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  1. #321
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 13 Maggio 2010, pag. 15

    Il mondo immobile dell’ex ministro

    Reportage
    Nel regno di Scajoland

    TEODORO CHIARELLI
    INVIATO A SANREMO



    I sussurri «Ormai Silvio gli si nega al telefono»

    L’ultimo nome scelto senza l’avallo di Tremonti

    Raccontano le cronache di un’ultima raffica di Salò prima di lasciare il ministero dello Sviluppo Economico causa scandalo per la casa low cost a Roma. Tanto per cambiare, la nomina di un fedelissimo alla presidenza di un’azienda pubblica, la Nucleco, specializzata nella gestione dei rifiuti radioattivi. Claudio Scajola ha imposto un professore di chimica in pensione, già sindaco forzista del paese di Bogliasco (Genova) che ha patteggiato una pena pecuniaria per aver truccato un concorso pubblico: Pietro Canepa. Avrebbe dovuto coordinarsi con Giulio Tremonti, il ministro in uscita. Ma non lo ha fatto, attirandosi le (ennesime) contumelie del ministro dell’Economia. Petto in fuori e passo deciso sino all’ultimo. «Sciaboletta» non a caso.
    A Sanremo, provincia di Imperia, regno di Scajoland, martedì 11 è un giorno speciale. L’intera giunta comunale in piazza Colombo, dieci assessori schierati sotto altrettanti gazebo a rispondere alle domande dei cittadini. In mezzo, a dirigere con piglio militaresco il traffico dei questuanti, il sindaco Maurizio Zoccarato. Le edicole grondano sofferenza per «u ministru» costretto alle dimissioni. «Zoccarato senza Scajola che farà?», recita impertinente la locandina del settimanale «l’Eco della Riviera». «Lo smemorato di Oneglia», rincara la dose il concorrente e sinistrorso «la Riviera». Il primo cittadino di Sanremo, 35 anni, titolare con il padre e una zia di concessionarie Peugeot in Liguria e Piemonte, è un tipico esemplare - selezionato, allevato e imposto - di scajoliano di ferro. Così come il «gemello» Paolo Strescino, neosindaco di Imperia. Teleguidati da Scajola per ogni decisione importante, ti sussurrano gli stessi famigli dell’ex ministro.
    Lui, Zoccarato, non ci sta. Non che si smarchi ora, al momento delle difficoltà: ci mancherebbe. Ma qualche distinguo, beh quello ci sta. «Il ministro, vedrete, ne uscirà alla grande - è il preambolo d’obbligo, vera e propria litania recitata su e giù per la Riviera dei Fiori -. Se proprio volete una battuta qui siamo a Zoccaratoland. Io non vivo di politica. Non uso l’auto blu, pago alberghi e ristoranti di tasca mia. Ho portato nell’amministrazione una cultura aziendale». Un fiume in piena: le gomme dei mezzi comunali, le creste sui parcheggi, i funzionari riottosi «da prendere a calci in culo», i fornitori sotto controllo, le spese gonfiate e persino le lampadine bruciate.
    Peccato per l’incidente della casa, sennò magari «u ministru» una capatina avrebbe potuto farla. In piazza Colombo si fa vedere invece Marco Scajola, figlio del fratello Alessandro, «il banchiere», vicepresidente della Carige. Marco è considerato la continuità politica della famiglia, avendo Piercarlo e Lucia, i figli di Claudio, altri interessi. A Imperia lo chiamano perfidamente «William», come l’erede al trono d’Inghilterra. Zio Claudio, a rimarcare la sua presa sull’Imperiese, gli ha fatto avere alle elezioni regionali uno sproposito di voti: 12 mila.
    Gentile e sorridente, Marco tenta l’impossibile: «Guardi che lo zio non mi ha mai favorito. Quando ero in consiglio comunale sono stato l’ultimo ad avere computer e ufficio. E sono stato nominato vicecoordinatore del gruppo in Regione perché era l’unico incarico non retribuito. Ma ha sempre detto di stare attento anche a un caffè offerto. Non so come siano andate le cose, non entro nel merito. Ma so che lo zio non è disonesto».
    La verità è che Claudio Scajola non ha mai pensato a un vero delfino politico. E chi gli faceva ombra è ormai fuori gioco: superpensionato Alfredo Biondi, esiliato in Puglia Luigi Grillo. Restano molti centurioni come il presidente della Provincia di Imperia Luigi Sappa o il senatore Gabriele Boscetto e, a Genova, il vicepresidente della Fondazione Carige, Pier Luigi Vinai. Ma sono tutti lì in attesa degli sviluppi giudiziari sulla casa vista Colosseo pagata per buona parte con gli assegni dell’imprenditore Diego Anemone. Qualcuno sussurra che «u ministru» potrebbe abbandonare la politica. Che Silvio Berlusconi si sarebbe a lungo negato al telefono. Spunta fuori persino la prefazione «profetica» scritta nel 2006 da don Gianni Baget Bozzo al libro-tributo sulla storia politica di Scajola: «La lunga esperienza ha insegnato all’uomo della fortezza anche l’altra virtù cardinale a lui meno congeniale, quella della prudenza». Infatti...
    A Scajoland, terra di Liguria dove l’immobilismo è quasi una categoria dello spirito, si è come d’incanto bloccato tutto. A Ventimiglia era attesa la sostituzione degli assessori Tito Giro e Vincenzo Moio. Come non detto: giunta congelata sine die e che il sindaco Gaetano Scullino di arrangi. A Genova Raffaella Della Bianca lascia l’incarico di capogruppo Pdl in comune perché eletta in Regione: l’ordine di partito è di prendere tempo. Stesso discorso in Fondazione Carige, nonostante la richiesta del sindaco Pd di Genova, Marta Vincenzi, al presidente Flavio Repetto, affinché il capoluogo conti di più. Il consiglio di amministrazione, già in prorogatio da inizio anno, si trova ora di fronte alle dimissioni di due consiglieri: Sergio Rossetti arruolato nella nuova giunta regionale di Claudio Burlando e Marco Simeon (stretti legami con il Vaticano e Cesare Geronzi) nominato direttore delle relazioni istituzionali della Rai. Il tacito accordo è di attendere sino alla scadenza del mandato del presidente, il prossimo anno.
    Intanto la Liguria non ha più punti di riferimento al governo. Anzi no, c’è un sottosegretario (alla Semplificazione normativa): il leghista Francesco Belsito, una carriera strepitosa che lo ha portato in pochi anni dal volante dell’auto di Biondi, alla vicepresidenza di Fincantieri e alla segreteria del sottosegretario e tesoriere della Lega, Maurizio Balocchi. Scomparso questi lo scorso febbraio, bisognava pur rimpiazzarlo.
    Ultima modifica di Burton Morris; 12-08-10 alle 13:00

  2. #322
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 13 Maggio 2010, pag. 14

    Scajola non va dai pm: “Da Perugia escono troppe indiscrezioni”

    Salta l’interrogatorio previsto per domani
    I legali sperano che il fascicolo passi a Roma



