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  1. #341
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    E per gli eletti serve l'anagrafe (patrimoniale)

    • da Il Sole 24Ore del 18 maggio 2010

    -->

    di Guido Gentili

    Puntuale, la pagina degli scandali riapre quella del taglio dei costi della politica. E oggi come ieri riparte il treno delle proposte. Riemerge così - su input del ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta - il censimento, propedeutico al "taglio", delle auto blu, ministeriali e non. A sua volta, il collega Roberto Calderoli, titolare del dicastero per la Semplificazione, propone il taglio del 5% agli stipendi di ministri e parlamentari. Non solo: verrebbero messi a dieta, come dice Calderoli, anche gli "altipapaveri" del settore pubblico, manager e alti dirigenti.
    È di nuovo tempo di lotta agli sprechi e di regole più severe per arginare i fenomeni corruttivi e di generale malcostume politico. Fioccano le idee e volano parole grosse. Poco importa il fatto che in termini quantitativi i risparmi siano, nel complesso, praticamente ininfluenti. Poco importa che le contraddizioni siano evidenti. Due per tutte. Dov’è finito il taglio delle province promesso nel 2008 da Pdl e Lega? E non ricorda l’opposizione la battaglia referendaria del 2006 contro la riforma indicata dal centro-destra che proponeva tra l’altro il dimezzamento dei parlamentari?
    Poco importa, infine, che a suggello esemplare dell’eterna transizione incompiuta dell’Italia, torni alla ribalta la questione dell’auto blu. Di cui nel 2010 non si conosce ancora neanche il numero.
    Da più parti si dice: serve comunque un segnale, ora che si prospetta una manovra di politica economica severa. Bene, se serve un segnale vero nel paese dove un ministro dichiara di non sapere se qualcuno gli ha pagato in nero una bella fetta del costo di un appartamento, allora perché non si procede subito per istituire l’anagrafe pubblica degli eletti e degli amministratori?
    Ci riferiamo alla proposta avanzata già da alcuni anni dai Radicali italiani, di cui abbiamo parlato qui nel 2008. È una riforma a costo zero, che qua e là si è fatta faticosamente strada a livello locale con delibere comunali, regionali e provinciali, ma che non viene percepita a livello nazionale. Un errore, nella ricorrente stagione in cui il tema della moralizzazione della politica si riaffaccia prepotente sulla scena nel consueto vorticare d’intercettazioni, elenchi di appalti e sub-appalti, rivelazioni e parziali ammissioni.
    E la trasparenza, prima di arrivare alle indagini della magistratura, l’arma migliore per cominciare a disboscare il fitto intreccio della politica degli affari e degli scambi di favore occulti. L’anagrafe patrimoniale consentirebbe fra l’altro di conoscere, per ciascun eletto o nominato pubblico, la dichiarazione dei redditi e degli interessi finanziari, la dichiarazione dei finanziamenti ricevuti, dei doni, dei benefici, il registro delle spese (comprensive di quelle dello staff). Certo, nessuno si può illudere che questi dati bastino a troncare la corruzione e il peculato, ma il fatto che questi possano essere conosciuti facilmente dai cittadini-elettori contribuirebbe a rendere meno agevoli le pratiche collusive, divenute ormai abituali, della classe politica nazionale e locale e dell’alta dirigenza di stato.
    In attesa di sapere quante siano le mitologiche auto blu di cui godono alti e piccoli papaveri, qualche arido dato catastale potrebbe per esempio venire utile alla causa della buona e corretta amministrazione.

  2. #342
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 18 Maggio 2010, pag. 11

    Il giallo della lista mostrata a Toro

    Retroscena
    Nuovi sospetti sul magistrato

    FRANCESCO GRIGNETTI
    INVIATO A PERUGIA

    C’ è un gran giallo attorno alla lista Anemone, il famoso elenco di illustri beneficiati dall’imprenditore collegato alla «cricca». Davvero la lista, sequestrata nell’ottobre 2008, è stata tenuta per quasi diciotto mesi in un cassetto della Finanza? O non è stata forse mostrata a Achille Toro, che fino al febbraio scorso era il procuratore aggiunto a Roma e sovrintendeva all’inchiesta sui Mondiali di Nuoto? Di sicuro, la lista non è mai stata mostrata ai pm Sergio Colaiocco e Delia Cardia che erano i titolari dell’indagine e avevano ordinato la perquisizione negli uffici di Anemone. Fa fede la dichiarazione ufficiale del procuratore capo Giovanni Ferrara, diramata qualche giorno fa: «Si precisa - scriveva Ferrara - che la cosiddetta lista Anemone, relativa ai soggetti che hanno usufruito di prestazioni da parte delle imprese riferibili all’imprenditore, non è mai stata trasmessa, comunicata o comunque portata a conoscenza dalla Procura della Repubblica di Roma». Ma siccome i sussurri della Guardia di Finanza dicono che invece il dottor Toro ebbe modo di vedere la lista - e quindi implicitamente lo si accusa di avere sabotato le indagini - ecco che i pm di Perugia, Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, hanno convocato per oggi alcuni ufficiali delle Fiamme Gialle per venire a capo di questo mistero. E poi toccherà all’architetto Angelo Zampolini.
    Achille Toro, dunque. Non s’è mai smesso di indagare sul conto dell’ex magistrato e di suo figlio Camillo. Sono accusati di associazione a delinquere e rivelazione di segreto istruttorio, ma un nuovo filone d’inchiesta si sta aprendo: Antonio Di Pietro, infatti, nel corso della testimonianza resa ieri davanti ai magistrati fiorentini e perugini riuniti, ha rimarcato una connessione che a lui, ex ministro dei Lavori pubblici ed ex pm, è saltata agli occhi. «Perché non indagate - ha detto in buona sostanza il leader Idv - sul ruolo di Toro come capo di gabinetto al ministero dei Trasporti nei diciotto mesi del governo Prodi?».
    La pista lanciata da Di Pietro è intrigante. Nel maggio 2006, all’insediarsi del governo Prodi, il ministero delle Infrastrutture che negli anni precedenti era stato retto da Lunardi fu diviso a metà per dare più poltrone ai partiti della coalizione di centrosinistra: i Trasporti andarono ad Alessandro Bianchi, in forza al partito di Oliviero Diliberto; i Lavori pubblici a Di Pietro medesimo. Achille Toro, che in quel momento era indagato dalla procura di Perugia per rivelazioni di segreto in merito alla vicenda dei «Furbetti del Quartierino» (di nuovo investigava Sergio Sottani: ma da quella storia Toro ne uscì candido come la neve), lasciò temporaneamente la magistratura e finì capo di gabinetto di Bianchi. Un ruolo chiave in un ministero «pesante» quanto ad appalti. Di qui l’interrogativo di Di Pietro, immediatamente recepito dai pm: non sarà che il rapporto con la «cricca» si consolida in quella fase? Nello stesso periodo, Balducci, che da Lunardi era stato nominato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, entra in rotta di collisione con Di Pietro, viene spostato, ma non ci sta e se ne va sbattendo la porta. Cade comunque in piedi, perché è pronta la nomina a capodipartimento della presidenza del Consiglio grazie ai buoni uffici di Francesco Rutelli, amicissimo dai tempi del Giubileo. E nasce così, anche formalmente, la «squadra» di via della Ferratella. Balducci rientrerà poi trionfalmente al ministero delle Infrastrutture con Altero Matteoli.
    Fin qui, Di Pietro. Ma basta scorrere le date per capire che cosa sottintende l’ex pm di Mani Pulite. Il governo di Romano Prodi cadde nel marzo 2008. Qualche mese dopo, Achille Toro era di nuovo procuratore aggiunto di Roma e visionava il lavoro dei pm Colaiocco e Cardia che indagavano - vedi l’ironia della sorte - proprio sui protettivi amici dei suoi figli Camillo e Stefano. E’ soltanto un caso, allora, se la «cricca» si danna per far avere al figlio di Toro un buon incarico al ministero nei mesi che seguono al cambio di maggioranza (e al ritorno al suo lavoro di magistrato)? E’ soltanto una coincidenza che Stefano ottenga una ricca consulenza nell’ambito dei Grandi Appalti? I sospetti che la magistratura perugina nutre su Achille Toro, insomma, diventano sempre più pesanti. Non c’è prova che abbia spifferato davvero lui i segreti di questa inchiesta. Finora i sospetti restano solo sospetti. Ma il suo onore di magistrato è appeso alle parole che diranno oggi gli ufficiali della Guardia di Finanza.

