In sa Nuova de oe.
Il dibattito sulla “specialità” sarda e sul nuovo statuto, il rischio di una chiusura identitaria.
LE TRAPPOLE DELL’AUTONOMIA
Se la separatezza ha le meglio sui valori condivisi.
di Leandro Muoni
Assistiamo oggi ad una degenerazione culturale della questione dell'autonomia. Una corrente
sempre più agguerrita di pensiero ha da tempo intrapreso a concepire e declinare la specificità sarda in funzione sistematicamente contrappositiva e di separatezza rispetto alla coscienza dei valori condivisi di appartenenza alla cultura dell'intero Paese, oltre che di pertinenza dello stesso sentimento di unità nazionale e fedeltà costituzionale. Di fatto, non riconoscendosi più parte integrante nel disegno complessivo di un destino storico e di una memoria comuni, sedimentati in special modo e sanciti attraverso il lungo processo della nostra vicenda risorgimentale, e poi
consacrati nell'esperienza della Grande Guerra, dell'antifascismo e della stagione repubblicana.
Si è assistito così lentamente ma inarrestabilmente ad uno sforzo di concepire e costruire un modello di autonomia sarda non più integrativo, nella sana e responsabile dialettica di istanze locali e linee d'indirizzo generali, che tendesse ad un equilibrio più alto del rapporto di partecipazione democratica e di reciproca legittimazione culturale, bensì ad una rivendicazione polemica e alternativa, mirante a contrapporre una propria storia, una propria cultura, una propria lingua, un
proprio costume, un proprio territorio, al limite una propria consuetudine giuridica (l'attuale vicenda del Parco del Gennargentu tra l'altro insegni). Insomma una vera e propria rivendicazione di nazionalità regionale, che sconfessava anche le più significative e impegnative acquisizioni del passato, remoto e recente.
Una sorta di nazionalità comunque "stipendiata", perché presupponeva anzi reclamava al tempo stesso la presenza assidua dello Stato, in quanto comodo (anche se non sempre sollecito e responsabile nel fare la sua parte) ente erogatore di assistenza e servizi, ma di cui poi rinnegava
sentimenti di condivisione culturale e comunanza di valori.
Desta meraviglia (destava ad esempio una dolorosa meraviglia in Indro Montanelli) apprendere che si sia potuto giungere a tal segno, nell'ambito storico di una società e di una regione come la Sardegna che per tanti motivi è stata parte integrante nella formazione dello stato italiano e nella stessa gestazione del nostro Risorgimento, senza venire mai meno ai principi della propria coscienza autonomistica (e basterebbe ricordare i grandi intellettuali isolani dell'Ottocento, cosi intimamente sardi e al tempo stesso così convintamente italiani e risorgimentali).
Storia aggiustata
Oggi si è arrivati da parte di certe frange nazionalitarie radicali — che però godono di
qualche popolarità presso l'opinione corrente giovanile, che è diventata pericolosamente amnesica anche a causa dell'insipienza degli adulti — si è arrivati, dicevamo, alla pretesa rozza e grottesca di
riscrivere e "aggiustare" la storia della Sardegna secondo criteri inquisitori, epuratori, semplificatori: da gente che evidentemente ha un rapporto disturbato col proprio passato, colla propria memoria storica, e che vorrebbe sanare le proprie frustrazioni con un assurdo fondamentalismo, peraltro privo in questo caso di ogni sia pure aberrante giustificazione mistico-religiosa.
Il guaio è che tali pretese anacronistiche e irrazionali non sembrano affatto fronteggiate da una esplicita e risoluta presa di distanza da parte del ceto politico e intellettuale isolano nel suo complesso, ma sono anzi accettate come simpatico folklore, quasi ammiccate e vezzeggiate come
sintomo, simbolo e dimostrazione di un robusto vento autonomistico, garanzia di vitalità del serbatoio etnico-culturale della stirpe. Nella migliore delle ipotesi, sono guardate con distratta indifferenza o incredulità. E seppure, da parte dei tanti che non le condividono, vengono percepite
con vero fastidio, ciò accade senza reazioni critiche in pubblico.
Tutto ciò genera uno strano stato d'animo collettivo rispetto al tema dell'autonomia locale, come se l'isola si fosse impetuosamente messa in marcia, intenzionata a prendere nelle mani il filo rosso
del proprio destino, decisa a riscattarsi da tutti e contro tutti. Dubitiamo che questo fosse esattamente il vero spirito dell'autonomia voluta dai padri fondatori e dai protagonisti nobili del sardismo.
Essi, col loro senso dello stato e la loro coscienza dell'unità e indivisibilità della repubblica, volevano piuttosto che si fosse uniti nella differenza e nella diversità, non separati nella contrapposizione. Questo e non altro è lo spirito genuino dell'autonomia.
Il dettato dello statuto sardo.
Come si sia potuto arrivare a tanta dismisura può forse spiegarcelo una breve anamnesi di quanto è successo in questi decenni. Ripercorrendo per l'appunto le tappe fondamentali di un simile processo di degenerazione o snaturamento e metamorfosi (e in definitiva tradimento) dell'autonomia lungo la deriva di un capzioso separatismo.
Decenni nei quali lentamente ma inarrestabilmente un'ideologia gretta e retriva, sulla base di una discutibile volgarizzazione di note tesi pur avanzate da illustri studiosi isolani, si è di fatto impadronita, accampando un'immaginaria investitura popolare, della tradizione sarda, dalla
lingua alla poesia popolare, dal ballo alla musica tradizionali, dal costume all'artigianato, imponendole la propria titolarità, sequestrandola letteralmente nella propria griglia ideologica, fatta di purismo, etnicismo, autarchismo, di negazione di qualsiasi deposito storico e contaminazione culturale; anzi, condannandone e maledicendone la memoria e la stessa ipotesi.
Senza memoria
La tradizione sarda, così ricca e composita, si è vista in questo modo sequestrata, rattrappita, impoverita, precettata e messa al servizio di una causa identitaria e nazionalitaria carica di risentimento, ma soprattutto volta alla cancellazione della memoria storica, del suo corredo temporale fatto di tanti apporti, contatti e influenze originalmente rielaborate. E ora viceversa strumentalizzata come grimaldello per una politica reazionaria. Quasi che tale fosse appunto l'autentica radice, il fondamento, il codice genetico, l'unica forma legittima dell'identità isolana.
Il colmo dell'ironia è che un simile processo di sequestro della memoria e dell'identità (ne aveva parlato tempo fa, ancora una volta inascoltato, Silvano Tagliagambe) si è consumato nell'equivoco e
nella mistificazione. Da parte di molti che magari continuano a richiamarsi incredibilmente alla lezione dei padri dell'autonomia, invocando il carisma di Lussu. In quale però inorridirebbe di fronte alla professione di fede di certi suoi pretesi eredi.
Insomma, custos indipendentistas sardos sun feos, bruttos, malos… e puru ignorantes!
Comente si permittin custos ruzos colonos a si pesare e a kerrer ischire menzus de nois continentales s’istoria issoro! Ki si muntenzan kussa finta-autonomia e mudos.
Narat su diciu: Orrios de ainu no ascian a kelu!!!!




Rispondi Citando
che ancora continuano a cercare, attraverso incredibili giri di parole, di salvare una delle cose più dannose regalteci dal secolo appena terminato (fortunatamente)!
