziali, arcane e le teorie della filosofia della storia, credo potersi affermare che la causa principale, immediata di quel gran [589] movimento di popoli furono le razze Mongoliche stanziate nelle parti settentrionali dell’ampia catena dell’Himalaya, dividitrice antica delle schiatte umane, e che o per angustia di spazio o per avidità di stanza migliore, riversatesi sulle stirpi Indo-Europee che occupavano la parte meridionale di quelle alture, produssero quei grandi sconvolgimenti di tribù, di famiglie e di genti, da cui dovevano uscire i popoli d’Europa. La razza Mongolica fu allora, sì come in tempi più a noi vicini, la prima e fatal motrice dei profondi scommovimenti che conquassarono e dislocarono sulla terra le stirpi umane. Uno straboccamento di quei terribili nomadi precipitò i popoli germanici sull’impero romano nei primi secoli dell’èra; un nuovo dilagamento di quei popoli conquassò il mondo nel secolo undecimo; e non sarà questo forse l’ultimo dei diluvi di quelle genti barbare e diverse. La guerra fra quelle razze e gli Aryi fu permanente, ostinata, feroce; l’attestano le leggende eroiche del vecchio Iran, le memorie vediche e le iscrizioni cuneiformi.

    Le recondite affinità dei popoli Indo-Europei, i loro vincoli di comune origine furono bensì già presentiti in addietro; ma la gloria d’averli messi in piena luce scientifica, e d’aver ricostrutto la storica unità delle schiatte Indo-Europee, appartiene alla scienza moderna.


    Nota biografica
    Gorresio, Gaspare (1808-1891)
    [Fonti: voce di Dieudonné Denne-Baron in Nouvelle Biographie Générale, Paris, Firmin Didot, 1862, repr. Copenhague, 1966, voll. XXI-XXII, pp. 302-303; Angelo De Gubernatis, Matériaux pour servir à l'histoire de études orientales en Italie, Paris-Rome, 1876; G. Pugliese Carratelli, «L'indianistica a Napoli tra l'Otto e il Novecento», in La conoscenza dell'Asia e dell'Africa in Italia nei scoli XVIII e XIX, a cura di Ugo Marazzi, Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1984, voll. 2 in 4 tomi, vol. II, tomo I, pp. 5-17; Narciso Nada,La Restaurazione, in L'Università di Torino. Profilo storico e istituzionale, a cura di Francesco Traniello, Torino, Pluriverso, 1993, pp. 34-39; Oscar Botto, Gli studi di orientalistica, ivi, pp. 134-140]

    La vita di Gaspare Gorresio è conosciuta solo in modo approssimativo e su diversi particolari mancano tuttora informazioni complete. La formazione, la cultura, il ruolo e il profilo complessivo di questo grande studioso, «forse il più noto sanscritista italiano» (Botto, 1993, 138), restano ancora da scrivere sulla base della documentazione inedita che con tutta probabilità sopravvive presso le istituzioni in cui Gorresio fu attivo. Quanto segue è dunque solo un breve schizzo inteso a fornire alcuni elementi di partenza per ulteriori approfondimenti.

    Linguista e orientalista italiano, nato il 20 giugno 1808 a Bagnasco, nel Piemonte meridionale (Monregalese), compì i suoi primi studi a Mondovì e fu poi mandato a Torino, presso (a quanto dice una fonte poco precisa) il Collegio delle Province, l'istituzione creata per effetto della promulgazione nel 1729 delle Costituzioni dell'Università di Vittorio Amedeo II e destinata da accogliere giovani meritevoli, ma di modeste condizioni sociali, segnalati dalle autorità scolastiche locali allo scopo di consentire loro la prosecuzione degli studi a spese dello Stato sabaudo. Per la precisone, negli anni immediatamente precedenti l'ingresso di Gorresio, il Collegio delle Province era stato un centro di opinioni liberali e costituzionali e da esso erano provenuti molti degli studenti, ma anche dei docenti che avevano dato vita a quei moti insurrezionali del gennaio-marzo 1821, in conseguenza dei quali il nuovo sovrano piemontese, Carlo Felice, decise la chiusura dell'istituzione (che sarebbe stata poi riaperta nel 1842 da Carlo Alberto). Solo per consentire la prosecuzione degli studi a studenti che fruivano di lasciti ereditari furono costituiti appositi collegi desinati agli iscritti ai corsi in Legge, Teologia e Lettere: fu dunque probabilmente grazie a questa soluzione che Gorresio poté iniziare il proprio curriculum universitario. Ottenuto il titolo di dottore in lettere nel 1830, Gorresio partì per la Germania, dove compì studi di filologia, storia e filosofia: quale università frequentasse e con quali personalità fosse entrato in contatto è, allo stato attuale delle indagini, ignoto. Al rientro a Torino, nel 1832, fu prima docente di storia presso l'Accademia militare, dove tenne corsi di cui pubblicò alcuni frammenti. Nel 1834 fu chiamato alla Facoltà di Scienze e Lettere dell'Università ed è a questo periodo che risale l'apparizione di diversi suoi studi sulle origini della mitologia, sulla poesia pindarica, sull'arte drammatica, sui rapporti tra le lingue greca, latina e germanica. Negli stessi anni Gorresio, con il contributo di diversi giovani scrittori, dette vita a Torino ad una rivista letteraria e scientifica intitolata «Il Subalpino» che ebbe una certa risonanza italiana. Era questa un'epoca di grande slancio degli studi di filologia comparata, un terreno di ricerca nuovo, sul quale si erano cimentati studiosi europei di gran nome e che sembrava promettere novità e scoperte di notevoli importanza e significato. Gorresio ne fu attratto e vi si dedicò inizialmente senza alcuna guida particolare. Solo nel 1838 decise di recarsi a Parigi, dove fu allievo di Eugène Burnouf ed ebbe la possibilità di entrare in contatto coi maggiori specialisti della materia. Nel giro di due anni il programma del suo successivo lavoro era definito. Le sue energie si indirizzarono prima verso il Ramayana, l'antica epopea sanscrita attribuita a Valmiki e contenente la summa della più remote tradizioni ariane, di cui Gorresio si sforzò di ricostituire e fissare il testo. A questo scopo soggiornò a Londra, per lavorarepresso la East India House e la Royal Society, dove erano conservate importanti collezioni manoscritte sanscrite. Nel 1843 fu in grado di pubblicare il primo volume del suo testo sanscrito del Ramayana, accompagnato da una fondamentale introduzione in cui egli affronta tutte le maggiori questioni storiche, letterarie, linguistiche e interpretative legate a questo grande poema. Fecero seguito altri nove volumi (per un totale di dieci), corredati di prefazioni e note che complessivamente prese offrono una messa a punto di eccezionale valore sui problemi di filologia sanscrita e di storia religiosa e letteraria relativi alle tradizioni ariane dell'antichità. Gorresio accompagnò il testo originale con una traduzione italiana che, insieme al lavoro di ricostituzione del testo, assicurò la fama internazionale del grande studioso. L'edizione fu realizzata a Parigi dall'Imprimérie Impériale in 10 volumi in-ottavo, e fu seguita da una seconda edizione di lusso, effettuata per ordine del governo sabaudo in soli 50 esemplari in quarto. Ultimata l'edizione-traduzione del Ramayana, Gorresio si dedicò ad un analogo lavoro per il Mahabharata, il secondo fondamentale documento dell'epica indiana antica.

    Durante il soggiorno parigino Gorresio studiò anche lingua e letteratura cinesi sotto la guida di Stanislas Julien, con l'intenzione di dedicarsi a ricerche sulla storia del buddhismo.

    Nel 1852 Gorresio fu chiamato dall'università di Torino a tenere un cattedra, la prima in Italia, di sanscrito e di letteratura indo-germanica. Membro dell'Academia delle Scienze di Torino e dal 1856 membro corrispondente dell'Académie des Inscriptions: della sua attività all'interno di queste due celebri istituzioni manca una ricostruzione d'insieme. Egli non fu certo una figura isolata di indologo, ma fu iniziatore di una illustre tradizione di studi sanscriti e di indologia tuttora viva presso l'università di Torino. Suoi continuatori furono studiosi come Giovanni Flechia (1811-1892), autore della prima grammatica sanscrita pubblicata in Italia e professore a Torino di Storia comparata di lingue classiche e neolatine e di sanscrito, nonché altri personaggi che contribuirono a fare di Torino il centro dell'indologia italiana e svolsero opera d'insegnamento in molte altre università italiane. Così Giacomo Lignana (1830-1891), Michele Kerbaker (1835-1914), Angelo de Gubernatis (1840-1913), Pietro Merlo (1850-1905), Oreste Nazari, Domenico Pezzi (1844-1905) e Italo M. Pizzi (1849-1920). E' puttosto sorprendente il constatare come una tradizione così illustre sia completamente assente nei volumi I due primi secoli dell'Accademia delle Scienze di Torino, apparsi nel 1985 e contenenti una serie di contributi sulla storia dell'Accademia in occasione del bicentenario della sua fondazione. Ciò è tanto più soprendente se si tiene conto che tra gli scritti di Gorresio figurano, a testimonianza del suo attivismo di membro del consesso torinese, numerose memorie comparse proprio nei volumi di Atti e Memorie dell'Accademia delle Scienze di Torino (di cui diamo qui di seguito l'elenco), nonché il breve scritto Notizia storica della R. Accademia delle Scienze di Torino, pubblicata nel volume Il primo secolo della R. Accademia delle Scienze di Torino. Notizie storiche e bibliografiche (1783-1883), Torino, Stamperia Reale di G. B. Paravia, 1883, pp. 4-6.


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    Contributi di G. Gorresio apparsi in Atti e Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino:

    Notizie dei lavori e della vita letteraria del cav. ab. Costanzo Gazzera, Memorie, II serie,123
    Necrologia di Monsignor Celestino Cavedoni, Atti. I, 90.
    Presentazione del libro di C. Gozzadini Di un’antica necropoli a Marzabotto nel Bolognese, Atti, I. 362.
    Unità d’origine dei popoli Indo-Europei, Atti, II, 502.
    Brani di traduzione dell’Uttaracanda, Atti, IV, 652; V, 920.
    Discorso per l’inaugurazione del busto di A. Peyron, Atti, VII, 723.
    Notizia storica sull’Accademia Reale delle Scienze di Torino,.Atti, VIII, 105.
    Dei manoscritti sanscriti che si trovano nelle pubbliche e private biblioteche dell’lndia, Atti, IX, 651.
    Idea generale di un’opera sulle civiltà Arye, Atti, IX, 668.
    Parole dette nella presentazione della Mythologie zoologique del De Gubernatis, Atti, X, 261.
    Nuovo documento sulla scoperta dell’Australia, Atti, X, 104.
    Nota sulla croce gammata dei monumenti recentemente scoperti in Cipro, Atti,, XIII, 329
    Alcune idee sui Vedi, Atti, XIV, 469.
    I climi e le condizioni naturali dell’India: sunto di lettura, Atti, XV, 419.
    Relazione sopra un lavoro del professore ltalo Pizzi, Atti, XVII, 519.
    Sunto di una lettera sulle condizioni geografiche dell’India, Atti, XVI, 627.
    Cenni storici sulla progressiva conoscenza dell’India, Atti, XVIII, 313.
    Note
    (*) Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino pubblicati dagli Accademici Segretari delle due Classi. Volume secondo, 1866-67, Torino, Stamperia Reale, 1867, pp. 582-589.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Ariani, indogermani, stirpi mediterranee: aspetti del dibattito sulle razze europee (1870-1914)
    Andrea Orsucci *

    A. Orsucci, «Ariani, indogermani, stirpi mediterranee: aspetti del dibattito sulle razze europee (1870-1914)», Cromohs, 3 (1998): 1-9, <URL: http://www.unifi.it/riviste/cromohs/3_98/orsucci.html>.



