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Discussione: Infine eccolo qui!

  1. #21
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    Predefinito Non in nostro nome

    Roma. L’hanno chiamata, fino all’ultimo, una “battaglia in nome delle donne”, della loro salute, del diritto di scegliere se e come essere madri. “In nome delle donne” è stato gaglioffamente evocato, in caso di sconfitta referendaria, lo spettro della revisione delle leggi sul divorzio e sull’aborto, e il medioevo prossimo venturo che avrebbe avvolto nelle tenebre il meraviglioso mondo dei desideri tecno-esaudibili, già orribilmente compromesso dalla feroce legge 40.
    “In nome delle donne”, il marketing referendario non si è fatto mancare niente, dalla Bellucci neo-mamma a Domenica in alla Panicucci incinta sulla copertina di Gente, dalla Ferilli alla Dandini, dalla Ventura alla Cortellesi, dalle “mogli che votano Sì, diversamente dai mariti” ai “mariti che votano Sì, proprio come le mogli”.
    Sempre “in nome delle donne” si è data la parola a grandi luminari che nel loro curriculum vantano signore sessantenni fecondate con ovociti “donati” e con bombardamenti ormonali adeguati all’età. Ora che i risultati del referendum sono lì, inequivocabili, ora che si può misurare la distanza del paese reale dal palcoscenico dell’Ambra Jovinelli e dalla bioetica da avanspettacolo, ora è chiaro che il vero errore dei referendari non è stato solo quello di aver scommesso su un paese che non esiste. L’errore più imperdonabile è stato di aver immaginato un universo femminile che non c’è, fatto di donne sdraiate sulla religione del desiderio, del “diritto al figlio”, della delega alle logiche della tecnica, di affidamento al mercato delle illusioni. Quel femminile inventato ha dilagato sui quotidiani, in televisione, sui rotocalchi, sui giornali femminili, praticamente senza eccezioni, infiocchettato di retorica materna ottocentesca riciclata nel postmoderno desiderante. Una valanga. E dopo alcune deboli resistenze, molte delle donne (delle femministe) che da anni producono pensiero critico sulle tecniche che toccano il corpo femminile e il desiderio di maternità, hanno messo la sordina ai dubbi e si sono arrese alla logica referendaria e ai “quattro Sì”. Non tutte, in verità. Alcune, come Alessandra di Pietro e Paola Tavella, non hanno rinunciato a tenere il filo di quel pensiero. E a rivendicarlo in una lunga lettera che il Foglio ha pubblicato dopo che da dieci giorni girava sul web, nella quale scrivevano: “Pensiamo che l’uso della procreazione medicalmente assistita non vada banalizzato. Siamo preoccupate e sbalordite che la campagna referendaria abbia trasformato le mere condizioni di accesso a una tecnica in una ‘battaglia di civiltà e di libertà per le donne’, e addirittura in un baluardo dell’autodeterminazione”.

    I Sì della Mafai e quelli della Pollastrini
    Neanche una persona accorta come Miriam Mafai a quell’equazione ha mostrato di credere davvero.
    Scriveva sabato su Repubblica:
    “I quesiti referendari per i quali andremo a votare domani sono del tutto diversi, da quelli che abbiamo affrontato e vinto nel passato, nel 1974 e nel 1981. Non possono cioè essere visti come il completamento delle pur importanti battaglie condotte allora all’insegna dei diritti individuali, ma piuttosto come i primi di una fase affascinante e drammatica nella quale la politica dovrà misurarsi con le nuove conquiste scientifiche per regolarne l’esercizio e l’applicazione”.
    Detto da lei, che ha partecipato in prima linea alla battaglia per quattro Sì ai referendum, vale il doppio.
    Così come vale il richiamo di Barbara Spinelli sulla Stampa di domenica. Convinta, a sua volta, che fosse indispensabile affrontare “la bufera della scelta”, ostile all’astensione e preoccupata, come la Mafai, della difesa della laicità dello Stato, ma ben consapevole che
    “ci si interroga sulle imperfezioni di una legge, ma al contempo anche sul senso della vita, della morte. Ci si interroga su se stessi ma si decide anche sulla vita che verrà, e che non ci apparterrà perché nessun figlio è nostro”.
    Musica ben diversa dall’ultimo e inutile appello “da donna a donna” delle diessine:
    “Insieme abbiamo sconfitto la vergogna dell’aborto clandestino, difeso la nostra dignità… Insieme, con il divorzio, abbiamo fatto vincere la libertà di far diventare famiglia i legami d’amore. Ogni volta che nel nostro paese si è condotta una battaglia in nome della libertà femminile la voce delle donne si è fatta sentire limpida e forte”.
    La Pollastrini non sarà d’accordo, ma anche stavolta è andata così.

