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  1. #21
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    L’astensione: il vero modo per dire no a questi referendum
    Da “Europa” del 4 febbraio 2005

    di Marco Olivetti


    L’appello di 59 intellettuali cattolici e laici a votare sì a tre dei quattro referendum in materia di procreazione assistita è sicuramente, e per più ragioni, una buona notizia.

    In primo luogo gli autori del manifesto hanno assunto una posizione chiara e argomentata, che è una ricchezza per il dibattito in corso.

    In secondo luogo viene fatta un po’ di giustizia del concetto (a tratti un po’ pilatesco) di libertà di coscienza di fronte alle questioni oggetto dei referendum, le quali richiedono, invece, una bonhoefferiana assunzione di responsabilità.

    In terzo luogo l’appello tenta di differenziare fra i vari referendum, ipotizzando una posizione non necessariamente favorevole all’abrogazione su uno dei quattro quesiti (quello sulla fecondazione eterologa).

    Infine si richiama l’importanza della mediazione su temi eticamente sensibili: ed alla mediazione, di cui non si sono in passato esplorate tutte le possibilità, si dovrà senza dubbio tornare, qualunque sia l’esito della prossima consultazione referendaria.

    Detto tutto ciò, vanno però evidenziate alcune ragioni di perplessità, che attengono al merito della iniziativa assunta. E ciò, va da sé, ha una rilevanza particolare sia nella prospettiva culturale in cui si collocano molti degli aderenti all’appello in questione – che è quella dell’umanesimo cristiano – sia nell’ottica del centrosinistra, cui essi fanno riferimento (riconoscendosi, quasi tutti, nell’area diessina).

    Ora, è certamente vero che le questioni oggetto dei quattro quesiti referendari sono eticamente ed umanamente complesse, e che varie sono le soluzioni logicamente compatibili con una prospettiva antropologica che metta al centro l’uomo, la sua unicità ed irripetibilità, e la sua dignità intangibile dal concepimento alla fine della sua esistenza. E diversi fra loro sono anche gli oggetti dei quattro quesiti referendari, i quali ammettono quindi risposte diverse. Tuttavia riesce davvero difficile comprendere come possano essere ritenuti compatibili con tale prospettiva antropologica almeno due quesiti su cui gli aderenti al manifesto in questione propongono di votare si.

    Va in primo luogo notato che il quesito che mira a sopprimere il principio della tutela di tutti i soggetti coinvolti nel processo di procreazione assistita, incluso il concepito, attacca l’idea stessa che il concepito possa essere qualificato come un “soggetto coinvolto”, e quindi nega in radice la sua soggettività e l’eventualità che possano essergli riconosciuti diritti o facoltà – magari nel timore che in futuro possa essere rimessa in discussione la legge sull’aborto.

    Anche il quesito che propone di sopprimere alcuni limiti alla libertà di ricerca previsti dalla legge n. 40/2004, e di rendere possibili la crioconservazione dell’embrione e alcune forme di clonazione di esso, attacca direttamente un asse portante della legge, che ha gerarchizzato il rapporto tra vita umana in forma embrionale e libertà di ricerca scientifica applicata.

    Certo, è sufficientemente noto che le firme per questo referendum sono state raccolte sotto l’improbabile intitolazione “per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori”. Ma i firmatari dell’appello di cui si discute sono troppo fini intellettuali per non cogliere al volo che tra il quesito referendario sulla libertà di ricerca e la cura delle numerose menzionate malattie (fra le quali manca solo il ginocchio della lavandaia) esiste un nesso causale molto flebile, paragonabile a quello che esiste tra l’approvazione di tale quesito e altri eventi pur essi desiderabili, quali la promozione del Torino in Serie A e la fissione nucleare.

    Del resto molti studiosi ci informano che la ricerca sulle cellule staminali embrionali può essere svolta sui cordoni ombelicali donati dopo i parti e sui feti deceduti a seguito di aborti naturali. Dunque la convinzione che la legge n. 40, limitando le forme di ricerca applicata sugli embrioni umani, impedisca ricerche importanti per la cura di malattie gravi e umilianti si spiega solo con la convinzione di fondo che anima – oggettivamente, beninteso, al di là dei pur meritori distinguo soggettivi – i promotori (e soprattutto le promotrici) dei referendum: ovvero l’idea che l’embrione umano sia una cosa. Un aggregato di cellule, come ha affermato un costituzionalista un po’ rozzo in un saggio d’assalto recentemente pubblicato. Anzi, una invenzione, come ha scritto Chiara Valentini nel suo libro “La fecondazione proibita”, Editore Feltrinelli.

    Diverse sono, certo, le questioni poste dagli altri due referendum.