    1. I progressi dell’antropologia fisica, disciplina soggetta ad impetuoso sviluppo negli ultimi decenni del secolo scorso, suscitano ampie e accanite discussioni, di cui resta traccia, all’epoca, nei più diversi ambiti disciplinari. Il confronto sulle etnìe e sugli ‘indici cefalici’ finisce per ripercuotersi, ad esempio, anche nel campo delle interpretazioni del mondo ellenico. Nel 1875 Nietzsche, intento a far vedere quanto sia vacua la Grecia classica e ‘rassicurante’ di filologi e wagneriani, sostiene perentorio l’origine ‘mongolica’ dei Greci [1]. Naturalmente non lavora d’immaginazione, ma trascrive fedelmente quanto trova nel testo di un erudito inglese, J. W. Draper, allora alquanto noto [2]. Nel 1896 Vacher de Lapouge, banditore della supremazia ‘nordica’, presenta invece i Greci come ‘dolicocefali biondi’ di discendenza ariana [3]. A sua volta Angelo Mosso osserva, alcuni anni dopo, quanto poco riesca la scienza a "provare, come vuole il Lapouge, che gli Elleni appartenessero ad una razza che veniva dal Nord" [4]. La tesi proposta, anche in questo caso, assomiglia tuttavia, più che a un’ipotesi scientifica, a una professione di fede: "L'antropologia ci mostra che i Greci antichi [...] appartenevano alla razza mediterranea" [5].

    Dopo il 1870-71, come conseguenza del conflitto tra francesi e tedeschi, divampa all’improvviso, in tutto il continente, la discussione sulla ‘razza’ e sui fondamenti ‘etnici’ della civiltà. Si moltiplicano, a partire da questa data, gli sforzi per decifrare "l’oscuro caos dell’etnologia primitiva dell’Europa" [6], andando alla ricerca di ascendenze razziali nobili, cercando di stabilire, tra celti e germani, tra ariani e slavi, tra popoli nordici e stirpi mediterranee, gerarchie e rapporti di filiazione che sappiano legittimare, grazie ai risultati della scienza antropologica, ambizioni egemoniche e bòrie nazionalistiche. Nel dibattito, aspro e confuso, le prese di posizione di naturalisti e scienziati, anch’esse non estranee, come attestano sia Virchow che de Quatrefages, alle esigenze del momento [7], si intrecciano alle riflessioni di filologi, archeologi e glottologi come Paul Kretschmer, Salomon Reinach e Sophus Müller, e si confondono poi con i proclami e le ‘rivelazioni’ che annunciano, con voce altisonante, letterati e ‘filosofi’ al seguito di Karl Penka, di Giuseppe Sergi o di G. Vacher de Lapouge.

    La confusione delle lingue, nella disputa sulla ‘questione ariana’, cresce ben presto a dismisura. Nello sforzo di mostrare che gli ariani non sono "soltanto una costruzione dello spirito" [8], antropologi e antichisti ‘scoprono’ la loro patria d’origine nelle terre più diverse, ritrovandola, di volta in volta, nella penisola scandinava o nella regione baltica, nelle steppe della Russia meridionale o nell’Europa centrale. I "romanzi preistorici" [9] e i "giuochi di fantasia" [10] si moltiplicano anche a proposito dell’originaria costituzione fisica del ‘tipo ariano’: nello scontro tra studiosi tedeschi e francesi, inglesi e italiani, si finisce per considerare "ora i biondi Germani come veri arii, ora i bruni e brachicefali Celti, ora i Lituani" [11]. Predomina comunque la convinzione, salvo rare eccezioni, che gli Indogermani non rappresentino una finzione, ma siano effettivamente, agli albori della storia, una razza ben distinta, con lingua e cultura unitaria. Ancora negli anni ’90, nota il filologo Paul Kretschmer non senza ironia, gli eruditi si affannano e si dividono "sulla questione, se questo popolo originario [...] già lavorasse la terra, se conoscesse e facesse uso dei metalli, [...] e addirittura in quale forma metrica componesse i suoi semplici canti" [12].

    Non mancano nemmeno, a conferma del disordine imperante, abiure e ritrattazioni, talvolta clamorose. Max Müller, ad esempio, discorre per primo, nel 1861, di "razza ariana" [13], contribuendo al diffondersi di pericolose confusioni tra linguistica ed antropologia. Ma nel 1888 lo stesso autore, volendo espiare eroicamente — come scriverà poi un antropologo americano [14] — i peccati di gioventù, decide di prender partito contro le ambiguità del linguaggio scientifico corrente: "A mio avviso, l’etnologo che parli di una razza ariana, di un sangue ariano [...], è un peccatore non meno grande del linguista che parli di un dizionario dolicocefalo o di una grammatica brachicefala" [15].

    2. Un’improvvisa svolta, negli indirizzi di ricerca, si verifica dunque verso il 1870. Il glorioso princìpio, carico di suggestioni, ex oriente lux, irrinunciabile punto di riferimento per generazioni di studiosi, da Friedrich Schlegel a Christian Lassen, da Adalbert Kuhn ad Adolphe Pictet, cade d’un tratto in discredito. Antropologi e linguisti, ancora intenti a riscoprire il ‘paradiso terrestre’ degli antichi ariani, non guardano più alla mitica Battriana o agli altopiani del Pamir, ma preferiscono prendere in considerazione, al momento in cui "lo sciovinismo si intromette nella questione" [16], le contrade europee.

    Metodi e apporti della ‘paleolinguistica’ vengono adoperati, intorno al 1871, per far vedere come il luogo d’origine degli indoeuropei vada ricercato in terra tedesca [17], oppure nelle pianure dell’Europa centrale [18]
    . Le nuove congetture, che pure rappresentano "il più violento rovesciamento delle opinioni finora accettate" [19], suscitano all’epoca molto clamore, ma solo in rari casi vengono seriamente avversate [20].

    Che gli ariani non discendano da genti asiatiche, viene affermato, nel 1878, anche da Theodor Poesche, docente di antropologia a Jena. Quest’autore, sostenitore convinto del poligenismo di Louis Agassiz, da un lato rifiuta di credere che i diversi tipi umani siano — come vogliono i darwiniani — varietà della medesima specie, dall’altro dichiara guerra al concetto di ‘razza caucasica’ (Blumenbach) [21]. Sostiene inoltre, citando le indagini di A. Ecker, indiscussa autorità della craniologia tedesca del tempo, che "gli antichi Germani erano dolicocefali puri" [22]. Respinge quindi con decisione "l’ipotesi di Virchow di una mescolanza originaria dei tipi negli ariani" [23].

    Compare per la prima volta sulle scene, con la monografia di Poesche, una nuova specie animale, la "razza bionda", originaria nelle paludi della Lituania — vera e propria "placenta della razza ariana" [24] — e del tutto priva di commistioni con elementi ‘turanici’ ed asiatici. Una stirpe inconfondibile — figura massiccia e spiccata dolicocefalia, occipite prominente e fronte bassa, incarnato chiaro — acquista finalmente dignità tassonomica.

    Nella comunità scientifica, lo scritto di Poesche, che si sofferma anche su Gobineau, non suscita affatto disprezzo o ironia. Ne discorrerà con benevolenza, sulle pagine del prestigioso Archiv für Anthropologie, lo stesso Ecker [25].

    Pochi anni dopo, nel 1883, anche Karl Penka, un antichista viennese che si diletta di antropologia, proclama, contro Pictet e la linguistica del primo Ottocento, l’origine europea della stirpe ariana. La loro terra d’origine non sarebbe la regione balcanica, come voleva Poesche, ma la penisola scandinava. Un ambiente oltremodo ostile, spietato nell’imporre, in termini darwiniani, la sopravvivenza del più forte [26], avrebbe temprato il "tipo germanico-scandinavo", rappresentato da schiere di "dolicocefali biondi" destinate poi ad assoggettare, muovendosi per ondate successive, gran parte del continente [27]. Nelle loro peregrinazioni verso Sud, i conquistatori nordici avrebbero perso, in parte, la loro purezza etnica, incrociandosi e confondendosi sia con una razza semitica e dolicocefala (il ‘tipo di Cro-Magnon’), diffusa nell’Europa meridionale ma intenta a migrare in epoca neolitica verso settentrione [28], sia con popolazioni ‘mongoliche’ e brachicefale di provenienza asiatica. La ‘razza bionda’ avrebbe comunque promosso la civiltà nel bacino mediterraneo. Gli stessi Elleni, a giudizio di Penka, sarebbero ariani, con la sola eccezione, peraltro scontata, di Socrate, la cui effìgie "mostra un tipo spiccatamente brachicefalo" [29].

    3. Le speculazioni sulla ‘razza nordica’ avanzate, a partire dai primi anni ’70, da linguisti, filologi e letterati, stentano a trovar conferma nelle indagini dei più accreditati antropologi dell’epoca. Tra antichistica e ‘scienza della natura’ sembra aprirsi, a proposito della ‘questione ariana’, un solco pressoché invalicabile.

    Soprattutto nel 1885-86, ormai diffusi i risultati della grande inchiesta, promossa da Virchow, sui caratteri antropologici dei tedeschi, il confronto diventa particolarmente aspro.

    A Berlino, nel 1870, si costituisce la Deutsche Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte. L’anno successivo, in occasione della prima assemblea generale, viene decisa un’indagine sistematica, da riassumere in tabelle statistiche, della conformazione cranica della popolazione. Nel congresso tenuto a Stoccarda nel 1872 si stabilisce, su proposta di Ecker, di privilegiare nell’inchiesta altri parametri, e cioè "la statura, [...] il colore degli occhi e dei capelli" [30]. Le conclusioni della ricerca, rese note da Virchow in forma integrale verso il 1885, suscitano non poco clamore. Gli stessi antropologi parlano, all’epoca, di "risultati sorprendenti" [31]. Dalla statistica, in effetti, emerge un dato di fatto inatteso: "In molti punti dell’Europa centrale compaiono ‘territori di razza scura’, e contro tutte le aspettative proprio laddove si supponevano innanzittutto discententi della razza chiara" [32].