    Il Foglio

    saluti

  2. #22
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    Predefinito L'onda del referenum italiano...

    ...monta anche in Germania

    Stoccarda. Otto Kallscheuer non si fa illusioni.
    La scelta del cancelliere Gerhard Schröder a favore della ricerca sulle cellule staminali è dettata da mero opportunismo politico elettorale. “Sul merito sono personalmente contrario”, dice il filosofo della politica, collaboratore della Frankfürter Allgemeine Zeitung e della Zeit, autore di saggi importanti sul ritorno della fede (come “Gottes Work und Volkes Stimme”, del 1994, e “Europa de Religionen” del 1996). Da ambientalista, Kallscheuer dice di “associarsi” alla posizione del leader verde Volker Beck che ha parlato di “cannibalismo mascherato sotto le mentite spoglie di un interesse scientifico”. Sul metodo, invece, si limita a constatare che è cominciata la campagna elettorale. “In genere, in Germania la parola modernizzazione viene presa positivamente. Pronunciata da Schröder, però, si trasforma in un piccolo ordigno, diventando un fattore di scissione nella nascente coalizione liberal-democristiana”. Prima di tutto, però, sembra dividere la stessa coalizione di governo. “E’ vero” dice Kallscheuer che, impegnato a un convegno dell’Institut für Auslandsbeziehungen di Stoccarda, ne misura gli effetti in presa diretta. “Il cancelliere Schröder si è messo contro il proprio patto di coalizione coi Verdi. Ma questo per lui è un aspetto di poco conto. Sa, infatti, che socialdemocratici e verdi non regneranno a lungo. E se anche regnassero a lungo non sarebbe più un problema suo, essendo il candidato uscente Mentre l’unica cosa che a lui interessa è seminare zizzania tra liberali e democristiani, per indebolire il fronte avverso”. Schröder non è nuovo a questa tattica. Già il suo ministro per la Ricerca scientifica, la socialista Edelgard Buhlmann, aveva preso posizione contro la ricerca sulle staminali embrionali. E all’inizio dell’ultima legislatura, era stata un’altra donna, Andrea Fischer, ministro della Sanità, cattolica e verde, a essere fatta fuori per analoghi motivi di dissenso. “Se la coalizione fosse ancora in buona salute – osserva Kallscheuer – Schröder rischierrebbe di provocare un conflitto interno, dal quale forse sarebbero proprio i Verdi a poter uscire da vincitori, bloccando la liberalizzazione della richerca sulle staminali embrionali. Attualmente, invece, data l’inesistenza politica della coalizione alla vigilia del voto anticipato, ogni leader di partito lavora per conto suo. E il cancelliere uscente mira solo a fomentare il dissidio nell’opposizione, rafforzando la sua immagine e la sua vera identità di ‘amico del padrone’, vale a dire la modernità industriale”.
    Al seminario di Stoccarda si è discusso di religione e politica in America, domandandosi se si tratti di un nuovo Kulturkampf, e in Europa, parlando dei rischi e pericoli connessi alla nuova religiosità. E si son fatte le prove generali del partito della rifondazione socialista, lanciato da Oskar Lafontaine in tandem con Gregor Gysi, che in settembre rischia di sforare il tetto del 5 per cento, rompendo il bipartitismo. Non è mancata la polemica sull’esito del referendum italiano. Günther Gebhardt, della Fondazione Weltethos di Tubinga, centro d’irradiazione delle tesi del teologo Hans Küng (sospeso a divinis da Roma) che mira a funzionalizzare le religioni, riducendone la specificità teologica, si è domandato se la vittoria dell’astensione non sia stata l’effetto del lobbismo cattolico. A replicare è stato il presidente del Zentralkomitee der deutschen Katholiken a Berlino, Hans Joachim Meyer, un democristiano di sinistra, già ministro con De Mezières, che sotto la Ddr ha vissuto in prima persona le persecuzioni di una minoranza religiosa che, a differenza delle chiese protestanti, si è sempre rifiutata di collaborare col regime comunista di Honecker. “I promotori del referendum italiano non volevano cambiare una legge che in buona sostanza concorda con quella tedesca” ha detto Meyer. “Non vorrei passare per il solito tedesco critico della Chiesa di Roma – ha aggiunto – ma da cattolico avrei preferito che i vescovi di Roma invitassero i fedeli a votare contro l’abrogazione. In questo modo avrebbero evitato di attirarsi il sospetto di aver agito nel solito modo cattolico-furbesco”.