    Discutibile, in particolare, è la questione del numero massimo di embrioni producibili con ogni ciclo di fecondazione assistita: una rigidità che si sarebbe forse potuta evitare, ma che non sembra aver bisogno di un referendum per essere corretta, mentre, d’altro canto, lo stesso quesito incide in maniera un po’ random sulle forme di accesso alla PMA, rischiando di produrre un assetto normativo contraddittorio.

    Infine, irto di asperità è il quesito sull’abolizione del divieto di fecondazione eterologa: ma, singolarmente, qui, ove pure qualche dubbio si potrebbe nutrire (non tanto su giudizi etici negativi su questa forma di fecondazione, quanto su una insufficiente esplicitazione delle ragioni che dovrebbero giustificarne il divieto) i nostri sottoscrittori, così disinvolti sulla tutela del concepito e sui limiti alla libertà di ricerca, vengono colti da improbabili dubbi, che non li inducono però – almeno per il momento – a scegliere per il si o per il no.

    Dunque, nel complesso, la mediazione che emerge dal documento dei 59 appare davvero un po’ strana, quasi alla rovescia: disponibile al no solo sull’eterologa, piatta sul sì per quesiti inaccettabili per l’antropologia cristiana. Il tutto con una immancabile squalificazione etica dell’astensione, nonostante questa sia giustificata proprio dal quorum richiesto dall’articolo 75 della Costituzione, e che ha una sua ratio ben precisa in un referendum rimesso all’iniziativa di una piccola minoranza di promotori.

    Ma l’iniziativa preoccupa anche per un secondo aspetto, che attiene al rapporto tra mondo cattolico e centro-sinistra.

    Il fatto che la maggioranza degli aderenti cattolici all’appello in questione provenga da movimenti intellettuali e non da associazioni ecclesiali “popolari”, spiega, forse, la loro sottovalutazione dell’umore diffuso su questi temi nel tessuto ordinario del cattolicesimo militante e praticante italiano, ad esempio nelle associazioni parrocchiali di Azione cattolica.

    Il linguaggio dei referendari (certo più dei radicali che degli altri, ma è solo una questione di sfumature) è, per questo tipo di mondo – forse non molto intellettuale, ma con un solido senso del bene e del giusto – come una acre puzza di zolfo. L’adesione alle proposte referendarie si pone quindi in netto contrasto con questa sensibilità “popolare” diffusa. Di qui il timore che la campagna referendaria possa contribuire a realizzare ciò che non è accaduto nel primo decennio della seconda Repubblica: quella berlusconizzazione della base cattolica che le zie suore (e le due mogli) di Berlusconi non sono sinora riuscite a determinare.

    Infine, una terza perplessità. La mediazione è un metodo sacrosanto, imprescindibile per l’azione dei cristiani nella storia, al punto che lo stesso Figlio di Dio vi ha fatto ricorso, scegliendo di incarnarsi. Fermo restando, quindi, che si dovrà, prima o poi, tornarvi, vale per essa quanto è scritto nel Qoelet sulla guerra e sulla pace: c’è un tempo per l’una e per l’altra cosa. Immaginare che un appuntamento referendario, con la sua logica binaria, possa costituire un’occasione in cui praticare la mediazione, appare un po’ ingenuo, e induce quasi a credere che si sia davanti a forme di idolatria della mediazione.

    In realtà questi referendum saranno il terreno di un confronto aspro, il cui tono è ben desumibile dal linguaggio prevalente dei promotori, che hanno qualificato la legge n. 40 di volta in volta come “crudele”, “oscurantista”, “integralista”, “vittima del pregiudizio”, “nemica delle donne”, facendone l’atto normativo più calunniato dell’ultimo secolo. Di fronte al messaggio di cui questo linguaggio è portatore c’è una sola risposta sensata: l’astensione, il vero modo per dire no – senza se e senza ma – a referendum che non avrebbero mai dovuto essere richiesti.

  2. #22
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    Intervista al deputato Sandi (29 maggio 2005)
    «Io, dei Ds, ho votato la legge 40 e ora per difenderla non vado a votare»
    di Francesco Dal Mas

    «Ho votato la legge 40 e adesso la difendo. Anche se sono possibili dei miglioramenti. La difendo astenendomi dal voto, perché ritengo che non sia proponibile affidare una materia così delicata ad un referendum. E la campagna elettorale mi stando ragione». Italo Sandi ha 46 anni. Un figlio e un altro in arrivo. Vive a Feltre, in provincia di Belluno, dove faceva l’insegnante di musica prima di diventare deputato dei Ds. Si definisce non credente e spiega che la sua decisione di non recarsi alle urne non fa seguito all’appello dei vescovi. «Appello che, peraltro, trovo legittimo, proprio perché siamo in uno stato laico».

