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  1. #11
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    l'Unità 27 aprile 2005
    Intervista a Umberto Veronesi:
    «Una legge ingiusta e disumana»

    di Luca Landò

    È una legge devastante, come quei proiettili che si spezzano e si dividono, distruggendo tanti organi in un colpo solo. Una legge che con la scusa di combattere il Far West si infila nel corpo della società rimbalzando pericolosamente tra etica, scienza e diritti. Umberto Veronesi non ha dubbi: quella sulla procreazione assistita è una legge medievale (la definizione è del New York Times) «perché impone obblighi antichi». E il 12 giugno voterà sì, anzi quattro volte sì. Proprio per questo l'ex ministro della Salute ha accettato di diventare testimonial della campagna promossa dai Ds e dal Comitato per il referendum. «Bisogna spiegare a chiunque, a tutti quelli che incontriamo, ci ascoltano, ci leggono, che bisogna votare e far votare contro questa legge sbagliata. E piena di contraddizioni».


    Ad esempio?
    «Prendiamo l'articolo che vieta il congelamento degli embrioni e impone che tutte le cellule fecondate, fino a un massimo di tre, siano impiantate nell'utero. È un controsenso. Perché se tutti gli embrioni impiantati attecchiscono, si ha una gravidanza trigemellare creando un problema per la donna e mettendo a repentaglio la salute dei futuri feti i quali, per banali motivi geometrici, di spazio, rischieranno di non vedere mai la luce. Se invece, come auspicabile, ne attecchisce una solo significa che gli altri due muoiono, che è proprio quello che la legge non vuole. Perché è una legge che va contro se stessa: dice di voler proteggere l'ovulo fecondato ma, imponendo di impiantarli tutti e tre (perché non ammette il loro congelamento) finisce per condannarne a morte uno o due. E dire che basterebbe applicare la norma dettata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità la quale dice di inserire nell'utero un solo ovulo fecondato per volta, mentre gli altri devono essere messi da parte in modo da venir utilizzati se il primo non attecchisce».


    La seconda contraddizione?
    «Riguarda la diagnosi preimpianto la quale, dal punto di vista medico - ma anche logico o del semplice buon senso - non è altro che l'anticipazione di quella diagnosi prenatale che viene effettuata frequentemente in gravidanza. Bene, in Italia oggi ci troviamo nella situazione, davvero singolare, che è possibile verificare la salute del feto all'interno della madre, ma non quella dell'embrione nella provetta. E non è finita. La legge 194 dice che, in presenza di malattie genetiche è possibile interrompere la gravidanza ricorrendo all'aborto. Che è poi quello che avviene da anni nei Paesi europei. Una recente indagine dice che in Europa l'89% delle donne preferisce ricorrere all'aborto se l'esito dell'amniocentesi rivela che il feto è affetto da sindrome di Down. Ora, visto che stiamo parlando di fecondazione assistita e che esistono le tecniche di diagnosi embrionale, perché dover aspettare la formazione del feto? Perché ricorrere a un aborto quando basta decidere di non impiantare l'embrione che presenta un danno genetico?».


    A questo proposito c'è un aspetto ancora più singolare. La legge dice espressamente che possono ricorrere alla fecondazione assistita solo le coppie con problemi di sterilità escludendo in tal modo quelle, fertili, dove esiste alta probabilità di trasmettere ai propri figli una malattia genetica.
    «È una scelta ingiusta. In Italia ogni anno nascono 30mila bambini affetti da malattie dovute a difetti genetici, molte delle quali gravi. La fecondazione assistita e la diagnosi preimpianto potrebbero ridurre di molto quel numero».

    E la terza contraddizione?
    «Riguarda i 31mila embrioni attualmente congelati e conservati nei vari laboratori italiani, frutto dell'attività degli anni passati. La nuova legge non dice nulla in proposito: sai solo che non li puoi sopprimere e non li puoi utilizzare per scopi di ricerca. Il risultato è che vengono lasciati rinchiusi nei freezer dove comunque sono destinati, prima o poi, a morire. Anche qui il buon senso dice che piuttosto che dimenticarli e lasciarli finire nel nulla sia meglio destinarli alla ricerca».


    Che è poi quello che ha sostenuto venerdì l'Accademia dei Lincei con un documento che non lascia dubbi.
    «Teniamo presente che uno dei settori più promettenti della ricerca biologica e medica riguarda le staminali di origine embrionale, cellule molto versatili, si chiamano totipotenti, con la caratteristica davvero unica di potersi trasformare in qualunque altro tipo di cellula: in questo modo potrebbero rappresentare la soluzione ideale per quelle malattie degenerative come il morbo di Parkinson o l'Alzheimer andando a rimpiazzare le cellule danneggiate. È un filone di ricerca fondamentale: perché ignorarlo con tanta determinazione?».


    Esiste una possibile applicazione anche in campo oncologico?
    «Non direttamente, anche se le staminali potrebbero rappresentare la via per ricostituire le cellule del midollo danneggiate dopo una chemioterapia o una radioterapia. Il modo in cui la legge 40 influenza l'oncologia è tuttavia un altro: non potere congelare l'embrione rappresenta un problema per le donne giovani affette da tumore, soprattutto adesso che le donne tendono a sposarsi sempre più tardi. Due generazioni fa era quasi normale avere figli tra i 18 e i 20 anni, una età dove il rischio di contrarre un tumore è molto basso, oggi il primo figlio arriva dai 25 ai 35 anni, spesso anche dopo, entrando in una età dove la comparsa tumorale è invece più frequente. Questo pone un problema nuovo, perché con la chemioterapia o la radioterapia si ha il rischio di indurre sterilità. Ebbene, prima della legge 40 questo problema veniva aggirato in maniera tutto sommato semplice: si prendevano gli ovuli della donna, li si fecondavano con il seme del marito e li si congelavano in attesa di poterli introdurre nell'utero nel caso le cure avessero danneggiato le ovaie. Con questa legge non è più possibile: la donna che ha avuto la sfortuna di ammalarsi e non è ancora diventata mamma potrebbe rinunciare per sempre a quello che io chiamo il suo progetto procreativo. Non importa che la scienza abbia trovato il modo di risolvere il problema: la legge, questa legge, non lo permette.