  3. #343
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MARTEDÌ, 18 MAGGIO 2010
    Pagina 11 - Cronaca

    Il caso
    E Scajola si dissocia dalla moglie: "Non condivido la sua intervista"

    ROMA - Scajola contro Scajola. L´ex ministro se la prende con l´intervista rilasciata da sua moglie Maria Teresa Verda e pubblicata ieri da "Repubblica". «In relazione all´articolo apparso oggi e riportante un´intervista asseritamene resa da mia moglie, preciso di non condividerne il contenuto». La signora Scajola aveva raccontato le ragioni per le quali suo marito non ha voluto testimoniare alla procura di Perugia nell´ambito dell´inchiesta sugli appalti del G8: «Per non creare problemi a persone più coinvolte di lui in questa vicenda: la posizione di mio marito è quella di un granello rispetto a una tempesta di sabbia».
    Ieri l´ex titolare dello Sviluppo economico ha voluto prendere le distanze dalla consorte, correggendo così la sua tesi: «Non è assolutamente conforme al vero la circostanza che io abbia deciso di non presentarmi dinanzi ai Pubblici ministeri di Perugia per non creare problemi ai veri colpevoli. Preciso - ha aggiunto Scajola - che le uniche persone titolate a rilasciare dichiarazioni in merito alla nota vicenda siamo io e il mio legale, avvocato Giorgio Perroni. Prego, pertanto, la stampa di non cercare di ottenere dichiarazioni dai miei familiari, i quali stanno vivendo un momento di comprensibile difficoltà di cui si deve avere rispetto».

  4. #344
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MARTEDÌ, 18 MAGGIO 2010
    Pagina 11 - Cronaca

    La lista Anemone insabbiata: così sparì nel porto delle nebbie
    La Finanza: fu consegnata al procuratore aggiunto