    Lei, dunque, si ritrova a pieno titolo nella legge che verrà sottoposta a referendum? Non ritirerà alcuna scheda?
    No, nessuna. Non andrò a votare. E per quanto riguarda la legge 40, avrei desiderato che fosse più precisa la definizione di diritto del concepito. La vera cosa non accettabile è la proliferazione degli embrioni, la crioconservazione e soprattutto la ricerca sugli embrioni. Quanto più una società è civile, tanto più dovrebbe interrogarsi e cercare di rispondere fino in fondo a quelli che sono i nostri diritti. Vogliamo capirlo che non siamo più all’epoca di Sparta?

    Perché dice così?
    Per varie ragioni, ma in particolare per un percorso che ho compiuto in un centro di procreazione assistita, ancor prima del varo della legge. Ho potuto constatare che alcuni centri, già all’epoca, potevano star dentro tranquillamente a questa legge, così com’è. Mi sono convinto allora che essa raccoglieva le esperienze più umanizzanti di una cosa difficile per tutti ed evitare quello che potrebbe diventare, ben presto un far west, tenendo conto di dove sta andando a parare la ricerca scientifica. E soprattutto la corsa ai soldi che c’è in determinati ambienti.

    Lei ritiene che questi centri possano trovare compatibile la legge 40?
    Abbondantemente compatibile. Tante delle cose che vengono dette in questa campagna referendaria mi sembrano davvero esagerate. E strumentali all’obiettivo di portare a casa un risultato che non so quali effetti avrà per la società italiana.

    Queste sue idee come vengono accolte nel partito?
    Io ho aderito anche al comitato”Scienza e vita”. E, per la verità, nessuno mi ha tacitato. Almeno fino ad oggi. Semmai il problema è il ritardo culturale di elaborazione che c’è complessivamente nella sinistra, per cui il mio lavoro, in queste settimane, è di far conoscere puntualmente la legge che si vuol abrogare. Perché non è così come viene presentata. Bisogna sfatare l’idea, di cui si sono convinti molti italiani, che se si fa la ricerca sugli embrioni si risolve, quasi automaticamente, il problema delle malattie.

    La posizione dei vescovi come viene giudicata da un non credente?
    È una posizione legittima per chi sente minacciato uno dei valori, quello della vita, a cui tiene di più. Non si può decidere noi che cosa deve fare il parroco in chiesa o fuori di chiesa e che cosa devono o non devono dire i vescovi. Proprio perché lo Stato è laico, quella dei vescovi non si può affatto ritenere un’intrusione indebita.

    Ai Ds e alla sinistra che dicono di battersi per la tutela della vita e la difesa dei più deboli che cosa rimprovera?
    Questa battaglia poteva permettere alla sinistra un salto di qualità, rafforzando il suo dna: la difesa dei più deboli. E i più deboli, in questo caso, sono certo la donna e il nascituro, ma ancor più chi non nasce. Agli ambientalisti, poi, vorrei dire che non si possono difendere animali e piante e permettere che si facciano esperimenti sugli embrioni.

  3. #23
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    Intervista al giurista Diego Cremona (19 maggio 2005)
    Eterologa, il conto lo pagano tutti
    di Daniela Pozzoli

    Vive a Roma e oggi ha 49 anni: è stato il primo bambino in Italia figlio di un’inseminazione eterologa disconosciuto dal padre. Erano gli Anni ’60 e una coppia come tante che non poteva avere figli si era affidata alla medicina riproduttiva, che stava muovendo allora i primi passi: solo più tardi dall’inseminazione nell’utero con seme esterno alla coppia si sarebbe arrivati alla fecondazione «in vitro». Il risultato era stato positivo, con una gravidanza riuscita grazie appunto al seme di un «donatore» (ma perchè mai questa parola?). Le cose, dopo la nascita del bambino, tra moglie e marito non erano andate però per il verso giusto e quando i due decisero di divorziare il padre volle presentarsi davanti a un giudice per dire chiaro e tondo: quello non è mio figlio. Il disconoscimento della paternità avvenne subito dopo.

    Da allora la procreazione assistita ha compiuto passi da gigante, schiudendo prospettive imprevedibili. E il diritto è stato costretto a inseguire la tecnologia, per capire da che parte stavano i torti e le ragioni nel nuovo scenario della genitorialità. Ripercorrere la giurisprudenza in materia equivale a leggere in una chiave diversa gli effetti stravaganti della fecondazione con gameti provenienti da «donatori», la cosiddetta «eterologa», vietata dalla legge 40, ma sostenuta dalla gran parte dei referendari che infatti con il quarto quesito del 12 giugno la vogliono reintrodurre.

    Abbiamo chiesto a un giurista, Diego Cremona, di ripercorre i casi più eloquenti di disconoscimento della paternità «da fecondazione eterologa» avvenuti nell’ultimo mezzo secolo nel nostro Paese.