    FRANCESCO GRIGNETTI
    INVIATO A PERUGIA


    L’ex ministro Claudio Scajola va all’attacco. Lui a Perugia, davanti a questi pm, Sergio Sottani e Alessia Tavernesi, che l’hanno coperto di vergogna e costretto alle dimissioni, non si presenta ora né mai si presenterà. Altro che appuntamento di venerdì prossimo. Scajola non ci sarà perché dubita della loro competenza, ma soprattutto perché contesta la loro correttezza. Letto sui giornali delle indagini che riguardano la compravendita del suo appartamento, e visto che si sospetta di una possibile corruzione legata alla ristrutturazione di una caserma dei servizi segreti nel periodo in cui lui era ministro dell’Interno, infatti, l’ex ministro pretende ora di essere formalmente indagato. «Non riesco obiettivamente a comprendere - si sfoga il suo difensore, Giorgio Perroni - come la procura di Perugia possa valutare di sentire l'onorevole Scajola in una veste che parrebbe oramai solo formalmente, ma non già sostanzialmente, di persona informata sui fatti».
    Finché resterà semplice testimone, dunque, senza la possibilità di farsi assistere dall’avvocato e costretto a rispondere a ogni domanda, con la prospettiva di incorrere facilmente nel reato di falsa testimonianza, insomma, Scajola non incontrerà i magistrati di Perugia. Ma c’è da dire che nel momento in cui fosse indagato, la sua posizione verrebbe automaticamente stralciata e inviata al tribunale dei ministri di Roma. In un modo o nell’altro, quindi, Scajola rifiuta l’interrogatorio perugino. Considerando però che Scajola è un politico di lungo corso, di scuola democristiana, e che l’ex ministro ha sempre mostrato ossequio verso la magistratura, lo scarto è notevole. L’accusa di «scorrettezza» ai suoi danni, sabotando le garanzie, gravissima. Non è difficile immaginare presto un fascicolo aperto al Csm o l’arrivo a Perugia degli ispettori ministeriali. Se ne era già parlato la settimana scorsa. E molti del Pdl avevano criticato la scelta di non indagare il ministro, ma di indagare e intanto tenerlo sulla graticola nella scomoda veste di semplice testimone.
    Il legale di Scajola, l'avvocato Perroni, ieri mattina era a Perugia. Ha discusso per oltre un’ora con i pm titolari dell’inchiesta. Evidentemente non s’è raggiunto alcun accordo, tanto che l’avvocato qualche ora dopo dice: «Questo pomeriggio ho deciso di non far presentare il mio assistito, onorevole Claudio Scajola, all'audizione come persona informata sui fatti».
    C’è appunto una questione di competenze. «E' mia convinzione che la procura della Repubblica di Perugia non sia competente a conoscere di questa vicenda sia perché i fatti sono tutti, pacificamente, avvenuti a Roma, sia perché, in ogni caso, la competenza a giudicare il ministro Scajola sarebbe, eventualmente, di altro organo, ovvero a dire del Tribunale dei ministri». Ma la cosa più grave è nella «singolare situazione che si è venuta a determinare». Ovvero le indagini che procedono e la posizione di testimone per Scajola. «Tale situazione, a mio avviso - continua il legale - non è corretta su un piano tecnico processuale e mi determina un comprensibile stato di imbarazzo a consentire che la richiesta audizione avvenga secondo le modalità indicate e senza, quindi, il rispetto delle garanzie difensive normativamente previste».
    E intanto è polemica. «Un testimone - sostiene Antonio Di Pietro, nella sua veste più di ex magistrato che di politico - è obbligato a presentarsi davanti al magistrato altrimenti lo vanno a prendere i carabinieri. Se uno non va, e fa parlare il suo avvocato, c'è solo una spiegazione logica: l'ex ministro Scajola è indagato. Scajola ci sta dicendo, e non c'è altra spiegazione, che lui è indagato. Ecco perché parla il suo avvocato. Questa è la lettura vera che do di questa vicenda. Non si presenta, e questa è una possibilità che ha solo un indagato».

  3. #323
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 13 Maggio 2010, pag. 14

    Dal pc di Anemone spunta una lista di vip

    Retroscena
    L’agenda che fa tremare il Palazzo

    DALL’INVIATO A PERUGIA

    L’inchiesta intanto procede e sempre più la politica avrà di che tremare. Già, perché nei computer di Diego Anemone gli investigatori della Finanza hanno scoperto una lunga lista di nomi eccellenti, tra cui politici, alti dirigenti dello Stato e imprenditori, che sembra essere una traccia di contabilità segreta. La lista dei misteriosi amici di Anemone era stata scoperta un anno fa ed era apparsa incomprensibile. Ora però che si vanno verificando le operazioni immobiliari «farlocche» curate dal duo Anemone & Zampolini, quell’elenco invece acquista ben altro peso.
    Accanto ai nomi non ci sono indicazioni, né cifre. In qualche caso c’è solo un nome di battesimo. Ma salta agli occhi che tra gli altri ci sono Bertolaso, Scajola e Lunardi. Tutti interessati da lavori di ristrutturazione a cura di Diego Anemone. E c’è indirettamente anche l’alto dirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza che - s’è scoperto - è un altro dei beneficiati dagli assegni dell’architetto Zampolini. Incalza è infatti il suocero di Alberto Donati, il misterioso acquirente dell’appartamento di via Emanuele Gianturco, a Roma, alle spalle di piazza del Popolo. Incalza ha un gran ruolo al ministero oggi, nell’era di Matteoli, ma è anche stato braccio destro di Lunardi. Un periodo d’oro per le ditte di Anemone che da quel ministero sono stati ricoperti d’oro. Con Donati-Incalza, dunque, siamo di fronte all’ennesimo appartamento di pregio, 170 metri quadri nel quartiere storico Flaminio, apparentemente pagati la miseria di 390 mila euro nel luglio 2004. In quell’occasione, poi, il giorno dopo la transazione Scajola, e sempre con rogito a cura del notaio Napoleone, Zampolini ha versato 520 mila euro a beneficio del signor Donati. Perché? Che cosa nasconde questo ennesimo «cadeau» di Anemone? «È una vicenda che mi lascia assolutamente tranquillo», reagisce Incalza.
    Fatto sta che anche quell’appartamento, oltre ad essere regalato per metà, sembra essere stato ristrutturato a cura della ditta Anemone. E infatti puntualmente nell’elenco sequestrato nel computer c’è il nome «Donati».
    L’elenco, scandito anno per anno, ovviamente insospettisce. Ci sono segnati i nomi di tante persone in vista. Magari è solo l’elenco dei clienti Vip. Tra gli altri c’è anche il nome di Pupi Avati. Ma lui dice: «Non ho ricevuto nessun regalo da Anemone. In effetti nel 2002 o 2003, desiderando dotare la mia casa di Todi di un saliscendi per trasportare le vivande dalla cucina al piano rialzato, ne parlai all’ingegner Angelo Balducci che si offrì di reperirmelo e di farmelo installare. Il tutto avvenne nell’inverno di quell’anno, in nostra assenza dalla casa che utilizziamo solo l’estate e quindi senza che io mi trovassi ad incontrare chi materialmente ha effettuato il montaggio dell’apparecchio».
    Il nome di Pupi Avati, il regista che aveva fatto esordire come attore il giovane figlio di Angelo Balducci è già venuto fuori a proposito di regali. Ne ha parlato il tunisino Fadhi, l’ex autista. E quella volta Avati se la cavò con un’alzata di spalle. «Normali regali di Natale tra persone che si conoscono da tanto tempo».
    Ora però il suo nome è nell’elenco delle ristrutturazioni. Evidente il sospetto della procura: erano regalie in natura? «Io ho pagato regolarmente - dice il regista - sia il piccolo saliscendi che il lavoro di installazione all’ingegner Balducci e sono in grado di esibire (qualora mi venga richiesta) la matrice dell’assegno e il documento relativo. Non ho quindi avuto nessun regalo da Diego Anemone anche se si tenta di insinuare come sia stato sollecitato attraverso regali a far lavorare come attore Lorenzo Balducci». \

  4. #324
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Anemone ora parla e incastra il generale dei servizi segreti - Corriere della Sera


    L’inchiesta - L’uomo chiave


    Anemone ora parla e incastra il generale dei servizi segreti
    Il costruttore della «cricca» smentisce Pittorru Verifiche sugli indirizzi di politici e prelati



    PERUGIA — L’interrogatorio si è svolto poco prima che lasciasse il carcere. E per la prima volta Diego Anemone ha accettato di rispondere alle domande degli investigatori. Nel muro di silenzio che aveva eretto sin dal giorno del suo arresto, si è dunque aperta una crepa. Adesso non è escluso che la situazione possa cambiare. Dopo la scelta di collaborazione di Angelo Zampolini—l’architetto al quale erano state delegate le operazioni di compravendita di appartamenti per i potenti — anche il principale indagato decide di fornire indicazioni preziose per l’inchiesta. E così «incastra» il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, al quale aveva regalato due appartamenti al centro di Roma e tre ristrutturazioni. Ora si va avanti. E proprio al giovane imprenditore si chiederanno chiarimenti su quella lista di 370 persone custodita in un computer della sua impresa. Politici, alti funzionari dello Stato, prelati, personaggi dello spettacolo: sono decine i «clienti» di Anemone. Le verifiche affidate alla Guardia di Finanza dovranno stabilire chi abbia goduto dei favori e chi invece abbia regolarmente pagato le fatture. E soprattutto quale di questi lavori «privati» sia legato alla concessione di appalti pubblici.

    L’incontro all’alba
    Sono le 5 di domenica scorsa, carcere di Rieti. Un ufficiale della Guardia di Finanza entra nella saletta colloqui e incontra Anemone prima che lui lasci la cella per scadenza dei termini di custodia cautelare. Esibisce un ordine di perquisizione. Spiega il motivo della sua visita. Qualche settimana fa è stato interrogato a Perugia il generale Pittorru. Ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi ha raccontato che i soldi per l’acquisto delle due case erano un prestito. «Esiste una scrittura privata che lo dimostra - ha giurato - ed è custodita nella mia casa in Sardegna ». Chiede qualche giorno per avere la possibilità di recuperarla. I magistrati non credono alla sua versione, decidono di concedergli comunque il tempo richiesto. Ma quando il generale torna in Procura afferma che le carte gli sono state rubate e non può dimostrare quanto ha sostenuto. «Chiedete ad Anemone», aggiunge, sicuro che l’imprenditore confermerà la sua versione. Non va così. Dopo aver ricostruito i fatti, l’investigatore spiega ad Anemone che si dovrà procedere a controlli per rintracciare il documento. A questo punto lui accetta di parlare. E smentisce la versione fornita dallo 007. Chiarisce che tra loro non èmai stata stipulata alcuna scrittura privata e soprattutto spiega di non aver concesso al generale alcun prestito. L’investigatore non va oltre, ma le risposte di Anemone bastano a confermare l’accusa di corruzione già contestata a Pittorru. Ora è possibile che all’imprenditore sia chiesto conto di altre circostanze emerse dall’indagine. Mentre era detenuto si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere. Quanto è stato scoperto finora e, soprattutto il rischio di commissariamento di tutte le sue aziende, potrebbero averlo però convinto a cambiare atteggiamento.