  2. #12
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    Margherita Hack : "Vogliono imporre la morale cattolica a tutti"

    di Cristiana Pulcinelli

    Con la passione di sempre, Margherita Hack affronta la questione referendum. E si indigna: «È una vergogna che la Chiesa interferisca così nelle questioni dello Stato. Mi sembra che sia anche una violazione del Concordato. Paradossalmente, c'erano meno interferenze quando in Italia dominava la Dc». Ma l'indignazione della scienziata non finisce qui: «Ancora più vergognoso del discorso del Papa è il fatto che il presidente del Senato inviti all'astensione: è gravissimo che la seconda carica dello Stato chieda ai cittadini di non servirsi dei diritti di cui dispongono».

    [INTERVISTA]Cosa voterà il 12 giugno?
    Voterò 4 sì perché penso che questa sia una legge retrograda, medievale, antiscientifica e liberticida. E una legge antiscientifica perché impedisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali che sono le più duttili e quindi quelle su cui puntare per cercare una possibile cura per malattie gravi come il Parkinson e l'Alzheimer. È liberticida perché impone molti divieti alla libertà di coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che potrebbero usufruire di ciò che la scienza offre loro. Sento discorsi da Inquisizione. Si parla di diavolo, di pericoli insiti nella scienza. Invece è una cosa esaltante vedere come si comincia a capire il mistero della vita. E poi ci sono aspetti della legge davvero retrogradi e assurdi. Il fatto che se la donna non vuole più impiantare gli ovuli fecondati, lo deve fare lo stesso. Come si fa? La si lega? La si imbavaglia? Oppure il divieto della fecondazione eterologa. Sembra quasi che si paragoni la fecondazione eterologa all'adulterio. Quarant'anni fa la donna adultera finiva in galera, come successe alla Dama bianca di Coppi.
    L'uomo invece commetteva reato solo in caso di concubinaggio evidente, se lo faceva di nascosto andava tutto bene. Ecco, sento lo stesso clima. Senza contare che, condannando l'eterologa, si arriva all'assurda conseguenza che i genitori dei figli adottivi sono da considerare meno genitori di quelli naturali.
    Questa legge è figlia di un clima antiscientifico?
    C'è una tendenza a demonizzare quello che fa la scienza. E anche una diminuzione di interesse per i suoi risultati. Un atteggiamento che è frutto anche di una grande ignoranza. Un'ignoranza che viene coltivata, per la verità. Con la riforma della scuola, ad esempio, si riducono le ore dedicate alle materie scientifiche e si va addirittura verso l'abolizione dell'insegnamento della chimica. Un paradosso, perché la chimica ha un posto centrale nella tanto vantata innovazione.
    Da cos'altro è nata questa legge?
    Da un atteggiamento violento della Chiesa che vuole imporre la morale cattolica a tutti, anche ai non credenti. E da una pratica di arroganza di questo governo che si è rifiutato di discutere gli emendamenti alla legge e non ha ascoltato gli scienziati.
    C'è chi dice che siccome il tema del referendum è complicato e non si capisce niente è meglio astenersi.
    Le cose che dice la legge sono talmente assurde che sono comprensibili a tutti. Impiantare un embrione malato anche senza la volontà della madre, equiparare i diritti di un embrione a quelli di una persona adulta sono assurdità tali che anche un bambino lo capisce.
    Se questa legge passerà così com'è ci saranno conseguenze anche per la legge sull'aborto?
    Certamente si crea una contraddizione perché mentre con questa legge si protegge l'embrione, impedendo anche di vedere se è malato per evitare che non venga impiantato, con la legge 194 si permette l'aborto di un feto di 12 settimane. Con l'assurda conseguenza che un feto avrebbe meno anima di un embrione. Io credo che in realtà questo preluda a mettere in discussione la 194 che ha avuto il merito di ridurre il numero di aborti e di morti per aborto.
    Si è tornati a parlare di limiti alla scienza. Cosa ne pensa?
    Il limite della scienza è che deve agire per il bene degli esseri umani e non per la loro distruzione. Vale anche per gli scienziati il principio generale «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».
    Ma porre dei divieti alla ricerca non è possibile. Ma la scienza va avanti malgrado tutto. Giordano Bruno è morto sul rogo e Galilei è stato costretto ad abiurare, ma oggi tutti sono convinti che il sole stia fermo e sia la Terra a girare. Così anche questi assurdi divieti alla scienza medica dovranno essere rimossi. Ma, del resto, negli altri paesi la ricerca sulle staminali embrionali già si fa. Vorrà dire che resta indietro l'Italia.
    È eticamente accettabile la creazione di possibili organi di ricambio ottenuti clonando cellule di malati?
    Se si può guarire qualcuno, perché non farlo? Altrimenti, dovremmo accettare passivamente tutto ciò che ci viene dalla vita e dovremmo lasciare che il malato soffra la sua pena. Se avessimo ragionato così saremmo ancora all'età della pietra.
    Perché bisogna andare a votare?
    Perché non possiamo fare come Ponzio Pilato.