    FRANCESCO VIVIANO
    ROMA - «Adesso basta, siamo stanchi di passare per insabbiatori, qualche mela marcia nel nostro Corpo c´è ma la stragrande maggioranza di noi rispetta il giuramento fatto allo Stato. Il libro mastro di Anemone, quella lista con i 412 nomi, era stato consegnato nel 2008 in Procura a Roma». Come dire: è lì che la lista si è fermata, riposta in qualche cassetto e dimenticata. E così, dal fitto riserbo della Guardia di finanza trapela un´accusa pesante, che sarà presto verificata dai pm di Perugia e Firenze, pronti a interrogare generali ed ufficiali delle Fiamme Gialle: ad insabbiare quell´elenco che ha provocato un vero e proprio terremoto politico-giudiziario, sarebbe stata la procura di Roma. Quell´elenco sarebbe stato consegnato nel 2008 al procuratore aggiunto della capitale, Achille Toro. Il magistrato si è dimesso dall´ordine giudiziario nel febbraio scorso dopo essere stato indagato con l´accusa di essere la talpa del gruppo di cui facevano parte i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e l´imprenditore Diego Anemone.
    È a lui, secondo quanto trapela dall´interno della Guardia di finanza, che l´elenco fu consegnato. Le Fiamme Gialle lo avevano appena ritrovato tra il materiale sequestrato negli uffici di Anemone. Dentro, 412 nomi di vip che avrebbero ricevuto omaggi e favori, per ristrutturare case (anche se molti hanno dimostrato di avere pagato regolarmente) o addirittura per comprarle (vedi i 900mila euro girati da Anemone a Scajola per l´acquisto della casa con vista sul Colosseo). Solo che quell´elenco poi è sparito: i pm romani coordinati da Achille Toro, così hanno sostenuto in un recente interrogatorio a Perugia, non lo hanno mai visto.
    «Controllo operato il giorno 14 ottobre 2008 nei confronti delle imprese di Anemone Diego e del fratello Daniele» è scritto nel lungo rapporto dei Ros di Firenze che hanno indagato sui Grandi eventi, dal G8 ai Mondiali di nuoto alla Scuola dei marescialli di Firenze. Quel giorno, alle ore 10,33, annotano i carabinieri del Ros, Daniele Anemone informa il fratello Diego che si trovava alla Maddalena per seguire da vicino i lavori per il G8, che la Guardia di finanza era negli uffici romani del gruppo Anemone ed anche in quelli del commercialista Stefano Gazzani. «C´abbiamo la Guardia di Finanza in ufficio, stanno a fare un controllo sul 2006» dice preoccupato Daniele Anemone al fratello. Diego Anemone entra in agitazione, cerca e trova un aereo e fa subito ritorno a Roma. Per tentare di aggiustare la situazione chiama alcuni amici amici per intervenire in tempo sulla Guardia di finanza ed evitare il peggio: «Ci puoi fare un passaggio - dice a un collaboratore riferendosi a persone amiche all´interno della Guardia di finanza - che mo´ io prendo il primo volo e rientro immediatamente».
    Un´ora dopo Stefano Gazzani, il commercialista del gruppo, informa Diego Anemone che il maggiore della Guardia di finanza che dirige il controllo è presso il suo ufficio. Gazzani fa intendere che la Finanza sia già in possesso di documenti scottanti sull´imprenditore. Anche la segretaria di Diego Anemone conferma al suo datore di lavoro che i finanzieri hanno aperto il computer e la cassaforte dove c´erano nomi e dati particolarmente importanti. «Hanno aperto il computer di Daniele. Il computer è il computer... Daniele ha detto: c´è questo mondo e quell´altro». Diego Anemone va su tutte le furie, sa che quell´elenco è una vera e propria Santa Barbara che potrebbe esplodere coinvolgendo politici, funzionari pubblici e amici degli amici. E subito dopo telefona ad Angelo Balducci per avvertirlo del controllo delle Fiamme Gialle: «Apposta son ritornato, però è una cazzata proprio, già diciamo in corso di chiusura, prò sono rotture...». Anche Balducci è preoccupato e chiede ad Anemone se quel controllo è connesso a qualcos´altro che però non specifica.
    Il fatto che la Guardia di finanza abbia clonato il suo computer scoprendo il libro mastro dell´azienda, gela Daniele Anemone che col fratello si lascia scappare: «M´hanno aperto il computer mio... c´ho i conti... c´ho tutti i cazzi...». Si trattava proprio dell´elenco con i 412 nomi di Diego Anemone, poi finito a quanto pare nei cassetti di Achille Toro. Fino a quando, la settimana scorsa, qualcuno ha fatto tornare alla luce il documento.

  5. #345
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MARTEDÌ, 18 MAGGIO 2010
    Pagina 13 - Interni

    La settimana corta del Parlamento: sedici ore alla Camera, nove al Senato
    Crolla la produttività. Fini: "Sta diventando un problema serio"

    L´inchiesta

    CARMELO LOPAPA
    ROMA - Il fondo, a Montecitorio, si è toccato la scorsa settimana. Due sole sedute con votazioni, il martedì e il mercoledì, su un paio di ddl: un trattato internazionale e una norma di aiuti all´Africa. Giovedì mattina gli onorevoli deputati erano quasi tutti già a casa. Pigrizia dei parlamentari, forse, ma anche il governo ci mette del suo nel rallentare i lavori. Il provvedimento all´esame questa settimana alla Camera (Semplificazione dei rapporti tra burocrazia e cittadini) sembra sia stato talmente mal confezionato, come spesso accade, che cinque commissioni hanno mosso rilievi. Al Senato, per numero di provvedimenti approvati, sedute tenute e ore lavorate dall´inizio dell´anno va pure peggio.
    Ancora una volta, è il presidente della Camera Gianfranco Fini a lanciare l´allarme. Lo fa nel corso della conferenza dei capigruppo, quando per l´ennesima volta i big della maggioranza gli chiedono di inserire in agenda un provvedimento con percorso d´urgenza. La terza carica dello Stato sbotta. «La settimana cortissima è un problema serio». Parla di situazione «intollerabile», prende ad esempio quanto avvenuto la scorsa settimana, quando l´aula è rimasta quasi ferma, sostiene che non si possono chiedere accelerazioni per ddl che poi si arenano nelle commissioni, quando addirittura non sono privi di copertura finanziaria. Con sorpresa del ministro (berlusconiano) ai Rapporti col Parlamento, Elio Vito, Fini apre una cartellina e inizia a snocciolare i dati di questa debacle solo in parte imputabile al Parlamento. In particolare, ricorda che dall´inizio della legislatura ben 29 volte i disegni di legge sono stati rinviati dall´aula alle commissioni: 19 provvedimenti del governo, 4 della maggioranza, 5 delle opposizioni.
    Sul banco degli imputati finisce l´esecutivo che, complice le casse vuote, non invia alle Camere se non ddl di minima portata. Ma ci finiscono anche i parlamentari. Si parla di taglio al 5 per cento delle indennità, qualcuno si lamenta («Solo propaganda alla Beppe Grillo» protesta Francesco Nucara, repubblicano del Pdl). Sta di fatto che, a prescindere dalle responsabilità, in Parlamento ormai si lavora davvero poco. In 19 settimane, ovvero dall´inizio dell´anno, a Montecitorio le ore d´aula sono state poco meno di 305, ovvero 16 per ogni settimana lavorativa. Che poi va dal lunedì pomeriggio (pochissimi sugli scranni) al giovedì. Le sedute sono state 60, ma è fallito il tentativo del presidente Fini di prolungare i lavori al venerdì. L´attività è quasi del tutto assorbita dai provvedimenti del governo. Su 40 approvati nel 2010, sono 23 i ddl governativi, 10 decreti e solo sette disegni di legge di iniziativa parlamentare.
    Al Senato va anche peggio. Settimana «cortissima» ancor più a Palazzo Madama, dove non si è mai tenuta una seduta il lunedì o il venerdì. In un paio di occasioni il presidente Renato Schifani ha provato a richiamare i colleghi in altrettante conferenze dei capigruppo, ma tutto si è chiuso lì. E dire che per la Camera alta i numeri raccontano come dal primo gennaio si sono tenute sì 70 sedute, ma solo perché lì ne vengono calcolate due se quella mattutina si prolunga al pomeriggio. Tant´è vero che le ore lavorate risultano essere 179, in queste prime 19 settimane. Media invidiabile per qualsiasi lavoratore: 9 ore a settimana. E i progetti di legge approvati nel 2010 sono stati infatti 19, quindici di iniziativa governativa, ovvio, appena quattro parlamentare.
    La pigrizia parlamentare, va da sé, non è una scoperta di questa legislatura e di questa maggioranza. Ma è anche vero che la situazione, dal 2008 ad oggi, è progressivamente peggiorata. Il ministro Vito, che a fine conferenza dei capigruppo ha preferito non commentare la sferzata di Fini, nel corso della riunione si è limitato a suggerire che le richieste di rinvio dei ddl in commissione vengano comunicate per tempo, in modo da consentire all´aula di proseguire il lavoro su altri provvedimenti. L´opposizione protesta, ma i numeri la costringono all´angolo. «Ormai discutiamo per due giorni di provvedimenti che possono essere esaminati in mezza giornata, giusto per dare un´apparenza di attività - racconta il vicecapogruppo Pd Gianclaudio Bressa - Decine di nostri ddl mai approdati in aula e una totale incapacità del governo di curare provvedimenti che non siano quelli che interessano personalmente il premier».