    Può raccontarci cosa avvenne con quella prima, clamorosa sentenza del 1956?
    «Si trattava di un’inseminazione avvenuta con il consenso del marito. Ebbene, qualche tempo dopo, in una situazione di forte crisi coniugale, l’uomo dimostrò l’intenzione di disconoscere il bambino giudicandolo non suo, come in effetti era biologicamente. Il Tribunale di Roma, investito della vicenda, ritenne che il consenso già dato all’inseminazione eterologa della moglie fosse privo di rilievo giuridico, perché contra legem. E il bambino fu disconosciuto. Da quel momento insomma il padre legittimo poteva considerarsi libero da ogni vincolo. Quindi, anche dal punto di vista economico, non doveva più provvedere ai bisogni del bambino».

    Ricorda casi recenti che hanno «fatto giurisprudenza», cioè tracciato la rotta per altre sentenze?
    «Certo. Determinante in materia è stato il cosiddetto "caso Cremona". Nel 1994 un giudice venne investito di una questione analoga a quella del 1956, con la differenza che il bimbo – Mattia – questa volta era frutto di una fecondazione artificiale eterologa. Suo padre, quando il bambino era ormai nato, si rivolse al giudice affinché fosse accertato il suo diritto a disconoscere il figlio, nonostante avesse dato a suo tempo il pieno consenso alla fecondazione con il seme di un donatore esterno alla coppia. Anche in questa vicenda il giudice decise che quel consenso fosse del tutto irrilevante perché ritenuto "illegittimo"».

    Perché «illegittimo»?
    «Perché – disse – "prestato contro i doveri matrimoniali". Vale a dire che il singolo coniuge, in questo caso la madre, non poteva disporre del consenso del marito a proprio piacimento. L’impotenza del marito infatti è, secondo la legge, una condizione che autorizza la richiesta di disconoscimento della paternità. E così Mattia, che aveva ormai dieci anni, ha finito anche lui col perdere il padre».

    Quindi la giurisprudenza ha sempre accolto le richieste di disconoscimento?
    «No. Alla fine degli anni ’90, un padre che aveva acconsentito a un’eterologa e poi ci aveva ripensato, venne inchiodato al proprio ruolo genitoriale dalla Corte di Cassazione. Per la prima volta la Suprema Corte stabilì infatti, davanti all’ennesimo tentativo di "fuga" di un papà, che ammettere il disconoscimento, come disse la sentenza, avrebbe "illegittimamente privato il bambino di una delle due figure genitoriali, e dell’apporto affettivo ed esistenziale, trasformandolo in figlio di nessun padre"».

    Qualcuno dice che, con l’eterologa, si inserisce nel rapporto di coppia una sorta di bomba a orologeria, che ne pensa?
    «Un figlio che arriva per vie naturali o attraverso una fecondazione omologa, cioè con il seme del padre, sovente stabilizza la coppia, mentre il bambino frutto di un’eterologa può introdurre nel rapporto un elemento di segno opposto. Ciò può accadere ad esempio quando, in una situazione di difficoltà coniugale, il marito considera il bambino "più figlio" della madre che proprio».

    Ci sono legislazioni simili a quella italiana?
    «Pochi rammentano che non solo in Italia, ma in altri Paesi che non definirei oscurantisti, quali Germania, Svizzera e Svezia, è stato introdotto il divieto di fecondazione eterologa. È emblematico il caso svedese: lì il Parlamento acconsentì alla fecondazione eterologa salvo poi, qualche anno dopo, in forza dell’esperienza negativa compiuta sulla pelle di bambini e genitori, ripensare la scelta e vietarla. Era accaduto infatti che il desiderio, sovente morboso, di conoscere il genitore biologico da parte del figlio e la più alta frequenza di crisi coniugali tra coppie che avevano fatto quella scelta avesse fatto ricredere il legislatore».

    Dal 1° aprile in Inghilterra è in vigore una nuova legge che abolisce l’anonimato del donatore. Un altro segnale di ripensamento?
    «Una misura di questo tipo somiglia molto al rinnegare l’utilità della fecondazione eterologa. È infatti intuibile che questa norma potrà dissuadere molti referenti dal vendere il proprio seme a una banca. Al di là dei problemi giuridici che nascono durante una successione ereditaria, si tratta infatti di un provvedimento che tende a riaffermare un principio di civiltà giuridica secondo cui ogni uomo ha diritto di conoscere la propria origine, la propria identità biologica. Principio che la fecondazione eterologa, con l’anonimato del "donatore", evidentemente nega».

    La legge 40 vieta la fecondazione eterologa. Cosa accadrebbe se prevalessero i «sì» e fosse reintrodotta?
    «Ogni società civile ha il dovere di assicurare ai figli "il meglio di sé". È lecito ritenere acquisito, su questo principio consacrato nella Dichiarazione Onu sui diritti del fanciullo, un diffuso consenso. Pediatri e psicologi affermano che la condizione ideale da garantire a un bambino sia avere due genitori, di sesso diverso, che siano tali dal punto di vista biologico, affettivo, educativo. Programmare, per legge, una condizione per venire al mondo che possa essere diversa da questa costituirebbe una evidente menomazione di quel principio, un passo indietro anche sul piano della civiltà giuridica, dove il diritto è chiamato a schierarsi dalla parte del più debole. In questo caso del nascituro».