  3. #13
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    Intervista a Giovanna Melandri :
    «L'attacco all'aborto sta già nella legge 40»
    di Maristella Iervasi

    Giovanna Melandri, deputata diessina, non è per niente stupita del dibattito-polemica che si è aperto in questi giorni sul referendum sulla fecondazione assistita: vale a dire, la voglia di rivalsa sulla legge 194, la legge sull’aborto. Il là era stato lanciato da Maurizio Gasparri da An, che ha detto: «Nessuna legge è intoccabile, anche la 194». Il ministro della Salute Francesco Storace ha rimproverato il collega di partito di «inopportunità». Ieri è sceso in campo perfino il ministro per Beni culturali Rocco Buttiglione per dire che «la legge 194 non è affatto in questione con la consultazione referendaria». Ma l’attacco alla 194 «è implicito nella stessa legge 40» - sottolinea Melandri.

    Ci spieghi il perchè.

    «C’è un quinto quesito referendario “implicito” oltre ai quattro sulla fecondazione assistita, quello che riguarda la possibilità di rimettere in discussione la legge 194 sull’aborto».
    Un quinto quesito, non sono quattro i quesiti del 12 e 13 giugno sui quali i cittadini sono chiamati alle urne?
    «Certo che sono quattro, ma ce n’è un quinto implicito. Mi spiego meglio: la legge 40 teoricamente dovrebbe regolare una prestazione sanitaria che aiuta le coppie infertili ad avere un bambino».

    E invece?

    «Questa legge, e in questo è unica al mondo, introduce una mostruosità giuridica: stabilice, cioè, la personalità giuridica nemmeno dell’embrione ma dell’ovocita fecondato di 48 ore superiore a quello che l’ordinamento riconosce oggi ad un feto di 3 mesi».

    Ed è questo il punto che apre alla revisione della legge sull’aborto?

    «Sì. Molte delle disposizioni crudeli di questa legge derivano da questo presupposto giuridico. Il punto è questo e non tanto il bla bla bla di Gasparri, Storace e quant’altri di questi giorni. La legge 40 di fatto colpisce e inficia il principio contenuto nella 194. La tutela dell’embrione va affidata all’unica persona giuridica che è la madre. La sola che trasforma nel suo grembo la promessa di vita che poi si trasforma in vita vera e propria. Invece la 40 stabilisce un profilo di tutela all’ovocita fecondato».


    Si spieghi meglio.

    «La 40 vieta la diagnosi preimpianto di un ovocita fecondato di 48 ore per verificare la presenza di malattie molto gravi. Ne obbliga l’impianto nell’utero della donna. Poi, però, la nostra legislazione in virtù della 194 non vieta l’aminiocentesi: la diagnosi prenatale degli stessi embrioni a tre, quattro o persino cinque mesi di vita. Consente l’aborto terapeutico in questi casi».


    Un’evidente contraddizione.


    «C’è un profilo di incoerenza nel corpus giuridico del nostro paese molto forte. Di fatto, la legge 40 incentiva il ricorso all’aborto selettivo successivamente. C’è molta ipocrisia in chi dice non vado a votare al referendum perchè difendo la legge 40 ma la 194 non si tocca».


    Quindi, un motivo in più per votare questo referendum?

    «È veramente un’occasione preziosa. La legge sulla fecondazione assistita ha sottratto libertà ed uguaglianza. Il turismo procreativo non se lo possono permettere tutti. È come se il legislatore volesse punire le coppie sterili: un mostruoso pregiudizio sul desiderio di maternità e genitorialità».


    Nel mondo cattolico la posizione è più variegata di quanto faccia pensare il cardinal Ruini invitando all’astensione?


    «Non è un match tra laici e cattolici questo referendum. Sette coppie su dieci in Italia sono cattoliche. Siamo il paese più infecondo d’Europa, secondi solo alla Spagna».
    Le donne avranno capito il mostro giuridico che ha prodotto il parlamento italiano?
    «Mi auguro che questa consapevolezza si possa diffondere. Sono ottimista».

  4. #14
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    Intervista a Giulio Cossu
    Il parere di un Ricercatore:«Così perderemo il treno della ricerca sulle staminali»

    di Cristiana Pulcinelli


    Giulio Cossu dirige l’Istituto di ricerca per le cellule staminali del San Raffaele di Milano. Da molti anni si occupa di distrofia muscolare: l’obiettivo del suo gruppo è creare, grazie alle staminali adulte, un muscolo sano in un organismo affetto da questa malattia. Per ora si parla di animali. L’uomo dovrà aspettare perché i tempi della ricerca sono lunghi. “E’ per questo che mi indigno quando sento dire che la ricerca sulle staminali embrionali è una perdita di tempo solo perché finora non ha prodotto nessuna applicazione clinica”.

    In questo mese che ci separa dal referendum sulla legge sulla fecondazione assistita, però, la ricerca di Cossu subirà un rallentamento: “Sto spendendo il 30% del mio tempo per spiegare i risvolti negativi della legge 40”. In particolare per quanto riguarda proprio la ricerca sulle staminali, quelle cellule indifferenziate che sono in grado di trasformarsi nei tessuti dei nostri organi: la pelle, il cuore, il fegato».


    Allora partiamo da qui: è vero che questa legge è un ostacolo alla ricerca?

    «Tra le varie cose negative che questa legge porta con sé, c’è anche questa: un ostacolo alla ricerca con cellule staminali embrionali umane, uno dei settori di punta della ricerca biomedica nel mondo. Rendere estremamente difficile lavorare con queste cellule ha già prodotto un grosso danno. Si è perso molto tempo nei confronti dei competitori stranieri. Anche se la norma verrà abrogata, rimarremo indietro».


    Cosa dice la norma?