  6. #346
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    L’autista di Anemone accusa Zampolini: venti versamenti sospetti - Corriere della Sera

    L’inchiesta - Interrogato l’architetto. Nuove carte sequestrate dai Ros
    L’autista di Anemone accusa Zampolini: venti versamenti sospetti
    I contanti per le case a politici e funzionari



    ROMA — Sono almeno venti le consegne di denaro contante che l’autista tunisino Hidri Fathi ha raccontato di aver effettuato per conto di Diego Anemone. Destinatario, l’architetto Angelo Zampolini che ieri è stato ascoltato per oltre tre ore dai magistrati di Perugia. I soldi venivano depositati sul suo conto e poi "girati" per l’acquisto di appartamenti da destinare a politici e funzionari, proprio come è avvenuto per l’ex ministro Claudio Scajola, per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, per il capomissione delle Infrastrutture Ercole Incalza, collaboratore del ministro Altero Matteoli. E adesso bisognerà verificare chi siano gli altri beneficiari di questi regali milionari. Ma soprattutto capire qual era la contropartita dell’imprenditore. Per questo i carabinieri del Ros sono tornati nella sede del Provveditorato ai Lavori Pubblici e negli uffici della Ferratella— lì dove venivano gestiti i Grandi Eventi — per sequestrare nuovi documenti sugli appalti affidati al Gruppo Anemone. L’obiettivo appare evidente: collegare le dazioni alle «commesse» ottenute dal costruttore.

    In «confidenza» con Scajola
    Dura poco meno di tre ore l’interrogatorio di Zampolini davanti ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. Gli viene mostrata l’ormai famosa lista sequestrata in uno dei computer dell’imprenditore che elenca i lavori effettuati dal 2003 al 2008, ma lui spiega di essersi occupato soltanto delle pratiche relative a Scajola e Pittorru. «La maggior parte degli altri so chi sono, ma non ho idea di quali fossero i loro rapporti con Anemone», chiarisce. E lo stesso afferma quando gli chiedono di Fabiana Santini, l’ex collaboratrice del ministro ora diventata assessore allo Sport e alle politiche giovanili nella giunta del Lazio guidata da Renata Polverini.

    «Posso dirvi— aggiunge— che i rapporti tra Scajola, Balducci e Anemone erano molto confidenziali e io accettai di effettuare queste operazioni bancarie proprio per fare un favore a Balducci e così ottenere incarichi». Ammette di aver svolto una ristrutturazione all’interno del Senato e poi, quando gli viene chiesto di chiarire alcune movimentazioni di soldi con deposito di contanti e prelevamento di assegni, dichiara: «Quanto vi ho già detto è tutto quello che ricordo, ma visto che voi state effettuando controlli sui miei conti, questo servirà anche a me per ricordare». Una dichiarazione concordata con il suo avvocato Grazia Volo che sembra avere uno scopo preciso: avviare una mediazione con i pubblici ministeri. Finora Zampolini ha fornito dettagli su quanto era già stato accertato dalla Guardia di Finanza. Elementi preziosi per formulare accuse nei confronti dei beneficiari dei regali di Anemone, ma ora si deve andare avanti. E sembra di capire che l’architetto, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al riciclaggio non sia disposto a continuare una piena collaborazione senza avere la certezza di poterne trarre vantaggi processuali. «Al momento - evidenzia il difensore - abbiamo messo a punto alcuni dettagli rispetto alle dichiarazioni già rese durante il precedente interrogatorio». Per questo tornerà negli uffici della procura di Perugia. E dovrà rispondere di quanto è stato raccontato dall’autista tunisino che lavorava per Balducci e per Anemone che gli aveva affidato la delega ad operare sui suoi depositi bancari.

    I contanti del tunisino
    Era stato lui a parlare di «buste consegnate a vari soggetti, tra cui ministri». Aveva elencato gli incontri con Pietro Lunardi quando era il ministro delle Infrastrutture «e io gli portavo progetti che controfirmava e venivano restituiti a Balducci, oltre a buste con assegni che in due occasioni ho consegnato a sua figlia». E il denaro contante che, su disposizione di Anemone, portava a Zampolini affinché lo depositasse presso la Deutsche Bank per prelevare gli assegni circolari da utilizzare per l’acquisto di immobili. Accadde il giorno precedente al rogito per l’appartamento di Scajola. «Ma è accaduto — ha sottolineato Hidri Fathi— almeno una ventina di volte».


    La testimonianza del tunisino viene ritenuta attendibile, perché già riscontrata, almeno in parte, con l’esame della documentazione bancaria. Adesso si sta procedendo con nuove verifiche. E questo ha portato i carabinieri del Ros a sequestrare altre carte relative agli appalti che Anemone avrebbe ottenuto versando tangenti a funzionari e politici. Documenti che riguardano il G8 a La Maddalena, le opere per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, i Mondiali di Nuoto ma anche tutti gli altri lavori che il Gruppo ha effettuato prima che scattassero gli arresti.