    La scienza naturale, insensibile al fascino del mito, sembra arrecare un duro colpo alle aspettative dei filologi: nella popolazione tedesca il ‘tipo biondo’, prevalente al Nord, rappresenta meno di un terzo della popolazione, mentre le forme intermedie, e cioè "l’insieme di quelle combinazioni in cui il tipo non si presenta in tutta la sua purezza", costituiscono più della metà del totale [33]. Significativa è anche la distribuzione territoriale. Il ‘tipo bruno’, che discende da più antichi insediamenti, viene ad occupare gli ambienti di maggior dinamismo sociale. La sua percentuale tende a crescere sia nelle regioni fluviali, in prossimità di grandi fiumi navigabili, sia nelle moderne metropoli: "Estremamente numerose sono le città medie e grandi [...] in cui la proporzione dei bruni è maggiore che nei circostanti territori di campagna" [34]. L’unica ‘razza pura’ presente nel territorio tedesco, nota Virchow, è costituita dagli ebrei [35], certo non dai tedeschi, che non presentano, nella loro grande maggioranza, i ‘caratteri semplici’ della stirpe germanica, ma risultano da complessi incroci con razze celtiche o con popolazioni autoctone preariane [36].

    Allorché Virchow riassume l’esito dell’inchiesta, parlando dalla tribuna del congresso degli antropologi tedeschi tenuto nel 1885 a Karlsruhe, non tralascia l’occasione per denunciare le nuove ‘mitologie nordiche’. Le più diverse razze, osserva l’antropologo in quest’occasione, possono presentare tratti somatici del tutto simili. Chi studi la popolazione finnica, la quale, pur essendo di origine asiatica, probabilmente mongola, mostra una complessione "germanica" pressoché perfetta, dovrà pur riconoscere quanto sia erroneo "scorgere nell’aspetto biondo una prerogativa esclusiva della razza ariana o addirittura dei Germani" [37].

    Nel medesimo congresso prende la parola anche un giovane antropologo, Ludwig Wilser, per sostenere, riallacciandosi alle tesi di Penka, che i Germani, stirpe dei climi freddi, originaria della penisola scandinava, avevano rappresentato "l’ultimo nucleo razzialmente puro dell’originario popolo ariano" [38]. Simili affermazioni provocano un’aspra replica di Virchow, il quale interviene prontamente per ricordare quanto siano nocivi, nella ricerca scientifica, "patriottismo" ed "entusiasmo impetuoso" [39]. E ribadisce di nuovo, contro Wilser, che anche gli antichi Germani erano una popolazione composita, da indagare quindi nella varietà delle sue forme, senza nulla concedere a forzature o semplificazioni [40].

    Tra i collaboratori di Virchow si distingue, negli ultimi due decenni del secolo, J. Kollmann, docente di antropologia a Basilea. A suo giudizio, non è più lecito, dopo la grande inchiesta degli anni ’70, continuare a parlare, come avveniva in precedenza, "di razze germaniche, latine e slave" [41]. Bisogna infatti ammettere, scorrendo le nuove tavole statistiche, che "i popoli d’Europa, che finora, in quanto tedeschi, inglesi, francesi, italiani [...], valevano, per antropologi ed etnologi, come razze unitarie, non appartengono in alcun modo a razze distinte, ma rappresentano la mescolanza di diverse razze" [42].

    Se non esistono ‘tipi puri’, ribatte Kollmann in molte occasioni, non vi sono nemmeno elementi etnici che possano ‘spiegare’, come molti vogliono, il primato della civilizzazione europea. Anche l’antropologo, in definitiva, deve riconoscere che "razza e civiltà non si trovano, almeno in Europa, in alcun rapporto di causalità reciproca [...]. In base ai risultati della craniologia, occorre allora [...] combattere qualunque teoria circa la superiorità di questa o di quella razza europea" [43].

    Che sia necessario, per difendere il ‘mito ariano’, respingere i risultati dell’inchiesta pubblicata nel 1885-86, risulta ben presto chiaro. Houston Stewart Chamberlain denuncia, nel ‘libro sacro’ del pangermanesimo, le "ben note frasi vuote, dei signori scienziati [...], sull’eguaglianza delle razze umane", utilizzate di continuo per non dover parlare di "trasmigrazioni dei popoli, [...] nazionalità, [...] diversità nelle predisposizioni" [44]. L’atto d’accusa, in questo caso, non risparmia il "povero Virchow" [45], ma le battute più astiose sono riservate a Kollmann, colpevole di aver affermato l’irrilevanza intellettuale delle differenze etniche [46].

    4. Le prese di posizione di Virchow non tardano a ripercuotersi nelle discussioni di linguisti e filologi. Ne tiene conto Otto Schrader, nella seconda edizione (1890) dello scritto Sprachvergleich und Urgeschichte, un testo assai importante per il dibattito successivo [47], in cui vengono criticate con dovizia di argomenti sia le recenti ‘mitologie nordiche’ degli eruditi tedeschi che le più vecchie vedute di Pictet.

    Mentre Penka nel 1883 descrive il "tipo germanico-scandinavo", stirpe dotata di caratteri somatici inconfondibili, Schrader nel 1890 si appoggia a Virchow, di cui apprezza la "ponderata cautela", per mostrare l’inconsistenza delle speculazioni, condivise da molti filologi, sull’antropologia fisica degli ariani [48]. Anche in anni successivi Schrader torna sull’argomento: le congetture e le ipotesi ‘biologiche’ di linguisti e archeologi, afferma nel 1901, "si infrangono contro il semplice dato di fatto che gli indogermani, in senso antropologico, non sono affatto una razza" [49]. A suo giudizio, inoltre, le antiche stirpi che parlavano l’originario idioma indoeuropeo erano probabilmente, in base ai risultati offerti dalla comparazione linguistica, nomadi dediti in primo luogo all’allevamento del bestiame, provenienti dalle steppe della Russia meridionale [50].

    A partire da queste conclusioni, condivise da Eduard Meyer [51], una furiosa "lotta per la patria d’origine" [52] degli ariani torna di nuovo a divampare. L’ipotesi nordica viene riproposta, intorno al 1905, dal filologo H. Hirt e dall’archeologo M. Much [53]. Quest’ultimo, in particolare, lascia scorgere quanto pesi ancora la condanna del ‘nomade’, alla fine dell’Ottocento, nel campo degli studi classici e dell’archeologia: il nomadismo, che insegna ad essere o rassegnati o troppo scaltri, a disprezzare comunque previdenza e laboriosità, viene ritenuto una forma di vita confacente a mongoli e semiti, ma da sempre estranea alla tradizione degli indogermani [54].

    Con tutta la sua opera, in definitiva, Schrader "reagisce energicamente alla tendenza, da molto tempo dominante in Germania, a presentare nei colori più seducenti la primitiva razza indoeuropea" [55]. In questa battaglia non resta comunque, all’epoca, una figura isolata. L’antichista Victor Hehn sostiene posizioni simili [56]. L’etnologo Robert Hartmann propone di bandire la definizione ‘ariano’ dall’antropologia [57]. Il giurista e storico del diritto Rudolph von Jhering manifesta analoghe perplessità: "Il termine ‘indogermanico’, che si adopera di solito in Germania, è del tutto illegittimo" [58].

    5. A Paul Kretschmer, un linguista che segue con attenzione le ricerche degli antropologi, spetta il merito di aver efficacemente contrastato, nella cultura tedesca degli anni ’90, il ‘partito nordico’ di Poesche e di Penka. Il suo testo del 1896 passa in rassegna, nella parte introduttiva, gli orientamenti che hanno prodotto, come noterà poi uno studioso italiano, una "vera e propria bancarotta della paleolinguistica" [59]. Gli antichisti tedeschi, nota Kretschmer, peccano di presunzione, ritenendo che sia possibile descrivere con sicurezza, a partire da alcune radici linguistiche comuni, l’originaria ‘cultura materiale’ degli indogermani [60]. Compiono poi una seconda mistificazione, presumendo che l’affinità linguistica, la parentela tra il sanscrito e la maggior parte degli idiomi europei, possa valere come conferma piena della primitiva unità non solo culturale, ma anche razziale degli indogermani.

    La Sprachwissenschaft, intenta a pontificare sui dolicocefali e sulla ‘razza bionda’, ritiene di acquistare legittimità e rigore appoggiandosi agli studi di etnografia. La craniologia sembra allora offrire un solido fondamento ai miti razziali dei filologi. La convalida ‘scientifica’ si risolve tuttavia in un mero esercizio retorico, dal momento che all’antropologia "non è riuscito individuare, nel cranio umano, un contrassegno decisivo [...] per i rapporti genealogici dei popoli [...]. Qualsiasi separazione delle forme craniche sarà sempre, in misura maggiore o minore, artificiale" [61].

    Il linguista Kretschmer, che non ignora il confuso avvicendarsi delle ‘riforme craniometriche’ e il profondo disaccordo degli esperti sulle misure cefaliche da prendere in esame, non esita a dichiarare che "tutte quante le espressioni come ‘dolicocefali’ e ‘brachicefali’ non sono altro che comodi luoghi comuni per render possibile un immediato, grossolano orientamento: un significato storico-etnologico non può, per il momento, venir loro assegnato, [...] questa è adesso [...] anche l’opinione di una gran parte degli antropologi" [62].

    Le dispute tra filologi vengono ora combattute sul terreno della Naturwissenschaft. A Penka e i ai suoi seguaci, che dell’indice cefalico fanno una ‘verità rivelata’, Kretschmer ricorda lo scetticismo e le incertezze degli studiosi di craniologia. Gli argomenti di cui si serve sono ricavati per un verso da Virchow, che non crede affatto che la forma cranica sia un valido criterio tassonomico [63], per un altro verso da Aurel von Törok, direttore del museo antropologico di Budapest, che redige, nel 1895, una vera e propria dichiarazione di fallimento della disciplina [64].

    6. La distinzione fra razze brachicefale, come Lapponi e Finni, Baschi e Liguri, e razze dolicocefale, come Celti e Germani, veniva a coincidere, a partire da Anders Retzius (1842), con quella tra etnie ‘turaniche’ o ‘mongoloidi’ (la prima definizione era preferita dai linguisti, la seconda dagli antropologi), residenti da tempo immemorabile sul suolo europeo, e stirpi ariane, assai più progredite, fornite di idiomi imparentati al sanscrito, giunte dall’Asia in epoca relativamente tarda [65].

    Negli anni ’50 la teoria di Retzius, "assai semplice e assai seducente, venne accettata [...] da quasi tutti gli antropologi" [66]. Ma nel decennio successivo si verifica un profondo rivolgimento delle prospettive. La coincidenza di ‘dolicocefalo’ ed ‘ariano’, scontata per Retzius e per i suoi seguaci, viene messa in discussione.