    «Dice che è vietato produrre embrioni umani, ma anche utilizzare embrioni non impiantati e congelati, per creare nuove linee cellulari. In teoria, rimarrebbe la possibilità di utilizzare linee cellulari create fuori dall’Italia. Ma questo vuol dire prendere un prodotto di seconda o terza mano. Ci sono pochi centri al mondo che producono queste cellule e sono subissati da richieste: è facile avere un prodotto peggiore di quello che si avrebbe producendolo da sé. Ma c’è anche un vantaggio teorico a creare le linee cellulari: si potrebbero, infatti, selezionare embrioni affetti da una determinata malattia genetica e curare le cellule staminali da questi derivate in vitro inserendo un gene sano prima di indurre le cellule a differenziarsi nel tessuto che vogliamo. Un esempio: avendo a disposizione le cellule di un embrione che presentano l’anomalia genetica responsabile della fibrosi cistica, si potrebbe studiare il modo di correggerle geneticamente in coltura in modo da indurle a trasformarsi in cellule normali delle mucose».


    Cosa vuol dire creare una linea cellulare?

    «Si prende un embrione e si mette in coltura con sostanze nutrienti. Le sue cellule esterne formano un tappetino, mentre un gruppetto di cellule, quelle che si chiamano il bottone embrionale, se le condizioni sono buone, cominciano a crescere. La cosa interessante è che rimangono indifferenziate e quindi da poche cellule staminali se ne possono ottenere miliardi. A questo punto, si può indurle a differenziarsi in diverse cellule: del sangue, del cuore, nervose, del fegato».


    Alcuni sostengono che quello che si può fare con le staminali embrionali si può fare anche con le staminali adulte, ovvero con le cellule indifferenziate che troviamo nell’organismo adulto. E’ così?

    «Le cellule staminali utilizzate nella cura delle malattie sono finora solo quelle adulte, in particolare quelle del midollo osseo, usate per il trapianto di midollo, e quelle dell’epidermide, usate per ricreare la pelle degli ustionati. Inoltre, il nostro gruppo ha dimostrato nel 1998 che le staminali del midollo osseo sono in grado anche di produrre cellule del muscolo scheletrico e altri ricercatori hanno visto che possono fare anche cellule del fegato e del cuore. Ma si tratta dell’osservazione di una potenzialità, il problema è che le cellule riescono a differenziarsi in ciò che vogliamo con una frequenza che va dall’uno per mille all’uno per cento dei casi. Troppo poco per curare una malattia. E al momento non abbiamo uno strumento che trasformi 100 cellule del midollo in 100 cellule del fegato».


    E le staminali embrionali?

    «Finora non è stato curato nessun uomo con le staminali embrionali. Ma è un circolo vizioso: se si rallenta la ricerca è difficile che avremo applicazioni cliniche. Negli animali però i risultati sono incoraggianti. In uno studio del Massachussetts Institute of Technology, ad esempio, si sono prese staminali embrionali di un topo affetto da una malattia genetica, si sono curate in coltura, trasformate in cellule del sangue e inserite nel topo malato. E il topo è guarito. Buoni risultati si sono ottenuti anche con le cellule del pancreas, il che potrebbe voler dire una cura per il diabete. Anche qui c’è il problema di trovare il modo di far trasformare tutte le staminali in ciò che vogliamo, ma si parte da percentuali molto più alte rispetto alle adulte. Credo che nel futuro si potrà ottenere una cura con le staminali adulte per alcune malattie, ma per altre, al momento, le speranze sono nelle embrionali. In ogni caso le probabilità di trovare una cura aumentano se si percorrono entrambe le strade».


    Ma la ricerca sulle embrionali pone un problema etico?

    «L’embrione su cui si lavora è un insieme di circa 60 cellule, talmente piccolo che non si vede ad occhio nudo, in cui non c’è sistema nervoso e che ha solo una prospettiva di dare origine ad un bambino a patto che trovi un utero che lo ospiti. Del resto, bisogna ricordare che normalmente solo uno su tre embrioni fecondati arriva a nascere. Quando si passa alla fecondazione in vitro, la percentuale diventa uno su cinque. Nella clonazione terapeutica è uno su cento, ma nella clonazione dei primati è zero, perché nessuno ha mai clonato una scimmia e tantomeno un uomo. Se poi parliamo di embrioni congelati, bisogna ricordare che il ginecologo è in grado di distinguere subito quelli buoni da quelli che si sono deteriorati: questi ultimi non possono essere impiantati, ma contengono cellule che possono dare origine a staminali embrionali. La legge dunque parte da un presupposto sbagliato: che l’embrione sia una persona. In realtà, ha solo una probabilità di diventare persona. E non è neppure un individuo. Come dice un mio amico: le gemelle Kessler erano un unico embrione, ma avrebbero accettato che la Rai le pagasse come un unico individuo?».


    L’Europa come la pensa in fatto di ricerca con le staminali?

    «So che c’è un contenzioso in corso. Alcuni paesi, tra cui la Germania e l’Italia, hanno protestato perché la Commissione europea finanzierebbe ricerche che i singoli stati non vogliono. Non so come finirà, ma so che sulle staminali embrionali umane i ricercatori hanno avuto luce verde da Bruxelles».

  5. #15
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    Il punto di vista di un medico cattolico: Carlo Bulletti.
    di Cristiana Pulcinelli

    «Da credente voterò 4 Sì» aveva dichiarato qualche giorno fa Carlo Bulletti, direttore dell'Unità operativa di fisiopatologia della riproduzione di Rimini. Oggi chiarisce meglio la sua posizione: «Mi definisco credente piuttosto che cattolico perché per dirsi cattolici si deve essere obbedienti. Anche se, adottando questo criterio, di cattolici nel nostro paese ne rimarrebbero 4 o 5». E spiega le sue ragioni: «Voterò quattro Sì perché lavoro da 30 anni nel campo della procreazione assistita e so che è una scienza finalizzata alla vita: avversarla vuol dire avversare la vita stessa. Francamente credo che chiunque si occupi di procreazione assistita onori un principio d'amore, anche nel caso della fecondazione eterologa. Qualcuno dice che volere un figlio a tutti i costi è un atto d'egoismo. Può darsi, ma in ogni caso si tratta di un egoismo buono che dà amore cercando di riceverne».