    Gli indirizzi «coperti»
    Un chiarimento potrebbe essere sollecitato quantomeno sul criterio di archiviazione degli appalti ottenuti tra il 2003 e il 2008 elencati in quella lista custodita nel computer del fratello Daniele. Era il 14 ottobre 2008. Nel corso della verifica fiscale avviata dalla Guardia di Finanza sull’"Anemone Costruzioni" fu trovato quel foglio. La segretaria Anna, allarmata, si premurò immediatamente di avvertire il «capo»: «Hanno aperto il pc e la cassaforte. Daniele ha detto che c’è questo mondo e quell’altro. Però sembrerebbe, da quello che sono riuscita a vedere perché mi sono messa lì vicino con una scusa, che stampavano gli elenchi di personale vecchio, lavori, ’ste cose qua». Effettivamente la lista è lunga e variegata. Oltre a politici e prelati, ci sono numerosi ufficiali della Guardia di Finanza, funzionari dei ministeri, agenti di polizia e dei servizi segreti. In alcuni casi compaiono soltanto gli indirizzi ed è su questo che si concentrano le verifiche per scoprire se questo accorgimento serva a proteggere personaggi di primo piano che potrebbero aver beneficiato di favori.
    Guido Bertolaso dovrà chiarire ai magistrati come mai non abbia fatto cenno nel suo interrogatorio ai tre interventi di ristrutturazione effettuati nei suoi appartamenti dalla ditta di Anemone, ammettendone soltanto uno. Stessa domanda sarà rivolta all’ingegner Rinaldi, che riceveva gli operai nelle sue dimore ed è accusato di aver agevolato l’imprenditore per i mondiali di Nuoto e per altri appalti, anche se il suo avvocato Titta Madia nega che ci siano mai stati favoritismi. E si interrogherà di nuovo anche Mauro Della Giovampaola, pure lui inserito nella «cricca » come delegato di missione al G8 della Maddalena, che avrebbe ottenuto lavori per l’appartamento di sua madre.



    Le altre liste

    Nei computer sequestrati negli uffici di Anemone e tra i documenti trovati nelle case degli indagati ci sono numerosi appunti che potrebbero svelare i nomi di nuovi beneficiari illustri dei favori elargiti dal costruttore. In particolare ci si concentra sui manager di Stato che lo avrebbero agevolato nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. E sulla concessione dei finanziamenti alle sue società. Per questo un ruolo chiave viene assegnato dagli inquirenti al commercialista Stefano Gazzani, che si occupava delle transazioni finanziarie. Il suo nome è inserito nell’elenco delle operazioni sospette segnalate dalla Banca d’Italia: trasferimenti di denaro in Italia e all’estero che potrebbe celare il versamento di tangenti, ma anche l’acquisto di altri appartamenti. I pubblici ministeri hanno sollecitato il suo arresto e già oggi il tribunale del Riesame di Perugia potrebbe rendere nota la decisione, stabilendo così se questa parte dell’indagine debba restare nel capoluogo umbro o se invece vada trasferita a Roma come aveva deciso il giudice delle indagini preliminari e ribadito l’avvocato di Gazzani, Bruno Assumma. Il «verdetto» appare determinante per il futuro dell’inchiesta. L’eventuale trasmissione del fascicolo nella capitale, ne provocherebbe infatti la frammentazione, mentre Sottani a Tavarnesi hanno evidenziato la necessità di procedere alle verifiche «in uno stesso contesto, visto che ci trova di fronte a un’associazione a delinquere che agiva per pilotare gli appalti pubblici» e procurare un arricchimento ai suoi componenti e a tutti coloro che erano in grado di aiutarla. La dimostrazione è in quei lussuosi appartamenti che Anemone contribuì ad acquistare, oltre che per Scajola e Pittorru, anche per il genero di Ercole Incalza, potente braccio destro dei ministri delle Infrastrutture Lunardi e Matteoli.

    Fiorenza Sarzanini

    14 maggio 2010

  5. #325
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Ora serve una mossa del Premier

    • da La stampa del 14 maggio 2010

    -->

    di Marcello Sorgi


    La lista, o le liste, dei come chiamarli? -, beneficiati da Anemone, il costruttore al centro dello scandalo dei grandi appalti, somiglia drammaticamente ad altri simili elenchi - quelli della P2 o dei famosi 500 esportatori di capitali, dei collaboratori dei servizi stranieri e di quelli italiani deviati da cui è periodicamente scandita la vita pubblica in Italia. Con un obiettivo, stavolta, molto più chiaro dei precedenti: colpire l’unico nome - Silvio Berlusconi - che fino a questo momento non compare sul registro dell’imprenditore romano, che, insieme al gran dispensatore di appalti Angelo Balducci, aveva
    messo su la «cricca» e il sistema oggi sotto inchiesta.
    Nel giro di pochi mesi era riuscito a inguaiare un uomo chiave di Palazzo Chigi come il capo della
    Protezione civile Bertolaso, uno dei tre coordinatori del partito del presidente come Verdini, e due ministri come Scajola e Matteoli, che potrebbero non essere i soli, vuol dire che la stessa «cricca», o si sentiva intoccabile, o puntava più in alto. E da questo punto di vista la lista di Anemone sembra fatta apposta per dipingere un insieme di corruzione più vasto e articolato di ogni previsione.
    Nella rete dei «criccaioli» infatti - al di là di responsabilità da provare e al di fuori, purtroppo, delle garanzie personali che spettano a ogni cittadino - non manca nessuno: c’è il politico e il professionista, il giudice e il prete, il giornalista e il regista, oltre ai funzionari delle diverse amministrazioni che facevano girare la macchina, uniti da annotazioni generiche, indirizzi di case da ristrutturare o comperare, lavori edilizi effettuati e chissà mai se pagati.
    Ma non solo: quel che emerge - o più precisamente, quel che si vorrebbe far emergere - è qualcosa che sta sospeso tra l’immaginario e la realtà. L’idea, insomma, che la piccola e la grande corruzione, la mano che lava l’altra mano mentre la stringe, il sorriso complice, il circolo degli amici da favorire sempre, in omaggio a un giuramento paramafioso, siano ormai la regola generale del Paese - e soprattutto di quel mezzo Paese che ha Roma per capitale. In questo senso, il cerchio che si stringe attorno a Palazzo Chigi e poi s’allarga via via, fino a comprendere tutte le categorie più rappresentative di una certa immagine della romanità, diventa lo strumento più adatto a colpire il premier, destinato ad apparire come il capo supremo del governo della corruzione.
    Che poi a una lettura più attenta delle carte si capisca benissimo come andavano veramente le cose, poco importa. Eppure è chiaro - oggi lo si può affermare con sufficiente convinzione - che se i metodi sono gli stessi di Tangentopoli, se le tangenti venivano chieste e pagate in contanti o in natura, e le percentuali erano perfino più esose, in questa storia tuttavia c’è una differenza che balza subito agli occhi. Salvo casi sporadici, a incassare, invece dei partiti e di molti dei loro esponenti come ai vecchi tempi, erano adesso dirigenti statali e altissimi funzionari che lucravano solo nel proprio interesse. Tra qualche anno magari si scoprirà che la caduta della Prima Repubblica era avvenuta solo per quel che riguardava la classe politica, mentre un gran pezzo di pubblica amministrazione - beninteso la parte corrotta della burocrazia - aveva potuto continuare tranquillamente a corrompere e a rubare senza alcuna soluzione di continuità. Gli stessi nomi di grand commis di scandali datati Anni Ottanta-Novanta, non a caso ricompaiono in questi giorni.
    Ma in un caso o nell’altro, quale che sia la versione che passerà, il danno per Berlusconi è già fatto. E’ uno strano destino che l’uomo del Nord, l’imprenditore brianzolo che più di tutti e meglio di tutti ha rappresentato la cosiddetta (e incompiuta) rivoluzione italiana, sia avviato mestamente - a meno di colpi di coda - a una sorta di trasfigurazione: da personaggio simbolo della Seconda Repubblica, da capo del «governo del fare», a incarnazione vivente della nuova «Roma ladrona», che rischia di seppellire nuovamente, con se stessa, un ventennio quasi di aspirazioni e speranze di cambiamento tradite, e di aprire la strada a un rigurgito di estremismo nordista.
    Questo spiega perché il Cavaliere, forse per la prima volta, non se la stia prendendo con la magistratura. E perché, in privato, sfogandosi con i suoi collaboratori, prometta di voler fare rapidamente piazza pulita.
    Quel che invece non si comprende è cosa aspetti, perché indugi, perché ormai da settimane sembri come paralizzato, mentre intorno a lui alleati e avversari, amici ed ex amici, e naturalmente uomini del suo
    governo e del suo partito, mettono in scena la danza della morte. Berlusconi, almeno questo, dovrebbe averlo capito: se non muove qualcosa, se non fa cadere qualche testa, ogni giorno che passa per lui sarà peggio.