    Broca osserva che i Baschi, che pure parlano una lingua ‘turanica’, non sono affatto brachicefali: la scoperta, all’apparenza marginale, scuote in realtà un pilastro fondamentale della vecchia teoria [67]. Nello stesso tempo, grazie a nuovi ritrovamenti — nel 1856 viene scoperto il celebre cranio di Neanderthal, mentre gli studi sull’uomo di Cro-Magnon si susseguono a partire dal 1868 — si finisce per ammettere che le più antiche popolazioni europee, che avrebbero dovuto essere brachicefale, presentano in realtà una marcata dolicocefalia. I risultati delle nuove ricerche, pubblicati poi in forma sistematica da Hamy e De Quatrefages, mostrano quindi chiaramente che "i supposti invasori ariani erano, in realtà, i primi abitanti d’Europa" [68].

    Le vecchie vedute di Retzius, riprese in Francia da Pruner-Bey e (solo in un primo momento) da De Quatrefages, in Italia da Nicolucci [69], vengono capovolte: gli uomini diffusi, in epoca neolitica, in gran parte del continente, non assomigliano in alcun modo alle popolazioni lapponi, e nemmeno presentano tracce di un’origine mongolica.

    Il nuovo indirizzo di ricerca, in cui si inseriscono anche autori italiani [70], incide in profondità nel dibattito intorno alla razza indogermanica. Per spiegare il marcato incivilimento verificatosi, nel continente, dopo l’età paleolitica, vengono proposte nuove ipotesi: non più la discesa verso Sud di genti nordiche, ma l’irruzione sullo scenario europeo di una nuova stirpe proveniente dall’Est, il ‘tipo alpino’ o celto-slavo, distinto da spiccata brachicefalia. È questa, per la ‘scuola francese’, la ‘razza ariana’, cui si deve la diffusione delle lingue indoeuropee. Nei testi di De Quatrefages, di De Mortillet e dei loro seguaci "i brachicefali [vengono] presentati come i primi civilizzatori dell’Europa" [71]: non sono più considerati, come in molte opere tedesche, stirpi "sottomesse" che subiscono passivamente la tirannia dei dolicocefali "conquistatori e padroni" [72]. Al ‘tipo celto-slavo’, riguardato adesso "come la spina dorsale del complesso etnico indo-europeo" [73], si attribuiscono i progressi nella lavorazione dei metalli durante l’età del bronzo, l’organizzazione di complicati sistemi di traffici e commerci, l’introduzione sul suolo europeo di piante e animali domestici provenienti dall’Oriente [74].

    In questa prospettiva, che costituisce una profonda ‘trasvalutazione dei valori’ per l’antropologia del tempo, si inseriscono ben presto nuovi contributi. L’originalità della più antica cultura mediterranea, che non deve alcunché ad invasioni nordiche, viene sottolineata, negli anni ’90, "da un nuovo indirizzo, [...] rappresentato principalmente dal Reinach in Francia e dal Sergi in Italia" [75]. Allo studioso italiano, in particolare, spetta il merito di aver scritto, tra il 1895 e il 1898, l’ultimo ‘romanzo preistorico’ del secolo. Giuseppe Sergi, docente di antropologia a Roma, non si stanca di mettere in rilievo, in polemica con Poesche e con Penka, i meriti della "grande stirpe mediterranea", capace non solo di creare la civiltà micenea, ma anche di popolare, con insediamenti assai progrediti, gran parte del continente.

    Per Sergi, che segue Broca e i suoi allievi, "il tipo germanico [...] non è ario, come non è ario quello italico" [76]. La dolicocefalia, comune a entrambi, assai diffusa nei paesi nordici ma anche nel meridione d’Italia, contrassegna un’unica specie: "non rimane alcun dubbio che l’Europa occidentale fin dai primi tempi sia stata abitata da stirpe d’origine africana" [77].

    Le invasioni degli ariani, che sono per Sergi, in accordo coi risultati della scuola francese, gruppi brachicefali celti e slavi, rappresentano "una grande catastrofe", che finisce per interrompere "l’evoluzione della civiltà mediterranea, che era fiorentissima" [78]. Certo, il bronzo arriva in Italia con le invasioni ‘ariane’ (i Veneti e gli Umbri), ma le antichissime genti mediterranee (i Liguri) già sapevano forgiare il rame "anteriormente ad ogni invasione aria" [79]. I nuovi dominatori, del resto, "non ebbero ceramica propria" [80], e nemmeno grandi capacità nell’edificare, tanto che finirono per far proprie "le sedi dei Liguri, cioè le palafitte d’ogni forma, lacustri e terrestri" [81]. Soprattutto il culto dei morti, ripete Sergi con grande enfasi, mostra la superiorità delle genti pre-ariane. La stirpe mediterranea praticava infatti "il rito funerario dell’inumazione con sepolture in grotte artificiali, in tumuli, in dolmen", mostrando "forme e modi molto più avanzati dell’uso degli Arii", i quali, avvezzi alla cremazione, "quando giunsero in Europa [...] avevano sepolture misere e vasi rozzissimi per cinerari" [82].

    7. Un nuovo terreno di scontro si apre, per l’antropologia europea, negli anni in cui Sergi pubblica i suoi scritti. Da un lato cresce il convincimento che stirpi celte e slave, appartenenti comunque al ‘tipo brachicefalo’, abbiano giuocato, nel diffondere le lingue indoeuropee e nel far conoscere i metalli, un ruolo decisivo. Dall’altro, in opposizione alla ‘scuola francese’, si intensifica, nello stesso arco di tempo, la retorica del germanesimo. Scrive Otto Ammon nel 1893: "Come tutti gli ariani, i Germani sono i naturali dominatori di altri popoli. Ovunque compaiano, sono [...] gli strati socialmente privilegiati. La vita signorile corrisponde alla loro indole; il gioco, la caccia e la guerra riempiono il loro tempo" [83]. Si distinguono per il valore e la monogamia (e dunque non possono provenire dall’Oriente), inclinano all’eroismo e alla dissipazione. Opposte sono le inclinazioni dei ‘turanici’, degli aborriti brachicefali (che pure predominano non solo in terra francese, ma nella stessa Baviera): calcolatori e pazienti, disciplinati e abili, riescono egregiamente "nel commercio e nelle imprese finanziarie, sono ottimi contadini, operai e mercanti, ed inoltre, il più delle volte, sudditi acquiescenti" [84].

    Anche per Lapouge, egualmente impegnato nelle ricerche di ‘antroposociologia’, le genti brachicefale possono essere "dei piccoli commercianti e dei piccoli borghesi, ottusi ma morigerati", mentre "la razza ariana o dolicocefala [...] svolge, nell’organismo sociale, la funzione delle molecole nervose e cerebrali", avendo un’innata disposizione al comando [85]. All’ardimento si accompagna comunque, in questo tipo antropologico, una scarsa capacità d’adattamento. La terra d’origine degli ariani, che Lapouge rintraccia nelle umide zone costiere bagnate dal mare del Nord, può spiegare la singolare commistione di audacia e fragilità. Resta indelebile, nel loro aspetto, "l’influenza di un ambiente marino, saturo d’acqua, privo di luce", segnato da brume e nebbie perenni, mai scosso da improvvisi sbalzi di temperatura [86]. Saranno quindi sconfitti, in prospettiva, dai brachicefali asiatici, "formidabili nella loro mediocrità", dotati di spiccato spirito gregario, favoriti da una "speciale attitudine a saldarsi in pesanti e immobili collettività" [87].

    Questo quadro interpretativo sarà rielaborato e riproposto, nel primo decennio del nuovo secolo, da molti autori. Matthaeus Much, illustre archeologo, concede ad esempio a Sergi, nel 1905, che la ‘razza mediterranea’ abbia contribuito non poco, a suo tempo, all’incivilimento del continente, facendo conoscere agli ariani del Nord, comunque più progrediti, non solo miglio e lino, frumento e orzo, ma anche molti utensili in metallo. Se tra mediterranei e indogermani esiste, a suo avviso, una "stretta parentela" anche antropologica, ben diversi sono invece i discendenti degli invasori ‘orientali’ (Homo alpinus per Lapouge), vera e propria razza inferiore: "Dal punto di vista culturale, questa scura razza brachicefala, ancor oggi enigmatica, sembra aver giuocato un ruolo assai secondario" [88]. Anche Willibald Hentschel, banditore di una nuova ‘utopia germanica’, si esprime, nel 1907, in termini analoghi: "Il turanico sembra [...], secondo il detto di Gobineau, un esperimento malriuscito del creatore" [89].

    8. Tra i suoi avversari, "i partigiani dell’identificazione degli ariani con i brachicefali neolitici", Vacher de Lapouge annovera Mortillet e Topinard, Sergi e Ripley. Quest’ultimo, un antropologo americano, pubblica nel 1899 un’ampia monografia sulle etnie europee. L’opera, che vuol mostrare quanto sia pericoloso "ricercare correlazioni tra antropologia fisica e linguistica" [90], e dunque confondere razza e cultura, svolge una serrata critica dei ‘miti ariani’ e delle dottrine della superiorità tedesca. A cagione di questo suo orientamento, sarà apprezzata e più volte ripresa, in Italia, da autori come Colajanni, Mosso e De Michelis.

    Ripley afferma, in polemica con i ‘pangermanisti’, che orientamenti psichici e valori intellettivi non hanno alcun rapporto con forma e grandezza del cranio [91]. Ricorda poi, misurandosi di nuovo con i partigiani del ‘tipo nordico’, come riscuota sempre più credito, negli anni ’90, l’ipotesi che le diverse forme dolicocefale presenti sul suolo europeo abbiano, in realtà, una comune origine meridionale. È ormai opinione diffusa, grazie anche alle ricerche di Sergi, che nell’intero continente, da Gibilterra alla Danimarca, "la popolazione neolitica [avesse] non solo testa allungata, ma anche complessione scura". Nei Berberi dell’Africa settentrionale, simili agli scandinavi nell’indice cefalico, dobbiamo scorgere, a parere di Ripley, le stirpi "che meno si sono allontanate dal tipo europeo originario", gli antenati da cui provengono gli stessi Germani [92].

    L’insigne albero genealogico degli ariani perde così tutto il suo splendore. La magnificenza degli inizi sarebbe soltanto, suggerisce Ripley, l’abile contraffazione di un falsario. Anche la ‘razza bionda’ sembra discendere da umili stirpi berbere nordafricane. Il disonore dell’origine resta inciso nella struttura ossea, nella dolicocefalia: i caratteri più appariscenti del tipo — incarnato chiaro, occhi cerulei, capelli biondi — risultano probabilmente dall’adattamento a nuovi climi [93].

    Assiene a Ripley, acquista notorietà anche l’archeologo danese Sophus Müller, nel primo decennio del secolo, come critico delle idee di Penka e di Wilser.