    Fiorenza Sarzanini
    19 maggio 2010

  7. #347
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Si all'anagrafe degli eletti

    • da Europa del 19 maggio 2010

    -->

    di Antonello Soro (deputato PD)


    E’ in corso da qualche giorno una gara, patetica e maldestra, tra i vari esponenti della maggioranza per esibire annunci di taglio alle indennità parlamentari. È il sintomo di un incontenibile disagio per la fase non proprio brillante della coalizione di centrodestra.
    Le sparate demagogiche, neppure molto originali, non possono però cancellare la responsabilità di una lunga e disinvolta sottovalutazione della crisi economica né coprire il tentativo di scaricare la manovra correttiva sulle fasce deboli della società italiana.
    Né serviranno i diversivi di Calderoli e Gasparri ad attenuare indignazione e sconforto dell’opinione pubblica per le storie di malaffare che ogni giorno arricchiscono la cronaca giudiziaria di Palazzo.
    Penso che sia ineludibile, nell’interesse prima di tutto dei molti politici onesti e poi del prestigio della nostra democrazia, dare vita all’anagrafe degli eletti proposta dai radicali. Una forma semplice e chiara per dare risposta alla domanda di moralità e trasparenza. Una premessa di serietà per decidere i contenuti di una manovra economica severa. Tuttavia, non può essere deluso lo stimolo del presidente del senato che invita la "politica" a dare il buon esempio. Una parte non secondaria del costo della politica può essere facilmente rintracciata sia nei bilanci di camera e senato sia nella spesa per il finanziamento pubblico dei partiti: argomenti abitualmente sottratti al dibattito politico. Credo che in un momento di grave crisi sia giusto, su entrambi questi due fronti, assumere decisioni informate a rigore e responsabilità.
    Penso che un esempio buono sarebbe la decisione di azzerare tutte le indennità di funzione (presidenti e uffici di presidenza delle camere, presidenti e uffici di presidenza delle commissioni, ministri e sottosegretari). La funzione in sé è già largamente gratificante e può sopportare il taglio di un emolumento aggiuntivo rispetto a quello dei parlamentari semplici.
    Ma se si vuole andare oltre il buon esempio e mettere mano alla giungla della spesa pubblica si può incominciare rimettendo in discussione l’architettura barocca e inefficiente di una pubblica amministrazione che moltiplica ogni anno i centri di spesa. È opportuno discutere (e decidere) seriamente dell’abolizione delle province e di tutta la pletora di enti inutili, assai spesso approdo finale di politici non rieletti .
    Naturalmente i parlamentari devono partecipare ai sacrifici del paese: lo abbiamo proposto un anno fa indicando la strada di un contributo di solidarietà attraverso la leva fiscale sui redditi più alti a partire da quello dei deputati.

  8. #348
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Un parlamentare su dieci non dice dove abita

    • da Libero del 19 maggio 2010

    -->

    di Mauro Suttora


    Per gentile concessione di Rcs Periodici pubblichiamo l’inchiesta dell’inviato speciale, Mauro Suttora, che uscirà oggi sul settimanale Oggi. Dopo il reportage della scorsa settimana sulle case dei ministri, Suttora ha chiesto (per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul loro alloggio a Roma. Onore agli alfieri della trasparenza, che però sono stati pochi: ha risposto meno del dieci per cento del totale. Si vede che la maggioranza dei politici non ritiene di dovere queste informazioni ai propri elettori.

    Pier Ferdinando Casini è sintetico: «Abito in una casa di proprietà di mia moglie (Azzurra Caltagirone, ndr) nel quartiere Parioli». Stringato anche Francesco Rutelli: «Vivo nell’unica casa che possiedo. E’ di mia proprietà, ereditata da mio padre, architetto, che l’ha progettata e realizzata negli anni’60». Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl, appare un po’ irritato: «Come tutti i parlamentari deposito la dichiarazione dei redditi presso il Parlamento e quindi è facilmente riscontrabile non solo il mio reddito, ma qualsiasi notizia relativa alla mia persona. Voglio comunque rispondere, a puro titolo di cortesia: non posseggo alcuna abitazione a Roma, dove vivo in una casa in affitto pagando circa 2.000 euro al mese alla proprietaria. Non ho mai avuto a disposizione case di enti di qualsiasi tipo».

    AFFITTI NON PUBBLICI
    Ci permettiamo di ricordare al senatore che i parlamentari devono dichiarare le loro proprietà, ma non il prezzo d’acquisto e i canoni d’affitto. Esaustivo invece Piero Fassino (Pd, già segretario Ds): «Abito in un appartamento nel centro di Roma, acquistato nel ‘96 in comproprietà con mia moglie. Per coprire le spese di acquisto e ristrutturazione ho contratto un mutuo che ho terminato di pagare nel dicembre scorso. Sono proprietario di un appartamento a Torino, acquistato da mio padre nel 1962 e ricevuto in eredità nel ‘66. In comproprietà con mia moglie ho acquistato nel 2004 un casale in Toscana per il quale ho contratto un mutuo. Tutti i contratti di acquisto sono stati registrati per l’intero ammontare».
    Visto l’interesse suscitato dalla nostra inchiesta della scorsa settimana sulle case dei ministri (dopo le dimissioni di Claudio Scajola per questioni immobiliari), abbiamo chiesto (per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul loro alloggio a Roma. Ha risposto meno del dieci per cento (80 parlamentari su 945).
    Si vede che la maggioranza dei politici non ritiene di dovere queste informazioni ai propri elettori. Fra gli alfieri della trasparenza, invece, oltre a Fassino si distinguono i radicali: «Affitto un bilocale da un privato per 1.200 euro in zona Campo de’ Fiori», ci ha risposto la senatrice Donatella Poretti, «ma tutte le informazioni su di noi si trovano nel sito dell’Anagrafe pubblica degli eletti: http://www.radicali.it/ape/eletti/parlamento». Così il senatore Marco Perduca, che aggiunge particolari curiosi: «Sto in trenta mq scarsi al terzo piano a Trastevere per 1.250 euro al mese. Non uso riscaldamento né acqua calda (neanche in inverno)». E il deputato Matteo Mecacci: «Affitto in zona Foro romano con la mia compagna un appartamento parzialmente arredato di 90 mq. Il canone mensile di 2.700 euro più 118 di oneri condominiali». (...)