  4. #24
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    Intervista a Josephin Quintavalle

    (08 marzo 2005)
    A Londra, dove tutto è permesso
    di Marina Corradi

    Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, ha oggi 25 anni. Da quel lontano 1978 la Gran Bretagna ha continuato a essere la patria elettiva della procreazione assistita: sempre all’"avanguardia", sia dal punto di vista scientifico, che da quello legislativo. Quasi ogni nuova tecnica, e ogni concreta opportunità di praticarla, delle tante che si sono aperte in questi due decenni di fecondazione assistita, è cominciata nel Regno Unito. Lo Human Fertilisation and Embryology Act, la legge che regolamenta ciò che era lecito in questo campo, è del 1991.
    Josephine Quintavalle, dirigente della organizzazione Pro-Life, è fondatrice di Corethics, fra le più accreditate associazioni bioetiche londinesi. A lei chiediamo, a venticinque anni da quel primo concepimento artificiale, un bilancio. Mentre due novità segnano questi giorni in Gran Bretagna: dal 1 aprile, i bambini che nasceranno, figli di seme donato, avranno alla maggiore età il diritto di sapere il nome di chi li ha generati. Sul fronte della ricerca, invece, Ian Wilmut, il creatore della pecora Dolly, dopo avere proclamato per anni i suoi dubbi ha ottenuto, e non per primo, l’autorizzazione alla clonazione dell’embrione umano, per fini di ricerca.

    Signora Quintavalle, partiamo dall’ultima frontiera. Wilmut, la clonazione a fini terapeutici, per ottenere cellule staminali embrionali.
    «Come movimenti pro-life andremo in giudizio contro le due autorizzazioni alla clonazione concesse dalla Hfea. Secondo la legge, si può fare ricerca sugli embrioni solo se è "necessario o desiderabile". Noi affermiamo che non c’è una ricerca sull’embrione umano di cui si possa dimostrare la "necessità" o la "desiderabilità". Ci vedremo in tribunale. Ma è molto grave ciò che i media non raccontano della clonazione. Una linea di ricerca di clonazione abbisogna di 3000 ovociti per produrre gli embrioni da cui, con frequenza di 1 su 200, si produrranno i cloni. Ora, 3000 ovociti sono un numero enorme. Dove pensano di andarli a prendere i nostri scienziati? Il compenso per una donna inglese che doni un ovulo - il trattamento, per aspirazione, non è privo di rischi per la salute - è di 1000 sterline. Troppo. E allora? Certo, nei paesi dell’Est le donatrici potrebbero essere disponibili per molto meno. Già oggi alcune cliniche inglesi reperiscono ovuli per le loro pazienti in Romania, e mi risulta che le donatrici vengono pagate 150 sterline, laggiù. Il mio timore è che i Paesi dell’Est possano diventare serbatoi di donatrici, disposte per pochi soldi, e molti rischi, a cedere i loro ovociti alla ricerca occidentale, tanto propagandata come indispensabile per la salute, la "nostra"».

    Louise Brown, quanto tempo è passato. Era stato davvero solo un inizio. Oggi sembra in fondo, quella prima provetta, così "innocente".
    «Si era trattato di un concepimento con una fecondazione omologa, all’interno di un regolare matrimonio, senza la produzione di alcun embrione sovrannumerario, né alcun congelamento...E questa possibilità era offerta solo a coppie con problemi di sterilità. Da allora siamo andati davvero molto lontani. La legge inglese permette praticamente ogni cosa. Madri singles e padri singles, di ogni orientamento sessuale. Madri oltre i 50 anni e perfino in post-menopausa. È già stato fatto: con un ovocita donato, fecondato da un donatore, è stato creato un embrione che è stato trasferito nell’utero di una donna di 61 anni, che aveva subito dei trattamenti ormonali tali da rendere possibile la gravidanza».

    Questo è permesso dalla legge?
    «Tutto quanto non è apertamente proibito viene fatto. La maternità surrogata è permessa. Ho conosciuto delle donne che hanno attraversato questa esperienza. Ho visto persone molto provate e tristi. Una di loro mi ha raccontato: "All’inizio ero serena, mi sembrava che fosse tutto a posto, ma quando cominci a sentire che il bambino si muove dentro di te, non puoi non pensare: è mio figlio". Un’altra ebbe una vicenda particolarmente drammatica. Il bambino che nasce, per legge, in Gran Bretagna è figlio della donna che lo partorisce: in queste pratiche di maternità surrogata si ricorre dunque all’adozione. La madre di cui parlo, prima di consentire all’adozione, ebbe un ripensamento. Voleva tenere il bambino. Ma era di condizioni economiche poverissime, divisa dal marito, e la Corte decise che comunque non avrebbe avuto i mezzi per occuparsi di suo figlio. Una sentenza terribile: il bambino fu dato comunque a coloro che l’avevano "commis-
    sionato". Storie di questo tipo hanno scarsa risonanza sui media perchè spesso i giudici impongono alle madri "in affitto" di non rilasciare interviste, per tutelare la privacy del bambino. Così drammi simili rimangono sconosciuti».