    Professor Bulletti, come medico che ha lavorato per lungo tempo in un ospedale pubblico su questi problemi, ci può dire cosa non va nella legge 40?

    «L'impalcatura della legge è del tutto incoerente. A cominciare dal fatto che obbliga ad una applicazione del principio di gradualità. In sostanza, la legge chiede una progressione nelle cure della sterilità in cui la fecondazione assistita sia l'ultimo atto. Non si tiene conto del fatto che chi si rivolge alla fecondazione assistita di solito è una donna che ha più di 35 anni: quale progressione ci può essere con quei tempi di fertilità residua?»

    Gli altri punti critici?

    «Il divieto di congelare gli embrioni, prima di tutto: non capisco perché una donna debba sottoporsi a più trattamenti di cura».

    Prima della legge cosa accadeva?

    «Nella preistoria della fecondazione assistita si trasferivano nell'utero molti embrioni per aumentare la probabilità che qualcuno si impiantasse. Ma c'era il pericolo di gravidanze plurime. Passare da due a tre gemelli fa moltiplicare in modo esponenziale i rischi di gravi danni alla madre e al bambino. Si è capito così che bisognava trasferire al massimo 3 embrioni. Tuttavia, dopo aver sottoposto la donna alla stimolazione ormonale, si prelevavano comunque più uova e le si fecondavano tutte. Poi si sceglievano le migliori. Una parte si trasferivano nell'utero, le altre venivano congelate. In questo modo, se la prima volta non accadeva nulla, c'era la possibilità di fare ancora due o tre tentativi trasferendo gli embrioni congelati senza ripetere i trattamenti a base di ormoni. Oggi invece il medico deve fecondare al massimo 3 uova e deve trasferirle tutte nell'utero della donna. Il rischio è doppio: oltre alla possibilità di una gravidanza multipla, c'è anche quello di una grave malattia del figlio perché l'embrione fecondato va impiantato anche se non è “buono”».

    È il problema della diagnosi pre-impianto?

    «Già. Non mi è chiaro sulla base di quale principio religioso si debba negare la diagnosi pre-impianto, ossia l'analisi dell'embrione prima che venga impiantato al fine di cercare malattie genetiche. Il paradosso è che in questo modo si risparmia un piccolo lutto (non si impianta l'embrione) per doverne affrontare uno ben più grande (cioè l'aborto), se la malattia è grave. Ciascuno di noi sceglie cosa è disposto ad affrontare: io per esempio ho sempre detto che se mi fosse capitato un figlio down l'avrei tenuto, ma non credo che potrei dire lo stesso per un figlio in uno stato semivegetativo. È assurdo pensare che un embrione di 4 cellule sia portatore di diritti più di un embrione di 12 settimane, termine entro il quale si può interrompere la gravidanza volontariamente».

    E cosa pensa del divieto di ricerca sulle staminali embrionali?

    «Credo che la ricerca più promettente sia proprio quella sulle staminali embrionali. Cancellare la possibilità di ricerca in questo campo significa precludere ai nostri figli una terapia risolutiva dei loro problemi».

    Lei ritiene che questa legge sia anche un atto di invasione della sfera privata?

    «Certamente sì. Non accetto che il parlamento entri nel mio letto, che decida quando e con chi mi devo riprodurre e dove devo mettere l'eiaculato. Questo offende la mia natura umana. Io sono libero di scegliere se lasciare il mio seme al calore di un caminetto o in una provetta nel calore di un termostato. Bisogna ricordare che prima di votare questa legge furono fatte delle consultazioni con 18 tecnici e tutti dissero che la legge così com'era non andava bene, ma nessuno se ne curò».

    Limitare la possibilità di accedere alle tecniche di procreazione assistita può essere visto come un ostacolo al diritto di curarsi dalla sterilità?

    «La sterilità non è una malattia in senso stretto. E, nella cultura cattolica, il fatto che la natura non metta in condizione alcuni individui di riprodursi viene vissuto come un evento a cui assoggettarsi. Tuttavia, l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come uno stato di benessere fisico e mentale. E dato che la sterilità è causa senz'altro di una sofferenza psicofisica, si può dire che ogni persona ha diritto ad accedere ai servizi che lo aiutino ad avere un figlio per migliorare il suo stato di salute».

  6. #16
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    Il vescovo di Foggia: «Astenersi non è una verità di fede».
    di Roberto Monteforte
    ASTENERSI NON È una verità di fede. Come non corrisponde alla realtà quel mondo cattolico tutto compatto, schieratissimo per l'astensione al referendum sulla legge 40 che il cardinale Camillo Ruini e il "comitato Scienza e Vita" cercano di avvalorare. Discutono i "laici" e discutono gli uomini di Chiesa. In campo le scelte sono più d'una. Vi è anche chi il 12 e 13 giugno voterà No e chi indicherà il suo Sì. Le critiche all'astensione imposta come obbligo, almeno morale, dai vertici della Cei, si fanno sentire. "La linea dell'astensione non è una verità di fede", spiega monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia che il 12 giugno a votare ci andrà. "Bisogna leggere con attenzione il documento conclusivo del Consiglio permanente della Cei del marzo scorso",

    Ce lo ricorda?