    Secondo Matthaeus Much, figura di primo piano nell’archeologia tedesca dell’epoca, l’evento più rilevante, agli albori della civiltà europea, era stata la migrazione verso Sud di stirpi indogermaniche, già entrate in epoca neolitica, le quali finiscono per assoggettare ed incivilire popolazioni ancora ferme, in Italia come in Francia, ad una cultura paleolitica [94]. A giudizio di Sophus Müller, il quale pubblica nel 1905 un testo che avrà una certa risonanza, il Nord europeo conosce, in epoca preistorica, solamente "culture periferiche", che riprendono, semplificano ed impoveriscono quanto già da tempo si era affermato nel bacino mediterraneo. In polemica con i sostenitori del ‘germanismo razziale’, Sophus Müller ribadisce che, volendo ignorare gli insedimenti, già molto progrediti, posti fra la penisola italica e l’Asia minore, "l’età della pietra e del bronzo non solo del Nord, ma di tutti i territori europei a settentrione dei paesi mediterranei, resta incomprensibile" [95]. Con le tombe a cupola di epoca premicenea e micenea, espressioni di una civiltà che già conosce il bronzo, si afferma un modello architettonico, incarnato in forma classica dalla camera del tesoro di Atreo, che si diffonde poi, secondo Sophus Müller, in tutto quanto il Nord europeo. Si compie, in tal modo, la sovrapposizione e la mescolanza di tempi storici diversi: "la vecchia cultura dell’età della pietra, al Sud da gran tempo superata, si incontra al Nord con una forma architettonica che proviene dall’epoca greca del bronzo, altamente progredita" [96]. Da ciò può risultare, prosegue lo studioso danese, una sottile illusione ottica: si finisce per ritenere, rovesciando il corso effettivo dell’incivilimento, che i tumuli nordici a cupola, nei quali si trovano reperti in pietra, siano più antichi di quelli mediterranei, del tutto simili ma forniti di manufatti in metallo [97]. Le sue conclusioni, respinte dagli antichisti tedeschi, riprese invece con soddisfazione in Italia, sono perentorie: "Risulta evidente quanto poco sia giustificato il parlare di antichità germaniche originarie" [98].

    9. Nella cultura italiana, la "reazione contro l’indogermanismo" [99] trova numerosi e convinti sostenitori. Sulla sua rivista, Paolo Mantegazza esibisce grande cautela: a proposito della questione ariana proclama un suo personale ignorabimus, criticando duramente sia le idee di Poesche, sia la teoria di Penka, che pure "è suffragata dall’opinione di un grande craniologo, l’Ecker", e viene riproposta da "un grande archeologo, il Lindenschmidt" [100]. In epoca successiva, si mostra beffardo nei confronti del Sergi, del quale apprezza soprattutto "il coraggio nel camminare fra le tenebre". Il suo punto di vista resta immutato: "Le nostre conclusioni sono queste: [...] che se esistono lingue arie, la scienza non ha diritto di fare degli Arii una razza e neppure una famiglia di razze affini" [101].

    Contro Ammon e Vacher de Lapouge scende in campo, nel 1903, anche Napoleone Colajanni: "L’antroposociologia dilaga maledettamente [...]. Gli indici cefalici negli ultimi anni assumono l’importanza e la popolarità ch’ebbero altre volte la frenologia di Gall e l’angolo facciale di Camper. Avranno inesorabilmente la stessa sorte" [102]. A suo avviso, tutto quanto il "fanatismo pan-ariano", che contribuisce a ingenerare una pericolosa "confusione tra l’elemento biologico della razza e gli elementi storici della civiltà", poggia su fondamenta scientifiche ormai cadute in discredito [103]. Colajanni ricorda infatti, richiamando tra l’altro, non a caso, l’opera di Ripley, come l’inattendibilittà della craniologia sia stata finalmente riconosciuta e denunciata. Aggiunge poi — citando Sergi, appoggiandosi di nuovo anche a Ripley — che la pretesa superiorità ariana diventa, di anno in anno, un mito sempre più debole, dato che l’antropologia sembra ora "ammettere che arii e mediterranei siano rami della stessa razza" [104]. Intento a scagliarsi contro "arianisti" e "arianofili", il siciliano Colajanni, del resto, non risparmia nemmeno i suoi compatrioti: per un verso riprende aspramente Pullé, glottologo eminente, che esprime la "boria regionale del settentrione" e teorizza l’inferiorità congenita dei meridionali [105], per un altro verso dileggia Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero per la loro ambizione a farsi corifei della stirpe nordica [106].

    Gli strali di Colajanni contro la "teoria della razza", moderna "idra dalle sette teste" [107], riscuotono il plauso di Benedetto Croce, il quale sottoscrive senza riserve l’impegno rivolto a "sradicare le fallaci idee intorno alle razze e a combattere il germanesimo cieco e spesso comico dei Chamberlain, dei Woltmann e di altrettali" [108].

    Sempre nel 1903, un altro autore, E. De Michelis, licenzia un poderoso studio sulla questione. Questa monografia, che sarà apprezzata da H. Hirt, da S. Feist e da G. Poisson [109], ricostruisce, con grande dovizia di particolari, i dibattiti ottocenteschi sul problema indoeuropeo. La scelta di campo, anche in questo caso, risulta oltremodo netta. De Michelis si schiera, infatti, dalla parte di Virchow e di De Quatrefages, "etnologi [...] non preoccupati da prevenzioni di sistema", cui spetta il merito di aver riconosciuto che "nulla suffraga il concetto di una speciale razza protoaria" [110]. Contro Penka, Much e i pangermanisti, sempre inclini ad impugnare la retorica delle ‘migrazioni’ e delle colonizzazioni imposte, sottolinea la complessità dei processi di incivilimento: "La storia ammaestra che le trasformazioni etnologiche [...] non furono quasi mai l’opera di conquiste o di invasioni improvvise, ma all’opposto di infiltrazioni lente e progressive" [111]. Contro Ammon e Vacher de Lapouge, i "pontefici dell’antroposociologia", fa valere, collegandosi anche a Schrader, l’importanza delle distinzioni: "La genesi dei tipi antropologici è questione biologica, quella dei popoli è questione d’ordine storico, etnografico" [112].

    Lo scritto del De Michelis, che deve molto anche a Kretschmer, segue inoltre, con non poca acribia, il contrasto che nel secondo Ottocento divide, sulla questione ariana, ‘scienze dello spirito’ e antropologia. Da un lato, nella sua ricostruzione, si collocano i linguisti e gli studiosi di mitologia, Schleicher e M. Müller, Benfey e Fick, che negli anni ’60 e ’70 propongono "entusiastiche descrizioni del felice idillio protoario", in cui stirpi germaniche già conoscono "istituzioni sociali e politiche ben sviluppate, e credenze religiose e istinti morali notevolmente elevati" [113]. Dall’altro lato, vi sono gli antropologi, De Quatrefages e Topinard, Mortillet e Ripley, i quali presentano, a partire dallo stesso periodo, un quadro del tutto diverso, facendo vedere che "il tramite dell’eredità protoaria [...] non furono per nulla dei dolico-biondi [...], ma per contro delle stirpi prevalentemente brachicefale" [114].

    Qualche anno dopo, nel 1910, viene pubblicato lo studio di Angelo Mosso sulle origini della civiltà mediterranea, un testo in cui, di nuovo, si riconosce, non senza soddisfazione, come sia ormai "caduta la dottrina del popolo Ario e degli Indogermani" [115]. Gli autori ricordati, nel combattere i ‘nordisti’, sono, anche in questo caso, Ripley e Sergi da un lato, Sophus Müller dall’altro. In seguito, nel 1917, anche Alfredo Niceforo polemizza con i pangermanisti, che creano ad arte "confusione tra tipo fisico e nazionalità" [116]. Il suo scritto batte vie consuete — riprendendo idee di Virchow e di Ripley — ma propone anche una considerazione svolta da Nietzsche [117]. Contro Penka, Ammon e i paladini della ‘razza nordica’, viene ora ricordato, a testimonianza di una tradizione alquanto diversa, l’aforisma 377 de La gaia scienza: "No, noi non amiamo l’umanità: e d’altro canto siamo ben lontani dall’essere ‘tedeschi’ abbastanza [...] per metterci dalla parte del nazionalismo e dell’odio di razza, per poter provar gioia della rogna al cuore e del sangue inquinato delle nazioni, a causa delle quali oggi, in Europa, popolo contro popolo si guarnisce di frontiere e di sbarramenti come fossero quarantene".


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    * Andrea Orsucci è ricercatore presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha compiuto ricerche sulla filosofia tedesca tra '700 e '900, pubblicando saggi su "Studi settecenteschi", "Giornale critico della filosofia italiana", "Archivio di storia della cultura". E' autore dei volumi Tra Helmoltz e Dilthey: filosofia e metodo combinatorio (Napoli 1992), Dalla biologia cellulare alle scienze dello spirito. Aspetti del dibattito sull'individualità nell'Ottocento tedesco (Bologna 1992) e Orient-Okzident. Nietzsches Versuch einer Loslösung vom europäischen Weltbild (Berlin u. New York 1996).

    [1] - F. Nietzsche, Kritische Studienausgabe, hrsg. v. G. Colli u. M. Montinari, München, de Gruyter u. DTV,1988, Bd. 8, p. 96. Si tratta del frammento 5[198], scritto tra la primavera e l’estate del 1875.

    [2] - W. Draper, Geschichte der geistigen Entwicklung Europas, Leipzig, Wigand, 1871, p.24. Cfr. A.Orsucci, Orient-Okzident. Nietzsches Versuch einer Loslösung vom europäischen Weltbild, Berlin u. New York, de Gruyter, 1996, p. 116.

    [3] - G. Vacher de Lapouge, Les sélections sociales, Paris, Thorin, 1896, p. 413. Lo scontro tra nordici e meridionali attraversa, a detta dell’autore, tutta quanta la mitologia greca: «lo studio del Pàntheon ellenico mostra che le divinità propriamente greche sono tutte bionde», al pari di Minerva, Diana e Apollo, mentre Ercole e Saturno, in quanto divinità di origine straniera, sono bruni (ivi, p. 415). Cfr. anche Id., L’Aryen, son rôle social, Paris, Fontemoing, 1899, p. 297.

    [4] - A. Mosso, Le origini della civiltà mediterranea, Milano, Treves, 1910, p. 330.

    [5] - Ibidem.

    [6] - S. Reinach, L’origine des aryens. Histoire d’une controverse, Paris, Leroux, 1892, p. 97.

    [7] - Nei primi anni ’70 cade la disputa tra De Quatrefages e Virchow intorno alla ‘razza prussiana’. Sull’argomento cfr. A. Orsucci, Orient-Okzident, cit., pp. 341 sgg. L’antropologo francese si sforza di far vedere come i prussiani, a differenza dei tedeschi delle regioni meridionali, discendano da stirpi finniche ed abbiano quindi, al pari dei Lapponi, oscure origini ‘asiatiche’.

    [8] - L. Poliakov, Il mito ariano. Storia di un’antropologia negativa, Milano, Rizzoli, 1976 (ed.or. 1973), p. 296.

    [9] - S. Reinach, Le mirage orientale, in: L’anthropologie, VI (1893), p. 547.

    [10] - G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, Roma, Dante Alighieri, 1895, p. 25.