    Chi sono le madri "surrogate"?
    «La maggior parte di queste donne appartengono al ceto sociale più basso, sono in condizioni economiche e familiari precarie, e sperano di ricavare qualche vantaggio da queste gravidanze. Non solo economico. In quei nove mesi, le coppie committenti le coccolano, le coprono di ogni attenzione, di vestiti, di cene, di manifestazioni di affetto e di promesse di restare in contatto col bambino, una volta che l’hanno messo al mondo. Come l’"affare" è concluso, invece, in genere, più nulla, vengono abbandonate di colpo. So di alcune di loro andate incontro a gravi depressioni per questo duplice abbandono. Anche a casa, la donna che ha ceduto un neonato incontra dei problemi. I vicini si chiedono dov’è il bambino, e ci sono stati casi di comunità che hanno del tutto emarginato quella donna e gli altri suoi figli - si tratta in genere di madri sole. Negli stessi bambini delle madri surrogate si crea una profonda ansia, perchè quel fratellino che scompare nel nulla è inspiegabile: dov’è, è stato abbandonato, si chiedono gli altri, e dunque verremo abbandonati anche noi? Questo, quando il bambino nasce. Perchè naturalmente se ai controlli ecografici risulta che qualcosa non va, il patto è : abortire - a meno che la madre voglia tenerselo malato, fatti suoi».

    Dal prossimo 1 aprile finisce l’anonimato dei donatori di seme. Come si è arrivati a questa smentita del principio stabilito nella legge del ’91?
    «Alla rimozione dell’anonimato si è giunti dopo un lungo travaglio, e con la contrarietà di quanti applicano la fecondazione assistita. L’ideologia che sosteneva l’anonimato era: l’uomo è solo il prodotto della società in cui vive, non importa di chi è figlio, non importa che conosca le sue origini. Anni di studi psicologici, testimonianze umane, e una causa legale, quella di Joanna Rose, una ragazza figlia di un donatore anonimo che ha combattuto per vedere riconosciuto il diritto a sapere chi era suo padre, hanno portato alla nuova legge».

    È una marcia indietro notevole, nella patria della fecondazione artificiale e della provetta più libera che ci sia.
    «Sì, è un passo significativo. Non credo che chi governa queste decisioni in Gran Bretagna lo abbia fatto volentieri, ma ha dovuto farlo. Dietro all’anonimato del donatore, è stato dimostrato, ci sono grandi sofferenze. Ricordo personalmente un ragazzo di 23 anni, cui la madre, durante un litigio col marito, aveva detto: "Sappi che quello non è tuo padre. Non so nemmeno chi sia, tuo padre". Aveva commentato il ragazzo: "È spaventevole pensare che tuo padre non è nessuno". Nonostante il gran numero di queste queste storie, e la causa vinta dalla Rose, qui in Gran Bretagna abbiamo un fiorire di sociologi che si affannano a spiegarci come nascere da sperma e ovociti donati, figli di madri singles o lesbiche o di padri omosessuali, sia non solo un’ottima cosa, ma anzi ne nascano bambini assai più felici che nelle famiglie tradizionali. Nello Human Fertilisation and Embryology Act avevano scritto che "un bambino ha bisogno del padre", ma pare che questi anni siano stati una gara a buttarlo fuori dalla famiglia. Come ben dice il nome di quel sito, "Mannotincluded", che offre sperma a pagamento: l’uomo "non è compreso". Il filo rosso di questi anni in Gran Bretagna, è l’uomo espulso e inutile da gravidanze e famiglie in cui non lo si vuole più».

    E chi lo ha espulso?
    «Sull’onda del femminismo anni Settanta in Gran Bretagna c’è stata una superespansione dei diritti e del potere femminile nella società, un affermare il diritto a tutto, senza parallelamente assumere le relative responsabilità - e questo soprattutto nel campo della riproduzione. Questo sbilanciamento fra i sessi, e l’assenza della figura paterna, hanno spostato l’asse della società inglese come non era mai accaduto, in un malessere ben percepibile anche nel disagio delle fasce giovanili, che hanno tassi di aggressività e devianza senza precedenti».