    "Il documento è molto sereno. Contiene un invito al rispetto dei valori in connessione alla manipolazione genetica, riafferma il rispetto dell'embrione, esprime forte contrarietà verso la fecondazione eterologa. Poi fa cenno alla costituzione del "comitato Scienza e Vita" di cui riconosce la legittimità. Invita i cattolici a tener conto in coscienza di queste indicazioni. Riferisce della indicazione "del non voto" del comitato Scienza e Vita e la considera lecita e opportuna. Ma non contiene imposizioni di sorta. Piuttosto, il documento esprime un invito molto sereno e oggettivo alla coscienza, con un richiamo ai grandi valori in causa...".

    Anche se quella dell'astensione è una posizione espressa dal cardinale Ruini, prima ancora che si costituisse il comitato Scienza e Vita....

    "Comunque la si voglia interpretare la linea assunta dal Consiglio permanente della Cei è di orientare la coscienza del cattolico, invitarlo a regolarsi in modo bene informato, tenendo anche conto del invito dei vescovi all'astensione... Ma tener conto non vuole dire ordinare. Non è un comando. Anche se quell'invito è avvalorato dalle prese di posizione di alcuni scienziati e studiosi".

    Cosa pensa di questa scelta?

    "Che preferire l'astensione ad un chiaro invito per il No manifesti un'atteggiamento tattico: vi è il timore di una vittoria del Sì. Piuttosto che affrontare la battaglia si è deciso di evitarla cavalcando l'astensione. A quella "normale", fisiologica visto che oramai vi è indifferenza verso lo strumento referendario usato molte volte a sproposito, finirebbe così per sommarsi quella indotta da questi pronunciamenti. In questo modo, però, si finisce per sfuggire un confronto che si impone e che si imporrà sempre più. Basti pensare alle discrepanze tra la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza e la legge 40".

    La preoccupa l'atteggiamento di condanna che pare montare verso i cattolici che a votare ci andranno?

    "Non colgo un atteggiamento di condanna. Anche dalle dichiarazioni autorevoli dei cardinali Tettamanzi e Bertone non leggo anatemi verso chi andrà a votare. Colgo piuttosto un appello alla responsabilità personale. Spero di non sbagliarmi se dico che dopo la battaglia la cosa si appianerà e sull'attuale stile di combattimento prevarrà una riflessione serena, nella speranza che ricerca scientifica e riflessione etica, fatte seriamente, possano spianare la via ad una valutazione più attenta dei problemi. Non bisogna né scomunicare, né canonizzare nessuno. Bisogna guardare la realtà al di là del risultato elettorale, con i suoi problemi complessi e pensare ad una riflessione ulteriore sulla legge. È indispensabile per tener conto di alcune obiezioni avanzate da parte dei ricercatori di bioetica e degli scienzati. Bisognerà partire dal confronto per vedere in che modo una legge civile può interpretare le esigenze dei cittadini. Perché il problema non è definire in maniera precisa i principi etici, ma elaborare una legge dello Stato che tenga conto dei vari problemi e delle varie mentalità presenti in una società che è multiculturale e multireligiosa. Non è una sfida impossibile".

    Domenica Benedetto XVI parlerà a Bari, lunedì incontrerà i vescovi italiani. C'è chi auspica e chi teme un suo intervento ...

    "Mi auguro che prevalga l'atteggiamento del Papa che in questo periodo non si è espresso. Lo aveva fatto precedentemente, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede con alcuni suoi documenti. Mi auguro che da Papa conduca le cose in modo tale da non calcare la mano su una questione particolare, ma inviti uomini di scienza e uomini di Chiesa a continuare a camminare per un'intesa che offra le basi di partenza per un accordo e un rispetto della volontà della gente che da una parte cerca di avere un figlio evitando malformazioni e dall'altra vuole mantenere fermo il rispetto per la dignità dell'uomo, dal concepimento sino alla morte".

    Il mondo cattolico è così compatto come si cerca di rappresentarlo?

    "Non risponde alla verità dei fatti. Si crede che sia un giudiziofondato perché non ci sono manifestazioni esterne, ma nella base del mondo cattolico c'è tanta inquietudine, tanta sofferenza e tanta diversità di opinioni che non vengono fuori. Bisognerebbe scavare di più per conoscere come tante persone vivono questi problemi e li sentono sulla loro pelle".

  7. #17
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    COMITATO PER L'ASTENSIONE

  8. #18
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    QUATTRO BUONE RAGIONI
    PER NON ANDARE A VOTARE


    1.Non serve e non è lecito distruggere embrioni per curare malattie.
    Ad oggi nessun risultato è stato ottenuto con le cellule staminali embrionali.
    Invece eccellenti risultati sono stati raggiunti con le cellule staminali adulte.

    2.La salute della donna si tutela con interventi graduali e non invasivi.
    E ’inutile e dannoso produrre embrioni in soprannumero,selezionarli e congelarli.

    3.Occorre tutelare i soggetti coinvolti nella fecondazione assistita:l ’embrione,
    la madre e il padre.La legge riconosce i diritti di tutti.

    4.Ogni figlio ha il diritto di nascere e crescere armoniosamente con genitori certi.
    Ha la necessità di conoscere le proprie origini biologiche.
    La legge 40 va difesa perché ha posto fine al far west della provetta
    La legge 40 ha il merito di tutelare la salute della donna
    e di rispettare la vita dell ’embrione
    La legge 40 garantisce una ricerca
    scientifica a misura d ’uomo

  9. #19
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    Staminali, primi risultati per produrle senza nuovi embrioni

    Enrico Negrotti

    Un gruppo di ricerca americano ha annunciato la creazione di 10 linee di cellule staminali embrionali ottenute a partire da cellule embrionali preesistenti, ma senza passare per la produzione di nuovi embrioni. Lo riporta il settimanale inglese «New Scientist». «Le attuali tecniche di clonazione diventerebbero superate – commenta Angelo Vescovi, condirettore dell’Istituto Cellule staminali del San Raffaele di Milano – e si supererebbe il problema etico». Anche se tra i ricercatori si sta aprendo una contesa tra metodi più o meno efficaci per ottenere il risultato di avere sempre nuove cellule staminali embrionali senza produrre embrioni. Per ottenere questo risultato, i ricercatori coordinati da Yuri Verlinsky del «Reproductive Genetic Institute» di Chicago hanno sottoposto cellule di linee embrionali già esistenti a una centrifugazione che consente di espellere il nucleo.

