Eugenetica liceale
Domenica è stata la volta di Eugenio Scalfari, giornalista multiverso e romanziere che ora ci si prova con la cultura e le sue guerre, e ragiona ampiamente sulla sconfitta della sua parte.
Si è dichiarato stupito e fors’anche un poco stordito dal successo di maggioranza (l’astensione) ottenuto dal nostro semplice e realista umanesimo di minoranza.
Che l’uomo e la donna abbiano un posto speciale nel mondo, per ragioni metafisiche misteriose ai non credenti o perché creati a immagine e somiglianza di Dio, in linea di principio è una inaudita provocazione.
Forse questa presunzione leonardesca del carattere centrale dell’essere umano, anima e materia, microscopico e visibile, in arrivo nel nascere e in partenza nel morire, si ripresenta oggi per il giornalista-filosofo-e-sempre-giovanescrittore come una smentita bigotta dell’evoluzionismo.
Veniamo infatti dallo scimpanzé, al quale siamo più che apparentati, e dobbiamo prosternarci laidamente davanti al potere della scienza & tecnologia genetica di leggere il nostro Dna e magari di rifarci la faccia a immagine e somiglianza del professor Veronesi, auguri per il Nobel, o di Sabrina Ferilli, auguri per l’Oscar.
Infatti per l’illuminista ortodosso l’unica centralità umana è quella della conoscenza, anzi della un tantino pomposa “sete di conoscenza”.
Salvare la realtà umana naturale e anche la realtà dell’essere oltre la natura, nella cultura e nel linguaggio, vorrebbe dire piegare di nuovo l’uomo ribelle dei Lumi all’obbedienza dogmatica della religione, all’oscurantismo.
Invece il laico devoto ai suoi valori, il tipo ideologico alla Scalfari, sa che l’unico riscatto dell’uomo moderno, uscito dai secoli cosiddetti bui, è nel mito di Odisseo, in particolare come lo rappresenta Dante nei versi molto citati al liceo che esortano l’equipaggio a non vivere da bruti, a seguire la virtù e la conoscenza oltrepassando tutto l’oltrepassabile.
Uffa! Sempre questa maledetta maturità, sempre il tema d’esame, enunciato e svolgimento, e il candidato sempre costretto a ripetere quel che non sa.
Eppure, Eugenio caro, dovresti sapere che tra cielo e terra ci sono più cose eccetera, e che dopo Condorcet e Mario Pirani molti altri hanno pensato molte altre cose, perfino l’illuminismo ha una sua storia, evolve dalla scimmia e sfocia nei nuovi dubbi dell’homunculus moderno, finisce addirittura che la Chiesa cattolica s’impadronisce della ragione e della sua etica abbandonate nella ruota da certi tipacci laici come un tempo i figli indesiderati; dovresti sapere che i Signori Cardinali sfilano alla testa di manifestazioni a Madrid, per difendere quell’ideuzza antica che il maschio è fatto per la femmina e viceversa, ed entrambi per la propagazione della specie attraverso figli attesi nell’amore più che fabbricati dal desiderio, salva la libertà individuale di comportarsi come si voglia, ma senza negare questa breve clausola nei codici civili; e in questo mentre, dovresti saperlo, il filosofo laico e progressista Cacciari insegna Agostino nell’ombra delle cattedrali e il teologo Ratzinger, defensor fidei, incoraggia l’antirelativismo razionalista dal sagrato di San Pietro.
Il liceo è finito, bisogna dare uno sguardo ai nuovi programmi ministeriali o anche solo affacciarsi alla finestra della scuola, Eugenio.
A proposito di liceo, ti ricordo che in quei versi di padre Dante (si dice così, no?) “virtute” non sta per forza o potenza o volontà di potenza ma allude alla forza morale e alla capacità di discernimento etico, nonostante padre Dante fosse un ghibellin fuggiasco (si dice così, no?). Infatti quel ghibellino cristiano, una specie di progenitore illustre di noi atei devoti, definisce il progetto odissaico, virtù e conoscenza, con un verso immenso e terribile che spiega tutto e precede tutto, quando si parla delle colonne d’Ercole da varcare: dice “de’ remi facemmo ala al folle volo”.
