SU serissimi siti web, sulle pagine di fogli underground, nelle relazioni dei ministeri dell'Energia circola una definizione esoterica che qualcuno tiene come il nome del quinto cavaliere dell'Apocalisse, altri come una boutade soltanto, di fronte a cui inarcare sarcasticamente le sopracciglia e professare una «ragionevole» fede nella capacità del nostro sistema produttivo di sopravvivere a qualsiasi sfida ambientale. L'abracadabra si scrive «Peak Oil» oppure, meno icastico, «Topping Point» e indica il momento in cui si raggiungerà la massima estrazione di greggio possibile; allora il mondo pomperà la più grande quantità di petrolio mai sparata fuori in 24 ore. E dal giorno dopo comincerà ufficialmente il declino. La nostra civiltà potrebbe passare, come ha scritto l'ambientalista George Monbiot sul Guardian, «dall'era della Crescita all'era dell'Entropia». Apparentemente l'industria del petrolio non è mai stata così prospera: quest'anno l'ExxonMobil, la più grande corporation petrolifera americana, nell'ultimo quarto di bilancio ha segnato un profitto di 8,42 miliardi di dollari, la più alta cifra quadrimestrale mai incassata da un'azienda Usa. Eppure, spazzati frettolosamente sotto il tappeto dell'ottimismo finanziario, ci sono alcuni numeri preoccupanti: nonostante i miliardi di dollari investiti nella ricerca di giacimenti, le nuove scoperte sono così poche che la tendenza è quella di scavare più in profondità i pozzi esistenti e di ottimizzare al massimo l'estrazione. Un recente studio del PFC Energy di Washington, un'azienda che fornisce analisi strategiche sul mercato delle fonti energetiche, sostiene che negli ultimi vent'anni i colossi petroliferi hanno prodotto e consumato due volte la quantità di nuovo greggio scoperto. Per Mike Rodgers, l'autore dello studio. «la fornitura mondiale di greggio è ancora largamente dipendente dalle risorse scoperte ai tempi d'oro», vale a dire cinquanta, sessanta anni fa. I più grandi campi petroliferi del mondo, in Arabia Saudita e Kuwait, furono scoperti tra gli Anni 30 e gli Anni 40. L'ultimo ritrovamento degno di nota è degli Anni 70. Metà delle produzione mondiale corrente viene dai 100 campi più grandi che hanno superato quasi tutti i 25 anni di carriera. Ha spiegato Jeremy Leggett sull'Independent: «Il recente tasso di scoperta di campi “giganti”, da più di 500 milioni di barili, va in questo modo: 16 scoperte nel 2000, 9 nel 2001, 2 nel 2002, nessuna nel 2003. E dalla scoperta di un campo petrolifero all'arrivo del primo petrolio sul mercato passano sei anni». Leggett sa quel che dice, perché prima di diventare ambientalista ed esperto di energia solare, ha fatto per lunghi anni il consulente per le compagnie petrolifere. La predizione che la nostra società dovrà vivere con la spia rossa della benzina accesa e dimenticare i superdotati Suv è contestata da numerosi analisti, nei governi e nell'industria, che ostentano fiducia nei giacimenti ancora da scoprire. «Ci sono risorse sufficienti per soddisfare la crescente domanda mondiale? Noi crediamo di sì», ha rassicurato nel dicembre scorso Rex W. Tillerson, il presidente della ExxonMobil. Tuttavia Matt Simmons della banca di investimenti petroliferi Simmons e Co International ha sollevato qualche dubbio: «Non è certo un problema di soldi... Se queste società avessero progetti fantastici, sarebbero tutte là fuori
a costruire nuovi campi». Certo, le corporation energetiche sono in buona parte tenute alla larga dagli investimenti in paesi come l'Iran, il Messico e il Venezuela dove lo sviluppo dei campi petroliferi è nelle mani di aziende statali. Il know how americano, potrebbe, parallelamente alle pressioni politiche di Washington per imporre esplorazioni condotte dalle aziende Usa, portare al ritrovamento di nuovi giacimenti. Ma i professionisti delle aziende di estrazione statali non voglio l'aiuto delle corporation, sostengono di aver già una mappa delle principali risorse e confermano il declino negli ultimi anni delle nuove scoperte. Nessuno nega che il petrolio si esaurirà, così come un giorno il sole cesserà di bruciare, il problema è quando. Il dibattito sul «Peak Oil» risale agli Anni 50, allora il geologo Marion King Hubbert, un texano che fu anche alla direzione dei laboratori di ricerca Shell, scrisse una serie di equazioni che mostravano come la quantità di petrolio estratta da un dato pozzo segue nel tempo una curva parabolica, la curva di Hubbert. Dopo la trivellazione iniziale, la produzione aumenta rapidamente e una volta raggiunta la sua capacità massima, di solito verso la metà della quantità totale estraibile, comincia a declinare sempre più rapidamente. Nel 1956 Hubbert mise alla prova la sua equazione prevedendo che la produzione convenzionale (cioè liquida) americana avrebbe raggiunto il picco nei primi Anni 70. Dall'Alaska al New Mexico si levò una immensa risata che piano piano si trasformò in una smorfia d'imbarazzato riconoscimento: nel 1972 si arrivò davvero al picco. Per mancanza di dati Hubbert (è morto 1989), limitò le sue previsioni al territorio americano ma oggi altri tentano la strada del pronostico globale.
Secondo l'International Energy Outlook 2004 del dipartimento per l'Energia americano «il greggio convenzionale dovrebbe raggiungere il picco intorno alla metà che del XXI secolo». Il geologo di Princeton Kenneth S. Deffeyes nel suo recente Beyond Oil, oltre il petrolio, accorcia drammaticamente i tempi: «Il picco arriverà verso la fine del 2005 o nei primi mesi del 2006». Mike Rodgers del PFC Energy scommette invece sul 2010-2015. Questi dati vanno valutati alla luce delle previsioni degli esperti governativi americani: tenuto conto del declino delle nuove scoperte e della crescita della domanda energetica di paesi come la Cina e l'India, l'estrazione globale dovrà aumentare quasi del 50 per cento tra adesso e il 2025. Nessuna delle correnti previsioni, neppure la più ottimista, riesce ad essere così ottimista. Secondo Michael T. Klare, professore all'Hampshire College e autore di Blood and Oil, «Petrolio e Sangue»: pericoli e conseguenze della crescente dipendenza dell'America dal petrolio: «Gli scenari più favorevoli danno per scontato che le principali corporation potranno scoprire ogni anno più greggio di quanto ne producano. Tuttavia negli ultimi vent'anni è stato esattamente il contrario. Se la tendenza resterà questa, è difficile immaginare che il momento in cui dovremo affrontare il Peak Oil sia tanto lontano nel tempo. Questa incipiente scarsità non può essere elusa né potrà essere cancellata trivellando le aree naturalistiche protette dell'Artico, perché quel petrolio non farebbe la differenza neppure per i soli Stati Uniti». E non si faccia conto, almeno per ora, sulle energie alternative di qualunque tipo: ci andrebbero, il pronostico è di Leggett che in questo campo è consulente del governo britannico, dai dieci ai venti anni per essere efficaci a livello mondiale. Di questo passo converrà cominciare a mettere via in cantina qualche tanica di benzina, che un giorno non si debba restare senza auto in una domenica di derby.




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