    Quindi si è fusa la cellula denucleata con quella di un donatore adulto riprogrammandola e ottenendo poi le staminali embrionali denominate «stemibride». Guarda con favore alla ricerca Angelo Vescovi: «Se il metodo funziona, abbiamo risolto definitivamente il problema etico producendo staminali embrionali senza dover creare embrioni». Il metodo di Verlinsky si avvale di cellule embrionali umane il cui nucleo viene espulso tramite un metodo di centrifugazione. Il team avrebbe fatto aderire le cellule a una superficie in modo da agitarle fino a quando il nucleo non viene forzato a uscire. I ricercatori hanno, a quel punto, preso cellule umane adulte fondendole con la staminale denucleata.

    Così facendo le cellule «stemibride» sono state riprogrammate con il nuovo nucleo che contiene il Dna del donatore diventando così nuove cellule embrionali. Yuri Verlinsky non ha voluto fornire tutti i dettagli sulla tecnica presentata a Londra la scorsa settimana e che, ha precisato, si appresta a brevettare. E proprio questo obiettivo spiega le inevitabili rivalità scientifiche che si intravedono dietro l’annuncio. Infatti lo scienziato austrialiano Alan Trounson della Monash University, che lo scorso anno aveva proposto una tecnica simile alla «stemibrid», ha avanzato dubbi sul fatto che le cellule neoprodotte possano contenere materiale genetico diverso da quello del donatore adulto. La nuova tecnica realizzata negli Stati Uniti è una sorta di «clonazione senza clonazione». Altri tentativi di questo tipo sono in corso da poco più di un anno.

    «Da un anno e mezzo predico questa possibilità per le cellule di far ritornare allo stato di totipotenza, in pratica ritornare cellule embrionali – dice Vescovi – si tratta di un metodo che risolve il problema etico alla radice. Credo sia una scoperta sensazionale, se confermata, che di certo renderebbe obsolete tutte le altre, compresa la coreana» di cui si è ampiamente parlato di recente. Certamente si spiega anche la grossa rivalità in atto tra ricercatori: «Trounson e Verlinsky stanno cercando di ottenere lo stesso risultato per vie diverse. Chi arriva primo potrebbe avere enormi vantaggi in termini di brevetti. Con la conseguenza di rendere inutili quelli attualmente esistenti sulle cellule staminali embrionali. E di rendere obsoleta e superata l’attuale forma di clonazione». Quella che viene rivendicata come progresso ineludibile dai referendari.

  10. #20
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    Inganni (26 maggio 2005)
    «Un figlio sano»: il travestimento dell'eugenetica
    di Giovanni Neri

    La legge 40 sulla procreazione assistita (Pa) è prepotentemente tornata al centro del dibattito politico, culturale e scientifico in vista del voto sui quesiti referendari. La discussione è e sarà particolarmente infuocata sulla questione della fecondazione eterologa e su quella dell’accesso alla procreazione assistita per coppie a rischio di malattia genetica, con possibilità di ricorso alla diagnosi genetica preimpiantatoria (Dgp), e conseguente selezione ed impianto degli embrioni risultati non affetti (ed eliminazione degli altri). È su questa seconda questione che vorrei soffermarmi, cominciando però col puntualizzare alcuni aspetti della procreazione assistita che tendono a liquefarsi al calore del dibattito e quindi vengono raramente ricordati.

    1. La procreazione assistita ha una bassa probabilità di successo, che non arriva al 30%, anche secondo le statistiche più recenti. Ciò significa che le coppie che vi accedono devono, in media, ripetere almeno tre volte la procedura per avere il cosiddetto "bambino in braccio". Vi sono coppie che ripetono la procedura anche dieci volte.
    2. Nel 2002 il prestigioso e spesso citato New England Journal of Medicine ha pubblicato due grosse casistiche, una australiana e una statunitense, dalle quali risulta che la tecnica di procreazione comporta per i neonati un rischio aumentato di difetti congeniti e di basso o bassissimo peso alla nascita. Fra i difetti congeniti spiccano la sindrome di Beckwith-Wiedemann (eccesso di crescita e rischio aumentato di tumori infantili) e la sindrome di Angelman (epilessia e ritardo mentale).

    3. La diagnosi genetica preimpianto, ammesso che venga introdotta nella riforma della legge, comporterà presumibilmente la produzione di un numero elevato di embrioni, per assicurarsi che almeno uno, se non più, siano effettivamente esenti dal difetto congenito per cui la diagnosi viene praticata.