  6. #326
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Un partito di marionette

    • da Left del 14 maggio 2010

    -->

    di Marcantonio Lucidi


    Professor Carlo Taormina, sui soldi di Anemone che sarebbero serviti per comprare la casa di via del Fagutale, lei si aspettava una simile ingenuità da Claudio Scajola, fra l’altro suo ministro dell’Interno quando lei, per pochi mesi nel 2001, era sottosegretario di quello stesso dicastero?
    L’insinuazione è che ci potrebbe essere un collegamento proprio con il periodo in cui era ministro dell’Interno. Quindi se fosse vero quello che si intuisce dai giornali, mentre mi censurava e mi cacciava perché esercitavo la professione di avvocato anche nel periodo in cui ero sottosegretario, percependo solo quello che mi spettava, avveniva qualcosa di ben diverso. Tra l’altro mi pare che lo stesso Berlusconi, alle prime battute di questa vicenda, disse che Scajola doveva rimanere al suo posto. Una cosa è certa: se dentro casa tua c’è il ladro, il ladro deve essere punito prima di tutto all’interno di casa tua. La stessa storia di Verdini, naturalmente poi lui riuscirà a dimostrare la sua estraneità ai fatti. Ho avuto un lungo contenzioso con Verdini, anzi le mie dimissioni dal Popolo della libertà, prima che nascesse, è dovuto proprio all’attacco frontale che io feci a Verdini. Ma di casi ce ne sono tantissimi dentro l’ex Forza Italia e poi nel Pdl. Rifletto spesso per capire la ragione per la quale con me c’è stato un atteggiamento diverso.

    E perché ci sarebbe stato un atteggiamento diverso?
    Ho sempre ragionato con la testa mia e questo non è un pregio per Berlusconi. Non sono mancate le occasioni nelle quali ho fatto notare quello che non andava soprattutto dal punto di vista della moralità e dell’onestà. Berlusconi è una persona di assoluta distanza da problemi di corruttela per quello che riguardalo svolgimento dell’attività politica. Il suo grande difetto è di scegliere le persone in base a criteri assolutamente gratuiti e che si basano sul fatto che essenzialmente si tratta di schiavi e di servi piuttosto che di persone. Non va oltre nella valutazione delle capacità, delle tendenze, dell’onestà degli individui. Onesti, non onesti, purché siano al suo servizio.

    Lei ha citato Verdini, Scajola...
    L’elenco è lungo.

    Faccia i nomi.
    Ho già abbastanza nemici.

    Sembra che sotto il Pdl ci stia una piovra.
    Ma non è una piovra. Non è un partito di banditi. L’80-90 per cento delle persone è gente perbene. Che poi sappiano fare politica, questo è un altro discorso. Che poi partecipino alla vita politica del partito, anche questo è un discorso diverso perché non esiste partito. La gestione delle cose che ruotano attorno al partito gravita su pochissime persone che egemonizzano tutto e quindi anche la grande maggioranza degli iscritti al Pdl è una maggioranza silenziosa. Subisce.

    Prima in Forza Italia, c’erano lei, Martino, Pisanu, Pera. Era il gruppo dirigente che circondava il capo. Adesso abbiamo Verdini, Ghedini, Cicchitto, Pecorella, Bondi. Insomma, Forza Italia e poi il Pdl di tanto in tanto non cannibalizzano i loro uomini?
    Se si parte dal presupposto che questo sia un partito, si sbaglia tutto. Questo non è un partito.

    E cos’è?
    Un centro di diffusione di programmi, di obbiettivi che ruota sempre e soltanto intorno alla persona di Berlusconi. Quando si parla di Tremonti come dell’unico personaggio che in qualche modo sarebbe in grado di contrastarlo, di parlargli alla pari, si sbaglia. Anche Tremonti fa esattamente quello che vuole Berlusconi, perché non esiste che qualcuno faccia ciò che Berlusconi non vuole. Questo è il problema di fondo. Non conta niente nessuno. Sono tutti delle marionette.

    Sicché anche voi eravate marionette?
    Io ho cercato di non esserlo.

    Quindi ha sbattuto la porta?
    No, mi hanno cacciato.

    E gli altri di prima, Pera, Pisanu, Martino?
    Sono state persone che hanno preso determinate posizioni su specifici temi e questo non andava bene al Cavaliere. Pera a un certo punto aveva avanzato anche l’ipotesi della sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Figuriamoci. Su Martino la questione è più complessa, di tipo idealistico. Mentre Pisanu, insomma Pisanu è sempre stato un mediocre personaggio della politica. Quando Scajola dovette dimettersi da ministro dell’Interno, il premier lo sostituì con Pisanu facendolo risorgere. Ma ci sono tantissimi altri personaggi che sono scomparsi dalla circolazione. Svaniti nel nulla.

    Tornati a fare il loro mestiere?
    Chi poteva, altri sono morti di fame. Berlusconi è una persona alla quale non potrai mai rimproverare niente. Lui non dice mai "no". Non è mai, diciamo così, capace di esprimere quello che fa, ma lo fa. È uno scienziato, uno scienziato dell’epurazione.

    Su Tangentopoli: Gava, Craxi, Forlani. Tangentopoli è passata tutta dal suo studio. Tutta qua. La differenza fra Tangentopoli e la corruzione di oggi?
    È diverso il tipo di corruzione. Nel 92-94 abbiamo avuto l’esplosione ma i segnali erano forti già da prima. Agli inizi si riusciva a controllare la situazione, a bloccare. La magistratura era più tollerante, più integrata con lo Stato, quindi certi ministri si salvavano. Quella era una corruzione nella politica. I partiti erano diventati le agenzie dell’imprenditoria pubblica e privata. Erano coinvolti tutti i partiti.

    I Radicali, no.
    I Radicali, per quello che ricordo, no. Ho avuto fra gli altri miei clienti l’ex ministro dei Lavori pubblici Prandini, un genio di queste operazioni. Conservo un documento sul quale io ho fatto molto affidamento per la sua difesa: erano riportate, rispetto a determinate tangenti, tutte le percentuali dalla Democrazia cristiana alla Cgil. È stato un documento col quale non dico si sia potuto esercitare un certo ricatto anche dal punto di vista giudiziario però fu una carta fondamentale. Un emblema del sistema. Politica e imprenditoria, politica e affari erano diventati la stessa cosa per tutti i partiti. Ora è diverso. La corruzione è diventata persino più selvaggia: le percentuali di cui si parla oggi sono spropositate, si arriva a situazioni da gangster.

    Cioè quanto?
    Prima ci si basava sul sistema. Non si chiedeva il 50 per cento perché il sistema chiedeva il 10 e con quello copriva tutto. Montagne di denaro che arrivavano automaticamente. Ricordo un ministro della Repubblica che aveva cambiali di un imprenditore e che sta ancora riscuotendo perché scadevano nel 2010. Di quei soldi, molti rimanevano attaccati alle mani dei singoli politici ma molti andavano
    ai partiti. Adesso le forze politiche non prendono niente. La corruzione è per così dire personalizzata, non nel senso che riguardano una singola persona ma riguardano la cricca del partito. Il partito è uno strumento di esercizio di questo potere.

    Quindi lei sostiene che Berlusconi nulla sa?
    Berlusconi non trae vantaggi da queste cose. Se qualcuno mi parla di un’operazione per l’editoria o per i diritti televisivi attraverso una legge dello Stato, allora lì certamente sono d’accordo con l’idea che lui sappia bene di che si tratta e ci metta del suo. Ma su altre cose, no.

    Riassumendo: Berlusconi ha una muta di cani, se la muta trova roba da mangiare in giro, lui lascia fare.
    Non lo sa. Lo viene a sapere dopo. L’errore è che quando sa, non interviene. Prendiamo il caso di Verdini. Berlusconi potrebbe dire: "Bello mio, mettiti da una parte". Anzi lo dovrebbe cacciare. Invece non lo fa. Ma non si creda che Berlusconi non stia già pensando a come fotterlo. Verdini è finito. Un morto che cammina.

    Lei una volta ha detto: «Ogni tanto tocco con mano il condizionamento sulla vita economica e istituzionale che la massoneria è in grado di esercitare». Nel sistema gelatinoso, in tutta questa roba che sta uscendo fuori, i massoni ci sono?
    Veda lei quanti ce ne stanno al governo.