    Una provetta talmente libera che quasi tutto è possibile. Ma la gente comune come guarda a queste complicate vicende di complicate maternità?
    «Le guarda attraverso la lente della stampa popolare, che ne fa titoli, comprensibilmente, a caratteri cubitali; la gente semplice da queste storie è un po’ spaventata. Tuttavia chi governa, le upper class che contano, sono dominate da quello spirito liberal e radicale per cui l’unico principio che conta è quello della libera scelta dell’individuo».

    E i cristiani cosa dicono?
    «I cristiani? Purtroppo, su questi temi quasi non si sentono».

    Londra, bilancio a 25 anni dalla prima provetta. Certo, se per avviare la clonazione a fini terapeutici e la grande ricerca sulle cellule staminali embrionali - che Wilmut, fa notare il genetista Dallapiccola, non fa con gli embrioni sovrannunmerari, ma con nuovi embrioni prodotti ad hoc - alla fine davvero occorresse reperire gli ovociti nei poveri Paesi dell’Est, dove le donne per un mese di stipendio qualche rischio per la salute sono disposte a correrlo, la campagna sulle staminali embrionali ne risulterebbe, come dire, un po’ inficiata. Con buona pace di quelli che ne fanno la nuova frontiera della libertà e del progresso.

  5. #25
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    REFERENDUM: PARTITI DIVISI, CHIESA IN CAMPO

    12 giugno, Poli divisi
    tra voto e astensione


    ROMA - La battaglia, come sempre, è sul quorum. E mai come ora, su un tema tanto delicato e complesso come quello della fecondazione assistita, i partiti e gli schieramenti si dividono. Libertà di coscienza è - per quasi tutti - la parola d'ordine. Ma il prodotto che ne risulta è una somma di posizioni variegate e di prese di posizione a titolo personale. In ordine sparso, a destra come a sinistra, c'è chi si è esposto da tempo, annunciando il suo sì o (magari seguendo le indicazioni del cardinal Ruini) la sua convinta astensione. Ma in molti, a partire dal presidente del Consiglio, restano alla finestra, e a meno di un mese dal voto non fanno ancora sapere cosa intendono fare.

    I referendari, i votanti del no, gli astensionisti, i temporeggiatori. I politici italiani si dividono in queste quattro categorie. Anche se l'ultima di queste, con il passare dei giorni e per forza di cose, è destinata ad assottigliarsi.

    L'appello della Chiesa per il non voto, insistito e determinato, ha suscitato le proteste vibranti di referendari e Radicali, ma ha raccolto tanti seguaci a destra, senza mancare però di suscitare un qualche imbarazzo nello schieramento opposto. Ma a fronteggiare la pattuglia degli astensionisti, che si è andata via via ingrossando, è arrivato nella Cdl l'outing di Gianfranco Fini, che ha annunciato tre "sì" e un "no" (sulla eterologa). Ma in An, malgrado il terremoto politico provocato dalle parole del vicepremier, le posizioni sono rimaste quelle di sempre. Maurizio Gasparri si asterrà, e così il neoministro Mario Landolfi. Non andranno a votare nemmeno quelli della ormai ex corrente Destra Sociale compreso il nuovo ministro della Salute, Francesco Storace. Adolfo Urso invece voterà, ma voterà quatto "no".

    Se l'Udc di Marco Follini è nei fatti compatta per l'astensione, e così anche i ministri leghisti Calderoli, Castelli e Maroni, in Forza Italia la linea della libertà di coscienza è interpretata alla lettera. I ministri Martino e Prestigiacomo sono per il sì, e anche parecchio convinti. Fabrizio Cicchitto voterà come Fini, ma l'altro coordinatore azzurro Sandro Bondi è per il non voto. Berlusconi tace: "Non ho ancora deciso". Cosa faranno i loro elettori, è un rebus.

    I socialisti di Bobo Craxi e De Michelis andranno a votare, e voteranno sì. E così, per restare nell'area laica del centrodestra, il ministro fresco di nomina Giorgio La Malfa.

    Anche il leader dell'Unione, Romano Prodi, non ha ancora sciolto tutti i dubbi. Il Professore andrà a votare
    ("Sono un cattolico adulto"), ma non ha detto come si esprimerà sui singoli quesiti. E Francesco Rutelli, malgrado il pressing egli alleati e del suo stesso partito, tiene da settimane la bocca cucita. Per il resto, nella Margherita, un caleidoscopio di posizioni: Rosi Bindi va a votare 4 "no", Letta e Marini si asterranno, Parisi e Franceschini voteranno. Sempre al centro del centrosinistra, Mastella da tempo ha fatto sapere che non andrà a votare.

    Tra i Ds, malgrado il partito di Fassino non abbia dato indicazioni vincolante a iscritti e elettori, prevale in modo schiacciante il sì. E non è un caso che la diessina Barbara Pollastrini sia una delle più determinate e attive componenti del comitato per il "sì". Tutto il vertice della Quercia, da Fassino a D'Alema, si recherà alle urne dicendo sì (D'Alema con qualche dubbio sull'eterologa) ai quattro quesiti.