    [11] - Id., Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898, p. 3. Sulla distinzione tra forma cranica dolicocefala (più allungata) e brachicefala (tendente al tipo sferico) cfr. Anders Retzius, Ethnologische Schriften, Stockholm, Norstedt & Söner, 1864, pp. 29 sgg.

    [12] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, Göttingen, Vandenhoeck u. Ruprecht, 1896, pp. 20-1.

    [13] - M. Müller, Vorlesungen über die Wissenschaft der Sprache, Bd. I, Leipzig, Mayer, 1863 (ed. inglese 1861), pp. 178-80 e 198-200.

    [14] - W. Z. Ripley, The Races of Europe. A sociological Study, London, Kegan, 1899, p. 455.

    [15] - M. Müller, Biographies of words and the home of the Aryans, London, Longmans, 1898 (prima edizione 1888), pp. 89-90 e 120-21.

    [16] - S. Reinach, L’origine des aryens, cit., p. 47. Sullo «sciovinismo scientifico» cfr. anche R. von Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, Leipzig, Breitkopf & Härtel, 1894, p. 24.

    [17] - L. Geiger, Zur Entwicklungsgeschichte der Menschheit, Leipzig, Cotta, 1871, p. 118 sgg.

    [18] - J. G. Cuno, Forschungen im Gebiete der alten Voelkerkunde, Leipzig, 1871, p. 28 sgg.; F. Spiegel, Eranische Alterthumskunde, vol. I, Leipzig, 1871, p. 426 sgg. L’antropologo Friedrich Müller riassume, condividendole, le argomentazioni proposte dai linguisti: «Was die Indo-Germanen betrifft, so hat man anfangs deren Ursitz [...] auf der Hochebene Pamir gesucht [...]. Man hat es [...] in der neuesten Zeit, wohl nicht mit Unrecht, gegen diese Ansicht geltend gemacht, dass der gemeinsame Sprachschatz der Indogermanen keine Spuren irgend welcher Bekanntschaft mit der Fauna und Flora Asiens verräth, dagegen die Bezeichnungen mehrerer allen indo-germanischen Völkern bekannten Bäume, wie der Birke, der Buche, der Eiche, eher nach Ost-Europa als nach Asien hinweisen» (Allgemeine Ethnographie, 2. Aufl., Wien, Hölder, 1879, p. 87).

    [19] - A. Hoefer, «Die heimat des indogermanischen urvolkes», Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung, Bd. XX, 1872, p. 384. L’autore, cui si deve il primo resoconto della ‘svolta’, giudica i nuovi indirizzi di ricerca ben poco convincenti.

    [20] - La pungente ironia di Victor Hehn rappresenta, in questi anni, una posizione isolata: «Danach hat also Asien, der ungeheure Weltteil, die officine gentium, einen grossen Teil seiner Bevölkerung von einem seiner vorgestreckten Glieder, einer kleinen an Naturgaben armen [...] Halbinsel erhalten! Alle übrige Wanderungen, deren die Geschichte gedenkt, gingen von Ost nach West und brachten neue Lebensformen [...] in das Abendland, nur die älteste und grösste ging in umgekehrter Richtung und überschwemmte Steppen und W¨üsten, Gebirge und Sonnenländer in unermässlicher Erstreckung! Und die Stätte der ersten Ursprünge, [...] wo, wie wie ahnen, Arier und Semiten neben einander wohnten, [...] sie lag nicht etwa im Quellgebiet des Oxus am asiatischen Taurus oder indischen Kaukasus, sondern in den sumpfigen, spur- und weglosen, nur von den Furten der Elene und Auerochsen durchbrochenen Wäldern Germaniens». Le considerazioni di V. Hehn saranno poi riprese da R. von Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, cit., pp. 3 sgg.

    [21] - T. Poesche, Die Arier. Ein Beitrag zur historischen Anthropologie, Jena, Costenoble, 1878, pp. 9-11.

    [22]- Ivi, pp. 13-5 e 197. Poesche cita dal testo di A. Ecker, Crania Germaniae meridionalis occidentalis, Freiburg, Wagner, 1865, p. 77. Sull’opera di Poesche cfr. F. Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 189-91.

    [23] - T. Poesche, Die Arier, cit., p. 45.

    [24] - Ivi, pp. 67 sgg. e 72 sgg. La tesi di Poesche si allaccia esplicitamente, sotto questo riguardo, a quanto affermato pochi anni prima da Cuno.

    [25] - Finalmente, sostiene A. Ecker (Archiv für Anthropologie, Bd. XI, 1879, pp. 365-69), si riconosce, «dass die Arier europäischen Ursprungs sind und in Europa von jeher zu Hause sind». A buon diritto, prosegue la recensione, Poesche presenta «die sogenannte kaukasische oder Mittelmeer-Race als ein Mixtum compositum der schlimmsten Art». Sulla fortuna del testo di Poesche cfr. O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte. Linguistisch-historische Beiträge zur Erforschung des indogermanischen Altertums, 2. Aufl., Jena, Costenoble, 1890, p. 140; S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 69.

    [26] - K. Penka, Origines Ariacae. Linguistisch-ethnologische Untersuchungen zur ältesten Geschichte der arischen Völker und Sprachen, Wien u. Teschen, Prochaska, p. 84.

    [27] - Ivi, p. 46 sgg. Per una critica alle tesi di Penka cfr. M. Müller, Biographies of words, cit. Si veda inoltre P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 33-4. Su K. Penka e sul ‘culto della razza bionda’ cfr. R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie in Deutschland, München, Fink, 1985, pp. 23, 64 e 78. Un antropologo tedesco, F. von Luschan, allievo di Virchow, noterà nel 1892 contro Penka, «daß Skandinavien zu der Zeit, für welche allein die Quelle der Blonden gesucht werden kann, ein völlig unbewohnbares Land gewesen ist» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Bd., 1892, p. 106).

    [28] - Sul tipo ‘semitico’ delle popolazioni indigene dell’Italia preistorica Penka (Origines Ariacae, cit., pp. 94-5) segue C. Fligier, Zur prähistorische Ethnologie Italiens, Wien, Hölder, 1877, il quale cita (pp. 10, 19, 20) lavori di Morselli, Maggiorani e Nicolucci. Penka, riprendendo questa letteratura, condivide l’idea, «dass die italische Urbevölkerung mit den Semiten und Hamiten eine Race bildete» (Origines Ariacae, cit., p. 107).

    [29] - Ivi, p. 24.

    [30] - R. Virchow, «Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 89. L’inchiesta viene portata a termine, avendo rifiutato l’esercito la propria collaborazione, grazie all’appoggio delle strutture scolastiche.

    [31] - J. Kollmann, «Die Verbreitung des blonden und des brünetten Typus in Mitteleuropa», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 34.

    [32] - Ivi.

    [33] - In base ai risultati dell’inchiesta, nel ‘tipo biondo’ rientra il 31% della popolazione, il 14% appartiene al ‘tipo bruno’, mentre il 54% è costituito da forme intermedie. Cfr. R. Virchow, Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland, cit., p. 91.

    [34] - R. Virchow, «Gesammtbericht über die von der deutschen anthropologischen Gesellschaft veranlassten Erhebungen uber die Farbe der Haut, der Haare und der Augen der Schulkinder in Deutschland», Archiv für Anthropologie, Bd. XVI, 1886, pp. 319-20. Cfr. W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 555-56. Questo dato, scandaloso per i partigiani della ‘razza nordica’, sarà rettificato pochi anni dopo da Otto Ammon, antropologo e pangermanista convinto. Sulla base di un’inchiesta condotta nel Baden, questi riuscirà a mostrare nel 1893, rovesciando le conclusioni di Virchow, che nei centri urbani prevalgono i dolicocefali, dunque gli ariani puri: «Die Langköpfigkeit [...] und die blonde Haare deuten auf germanischen Ursprung hin, und wenn wir uns die seelischen Anlagen der alten Germanen vergegenwärtigen, so wird es uns schon weniger unbegreiflich erscheinen, dass, je mehr der germanischen Merkmale ein Individuum in sich vereinigt, desto geeigneter dasselbe ist, den schärferen Wettbewerb um die Existenz in den Städten zu bestehen» (O. Ammon, Die natürliche Auslese beim Menschen, Jena, Fischer, 1893, p. 229). I risultati dell’inchiesta Virchow sono ben presenti a Nietzsche, che li utilizza nei paragrafi 5 e 11 della prima sezione di Zur Genealogie der Moral. O. Ammon, in seguito, osserverà stupito che Nietzsche — pur conoscendo solo in maniera approssimativa l’antropologia del tempo — si esprime con grande competenza allorché tratta della più antica popolazione residente sul suolo tedesco: «Nietzsche spricht hier beinahe wie ein Seher Wahrheiten aus, die heute noch vielen Anthropologen von Fach unfaßlich vorkommen, aber in Zukunft Gemeingut sein werden» (O. Ammon, Die Gesellschaftsordnung und ihre natürlichen Grundlagen, Jena, Fischer, 1895, p. 174).

    [35] - R. Virchow, Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland, cit., p. 91.

    [36] - «Will man aus der Dolichocephalie und der Hellfarbigkeit [...] die Kriterien des ‘germanischen Typus’ machen, so wird ein grosser Theil von Süd- und Westdeutschland von demselben ausgeschlossen» (R. Virchow, «Rassenbildung und Erblichkeit», Festschrift für Adolf Bastian zu seinem 70. Geburtstage, Berlin, Reimer, 1896, p. 18).

    [37] - Ivi, p. 99. Per i ‘pangermanisti’ si apre, a partire da questo momento, un nuovo terreno di scontro, dato che non potranno più permettersi di ignorare la ‘questione finnica’. Scriverà ad esempio H. Hirt (Die Indogermanen. Ihre Verbreitung, ihre Urheimat und ihre Kultur, Strassburg, Trübner, 1905-7, Bd. I, p. 192): «Aber wenn wir unter den Finnen tatsächlich einen starken Satz von Blonden finden, so muss man doch fragen, wie viel hiervon auf frühere oder spätere indogermanische oder germanische Einwanderung zurückzuführen sein».

    [38] - L. Wilser, «Die Herkunft der Germanen», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 123. Nell’intervento Wilser riprende e riassume quanto sostenuto nel suo libro Die Herkunft der Deutschen, Karlsruhe, Braun, 1885. Su Ludwig Wilser, che diventerà in seguito un esponente di primo piano del ‘germanesimo razziale’, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien. Geschichte und Hintergründe, Berlin u. Bonn, Dietz, 1977, p. 68.

    [39] - «Ich bitte darum, dass wir nicht in blossem Patriotismus arbeiten und unsere Aufgabe nicht bloss in schwungvoller Begeisterung zu lösen suchen» (R. Virchow, replica, priva titolo redazionale, al discorso di L. Wilser, in Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 125).