    Quanti sono? Chi sono?
    Sono tanti.

    Dica una cifra.
    Eh, ma la massoneria oggi è in grande crescita. E fa tanti soldi. Fa soprattutto soldi. In queste storie fra Anemone e compagni non è che la massoneria sia estranea- Prontio no.

    Lei ha sostenuto che Berlusconi ha premuto sull’approvazione del processo breve come una minaccia. Mirava. invece, a ottenere la norma sul legittimo impedimento, a mo’ di ponte per l’approvazione di un lodo Alfano bis come legge costituzionale. Tutto secondo programma?
    Sì, ma l’ho capito subito. Non poteva stare in piedi come norma. Berlusconi secondo me l’ha fatto apposta. Ha creato la provocazione, il dibattito, lo scontro.

    E tutti si sono distratti, specialmente i giornalisti.
    Ma si ricorda la storia di Telekom Serbia, quando me ne sono uscito dicendo "sono io il burattinaio" e tutti i giornalistici cascarono? Era il periodo in cui venne fuori il fatto che Bocchino s’era beccato due miliardi
    circa di soldi provenienti da quell’operazione per un giornale. Bocchino è diventato un altro intoccabile. Un giorno gliela ricordo questa cosa. E gli ricordo anche il fatto che è vero che Romeo e gli altri sono stati assolti ma c’era la sua presenza in quella vicenda giudiziaria. Ecco i nomi: Cosentino ha processi a non finire. Landolfi è indagato.

    Rinviato a giudizio per concorso in corruzione con agevolazione di un clan mafioso.
    È pieno di queste cose ma nessuno si muove.

    Gianfranco Fini: che ne pensa?
    Sicuramente Fini ha rivestito di politico quello che politico non è: quelle quattro, cinque cose che ha chiesto, il federalismo, la democrazia interna, sono questioni assolutamente tranquille delle quali si sarebbe potuto pacatamente discutere dentro al partito.

    Ma nel partito non si può discutere.
    Si poteva iniziare un percorso fatto di una discussione perché, a parte la storia dell’immigrazione, il tasto giusto che ha toccato e che secondo me sarà la fonte di tutta la politica dei prossimi anni, è il federalismo. Se permettiamo alla Lega di continuare a essere quello che è, l’Italia si spacca in due se non in tre. Ci sono inoltre valenze economiche incredibili perché la Lega non fa la benefattrice, ha in mano tutta la piccola e piccolissima industria, l’artigianato. Sono immischiati in tutto e di più, quindi non è vero che stanno al di fuori delle cose. D’altronde quando i leghisti dicono che vogliono le banche, mi sembrano come Fassino con Consorte.

    C’è corruzione nella Lega?
    La corruzione c’è dappertutto. Non posso dire di fatti che riguardino la Lega, posso dire che nel sistema economico del Nord la Lega è molto presente, poi se trae vantaggi leciti perché l’imprenditoria la finanzia legittimamente, ne sono contento. Quello che politicamente m’interessa è il secessionismo concettuale della Lega. Credo che questo sia il problema politico dell’immediato futuro e l’unico tasto politico reale toccato da Fini, ma ne eravamo tutti al corrente. Non posso dimenticare un intervento magistrale alla Camera dell’allora segretario dell’Udc Follini nel quale esponeva il problema dell’interesse nazionale. Per il resto, Fini ha vestito di politicità una cosa completamente diversa. Ha accertato, probabilmente la notizia è uscita dall’entourage di Berlusconi, che lui non è il successore. La questione
    è esclusivamente personale. Ha capito che è al capolinea.

    Nel programma del partito da lei fondato, Lega Italia, si parla di "fascistizzazionedi Forza Italia".
    L’ha ribadita Fini tempo fa.

    Per carità, però l’ha detto anche lei. Fini non è mai stato in Forza Italia.
    E noi non l’abbiamo mai voluto. C’è stato un momento nel quale avevamo forti contatti con Franco Marini. Quando entrammo in Parlamento nel 2001, ci fu una reciproca ricerca di colloquio e Marini ci disse: scusate, ma io sono un sindacalista, come faccio a mettermi con voi che siete in rapporto con una
    forza fascista? Lo ricordo per dire che noi non abbiano mai tollerato l’idea che Fini potesse in qualche modo prendere il sopravvento su Forza Italia, che un fascista potesse venire a fare il padrone a casa nostra. Io poi più degli altri, più di Cicchitto che magari cerca compromessi con tutto e con tutti. Fini afferma chiaro e tondo che vuole fare del Pdl un partito di destra. Questo è il problema. Il 90 per cento degli iscritti a Forza Italia di ieri e di quelli del Pdl oggi non sono di destra. Chiamiamoli liberali, poi è un’accozzaglia di persone, chi socialista, chi repubblicano ma non fascisti e non di destra.

    Tuttavia lei scrive: «Il Pdl è nato dall’uso di battute e bacchette magiche». Oppure: «Il Presidente del Consiglio dispone di un potere dittatoriale non dissimile da quello dei Ventennio fascista». Se la mettiamo così, Berlusconi se ne deve andare.
    Berlusconi è stato talmente bravo da far pensare che questa non sia una dittatura. Si veda come è ridotto il Parlamento. Il fatto è che dentro al partito non c’è mai stato un minimo di dialettica. È la storia di ieri, di oggi e di domani, perché Berlusconi è così e non lo cambia nessuno. Svuotamento delle istituzioni,
    di Parlamento, governo. Che conta il governo? Niente.

    Conta solo il presidente del Consiglio.
    Ma certo. II fatto che Berlusconi al di fuori della Costituzione sia riuscito nel’94 a farci votare premier contro premier, Berlusconi contro Occhetto, Berlusconi contro Prodi, è l’emblema di questa Repubblica. Un massacro delle istituzioni democratiche. È un dittatore, Berlusconi, come lo sarebbe Bersani se vincesse le elezioni.

    Con Lega Italia che farà?
    Misurarmi sul federalismo, perché io credo noi possiamo fare quello che il Pdl non può, la guerra alla Lega.

  7. #327
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 14 Maggio 2010, pag. 5

    Intervista
    Il costruttore toscano

    Parla Fusi, indagato a Firenze: “Senza protezioni non lavori”
    “Io lo conoscevo bene. Ecco il sistema Anemone”

    NICCOLÒ ZANCAN
    INVIATO A FIRENZE

    <<Io sono quello che scopre i rapinatori in banca, corre a denunciarli e rischia di essere arrestato». Di sicuro Riccardo Fusi è l’unico che parla. L’unico coinvolto nell’inchiesta sui Grandi Eventi - è indagato per corruzione e associazione a delinquere - che racconti la sua versione. Quattro ore di interrogatorio davanti ai magistrati di Firenze il 17 marzo. Adesso un’intervista che parte da questo assioma: «Se c’era un sistema, io ne sono vittima».
    Era il più potente costruttore toscano. Presidente della Baldassini-Tognozzi-Pontello: 2000 dipendenti, 500 milioni di euro di fatturato. Fino a quando il vento ha fatto un altro giro. Fusi parla nell’ufficio degli avvocati Alessandro Traversi e Sara Gennai. La lettura dei giornali non l’ha messo di buon umore: «Se risultasse vera, questa storia delle case pagate da Anemone è la prova di quello che ho sempre sostenuto. In Italia non esiste una concorrenza leale. Io certe cose non le ho mai fatte...». Tutto nasce dall’appalto prima vinto e poi perso per la scuola dei marescialli di Firenze.