    Marina Valensise su il Foglio

    saluti

  3. #23
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    Predefinito

    Parlando con alcuni contestatori che gli rimproveravano i roghi medievali della Chiesa cattolica, un alto prelato rispose loro:
    “Avete un rapporto fideistico con la Chiesa, più di me, mi rinfacciate quello che facevano i dotti del XIII secolo. A nessuno però verrebbe in mente di rimproverare il sindaco di Milano per i saccheggi di Ludovico il Moro”.
    Studioso della Riforma della Normale di Pisa, Adriano Prosperi scrive molto meglio della media degli storici italiani. Il suo nuovo libro, “Dare l’anima - Storia di un infanticidio” (Einaudi), ha un eloquio che affascina come un giallo, alterna un concilio a Tommaso Campanella sull’embrione (“l’uom fu bambino, embrione, seme, sangue”). Un libro che però ha scritto pensando di avere in mano un copione da attualizzare, le donne come i “vinti della storia”: nel Medioevo con le prime legislazioni sull’infanticidio, nel 2005 con la legge 40. “Il corpo della donna considerato come strumento necessario per la riproduzione ma anche come realtà malefica”. Sarebbe come portare Iefte e Bruto, che sacrificarono i figli per le leggi, a dibattere a Radio radicale.
    Prosperi è bravo a rivisitare le accuse di cannibalismo rivolte ai primi cristiani, gli stereotipi dell’ebreo assetato di sangue e le dannazioni che aleggiarono intorno al rito dell’Eucarestia.
    Priva però il Medioevo della sua radiosità claustrale, della magia lunare di Blake e delle grammatologie parodistiche di Rabelais, della bellezza lirica e plastica con cui lo spirito cristiano rivestì il misterioso e il demoniaco.
    Se il cielo di Marlowe si tinge di sangue, quello di Goethe risuona degli osanna della redenzione. Era così il Medioevo, brillante alternanza di tristezza e allegria come nel Falstaff di Verdi.
    Quello di Prosperi è l’età degli infanti annegati nelle latrine, negli stagni e nei fiumi, della ferocia del Monte di Pietà, una sorta di limbo dei dannati e di corpi privi della pace del camposanto, un’età impregnata dei pianti delle sue infinite vittime, una spugna di dolori catecumenali, un ossario di donne sepolte vive, annegate in un sacco, messe al rogo, costrette a portare al collo fino al patibolo il corpicino del neonato ucciso.
    Il libro è disseminato dei pali di legno conficcati nei corpi dei morti senza battesimo.
    Tertulliano, Ovidio, l’Esodo, Agostino, mille e intricate furono le discussioni, che Prosperi riporta fedelmente, intorno al concepimento. Un amalgama complicatissimo: accanto ai cristiani che definivano “quasi omicidio” un aborto, c’era un medico ebreo portoghese, Lusitanus, che si vantava di non aver mai fatto abortire una sola donna.
    Eppure Prosperi scrive che “la cultura cristiana ha drammatizzato in modo speciale l’infanticidio materno”. Se cede questo assunto, ha poco senso leggere il resto del libro. Eppure crolla, basta aver sfogliato un manuale di storia dell’aborto per capire che non è un primato cristiano.
    Le scritture sacre dei Mazdei lo condannavano ferocemente, Seneca (pensiamo a “Ad Helviam”) loda la madre che non ha mai abortito e le leggi assire impalavano per il delitto d’aborto.
    E se anche Prosperi avesse ragione e il cristianesimo fosse il portato storico di questa novità assoluta, l’intangibilità della vita umana, gli risponderebbe comunque Nietzsche, con un passo fulminante dei “Frammenti postumi” del 1888:
    “L’individuo è stato ritenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si potè più sacrificare. Ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani. La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie. In questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo si vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”.
    L’ingresso dell’infanticidio nella categoria criminale del “nefando” per Prosperi fu una conseguenza dell’ossessione stregonesca, vissuta fino alla sazietà negli ambienti cattolici, e dell’avanzata del potere medico, clericale e statale all’interno della “zona della produzione della vita umana” e del “controllo della funzione riproduttrice della donna”. Termini quasi da referto medico, che storici come Michelet o Gibbon avrebbero considerato offensivi. Foucault parlava di uno “splendore dei supplizi”. E’ lì che Prosperi si gongola, nella compattezza di ombre e guglie. Oscurantisti contro illuminati, dicevano fino al 12 giugno. Stesse parti, suggerisce Prosperi, per il XVIII secolo, dove dietro alle pagine dei riformatori e dei letterati anticlericali vede affacciarsi i volti di quelle donne martoriate e umiliate. Perfino Jean-Jacques Rousseau, che si vantò con Diderot e Grimm di aver abbandonato ai trovatelli il suo terzo figlio indesiderato, per Prosperi è un esempio di coscienza liberale.