    ZACCARIA CHEZ MONICA
    I senatori che si dichiarano proprietari di casa a Roma sono solo tre. Barbara Contini (Pdl): «Lo scorso novembre ho comprato 75 mq in zona Pinciano accendendo un mutuo 15ennale con rata mensile di 2.700 euro». Elio Lannutti (Idv): «Vivo a casa di mia moglie nel quartiere Cinecittà, acquistata nel 1982 dal padre con il 50 per cento di mutuo Italfondiario al tasso del 16 per cento e pagata 76 milioni di lire». Roberto Zaccaria (Pd, già presidente Rai): «Vivo a Roma, dove ho recentemente trasferito la mia residenza. La casa è di proprietà della mia compagna (l’attrice Monica Guerritore, ndr) ed è stata acquistata nel febbraio 2009. Su questa casa, in zona Roma Nord, ho l’usufrutto, avendo concorso all’acquisto con mutuo ventennale di 400 mila euro».
    In albergo vanno i senatori Fabrizio Di Stefano (Pdl, da Chieti, che sta all’hotel Imperiale in via Veneto) e Vanni Lenna (Pdl, da Udine): «Spendo 1.500 euro al mese». Guido Galperti (Pd, da Brescia) preferisce un residence vicino al Senato, a 1.100 euro mensili. Gli altri in affitto. Cristiano de Eccher (Pdl, da Trento): «Pago, con contratto depositato e bonifico bancario, 1.100 euro più circa cento euro di spese per un monolocale in piazza Rondanini, vicino al Senato». (...) Fra i deputati, prodigo di particolari è il romano Roberto Giachetti (Pd): «Da quando mi sono separato (2002) vivo in affitto in un appartamento di 90 mq nel quartiere Monteverde, per cui pago 1.650 euro, avendo lasciato l’abitazione ereditata da mia madre ai miei figli e alla mia ex moglie. Questo gennaio l’ho venduta, comprando per loro una casa di 120 mq.a Monteverde a 630 mila euro ed una casa per me, sempre a Monteverde, di 79 mq che ho pagato 550 mila euro con mutuo di300 mila euro». (...) Luisa Gnecchi (Pd, da Bolzano) è fra i pochi a sentirsi privilegiati: «Affitto con regolare contratto una stanza con angolo cottura e bagno. E piccola, ma molto comoda perchè vicino alla Camera. Pago molto, 1.200 euro al mese, una cifra che nessuna persona con un normale stipendio potrebbe pagare». Giorgio Jannone (Pdl, da Bergamo) si dichiara esente da tentazioni: «Pago 1.600 euro al mese per l’affitto registrato di 50 mq in piazza del Parlamento. Ricopro la carica di Presidente della Commissione Bicamerale di Controllo degli Enti Previdenziali, ossia di tutti gli enti di previdenza che possiedono solo a Roma qualche decina di migliaia di appartamenti. Non mi sono certo mancate opportunità di acquisto o di locazione ..."agevolata"! Non intendoautoelogiarmi, ma voglio evidenziare che esistono molti politici che non meritano essere accomunati a luoghi comuni che generalizzano e offendono». (...) Orgoglioso il ricchissimo avvocato Maurizio Paniz (Pdl, da Belluno): «Sono parlamentare dal 2001 . A Roma ho abitato in albergo (hotel De Petris) fino al 2003 (pagavo 270/250 euro a notte); poi ho acquistato un appartamento di 50 mq. in via del Corso, vicino a piazza del Popolo, pagandolo 635 mila euro, somma integralmente dichiarata. Non ho ricorso a mutui perchè la mia dichiarazione dei redditi, che mi vede tra quelli che denunciano cifre elevate [964 mila euro nel 2009, ndr] mi permetteva di avere l’importo a disposizione».
    Ce l’ha con le agenzie romane Marco Pugliese (Pdl, da Avellino): «Visti i costi eccessivi degli alberghi in centro (130 euro al giorno nei tre stelle) ho affittato un miniappartamento di 55 mq. Pago 2.000 euro al mese più condominio e utenze. Anche se dimoro in zona Pantheon, mi sembra un po’ eccessivo. Tra l’altro, si deve anche subire l’arroganza di agenti immobiliari e dei titolari di case». (...) Si lamenta Alessandro Montagnoli (Lega Nord, da Verona): «Sto in hotel vicini al parlamento, spesso diversi, e sinceramente la qualità non è sempre buona. Si va dai 90 a 130 euro per notte». (...)