Folle volo, Eugenio, da tenere sotto controllo anche se ci stiano antipatici i Papi pro tempore.
Infatti, Eugenio, la scena che ti eccita l’illuminismo si svolge all’inferno.
E il canto generale di Dante finisce invece come sai in una cantica che illustra le gioie del paradiso (vergine madre, figlia del tuo figlio eccetera).
Insomma, piano con i ricordi liceali.
Anche Repubblica potrebbe riscoprire la bellezza del medioevo e della sua lenta e solenne edificazione, in tempi di rapida distruzione.
* * *
Lunedì è stata la volta di Adriano Prosperi. Adriano Prosperi, storico con i fiocchi e molto autorevole e serio, ha raccontato a Susanna Nirenstein il suo libro su un infanticidio dei primi del Settecento (Dare l’anima-Storia di un infanticidio, Einaudi).
Lo leggeremo quando ne entreremo in possesso, per la sua importanza come lettura nel tempo storico di segni che appartengono a tutti i tempi. Infatti dare la vita e dare l’anima, intendendosi provvisoriamente per anima la forma che assume la materia vivente e parlante dell’essere umano dotato di ragione e fortemente sospettato di detenere anche una soggettività spirituale, è una vecchia e controversa attività abbastanza decisiva per la sorte del mondo.
Si fa da millenni, spinti dall’energia dell’amore completo di desiderio e di sesso, ed è la premessa di tutto. E’ anche la premessa del toglierla, la vita, in vari modi.
Leggeremo dunque e attualizzeremo a modo nostro.
Ma siamo delusi dall’attualizzazione che del suo libro fa l’autore nel corso dell’intervista.
Prosperi crede di aver capito che nel Seicento controriformista la Chiesa cattolica supera Aristotele, Tommaso d’Aquino (e, se è per questo, anche il suo mentore moderno ancora da venire, il professor Giovanni Sartorius).
E così l’animazione, l’arrivo dell’anima nella carne dell’umano, viene retrodatata alla fase embrionale della nascita. Di qui, dice lo storico, uno speciale accanimento sulle donne, destituite
della loro stessa maternità, considerate veicolo della propagazione del seme maschile, vera cellula
vitale generativa.
Di qui orrori, roghi, dissezioni, estrazioni di feti con morte delle gestanti, e molto altro Grand Guignol teologico e fanatico.
Vedremo, bisogna leggere e per intanto credere sulla parola di uno storico credibile. Però, quanto all’attualizzazione che Prosperi e Nirenstein forzano di brutto fino al referendum sulla fecondazione artificiale, con la obliqua conseguenza che gli astenuti e i Ruini e il dissenso laico e femminista appaiono come una risposta obbediente e reazionaria a una Chiesa risorgente dal buio della caccia alle streghe, basta l’intervista.
Il segno dei nostri tempi, gentile professore, non è nella offensiva reazionaria dei cattolici europei o degli evangelici americani, accompagnati dai lanzichenecchi e da altri mercenari devoti, per ridare alle donne il ruolo di riproduttrici passive, per imprigionarle nella natura, per spossessarle
della loro libertà moderna: lei è troppo intelligente, professore, per non sapere che questa è soltanto una risibile caricatura della realtà. Per non sapere che il segno dei nostri tempi è semmai, al contrario, il tentativo di usare e abusare delle donne come cavie o soggetti di auto-esperimento,
cosificando l’umano, eludendo la complicata coincidenza di linguaggio e realtà, e asservendo alla tecnica – che non è un idolo polemico, ma la realtà in marcia del nuovo che avanza -
gli umani divenuti umanoidi destinati alla “perfezione” genetica, piuttosto che il contrario. Piuttosto che servirsi della tecnica per curare e assistere e soccorrere uomini e donne così come sono. Queste cose però professor Prosperi lei le sa, e infatti afferma che noi ci voltiamo indietro e cerchiamo vecchie certezze, pieni di paura, perché “la possibilità che si prospetta di poter progettare un individuo è rivoluzionaria”.
Ma noi reazionari le diciamo con calma intransigente, e senza alcuna paura bensì con molta e composta rabbia, che l’idea e la pratica di progettare un individuo non è affatto rivoluzionaria, è bestiale.
Ferrara su il Foglio
saluti




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