    Fatta questa premessa, passiamo ad analizzare una questione meno tecnica ma molto più gravida di conseguenze per il futuro della nostra società. La diagnosi genetica preimpiantatoria (Dgp), pur con i suoi lodevoli intenti di dare alle coppie figli sani, costituisce di fatto un metodo di selezione eugenetica. Anzi, nella sua applicazione all’uomo, un nuovo metodo di selezione eugenetica, perché l’eugenismo non è di per sé una novità ed è già stato praticato in Europa e in Nord America attraverso la sterilizzazione coatta dei soggetti la cui riproduzione era considerata indesiderabile per il bene della società. L’eugenismo è nato in Inghilterra fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, in un milieu culturale profondamente influenzato dalle teorie evoluzionistiche darwiniane, basate sul concetto di mutazione e selezione. Sir Francis Galton, primo cugino di Darwin, nella sua opera principale, Hereditary Genius, estrapolò il darwinismo alla mente umana, sostenendo che l’intelligenza superiore è un carattere ereditario che si trasmette nelle famiglie. Inevitabilmente, lo stesso dovrà dirsi dell’intelligenza inferiore. In una recente biografia, Nicholas Gillham scrive: «Galton aveva scoperto il mistico contenitore dal quale, una volta aperto, si alzò in volo l’eugenetica, accompagnata dal suo corteo di segregazione, sterilizzazione, intolleranza razziale, che avrebbero sparso la loro pestilenza in Europa e in America, con massima virulenza nella Germania nazista degli anni Trenta e Quaranta» (N.W. Gillham. A life of Sir Francis Galton. New York: Oxford University Press, 2001).

    Oggi fa comodo ricordare solo gli eccessi della Germania nazista, perché possono essere rimossi come un episodio transitorio di follia criminale collettiva, liberandoci così da angosciosi sensi di colpa. Ma l’eugenismo è stato praticato anche in civilissime nazioni come l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Svezia. Basti ricordare l’episodio di Carrie Buck, una povera "negra" della Virginia, condannata alla sterilizzazione forzata, in quanto figlia di una ritardata mentale, madre di un ritardato mentale e lei stessa ritardata. Una memorabile sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, emessa nel 1927 in favore del diritto dello stato della Virginia a sterilizzare la povera Carrie, veniva conclusa dal giudice Oliver Wendell Holmes con la lapidaria espressione "Three generations of imbeciles are enough" (tre generazioni di ritardati sono abbastanza). Si noti che con gli strumenti psicometrici dell’epoca, l’80% di un campione di immigrati (ebrei, ungheresi, italiani e russi), esaminati durante la quarantena a Ellis Island, nell’attesa di sbarcare a New York, risultarono avere una età mentale inferiore a 12 anni, quindi tecnicamente ritardati.

    Acqua passata? Non proprio. L’eugenismo è ancora vivo e vegeto, anche se cerca di rivestirsi di panni rispettabili. È del 1994 la voluminosa opera di Herrnstein e Murray The Bell Curve: The Reshaping of American Life by Difference in Intelligence (New York, Free Press) nella quale si sostiene che la misura del quoziente intellettivo (QI) permette di assegnare gli individui a varie classi di intelligenza e anche a distinguere fra diversi gruppi etnici sulla base della media del loro quoziente d’intelligenza. Ne consegue che i più dotati dovrebbero essere destinati al disbrigo degli affari importanti, mentre dei meno dotati la società si dovrebbe prendere "compassionevolmente" cura.

    Ma non c’è dubbio che la più grande speranza di riscossa dell’eugenismo sia oggi rappresentata dalla selezione degli embrioni, politicamente corretta, scientificamente valida, pulita, asettica, ammantata dalla promessa di figli sani e belli e quindi di un futuro migliore per tutti. È difficile sottrarsi all’accusa di oscurantismo se ci si oppone a queste argomentazioni e a quella di catastrofismo se si fa ricorso alla metafora della china sdrucciolevole (the slippery slope). Ma nel caso della diagnosi genetica preimpianto è difficile non prevedere che l’applicazione di questa tecnica dilagherà oltre i limiti della identificazione nell’embrione di una particolare malattia genetica. Molto presto, e in parte già adesso, lo sviluppo delle cosiddette nanotecnologie renderà possibile la contemporanea diagnosi di un numero elevato di malattie genetiche. E allora perché non approfittarne? Perché non selezionare gli embrioni che la diagnosi preimpiantatoria avrà stabilito essere i migliori, i più sani? E poi, dalla soppressione dei caratteri patologici (malattie genetiche) si passerà verosimilmente alla scelta dei caratteri migliorativi e saremo così entrati, quasi senza accorgercene, nel Brave New World.

    Ma restiamo al presente e al problema della tutela degli embrioni che già oggi vengono sottoposti ad un severo scrutinio prima che si decida se promuoverli (impiantarli nell’utero materno) o bocciarli (eliminarli fisicamente, anche se con il rito pagano della donazione alla ricerca scientifica). Non voglio scadere nel patetico, ma più volte ho cercato di immaginare una coppia che si trovi davanti dieci capsule di plastica, allineate sul banco di un laboratorio, ciascuna contenente un piccolo embrione, tutti loro figli, tutti sostanzialmente uguali. Poi arriva il risultato del test genetico e súbito, come d’incanto, l’uguaglianza sostanziale si dissolve. Da questo momento abbiamo embrioni buoni, destinati ad ogni nostra cura ed attenzione, come si fa con un neonato tanto atteso e desiderato che guai a chi ce lo tocca, ed embrioni difettosi, o anche solo superflui, che possono essere degradati al rango di piccoli cumuli di cellule, come troppe volte li abbiamo sentiti chiamare.

    Con buona pace dei Padri Fondatori che nella dichiarazione di indipendenza americana affermarono essere self-evident che tutti gli uomini sono creati uguali. Per i nuovi demiurghi del progresso dell’umanità non è così. Essi preferiscono riconoscersi nella parafrasi del famoso aforisma orwelliano "tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri". Molto più comodo, molto più semplice, molto più pratico. Con un’ulteriore importante postilla. Ciò che costoro si propongono non è una selezione naturale, ma una selezione artificiale arbitraria, di cui nessuno può prevedere le conseguenze sul piano dell’equilibrio genetico della popolazione.

 

 
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