    CAZZOLA E CASTAGNETTI
    Molti deputati che vivono a Roma da tempo hanno comprato. Enzo Carra (Udc): «Ho acquistato nel 1980 per 57 milioni di lire, in parte con mutuo ventennale dell’Istituto di previdenza giornalisti». Giuliano Cazzola (Pdl): «Lavoro da venticinque anni a Roma. La casa l’ho acquistata prima di diventare deputato due anni fa. È di 40 mq». Pierluigi Castagnetti: «Ho acquistato con mia moglie nel 2003 un minialloggio in centro per 250 mila euro, con mutuo del Banco di Napoli». Marco Causi (Pd): «Ho acquistato per 800 milioni di lire nel ‘98 un appartamento in zona Marconi/piazzale della Radio». Giuseppe Giulietti (Pd): «Ho comprato alla fine degli anni Ottanta 65 mq in zona Prati con mutuo Inpgi da tempo estinto». (...) Il milanese Antonio Palmieri (Pdl) abita invece in una casa di religiosi, nei pressi del Vaticano, dall’estate 2001. E Giuseppe Ruvolo (Udc), da Agrigento: «Vivo da dieci anni presso il Collegio del Sacro cuore di Gesù in corso Rinascimento 23, pagando 700 curo al mese per una cameretta più bagno». Anche Alessandra Siragusa (Pd), da Palermo, preferisce istituti di suore o bed and breakfast. (...) Maurizio Lupi (Pdl), da Milano, vicepresidente della Camera, divide l’affitto: «Risiedo in un appartamento condiviso di circa 80 mq in zona centro storico, la cui rata mensile di affitto è di 3.000 euro». E così Raffaella Mariani (Pd), da Lucca, e Marina Sereni (Pd): «Dividiamo un appartamento in affitto a mille euro a testa. Sono due camerette e un soggiorno più i servizi, al terzo piano senza ascensore. Siamo però vicine alla Camera, e non occorrono mezzi per raggiungerla». (...) Salendo, ecco Leoluca Orlando, Idv («Affitto un bivani di circa 35 mq in centro per 1.150 euro»), Erminio Quartiani (Pd) da Lodi («Appartamento ammobiliato di 50 mq. nel quartiere San Saba a 1.281 giuro più spese condominiali» e il pavese Carlo Nola (Pdl): «Monolocale con servizi in centro: 36 mq, 1.300 euro al mese più spese». Stesso canone di Eugenio Minasso (Pdl), da Imperia, per i suoi 45 mq vicino alla Camera. A 1.400 sta Maino Marchi (Pd), da Reggio Emilia, e a 1.500 due nomi noti: il giornalista Pdl Giancarlo Mazzuca («Monolocale con servizi di 35 mq vicino al Senato») e l’ex segretario Cisl Savino Pezzotta, Udc, che quando scende dalla sua Bergamo sta in un due stanze di zona Trevi. (...) Sandro Biasotti (Pdl), già governatore della Liguria, vive in un appartamento di 42 mq in centro per 1.700 più spese. Luigi Nicolais (Pd) paga 2.037 giuro. Andrea Sarubbi (Pd): «Affitto una casa di 135 mq in zona villa Pamphilj per 2.050 giuro al mese. Ho anche una casa di proprietà a Garbatella che do in locazione a 1.300 giuro mensili». Fabio Porta (Pd), eletto nella circoscrizione America Latina: «Vivo con la famiglia per 2.300 euro in 90 mq nel quartiere Africano». E Benedetto Della Vedova (Pdl): «In affitto da un privato a 2.500 mensili, zona Monti». Infine la romana Barbara Mannucci, 28 anni, Pdl): «Vivo con i miei genitori in una casa sulla quale c’è un mutuo 25ennale preso da mio padre. Pago una rata di 1190 euro al mese». Il mutuo, ora che può, lo paga lei. Il contrario di una «bambocciona».

    Inviato di Oggi

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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 19 MAGGIO 2010
    Pagina 10 - Cronaca

    Zampolini, la verità sugli assegni: "Volevo fare un piacere a Balducci"
    L´architetto: ho pagato io quelle case. Berlusconi: chiudiamo questa storia
    Ammessa anche l´operazione per l´appartamento di Incalza nella Capitale
    Tre ore di interrogatorio davanti ai magistrati di Perugia

    MEO PONTE

    DAL NOSTRO INVIATO

    PERUGIA - «Erano un favore per Angelo Balducci» dice con un tono pacato Angelo Zampolini - architetto e progettista ma soprattutto "ufficiale pagatore" dell´imprenditore Diego Anemone - per spiegare il vorticoso giro di assegni circolari impiegati per l´acquisto di case. Dura quasi tre ore l´interrogatorio di ieri pomeriggio di Zampolini nell´ufficio del pm perugino Sergio Sottani che con la sua collega Alessia Tavarnesi lo accusa di riciclaggio. L´architetto arriva a Perugia nel pomeriggio, accompagnato dall´avvocato Grazia Volo. Più tardi confiderà al pm Sottani che ha alle spalle una mattinata di udienze in tribunale: «Sono perseguitato dai giornalisti, li trovo ovunque, assediano la mia casa, non mi lasciano vivere…».
    Poi sino alle 20,30 risponde alle domande dei due pm. Più che confessare collabora ammettendo quello che non può negare. Eccolo quindi ricordare gli episodi già rivelati nell´interrogatorio del 23 aprile scorso ed entrare nei particolari del versamento di 285 mila euro sul suo conto nella filialre 582 della Deutsche Bank di Roma che successivamente sono trasformati in 29 assegni circolari all´ordine di Monica Urbani, proprietaria della casa in via Merulana 17, all´Esquilino che il generale della Guardia di Finanza Francesco Pittorru ha deciso di acquistare per la figlia Claudia, il successivo versamento e conseguente trasformazione in circolari di altri 520 mila euro destinati all´acquisto di un alloggio in via Poliziono 8 dove il generale Pittorru ha deciso di accasarsi con la moglie Anna Maria Zisi. E poi le operazioni del luglio 2004 quando i 900 mila euro diventano 80 assegni circolari intestati a Beatrice e Barbara Papa, le sorelle proprietarie dell´appartamento di via Fagutale che l´allora ministro per l´Attuazione del Programma ha deciso di acquistare. E quelle che si concludono con gli acquisti per le case di Angelo Balducci, presidente del Consiglio Superiore delle Opere Pubbliche presso il ministro delle Infrastrutture e di suo figlio Lorenzo. Rispetto al 23 aprile ieri Zampolini ammette un altro giro di assegni: quello che serve ad acquistare un alloggio in via Gianturco 5 a Roma destinato a Ercole Incalza, dirigente del ministero delle Infrastrutture sin dai tempi di Lunardi, già inguaiato nelle storie tangenti che ruotavano su Pacini Battaglia e Lorenzo Necci.
    La trafila era sempre la stessa, ripete Zampolini: Anemone gli faceva consegnare i soldi dal suo autista, Ben Laid Hidri Fathi, lui li depositava sul suo conto all´agenzia 582 per poi trasformarli negli assegni circolari destinati all´acquisto di immobili. Quando i pm gli chiedono il perché di quei favori Zampolini che in aprile aveva risposto di non conoscere i motivi della prodigalità di Anemone ora dice: «Erano un favore per Angelo Balducci». I magistrati non insistono, a loro preme cristalizzare le prove raccolte sinora. È chiaro però che Balducci sarebbe il tramite con i politici. Non siamo ancora alla scoperta del sistema Anemome ma è già un passo avanti.
    A Zampolini il pm Sottani mostra anche la lista trovata nel computer di Anemone, il misterioso elenco di 380 nomi scoperto dalla Finanza nel corso di un controllo fiscale di due anni, tenuto nel cassetto e consegnato recentemente alla Procura. L´architetto indica con il dito chi conosce e chi no. Tra quelli che riconosce c´è il nome di Fabiana Santini, ex segretaria particolare di Claudio Scajola e oggi assessore alla Regione Lazio. Ma sono tanti i nomi che Zampolini riconosce scorrendo quel misterioso elenco. Deve anche rispondere ad una domanda imbarazzante: nel suo curriculum spiccano anche interventi come la ristrutturazione della Biblioteca del Senato. Sottani gli chiede se li ha ottenuti tramite l´amicizia con potenti e lui risponde quasi offeso: «Li ho avuti per il mio valore professionale». Alle 20,30 l´interrogatorio è finito e l´Audi blu corre verso Roma. Le risposte di Zampolini saranno l´ossatura per il prossimo interrogatorio di Claudio Scajola che però il pm non hanno ancora fissato. Prima la Procura di Perugia vuole ascoltare il commercialista di Anemone, Stefano Gazzani. Scajola l´altro ieri è stato convocato ad Arcore da Berlusconi che gli ha manifestato solidarietà ma ha anche voluto fare il punto della vicenda.
    E intanto Berlusconi dichiara: «Bisogna chiudere al più presto questa storia».