    Fusi, perché si paga la casa a un politico?
    «Guardi, sono cresciuto fra i mattoni e so che l’imprenditore, per sua stessa natura, regala nulla. Altro non dico».
    Come riassumerebbe la sua vicenda?
    «Ero a capo di uno più importanti gruppi italiani. Ma negli ultimi due anni non siamo più stati capaci di aggiudicarci una gara. Ora penso: non si può diventare incompetenti dall’oggi al domani».
    Qual è la morale?
    «È sotto gli occhi di tutti. Basterebbe intercettare il mondo delle costruzioni, cooperative comprese. Non solo Fusi. Come si a fa non capire che ci sono delle protezioni e degli sponsor, cordate che vincono sempre? Evidentemente io, negli ultimi tempi, non sono stato bravo a trovare gli agganci giusti».
    Nonostante tutte le telefonate che faceva al coordinatore del Pdl, Denis Verdini?
    «Ne ho fatte a milioni, se è per questo: andate pure a sentire. Sono sempre arrabbiato con Verdini. Gli dico: “Siete un governo che fa schifo!”. Non faccio che ripetergli che da un toscano come lui mi sarei aspettato un atteggiamento diverso. Quando c’era Prodi stavo molto meglio».
    Dunque: lei chiedeva a Verdini, attraverso l’intercessione del ministro Matteoli, di riottenere l’appalto della scuola dei marescialli?
    «Assolutamente no! Questa è la cose che mi fa imbestialire di più. Io non ho mai chiesto di riottenere l’appalto. Avevo vinto il lodo arbitrale da 24 milioni, ma l’avevo ceduto a Unicredit. Non ero nelle condizioni di riprendere il lavoro. Era il Ministero delle Infrastrutture che doveva trovare un modo per cercare di ridurre il danno erariale. In sintesi: togliendomi ingiustamente l’appalto erano stati costretti a risarcirmi. A quel punto mi chiedevano di trattare».
    Ed eccoci al ministro Matteoli. Può raccontare il vostro incontro a Roma?
    «Ci siamo visti più di una volta. Ma Matteoli non ha fatto nulla per il suo Paese. C’è una truffa in corso che viene continuamente nascosta. Questa è la domanda cruciale: perché lo stesso identico appalto è stato tolto alla Btp e assegnato alla Astaldi per 70 milioni di euro in più?».
    Perché?
    «Il cuore del problema è la nuova normativa del 2006. Prima le gare si aggiudicavano al maggior ribasso. Oggi c’è un sistema di attribuzione di punteggi per cui diventano decisive le commissioni. Ecco perché può tornare utile pagare la casa di un politico».
    Seconda l’accusa lei ha pagato l’avvocato romano Cerruti per recuperare i soldi del lodo. E parte dei 250 mila euro della parcella sarebbero in realtà una tangente per la cricca. Cosa risponde?
    «Niente di più falso. Cerruti mi era stato indicato come un professionista in grado di convincere l’avvocatura dello Stato. Una cosa legittima. Ma appena mi sono accorto che percorreva le stesse strade del nostro avvocato storico, ho chiuso il rapporto».
    Non sono troppi 250 mila euro?
    «La parcella del nostro avvocato storico, per lo stesso incarico, è ben più elevata».
    I suoi rapporti con il faccendiere Piscicelli?
    «Speravo che potesse esserci utile a Roma. Ma si è rivelato un grande bluff. Un uomo disperato pieno di debiti. Mi ha chiesto soldi, non gli ho dato un euro».
    Sulla Btp grava anche l’ipotesi dell’aggravante delle finalità mafiose. Cosa risponde?
    «Questa è la cosa più vergognosa. Piscicelli mi chiede di partecipare con noi a una gara. Si presenta con il consorzio Novus. Lo Stato non solo non ha controllato, ma a quel consorzio aveva già affidato diversi appalti. Allora chi è il mafioso?».

  8. #328
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", VENERDÌ, 14 MAGGIO 2010
    Pagina 3 - Cronaca

    Quei 65 appalti in 6 anni: così l´imprenditore creò la sua ragnatela
    Dalle tapparelle alle caserme: tutti gli affari
    Semplici lavori di falegnameria, riparazioni casalinghe, perfino sottolavelli da sistemare: i suoi operai erano ovunque. E intanto il giro dell´azienda continuava a crescere
    Interventi a Palazzo Chigi e a Palazzo Grazioli. Ma nel periodo a cui si riferiscono gli appunti trovati non c´è praticamente ministero che non abbia affidato commesse alla ditta

    FRANCESCO VIVIANO
    CORRADO ZUNINO
    ROMA - L´ultimo imbarazzo di Guido Bertolaso, il pied à terre da 40 metri quadrati di via Giulia 189 allocato nel centro migliore di Roma, conduce - seguendo le nuove carte uscite dalla Procura di Perugia che mettono a fuoco 412 lavori eseguiti dal gruppo edile Anemone dal 2003 al 2008 - alla spiegazione del funzionamento del sistema Protezione civile, alle sue logiche di scambio. I lavori privati realizzati nelle case che contano, le molte falegnamerie allertate per realizzare le librerie private dei politici, facevano scaturire dopo mesi i grandi appalti pubblici per l´imprenditore di Grottaferrata. Gli iperlavori del G8 della Maddalena, la ricostruzione dell´Aquila, poi i Mondiali di nuoto e tutte le opere del "giro fiorentino" sono state evidenziate nella prima parte dell´inchiesta, quella ancora radicata nelle procure di Roma e Firenze. Ora i tre sostituti di Perugia, sequestrando le carte della contabilità di Anemone, hanno messo in fila tutti gli altri appalti, quelli ordinari, figli - secondo l´accusa - di un rapporto diretto con i ministeri retti nel tempo da Claudio Scajola e Pietro Lunardi, soprattutto con il potentissimo ufficio di Guido Bertolaso: la Protezione civile.
    Si scopre, allora, come nelle otto pagine di "ricostruzione appalti" i lavori elargiti a Claudio Rinaldi, commissario di "Roma 2009", in via Appia, via Aosta e via Nazionale a Roma si trasformeranno nell´ottenimento - da parte di Anemone - della ricostruzione della scuola di San Giuliano di Puglia, a Campobasso, quella che soffocò con il terremoto del Molise ventisette bambini e un insegnante. Rinaldi, infatti, fu nominato da Bertolaso capo della missione.

    Un monopolio di appalti pubblici

    E´ impressionante scoprire la profondità della ramificazione pubblica di Diego Anemone e della sua famiglia, capaci di ottenere 65 appalti importanti in sei stagioni. Le sue aziende hanno costruito il carcere di Sassari (58 milioni di euro) e realizzato cinque interventi nel "minorile" romano di Casal del Marmo. Era forte su quel terreno, con quei ministeri (Interno, Difesa), l´imprenditore Anemone. E infatti, grazie al "certificato Nos" per i lavori con le "istituzioni sensibili", ha ottenuto dodici appalti per otto caserme della guardia di finanza, corpo nel quale aveva generali e marescialli amici che lo informavano delle inchieste sul suo conto. Si scoprono due appalti con i carabinieri (la caserma di Tor di Quinto, sempre a Roma) e quattro con il Viminale. Importante è il cantiere di via Zama, sede dei servizi segreti.
    Seguendo il libro mastro della contabilità di Anemone si torna dal generale (gli appalti pubblici) al particolare (i lavori nelle case dei vertici della polizia e dei servizi). Nella lista si possono avvistare gli interventi nella casa di via Civinini interno 6 intestata all´ex capo della polizia Gianni De Gennaro (qui appuntato come "capo Ps", ma in realtà vi risiede il figlio) e quelli nella stessa strada romana - presumibilmente lo stesso palazzo - che ospita l´appartamento di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia. Lo staff di Manganelli fa sapere che quella dimora è stato presa in affitto, ma non ancora occupata. De Gennaro, invece, conferma di aver conosciuto l´imprenditore Anemone e che la sua famiglia lo ha regolarmente pagato per la ristrutturazione. Negli appunti edili, ancora, c´è il nome dell´attuale capo dei servizi segreti, Nicola Cavaliere: lui assicura di non aver mai incontrato Anemone. E´ possibile che i lavori nella casa di Cavaliere siano stati realizzati quando l´appartamento era occupato da Claudio Scajola, ministro dell´Interno dal 2001 al 2002.

    I LAVORI NEI PALAZZI DEI POTERI

    Il livello dei rapporti del costruttore del Salaria Sport Village gli ha consentito di entrare direttamente nei palazzi di Silvio Berlusconi. La lista di Anemone racconta, infatti, di quattro interventi a Palazzo Chigi: la consegna di un letto, poi di una cucina, alcuni mobiletti e la generica manutenzione. Appuntava tutto, il costruttore. Una seconda nota parla di "Palazzo Grazioli" (la residenza privata romana del premier), senza ulteriori specifiche. Quindi, si legge di un intervento in un ufficio della presidenza del Consiglio ricavato in via XX Settembre, dell´impianto di condizionamento della sala stampa di Palazzo Chigi e della "sede di Forza Italia".
    Tre appalti il costruttore di Grottaferrata li ha ottenuti con il dicastero delle Finanze, uno con le Attività produttive, uno con il ministero dell´Istruzione. Uno, ancora, è stato segnato come "ministero delle Scienze". A Porta Pia le manovalanze di Anemone si sono occupate del nuovo ufficio di AB (presumibilmente Angelo Balducci, il presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici oggi in carcere) e in via Monzanbano dell´ufficio dell´ingegner Rinaldi. Ma i "servigi" dell´imprenditore ai potenti hanno garantito altri appalti pubblici romani: il Policlinico Umberto I (due interventi), l´ospedale Spallanzani, la Facoltà di Architettura di Valle Giulia e a Latina la Casa dello studente universitario. Nello sport, oltre al Centrale del tennis, ecco gli interventi sui centri Coni di Madonna di Campiglio e Schio. Poi lavori su sette chiese, a dimostrazione di un asse di ferro con il Vaticano. E quelli in emergenza (60 milioni) per la frana di Cavallerizzo, provincia di Cosenza. Dove Bertolaso era, al solito, commissario straordinario.