    Convinti referendari quasi tutti i Verdi, i Comunisti italiani, i dirigenti di Rifondazione Comunista. Una voce problematica, a sinistra, resta quella di Giuliano Amato, che fa campagna contro l'astensione, ma da subito avverte: comunque andrà, bisognerà rimettere mano alla legge.

    (23 maggio 2005)
    -----------------------------------

    Con l'appello del cardinal Ruini dopo l'approvazione dei quesiti
    il mondo cattolico si è mobilitato: è campagna per l'astensione
    La Chiesa in campo
    "Cattolici, non votate"

    di DARIO OLIVERO


    Il cardinal Ruini
    ROMA - Mobilitazione. Cominciata silenziosa, discreta, sfumata, e divenuta via via la solita macchina oliata e organizzata. La Chiesa cattolica ha dato la parola d'ordine e le sue legioni si sono mosse. La parola d'ordine è: astensione di massa, il referendum per modificare la legge 40 sulla procreazione assistita non deve raggiungere il quorum. Deve fallire. E' stato il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana a dettare la linea all'indomani dell'approvazione dei quesiti da parte della Corte costituzionale. E immediatamente ha raccolto l'adesione di una galassia mai così compatta come in questo periodo di grandi sconvolgimenti emotivi collettivi come la morte di Giovanni Paolo II e l'elezione di Benedetto XVI.

    Focolarini, Acli, Associazione cattolica, Cl, Comunità di sant'Egidio, e molte altre aggregazioni cattoliche riunite nel comitato Scienza & vita. E poi parroci, vescovi, quotidiani e media cattolici, autorevoli esponenti del mondo politico come il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e il senatore a vita Giulio Andreotti, interviste di cardinali su giornali nazionali, house organ laici trasformatisi in think tank devoti al nuovo movimento per la vita.

    Il messaggio può essere sintetizzato così: sopprimendo alcune parti della legge 40 attraverso il referendum abrogativo, si peggiora la legge in senso etico. La legge 40 infatti non è mai stata elogiata pienamente dai vescovi, ma tollerata in quanto ha il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri essenziali in materia di difesa della vita. Insomma, meglio la legge 40 integra che una legge 40 mutilata dal referendum.

    In realtà c'è un punto importante nella legge che sta a cuore alla Chiesa e precisamente quello che il terzo quesito intende abrogare: l'equiparazione della vita dell'embrione a quella della madre, il riconoscimento etico e giuridico che porrebbe le basi per mettere in discussione la legittimità dell'aborto. Per questo la Cei si muove, per difendere i paletti piantati a fatica nella legge pensata da una maggioranza trasversale a cui hanno dato l'ok anche i centristi dell'opposizione.

    A tanto impiego di energie della Cei fa da contraltare il silenzio del Papa interrotto raramente ma in modo assordante come quando richiamò alla difesa della vita in un'occasione ufficiale come il suo primo discorso agli ambasciatori. D'altro canto Benedetto XVI non ha bisogno di chiosare quanto ha sempre pensato l'allora cardinale Joseph Ratzinger in questo perfettamente in linea con Papa Wojtyla. Oltre al richiamo alla difesa della vita, il teologo già anni fa sottolineava come "l'uomo non appare più come un dono della natura, di Dio, ma diventa un prodotto nostro, che si può fabbricare e si può anche distruggere" e "diventa anche una merce, si possono produrre esseri umani per scopi di ricerca", "diventa un laboratorio con il quale cercare progressi in certi settori".

    Quello che l'ex cardinale Ratzinger ha sempre notato ogni volta che ha affrontato i temi della ricerca e delle nuove frontiere di scienza e tecnologie è che a tanto progresso non equivale un altrettanto forte aumento di consapevolezza morale.

    Pensieri e speculazioni che calati e interpretati nella sfera mondana danno vita alla fibrillazione in cui è entrata la Chiesa. E che si è portata dietro le reazioni del mondo laico come in un ricorso storico delle battaglie su aborto e divorzio di trent'anni fa. Con la differenza che il punto di vista della Chiesa "madre e maestra" ora non ha più una sponda politica omogenea di riferimento e deve ricorrere a un lavoro di lobbing direttamente nella società civile e sull'opinione pubblica. Il presidente dei Ds Massimo D'Alema ha raccolto il parere di molti quando ha accusato la Chiesa di fare propaganda in quanto vittima di un senso di assedio e ha invitato la Cei a "maggiore prudenza e fiducia nel buonsenso dei cattolici italiani".

    Inutile dire che i promotori del referendum sono preoccupati per il raggiungimento del quorum. Lo erano già per motivi molto più terreni come la difficoltà della formulazione dei quesiti e della materia o la data balneare in cui la consultazione si terrà. Poi si è aggiunta la grande mobilitazione.

    (23 maggio 2005)

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