  10. #350
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    «Facciamo l'esame alle stazioni appaltanti»

    «Facciamo l'esame alle stazioni appaltanti» - Il Sole 24 ORE


    Domenica 16 Maggio 2010
    "Dai nostri archivi"
    Regole (troppe) e falle della nuova appaltopoli
    Contro la corruzione una burocrazia rapida e trasparente
    Aggiudicazione, autotutela e responsabilità precontrattuale della pubblica amministrazione



    -->di Giorgio Santilli

    Legislazione più snella, regolazione del mercato affidata a un'Autorità che abbia più poteri di quelli attuali, qualificazione e razionalizzazione delle stazioni appaltanti, grande trasparenza con il potenziamento delle banche dati, più vigilanza e controllo ex post, pagella alle imprese per premiare quelle che hanno comportamenti virtuosi con le amministrazioni pubbliche sia in fase di gara che di realizzazione. Si potrebbe chiamare "codice Giampaolino" e mandarne una copia alla politica - governo, maggioranza e opposizione - che torna a discutere in queste ore di riforma degli appalti: sono le indicazioni che il presidente dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici dà per risolvere la crisi del settore e portarlo «a livelli fisiologici lontani dalle "incursioni" della magistratura».
    Presidente Giampaolino, c'è un fenomeno di degrado del mercato degli appalti tale da parlare di una nuova tangentopoli?
    Non mi pare si possa confrontare con la tangentopoli degli anni '90, però un fenomeno di malfunzionamento e di degrado c'è sicuramente.
    Da dove nasce? Dal quadro normativo o si tratta solo di comportamente patologici di singoli?
    Più che nelle prescrizioni normative io individuo il problema negli aspetti organizzativi. Oggi c'è una iper-regolamentazione del settore che ingessa il mercato, dà luogo a invasività della sfera giudiziaria, mette paletti insopportabili anche per la pubblica amministrazione.
    C'è una soluzione?
    La soluzione non può essere prescrittiva, di ulteriore appesantimento di queste norme, ma organizzativa. Bisogna ridare efficienza a una pubblica amministrazione completamente svuotata e incapace di assolvere ai propri compiti. Una volta l'amministrazione era dominus del progetto, aveva funzionari preparati soprattutto nel ramo tecnico. Qui ci sono Asl che fanno interi ospedali e Università che fanno Policlinici senza avere la capacità tecnica. È in questa carenza organizzativa che si annidano tante anomalie e tante debolezze del sistema.
    Come si può riconquistare questa efficienza della pubblica amministrazione?
    Bisogna introdurre una qualificazione anche per le stazioni appaltanti, come esiste per le imprese. Chi non ce l'ha non può appaltare. Bisogna che dimostrino di avere personale preparato. Un primo passo si era fatto con il responsabile del procedimento, poi tutto si è fermato. Occorre anche una drastica concentrazione delle 13.300 stazioni appaltanti esistenti oggi. C'è una norma nel disegno di legge antimafia, bisogna andare in quella direzione.
    Anche la qualificazione delle imprese non gode di buona salute.
    È vero, l'obiettivo è sostanzialmente fallito, anche se penso che abolire le Soa (le società organismo di attestazione che certificano i requisiti delle imprese, ndr) oggi non migliorerebbe la situazione ma produrrebbe un ulteriore danno. Sarebbe ancora più grave tornare all'attestazione da parte della singola stazione appaltante.
    Come si può rimediare?
    Devono diventare organo di questa autorità. In altre parole, si deve rafforzare e chiarire la loro funzione pubblica, come succede per i notai. Così erano nate, ancorché di natura privata. Poi si è indebolita la funzione pubblica, anche per effetto di una giurisprudenza che ha privilegiato una lettura privatistica.
    Eppure, dalla Merloni a oggi, sono state reintrodotte norme che non favoriscono la trasparenza.
    È vero, sono stati reintrodotti tutti quegli aspetti che erano stati considerati difetti responsabili della tangentopoli e che la legge Merloni aveva cancellato: maggiore possibilità di trattative private, contraente generale, concessioni, offerte anomale, deroghe al progetto esecutivo. Non credo però che la soluzione di restringere la discrezionalità delle pubbliche amministrazioni sia la strada giusta.
    Qual è la strada giusta?
    Più trasparenza e più regolazione di mercato.
    Pensa al ruolo dell'Autorità?
    Può essere certamente rafforzato. Prendiamo l'Osservatorio e la banca dati. Lì dentro deve esserci la storia di ogni acquisto della pubblica amministrazione. È uno strumento essenziale di trasparenza per il mercato, mette in moto una competizione virtuosa tra le amministrazioni.
    C'era una norma nel ddl anticorruzione che rafforzava la banca dati, poi è scomparsa.
    Noi speriamo che alla fine passi.

 

 
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