    [40] - «Ja wenn H. Wilser ein Schüler Eckers ist, möchte ich ihn daran erinnern, dass Ecker ein grosses Verdienst gehabt hat, für Sudwestdeutschland nachzuweisen, dass zwei ganz verschiedene prähistorische Bevölkerungen auf einander gefolgt sind, dass die Bevölkerung, die in den Hügelgräbern ihre Todten niedergesetzt hat, absolut verschieden ist von den Völkern, die den ‘rein germanischen Typus’ mit sich gebracht haben. Ist es denn dem Herrn Redner unbekannt geblieben, dass brachycephale Leute in den Hügelgräbern und dolichocephale in den Reihengräbern stecken? Wie sollte es denn kommen, dass in Skandinavien von jeher dolichocephale Stämme gewöhnt hätten?» (R. Virchow, replica, cit., p. 124). Cfr. A. Ecker, Crania Germaniae meridionalis occidentalis, cit., pp. 2, 79-80, 86-94. Assai meno cauto di Virchow si mostrerà J. Ranke: «Es scheint sehr wahrscheinlich, daß die alte typische Form des germanischen [...] Schädels die langköpfige, dolichokephale war» (J. Ranke, Der Mensch, 2. Aufl., II. Bd., Wien u. Leipzig, Bibliographisches Institut, 1894, p. 296).

    [41] - J. Kollmann, «Die Kraniometrie und ihre jüngsten Reformatoren», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft fürAnthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXII. Jg., 1891, p. 44.

    [42] - Ivi, pp. 43-44.

    [43] - J. Kollmann, «Die Menschenrassen Europas und die Frage nach der Herkunft der Arier», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Jg., 1892, p. 104. In questo intervento, tenuto al congresso degli antropologi tedeschi svoltosi nel 1892, Kollmann osserva ancora: «Alle europäische Rassen sind also, soweit wir bisher in das geheimnis der Rassennatur eingedrungen sind, gleichbegabt für jede Aufgabe der Kultur. Es ist offenbar mindestens verfrüht, irgend einem der vorhandenen Typen einen besonderen geistigen Vorrang zuzuerkennen. Ja man kann wohl mit ziemlicher Sicherheit voraussagen, dass sich kein Vorzug finden lassen wird [...]. Die Schädelkapazität der Europäer und das Volumen ihres Gehirns geben für eine solche Auswahl nicht den mindesten Anhaltspunkt weder jetzt, noch für die Eisen-, Bronze- oder Steinzeit».

    [44] - Houston Stewart Chamberlain, Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts, München, Bruckmann, 1915 (prima edizione 1898), pp. 573 e 585-86.

    [45] - Ivi, pp.310-13 e 444.

    [46] - Sul congresso del 1892 e su Kollmann osserva Houston Stewart Chamberlain (ivi, pp. 586-88): «die gelehrtesten Herren von Europa haben feierlich zu Protokoll gegeben, alle Rassen seien an der Entwickelung der Kultur gleichbeteiligt, alle seien zu jeder Aufgabe der Kultur gleichbegabt [...]. Das Verfahren Kollmann’s bildet einen Rückschritt dem alten Theophrast gegenüber [...]. Dass die Rassen ebenso wenig wie die Individuen gleich begabt sind, das bezeugen Geschichte und tägliche Erfahrung; die Anthropologie lehrt uns nun ausserdem (und trotz professor Kollmann), dass bei Rassen, welche bestimmte Taten vollbrachten, eine bestimmte physische Gestaltung die vorherrschende war».

    [47] - Cfr. S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 4. Il testo di Schrader, pubblicato in prima edizione nel 1833, viene ben presto considerato «by far the most important book which has yet been written on the subject» (I. Taylor, The Origin of the Aryans. An Account of the prehistorich Ethnology and Civilisation of Europe, London, Scott, , 1889, p. 44). Cfr. anche W. Z. Ripley che nel 1899 (The Races of Europe, cit., p. 476) definirà l’opera lo «standard work» sull’argomento.

    [48] - «Wo indogermanische Wölker in der Geschichte begegnen, zeigen sie jedenfalls keinen einheitlichen körperlichen Typus. Selbst die alten Germanen, die man sich gegenwärtig gern als Urbilder des ganzen indogermanischen Stammes denkt, hält Virchow in dem [...] Vortrage Die Deutschen und die Germanen (Verhandlungen der Berliner Gesellschaft für Anthropologie etc. 1881) für wahrscheinlich bereits körperlich differenziert. Ja, derselbe Forscher, dessen behutsame Vorsicht man sich in diesen Fragen noch am liebsten anvertrauen wird, hat später (Korrespondenzblatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie 1883, p. 144) einen einheitlichen Typus der Indogermanen direkt in Abrede gestellt und angenommen, daß zwei Reihen, eine dolichokephale und eine brachikephale in demselben von jeher neben einander hergegangen seien. Wie dem aber auch immer sei, so viel ist sicher, daß alle diese Fragen heute noch so wenig geklärt und spruchreif sind, daß der Versuch, wie ihn Penka unternommen hat, vom Standpunkt der Kraniologie und anderer anatomischer Merkmale aus die Ursprünge der Indogermanen zu bestimmen, a limine als verfrüht bezeichnet werden muß» (O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte, cit., pp. 161-62.).

    [49] - O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, 1, Strassburg, Halbband, , 1901, p. 896. Anche S. Reinach si schiera, nel 1891, a favore di Virchow, riprendendo un intervento del 1889 in cui questi dichiarava, «dass wir uns in Acht nehmen müssen mit den Ariern. Ein Arier, wie es sein soll, ist wohl noch nicht gefunden» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XX. Jg., 1889, p. 121).

    [50] - O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte, cit., p. 624 sgg. Queste considerazioni mancano nella prima edizione. Sul ‘nomadismo semita’ cfr. Poliakov, p. 315.

    [51] - E. Meyer, Geschichte des Alterthums, II. Bd., Stuttgart, Cotta, 1893, pp. 40 sgg. Su posizioni ben diverse fu F. Ratzel, Der Ursprung und die Wanderungen der Völker geographisch betrachtet, Leipzig, 1900, p. 47.

    [52] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. I, p. 195.

    [53] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. I, pp. 190 sgg.; M. Much, Die Heimat der Indogermanen im Lichte der urgeschichtlichen Forschung, 2. Aufl., Berlin, Costenoble, 1904, pp. 342 sgg. Cfr. G. Poisson, Les Aryens. Étude linguistique, ethnologique et préhistorique, Payot, Paris 1934, pp. 16-7.

    [54] - M. Much, Die Kupferzeit in Europa und ihre Verhältnis zur Kultur der Indogermanen, 2. Aufl., Jena, Costenoble, 1893, pp. 340-42. Matthaeus Much, figura di spicco nell’archeologia tedesca del tempo, condivide senza riserve le teorie di Penka (op. cit., pp. 305 e 344). Che gli Indogermani, i quali ben conoscevano, già prima della separazione, la coltivazione della terra, non siano da identificare con i nomadi delle steppe, viene sostenuto, contro Schrader, anche da H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. II, pp. 618-19. Già Penka aveva sostenuto, alcuni anni prima, che il «carattere psichico dei turanici» si spiega con la conformazione della steppa (Origines Ariacae, cit., pp. 80-1). La parola conclusiva sull’argomento verrà detta da P. Kretschmer nel 1896. I partigiani del ‘partito nordico’, a suo avviso, continuano a ritenere, in ossequio al vecchio schema dei ‘tre livelli’, che nell’avvicendamento di popolazioni dedite alla caccia, alla pastorizia e all’agricoltura si compia il ritmo necessario della storia (Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 70-1).

    [55] - S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 96.

    [56] - Si veda la precedente nota 24.

    [57] - R. Hartmann, Die Nigritier, I. Teil, Wiegandt, Berlin 1876, p. 185.

    [58] - R. v. Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, cit., p. 2.

    [59] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, Torino, Bocca, 1903, p. 38.

    [60] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 20 sgg. e 48 sgg. In proposito si veda R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie, cit., p. 56.

    [61] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., p. 37.

    [62] - Ivi, p. 37-8.

    [63] - Ivi, p. 39. Qui si rinvia ad una comunicazione in cui Virchow, nel 1892, ribadisce la sua sfiducia verso classificazioni razziali basate su dati craniologici: «Wir sind allmählich sehr vorsichtig geworden in der Benützung der Schädel als alleiniger Merkmale ethnischer Verhältnisse» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Jg., 1892, p. 101). In proposito si veda anche R. Virchow, Rassenbildung und Erblichkeit, cit., pp. 19 e 25-6.

    [64] - «Wenn wir nun die Tatsachen aus der bisherigen Geschichte der Craniologie zusammenfassen, so müssen wir zu dem Resultate gelangen, dass die Craniologie nach keiner Richtung hin die grossen Erwartungen erfüllt hat, welche man Anfangs von ihr hegte; denn alle diejenigen grossen Bedeutungen, die man ihr zugeschrieben hat, haben sich als illusorisch erwiesen. So hat sich die Annahme, als könnte man die sprachliche Verwandtschaft der einzelnen Menschengruppen auch craniologisch in Kategoien darstellen, ebenso illusorisch erwiesen, wie die andere Annahme, als müsste je einer Menschengruppe auch je ein einziger Schädeltypus entsprechen, und ebenso wie die dritte Annahme, dass nämlich mittelst der Craniologie die sogenannten ‘reinen’ Menschenrassen von den ‘gemischten’ unterschieden werden könnten [...]. Wir wissen ja genügend, wie heikelig das Wort ‘Rasse’ benutzt werden muss [...]. Die Ungereimtheit, die Rasse schon durch einen einzigen Körpertheil und schon durch einige oberflächliche Messungen dieses einzelnen Körpertheils bestimmen zu wollen, muss ja doch auf den ersten Blick evident sein» (A. von Török, «Über den Yezoer Ainoschädel», Archiv für Anthropologie, XXIII. Jg., 1895, pp. 264-66). Parte del brano è riportato da Kretschmer (Einleitung, cit., p. 46).

    [65] - A. Retzius, Ethnologische Schriften, cit., pp. 1-24.

    [66] - A. De Quatrefages, E. T. Hamy, Crania ethnica. Les cranes des races humaines, Paris, Baillière, 1882, p. 100.

    [67] - P. Broca, «Sur les caractères des crânes basques», Bull. Soc. d’Anthrop. de Paris, t. III, 1862, pp. 579 sgg.

    [68] - I. Taylor, The Origin of the Aryans, cit., pp. 215-16. Cfr. A. De Quatrefages, E. T. Hamy, Crania ethnica, cit., pp. 5-98.

    [69] - Nicolucci, La stirpe Ligure in Italia, Napoli 1864.

    [70] - Sergi, Nicolucci e Zampa fanno vedere come il bacino padano, in cui predomina adesso il tipo brachicefalo, fosse abitato nel Neolitico da una razza dolicocefala (cfr. W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 262 e 463).

    [71] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, cit., p. 494. Cfr. anche W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 454-56.

    [72] - K. Penka, Origines Ariacae, cit., p. 27.

    [73] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, cit., p. 495.