  9. #329
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", VENERDÌ, 14 MAGGIO 2010
    Pagina 30 - Cronaca

    Bonus, contributi, sussidi: ecco i 101 modi per ottenere soldi pubblici
    Dai fondi per i bebè ai quelli per la manna. È una Babele

    EMANUELE LAURIA
    Gli appassionati del tartufo, alla fine, sono rimasti scornati. A poco è servito il doppio tentativo del senatore piemontese Lucio Malan di concedere sgravi fiscali: norma bocciata sia in Finanziaria sia nel decreto "milleproroghe". È andata meglio ai produttori di prosciutto, premiati dal Parlamento con un nuovo fondo da dieci milioni di euro. E così, nella primavera di una travagliata fase economica, anche chi lavora "derrate agricole a stagionatura prolungata" si è iscritto al club del contributo pubblico.

    Insieme ai proprietari di montoni riproduttori, agli organizzatori di circhi e spettacoli viaggianti e a chi coltiva il ruscus, meglio noto come pungitopo. Insieme a chi pianta un albero nel proprio giardino ma anche a chi, nel suddetto orto, si limita a sfalciare il prato. A chi impianta un vigneto ma pure a chi lo espianta.
    Abbiamo fatto un viaggio fra i soci di questo circolo immaginario, trovandone 101: sono i beneficiari di altrettanti, diversi, aiuti concessi dallo Stato e dalle Regioni, spesso e volentieri con fondi dell´Unione europea. Un percorso a zig-zag nel Paese dell´assistenza e dell´incentivo facile assegnato con funzione anti-ciclica, malgrado la carenza di risorse. Ci siamo imbattuti in figure mitologiche come l´ammansitore del cavallo della Murgia e l´alpeggiatore dell´alto Lazio: entrambi meritevoli di un sussidio. Fino a riconoscere la sagoma rassicurante dell´italiano medio - di famiglia dignitosa seppur non particolarmente agiata - che sotto l´ala protettrice di un governo liberista può nascere, crescere, invecchiare a carico dell´ente pubblico. Il primo sostegno lo riceve dallo Stato, sotto forma di bonus bebè (un prestito sino a 5 mila euro), poi ha diritto a chiedere nella maggior parte delle Regioni un buono scuola che arriva sino a 1.500 euro l´anno, godere - se meritevole - di borse di studio universitarie (media 2 mila euro) e, terminata la vita lavorativa, ottenere a 65 anni una social card da 480 euro o in alcune zone d´Italia un buono socio-assistenziale da 443 euro. E gli spetta, se ha un reddito inferiore a 15 mila euro e una moglie che non lavora, la vacanza "agevolata": grazie a un buono da 785 euro da spendere in lidi o stazioni montane. Sono le regole del welfare, si dirà. Ma quale parte, dell´enorme mole di risorse previste per sussidi, aiuti, contributi non si incanala nei mille rivoli dello spreco? E, soprattutto dove sono, visti gli asfittici bilanci, i soldi necessari a concedere queste agevolazioni?

    SE LO STATO NON HA PIÙ SOLDI
    Domanda legittima, questa, rileggendo la storia degli ultimi incentivi assegnati dal governo. Sconti sull´acquisto di lavastoviglie, forni elettrici, cucine, motocicli, collegamenti a Internet e motori marini fuoribordo. Poi, quando il decreto legge è stato convertito dalle Camere, ecco pure i soldi per gli acquirenti di battelli solari e per i produttori di bottoni. Trecento milioni a disposizione a partire dal 15 aprile scorso, con l´immediata avvertenza dei rappresentanti dei consumatori: "Questi incentivi sono una goccia nel mare, i fondi finiranno entro un mese", aveva detto Paolo Landi, presidente dell´Adiconsum. Esagerava: in ottimismo. A fine aprile erano già esauriti i fondi per incoraggiare l´acquisto dei ciclomotori. Non è andata meglio, l´anno scorso, per le biciclette: la prima tranche di contributi è volata via in tre settimane, la seconda è stata bruciata addirittura in 4 giorni. Agevolazioni utili a far rifiatare l´economia? Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha definito "parziale" l´intervento statale, sottolineando che settori-chiave quale l´arredamento sono stati esclusi dagli incentivi. "Adesso tocca anche allo Stato stringere la cinghia", il grido di battaglia della leader degli industriali. Musica per le orecchie del "rigorista" Tremonti, omaggiato dall´Economist per aver impedito il "solito mercanteggiamento" durante il dibattito sulla Finanziaria. Eppure è sempre in azione, la macchina del contributo: basta dare una rapida occhiata alla tabella F della legge, quella che elenca gli "importi da iscrivere in bilancio in relazione alle autorizzazioni di spesa recate da leggi pluriennali": e lì, accanto ai fondi accantonati "per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale", ci sono le ultime spesucce (4 milioni) per i mondiali di nuoto di Roma dell´anno scorso e gli oltre sette milioni da distribuire alle imprese italiane che vogliono realizzare alloggi popolari in Libia: una misura contenuta nel trattato di "amicizia" siglato con Gheddafi nel 2008. Ma è nelle regioni che le maglie della finanza pubblica si allargano. Ed è lì che, a dispetto dei patti di stabilità, trionfa contributo selvaggio. Ma dove sono le centrali dello spreco?

    DALLA SICILIA AL FRIULI
    Non è solo una questione meridionale. I 101 modi per chiedere i soldi all´ente pubblico costringono a spostamenti repentini da Sud a Nord, da Palermo a Udine. In Sicilia, per dire, puoi chiedere un premio annuo (con fondi europei) se allevi un animale in via d´estinzione: un asino pantesco vale 500 euro, una capra girgentana 200. O puoi salire sulla rutilante giostra dei finanziamenti allo sport: fondi sempre più ridotti, che suscitano le lamentele del Coni, ma meccanismi di erogazione che premiano chi gioca in serie A, anche in campionati sconosciuti, o chi propaganda prodotti tipici: capita così che il ricco Palermo Calcio di Zamparini incassi un contributo non proprio irrinunciabile da 123 mila euro e che ad essere bagnati dai soldi pubblici risultino 46 club di pallatamburello, 20 di pallapugno e sette associazioni che praticano la lippa e il tiro alla fune. Evviva. In Puglia si ritrova l´asino protetto, stavolta quello di Martina Franca, ma merita rispetto anche il cavallo della Murgia: le azioni per tutelare i due animali costano 205 mila euro, che se ne vanno anche per organizzare corsi di "ammaestratore" e "ammansitore". Vanno a pedali, e non a trazione animale, i risciò finanziati dall´amministrazione Vendola per accompagnare gli sposi all´altare, all´interno di uno dei 422 progetti giovanili che hanno contribuito al successo del governatore pugliese. Naturalmente, c´è già un nuovo bando. "Ritorno al futuro", sempre in Puglia, garantisce la frequenza di un master post-universitario all´estero con contributi, per singolo studente, da 25 mila euro. Qualche ente di formazione ne ha approfittato, e pur di incamerare quattrini ha organizzato in Polonia e in Spagna corsi tenuti da professori baresi in italiano. È scattata un´inchiesta. In Molise, la Regione sostiene generosamente il ritorno in patria degli emigrati: pagando, con contributi sino a 2000 euro a testa, il viaggio per interi nuclei familiari, ma anche il trasporto delle masserizie e il rimpatrio delle salme. Non solo le Regioni, ma anche parchi e comunità montane sono una fonte cui attinge chi cerca aiuti finanziari. Risalendo la Penisola, il cacciatore di contributi può far tappa nel parco dei Monti simbruini, in provincia di Roma, che garantisce 500 euro l´anno ai pastori e agli allevatori che conducono il bestiame all´"alpeggio". O nella comunità montana della Valle di Scalve, nel Bergamasco, che offre - con risorse regionali e strutturali -somme a fondo perduto a chi falcia i prati e si impegna a tenerli in ordine, a chi pulisce i boschi da masse di legna o sistema le mulattiere. E a chi, ancora, ristruttura le malghe. Non è l´unico ente a concedere contributi del genere, sopra la linea gotica. Il viaggio si avvia a conclusione proprio sulle Alpi, nella Val d´Aosta che, per difendere le sue aree sciistiche, copre fino all´ottanta per cento del prezzo di acquisto di motoslitte usate. E ha l´ultima tappa in Alto Adige, dove Provincia autonoma e Comuni erogano fondi per installare segnali sui sentieri di montagna. E dove la magistratura ha aperto un´inchiesta dopo aver scoperto che tre quarti dei cartelli installati da un´associazione turistica - che ha ricevuto contributi europei - contiene indicazioni in una sola lingua: il tedesco. Una giungla di vantaggi economici, fiscali, contributivi dove si annidano paradossi e inefficienze. Quali?