    Retorica anticlericale
    Il libro risente molto della retorica anticlericale, riesce a incolpare anche il modo in cui i cristiani hanno fatto venire al mondo Gesù Cristo. “Celava la realtà di un modello di madre del tutto subordinata al figlio, pronta a riconoscere nel figlio un valore supremo fino alla negazione di sé”. E aggiunge:
    “La condizione posta da Gesù – credere ed essere battezzato – lasciava fuori dal Regno dei Cieli la stragrande maggioranza dell’umanità”. Caino e Abele, Romolo e Remo per lui sono solo “l’immobile ripetizione di una vicenda di violenza senza fine”. Se il Dio cristiano diventa il “supremo potere abitante in una remota lontananza”, il sacerdote è un “fanatico salvatore di anime neonatali” e i vagiti degli infanti non vissuti continuano a risuonare nell’Ade visitata da Enea. Inciampa, ma non è il solo, sull’embriologia aristotelica. Ma non ha letto l’Aristotele che vede l’embrione, fin dal concepimento, dotato di un’anima umana, intellettiva, non anime diverse, ma solo capacità differenti appartenenti tutte al medesimo tipo di anima.
    Prima che con Marcel Mauss, Prosperi si vanta di stare dalla parte di Lorenzo Valla, che nega sostanzialità al termine “persona”. E scrive che “solo un uso barbaro della lingua ha potuto trasformare la qualità in sostanza”. Barbari quindi, che fa il paio con oscurantisti. Gli risponderebbe Mino Martinazzoli sul Corriere della Sera del 10 febbraio scorso, dove scrisse che “la distinzione fra esistenza e vita è l’in sé del nazismo”.
    Quel prelato aveva detto che non bisogna avere un rapporto fideistico con la Chiesa.
    Sono stati i cattolici, infatti, a ricordare che un giurista cristiano del Cinquecento, Vultenius, scrisse che “i servi, gli schiavi sono uomini, ma non persone, perché la parola ‘persona’ si applica in senso giuridico, mentre la parola ‘uomo’ ha un significato naturale”.
    Secondo Prosperi dal Medioevo cristico in poi le donne sono state ridotte a “fabbriche dei figli”. Evidentemente non vede dove abita la volontà di trasformarle in uffici di arruolamento ginecologico. Lasciamogli il piacere di aggirarsi fra le stanze degli Uffizi in cerca della maschera del Ghirlandaio. Noi ci teniamo stretti l’Anticristo di Solov’ëv, il “nuovo Medioevo” del marxista Berdjaev e la devozione del bolscevico Lukács al limbo di Dante.
    Un solo consiglio, anche stavolta da Nietzsche:
    “Quando si legge il Nuovo Testamento bisogna mettersi i guanti”.

    Giulio Meotti su il Foglio

    saluti

 

 
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