    [74] - A. De Quatrefages, L’espèce humaine, Paris, Baillière, 1877, pp. 254-58; A. De Quatrefages, Introduction a l’étude des races humaines, Hennuyer, Paris 1889, pp. 488-89; P. Topinard, Anthropologie, Leipzig, Baldamus, 1888, pp. 438-41; A. Bertrand, La Gaule avant les gaulois, Paris, Leroux, 1891, pp. 163 sgg. e 182-231; H. D‘Arbois de Jubainville, Les premiers habitants de l’Europe, 2. édition, t. II, Paris, Thorin, 1894, pp. 330 sgg.

    [75] - W.Z. Ripley, The Races of Europe, cit., p.487. Di S.Reinach si veda Le Mirage orientale, cit., pp.539-78.

    [76] - G. Sergi, Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898, p. 140. Sull’opera del Sergi si veda il giudizio di G. Devoto, Origini indoeuropee, Firenze, Sansoni, 1962, p. 56.

    [77] - G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, Roma, Dante Alighieri, 1895, p.83. Dell'opera si veda anche l'edizione inglese, molto accresciuta: The mediterrean Race. A study of the origin of European Peoples, London 1901. Sulla fortuna delle dottrine di Sergi in Inghilterra, cfr. la noterella di Giuffrida-Ruggieri in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, vol. XLII, 1912, pp. 285-86, in cui vengono recensiti i lavori di R. N. Bradley (Malta and the Mediterrean Race, London 1912) e A. Churchward (The Origin and Evolution of primitive Man, London 1912). Anche B. Modestov (Introduction a l’histoire romaine, Alcan, Paris 1907, pp. 105-13) approva le concezioni di Sergi. Sull’antropologo italiano cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., p. 223.

    [78] - G. Sergi, Arii e Italici, cit., p. 211. Cfr. anche Id., Gli Arii in Europa e in Asia, Torino, Bocca, 1903, pp. 8 sgg.

    [79] - G. Sergi, Arii e Italici, cit., p. 138. La ‘lotta ideologica’ che infuria, all’epoca, quando si parla di grandi categorie antropologiche (i Germani, i Celti, i Mediterranei), si ripresenta, con immutata forza polemica, anche in innumerevoli varianti locali. Per Sergi i Liguri fanno parte della ‘razza eurafricana’ (sono dunque dolicocefali), sono invece brachicefali per Taylor e H. D‘Arbois de Jubainville. Le Terramare paiono costruzioni ‘mediterranee’ a Sergi, ‘ariane’ a C. Fligier (Zur praehistorischen Ethnologie Italiens, Hölder, Wien 1877, p. 9).

    [80] - Ivi, pp.70 e 200.

    [81] - Ivi, p. 73.

    [82] - Ivi, pp. 138 e 201-2.

    [83] - O. Ammon, Die natürliche Auslese, cit., p. 177.

    [84] - Ivi, p. 185. Già Penka, nel 1883, affrontando il «carattere psichico» delle razze turaniche, riferiva di un tipo umano «passivo-flemmatico» e conservativo, capace di dar vita a complessi organismi sociali, ma privo dell’intraprendenza e della forza di volontà propria degli ariani (Origines Ariacae, cit., pp. 110-11). Per quanto riguarda la forza di volontà delle genti ariane, Penka seguiva Gobineau, Essai sur l’inegalité des races humaines, IV, Paris 1855, p. 36.

    [85] - G. Vacher de Lapouge, «L’anthropologie et la science politique», Revue d’Anthropologie, 1887, p. 149. In Italia A. Livi crede di poter mostrare che tra le ‘classi professionali’, nelle regioni settentrionali del paese, vi sono più dolicocefali che tra i conadini. Le sue conclusioni sono discusse da Ripley, The Races of Europe, cit., p. 41.

    [86] - G. Vacher de Lapouge, Les sélections sociales, cit., p. 15.

    [87] - E. De Michelis, L’origine degli indo-europei, cit., pp. 130-31 e 611. L’autore, assai incisivo nel riassumere le conclusioni dell’antroposociologia, avversa comunque duramente Ammon e Lapouge. Su questi temi si veda anche A. Vierkandt, Naturvölker und Kulturvölker. Ein Beitrag zur Socialpsychologie, Leipzig, Duncker & Humblot, 1896, pp. 306-8.

    [88] - M. Much, Die Heimat der Indogermanen im Lichte der urgeschichtlichen Forschung, 2. Aufl., Berlin, Costenoble, 1904, pp. 346-347.

    [89] - W. Hentschel, Varuna. Das Gesetz des aufsteigenden und sinkenden Lebens in der Geschichte, 2. Aufl., Leipzig, Fritsch, 1907, p. 58. Sull’autore cfr. G. L. Mosse, Ein Volk, ein Reich, ein Führer, Königstein, Athenäum, 1979, pp. 125 sgg.

    [90] - W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., p. 456.

    [91] - Ivi, pp. 37-57.

    [92] - Ivi, p. 466-67. Più avanti Ripley parla delle «undoubtedly negroid physical affinities of the most primitive substratum of European population» (ivi, p. 479). Su Ripley, antropologo estraneo a pregiudizi razziali, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., p. 252.

    [93] - Ivi, pp. 467-468.

    [94] - M. Much, Die Heimat der Indogermanen, cit., pp. 342-343.

    [95] - S. Müller, Urgeschichte Europas. Grundzüge einer prähistorischen Archäologie, Strassburg, Trübner, 1905, p. 50. Nota ancora Sophus Müller (ivi, p. 66): «Mehr als drei Jahrtausende liegen zwischen dem Abschluß der Steinzeit am Eismeer und ihrem Ende am Mittelmeere». Per la polemica con Penka cfr. ivi, pp. 49-53, laddove l’autore prende le distanze anche da S. Reinach, il quale vuol «nachweisen [...], daß Europa zu einem wesentlichen Teile vom Orient ganz unabhängig sei».

    [96] - Ivi, p. 77. Queste conclusioni sono condivise da S. Feist, Indogermanen und Germanen, Halle, Niemeyer, 1914, pp. 30-2.

    [97] - S. Müller, Urgeschichte Europas, cit., pp. 40 e 72-77. Si confrontino queste pagine con quanto scrive, in prospettiva ben diversa, M. Much, Die Kupferzeit in Europa, cit., pp. 305 sgg. Posizioni analoghe a quelle sostenute da Sophus Müller sono invece sia in W. Z. Ripley (The Races of Europe, cit., pp. 507 sgg.), sia in E. De Michelis (L’origine degli Indo-Europei, cit., pp. 441 sgg). Le idee di M. Much vengono invece approvate da H. Hirt (Die Indogermanen, cit., Bd. I, pp. 194-95), da W. Hentschel (Varuna, cit., pp. 126 sgg. e 134 sgg.) e da L. Wilser (Herkunft und Urgeschichte der Arier, Heidelberg, Hörning, 1899, pp. 15 e 47). Sui lavori di M. Much cfr. R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie, cit., pp. 68 e 79.

    [98] - S. Müller, Urgeschichte Europas, cit., p. 166. G. Sergi («Gli italiani della rinascenza», Rivista d’Italia, aprile 1906, p. 543) si dichiara prontamente d’accordo con S. Müller. Assai critici saranno invece K. Penka (Herkunft der alten Völker Italiens und Griechenlands wie ihrer Kultur, Leipzig, Thüringische Verlags-Anstalt, 1907, p. 25) e G. Kossinna (Die deutsche Vorgeschichte, eine hervorragend nationale Wissenschaft, Würzburg, Kabitzsch1912, pp. 46 sgg.).

    [99] - E. De Michelis, L’origine degli indo-europei, cit., p. 179.

    [100] - P. Mantegazza, «Gli Ariani», Archivio per l’antropologia e la etnologia, vol. XIV, 1884, p. 366. Per Mantegazza, in definitiva, gli ariani sono soltanto un ‘mito storico’: «Or dunque, i dotti e i dottissimi, per andare alla ricerca di questo Adamo [la stirpe ariana originaria] attaccarono al loro carro due cavalli detti filologia comparata e antropologia e si misero in cammino [...]. Se non che la filologia più robusta, più adulta e meglio nutrita tirava per due, e la povera antropologia, lottando invano [...], fini per lasciarsi trascinare dove l’altra voleva [...]. Oggi le teorie etniche sono quasi tutte di origine filologica e contraddicono le antropologiche» (op. cit., p. 365). Nel 1895 (vol. XXIV, pp. 340-44) Mantegazza recensisce sulla rivista anche il volume di I. Taylor.

    [101] - P. Mantegazza, recensione a G. Sergi, Gli Arii in Europa e in Asia (1903), in Archivio per l’antropologia e la etnologia, vol. XXXXII, 1902, p. 591.

    [102] - N. Colajanni, «Razze inferiori e razze superiori», La Rivista popolare illustrata, Roma, 1903, p. 14.

    [103] - Ivi, p. 19.

    [104] - N. Colajanni, Razze inferiori e razze superiori, cit., p. 15.

    [105] - Ivi, p. 49.

    [106] - N. Colajanni, Razze inferiori e razze superiori, cit., p. 153 e 165-66. Cfr. G. Ferrero, Europa giovane, p. 177.

    [107] - Ivi, p. 166.

    [108] - B. Croce, Conversazioni critiche. Serie prima, Laterza, Bari, 1924, p. 171. La ricerca di Colajanni, scritta con chiarezza e «sennato raziocinio», svolge temi di grande rilievo, tanto più importanti nel momento in cui «corrono in istampa tante trattazioni pseudoscientifiche sulla senile decadenza latina e la giovinezza germanica, sull’impuro miscuglio etnico dei popoli dell’Europa meridionale e occidentale e sulla purezza dei germani e slavi» (ivi).

    [109] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., II. Bd., pp. 559 e 617; S. Feist, Europa im Lichte der Vorgeschichte und die Ergebnisse der vergleichenden indogermanischen Sprachwissenschaft, Berlin, Weidemann, 1910, p. 9; G. Poisson, Les aryens, cit., p. 18.

    [110] - E. De Michelis, L’origine degli indo-europei, cit., p. 679.

    [111] - Ivi, p. 192. De Michelis, dopo aver passato in rassegna le ipotesi ottocentesche sulla patria d’origine degli indoeuropei, sostiene a sua volta, con argomenti ricavati dalla ‘paleolinguistica’, che le stirpi ‘ariane’ europee discendono da «un comune ceppo etnografico, avente le sue radici nelle regioni del medio e basso Danubio, tra i Carpazi e i Balcani» (ivi, p. 666).

    [112] - Ivi, p. 679.

    [113] - Ivi, pp. 26-31, 284 sgg., 437-39.

    [114] - E. De Michelis, pp. 112 sgg., 494-500, 566 sgg. e 605.

    [115] - A. Mosso, Le origini della civiltà mediterranea, cit., p. 321.

    [116] - A. Niceforo, I Germani. Storia di un’idea e di una razza, Roma, Società Editrice Periodici, 1917, p. 20.

    [117] - Ivi, pp. 11 e 23-4. Su Niceforo, in merito al problema della razza, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., pp. 85 sgg.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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