    L´ITALIA DEI DOPPIONI
    L´ultima relazione del ministero dello Sviluppo economico sul sistema degli incentivi alle imprese è dell´estate del 2009: 97 pagine di un documento analitico, nel quale è scritto come sono stati spesi, nell´anno precedente, i 12 miliardi di euro concessi alle aziende dei settori più svariati. E già nelle prime valutazioni, i tecnici del ministero denunciano "l´elemento di maggiore criticità: la numerosità degli interventi": nel Paese, fra il 2003 e il 2008, sono stati censiti 1.307 interventi agevolativi diversi, 91 nazionali e 1.216 regionali. Misure figlie di un ampio ventaglio di leggi, molte delle quali oggi inattive o sterilizzate dalla mancanza di fondi: oltre a capisaldi come credito d´imposta e 488, sono elencate norme per la valorizzazione degli stilisti o per la demolizione di navi obsolete, all´interno di un ginepraio che, scrivono gli autori della relazione, evidenzia "fenomeni di sovrapposizione e duplicazione degli strumenti di agevolazione, una polverizzazione di interventi che si traduce in diseconomie nell´utilizzo delle risorse finanziarie". Anche il settore della solidarietà non fa eccezione: se è vero che a Palermo, negli uffici della Regione, da anni è in corso uno strisciante tira e molla con lo Stato per la gestione (e l´onere finanziario) di borse di studio, assegni scolastici, contributi a chi ha subito estorsioni e richieste usuraie, speciali elargizioni ai parenti delle vittime della mafia: misure presenti sia nella legge regionale che in quella nazionale. E non mancano le contraddizioni: come i buoni scuola teoricamente riservati ai meno abbienti che in Lombardia finiscono nelle tasche di 4 mila famiglie con reddito fra i 100 e i 200 mila euro annui, alcune delle quali residenti nelle zone più ricche di Milano, da piazza San Babila alla Galleria Vittorio Emanuele. O come, in agricoltura, i contributi per l´impianto ma anche per l´espianto dei vigneti: questi ultimi concessi da diversi regioni dopo che l´Unione Europea - visto il calo nei consumi del vino - ha stabilito che bisogna ridurre la superficie coltivata a vite: e per questo scopo ha messo a disposizione oltre un miliardo di euro in tre anni, fino al 2011. Con finanziamenti che vanno dai 1.740 ai 14.760 euro ad ettaro. I rubinetti della spesa, insomma, non si chiudono. Anche se le politiche di sostegno cambiano con l´evolversi della società. Come?

    ISLAM E TRADIZIONI COSTOSE
    Un paese multietnico e in viaggio verso il federalismo favorisce l´integrazione con gli immigrati islamici ma, insieme, la difesa delle tradizioni locali. Con nuove agevolazioni pubbliche. Una di queste è l´inserimento fra le prestazioni del servizio sanitario nazionale della pratica della circoncisione, misura attuata in forma sperimentale - fra le proteste della Lega e l´obiezione di coscienza di diversi medici - negli ospedali di tre regioni del Nord: Liguria, Piemonte e Friuli. Intanto, in attesa dei decreti attuativi sul federalismo fiscale le regioni "autonome" raddoppiano gli sforzi per tutelare la propria specificità. Il Friuli Venezia Giulia del tenace sogno bilingue ha anticipato i tempi: e già nel 2000 stanziò quattro miliardi, poi diventati 5 milioni di euro, per chi volesse studiare i celti o si ispirasse a loro per progetti culturali. Nella regione del Nord-est, in virtù di leggi nazionali e regionali, è possibile tutt´oggi usufruire di finanziamenti per la diffusione del marilenghe, la lingua locale, che pesano sul bilancio per quattro milioni di euro l´anno. C´è chi ha ottenuto una fetta di questi finanziamenti per tradurre Brecht o per realizzare il T9 per cellulari in friulano. Anche la Sardegna difende a suon di quattrini la propria lingua. E ogni anno elargisce contributi per la produzione di notiziari radio e di programmi televisivi in sardo. L´ultimo bando della Regione porterà sugli schermi i format "Die pro die" e "Mannigos de attualidade". E nelle casse delle due emittenti vincitrici 75 mila euro.

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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 15 Maggio 2010, pag. 6

    Il faro di Perugia su mille conti bancari

    L’inchiesta resta in Umbria. E i pm acquisiscono la lista di Anemone.



    FRANCESCO GRIGNETTI
    INVIATO A PERUGIA

    La decisione a questo punto è presa: l’inchiesta sullo scandalo dei Grandi Appalti resta a Perugia, la competenza dei pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi non si discute. Il tribunale perugino farà sapere nei prossimi giorni le motivazioni che sottostanno a questadecisione, ma un dato è immediatamente comprensibile: i giudici condividono l’impostazione della procura che ha acquisito la lista di Anemone; la «cricca» di Balducci & soci era una associazione a delinquere, ben ramificata, un pericolo immanente per la Pubblica amministrazione, con addentellati in ogni ingranaggio dello Stato, magistratura compresa, e quindi non avrebbe senso spezzettare l’inchiesta. La presenza di Achille Toro, l’ex procuratore aggiunto di Roma tra gli indagati, poi, rende necessario che l’inchiesta si faccia lontano dalla capitale.
    Incassato questo fondamentale risultato, i pm perugini (e di rincalzo quelli fiorentini, che procedono in perfetta armonia con i colleghi) si preparano alla seconda fase dell’indagine. Primo atto annunciato, la convocazione in tempi brevissimi dell’ex ministro Scajola. Nonostante le polemiche, Scajola non verrà formalmente indagato. Resta una «persona informata sui fatti» e perciò verrà convocato come semplice testimone. Se poi l’uomo politico si rifiuterà di presentarsi all’appuntamento con i magistrati (e ciò è scontato visto che appena due giorni fa dichiarava che mancano le «garanzie» in quel di Perugia), la procura inoltrerà in Parlamento una richiesta formale di convocazione coatta, con accompagnamento da parte della polizia, per le necessarie autorizzazioni. E lì, alle Camere, se ne vedranno delle belle perché la difesa di Scajola da giorni annuncia battaglia.
    Secondo atto, una serie di interrogatori che da tempo sono in agenda. Verrà risentito ad esempio il generale della Finanza, prestato negli anni scorsi ai servizi segreti, Francesco Pittorru, acquirente di due degli appartamenti pagati in parte con gli assegni circolari di Zampolini. Anche lui non è indagato, ma semplice testimone. Però, considerato che non si trova alcun riscontro alla sua dichiarazione di avere ricevuto un prestito da Anemone, è facile immaginare che quanto prima finirà sul registro degli indagati per corruzione.
    Ma è dai certosini riscontri affidati ai carabinieri e alla Finanza che i pm perugini si attendono le vere novità. Nelle verifiche della Banca d’Italia si nasconde la vera bomba a orologeria di questa inchiesta. Sono ben 1.143 i rapporti bancari all’esame, di cui 263 conti correnti, intrattenuti da Balducci, Anemone, dai loro rispettivi familiari, dagli intermediari e dalle società a loro riferibili. Nel frattempo si scava nei computer sequestrati al commercialista Stefano Gazzani, dove si pensa che siano stati nascosti file molto compromettenti per la «cricca». E’ lì, tra i documenti del commercialista di Grottaferrata che sovrintendeva a un vorticoso traffico di soldi, di conti correnti, di assegni circolari intestati a prestanome, e anche di conti aperti in banche estere, che gli investigatori ritengono che verrà fuori il prossimo colpo di scena. La «seconda lista» dei Vip che hanno appoggiato la scalata agli appalti di Diego Anemone, che alcuni investigatori danno per certa, se già non è nelle loro mani, probabilmente sta per saltare fuori.
    I pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi sono quindi in attesa delle rogatorie disposte su diversi conti esteri ritenuti riconducibili a personaggi coinvolti nell’inchiesta; in particolare a San Marino e in Lussemburgo ma anche in Svizzera e altrove. Difficile che darà collaborazione giudiziaria il Vaticano, invece, dove pure, presso lo Ior, c’è di sicuro un conto di Angelo Balducci, il quale, nella sua veste di Gentiluomo di Sua Santità e consultore del dicastero vaticano di Propaganda Fidei, aveva la veste di aprire un conto oltre il Portone di Bronzo.
    In tale fervore annunciato, rischia di passare in secondo piano un aspetto non secondario. Nella sua decisione di radicare definitivamente questa inchiesta a Perugia, il tribunale del riesame «non ha disposto l’applicazione della custodia in carcere» nei confronti degli indagati Gazzani e Claudio Rinaldi perché «in difetto di esigenze cautelari». I due restano indagati a piede libero perché ormai questo arresto sarebbe giunto fuori tempo massimo e perciò si coglie la gran soddisfazione degli avvocati difensori Titta Madia e Valter Biscotti. Sempre con lo stesso documento, il tribunale certifica la «collaborazione» dell’architetto Angelo Zampolini, dato che registra la rinuncia dei pubblici ministeri a insistere per la detenzione.

 

 
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