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  1. #461
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 29 LUGLIO 2010
    Pagina 7 - Interni

    Le "verità" e il dossier su Caldoro: "Tranquilli, Denis è allineato con noi"
    Tutte le contraddizioni del coordinatore: dalla trappola in Campania all´eolico
    Il cordinatore pdl attivo con Carboni nell´assegnazione degli appalti per l´eolico in Sardegna

    CORRADO ZUNINO
    ROMA - Dice Denis Verdini, alzando sul finale della conferenza stampa il tono delle risposte, il suo risentimento: «La mia verità è sacra, è la sola ed esclusiva verità. E non perché sono arrogante, ma perché l´ho vissuta e la conosco». Ha appena detto, forzando un filo un´altra verità: «Il Pdl ha sempre vinto tutte le elezioni, politiche, regionali, provinciali, comunali. I nostri elettori sono smaliziati: sanno che le inchieste della magistratura sono strumentalizzate per sovvertire la loro scelta elettorale». La verità di Verdini, spianata per 85 minuti, cozza però con le risposte vaghe e i silenzi netti sulle domande che entrano nel dettaglio delle accuse giudiziarie. Il coordinatore del Pdl, va ricordato, è indagato per associazione segreta e corruzione per fatti che vanno dagli investimenti eolici in Sardegna ai finanziamenti di Flavio Carboni al suo Giornale della Toscana, dal dossier infamante sul candidato Caldoro in Campania, alla ricostruzione dell´Aquila, all´appalto della Scuola dei Marescialli di Firenze. «Sono colpevole del nulla», assicura lui.
    Il tentativo più maldestro di minimizzare un fatto arriva sul "dossier Caldoro". L´accusa, contenuta in 214 pagine, sostiene che la neologgia segreta - guidata da Flavio Carboni, organizzata dal geometra-magistrato Pasquale Lombardi e l´imprenditore Arcangelo Martino - abbia realizzato sotto la regia di due aspiranti governatori, Nicola Cosentino ed Ernesto Sica, un pacchetto di informazioni pirata per far emergere una passione per i trans del candidato Pdl (e futuro presidente della Campania) Stefano Caldoro. «Nessun dossier», liquida ora Verdini, «in via anonima è pervenuto al partito un foglio dove c´erano alcuni alberghi, un elenco di nomi maschili e le date in cui ci sarebbero stati gli incontri. È stato cestinato dopo una telefonata a Cosentino». Non è così. L´evoluzione delle intercettazioni mostra come i generici "anonimi" siano, piuttosto, i tre compagni nella neologgia. Il gruppo segreto si muove subito per coinvolgere il coordinatore Verdini, convincerlo della gravità della situazione. E in una prima fase la posizione del candidato Caldoro si farà incerta. Scrivono i carabinieri: «Carboni è delegato ai rapporti con la politica. E´ lui che, ricevuto da Martino il dossier, lo porta in visione a Verdini e a Dell´Utri sui quali esercita pressione affinché vengano recepite le istanze del gruppo».
    Sono decine le telefonate, diversi gli incontri, sulla questione dossier. Ecco Martino dire a Carboni: «Ho visto Nicola alle sette meno un quarto e vedo Denis verso le dieci. Gli ho raccontato tutto e Denis gli deve aprire la porta». Ancora Martino riferisce a Cosentino: «Denis ti aspetta, la cosa l´ha saputa e la sa pure l´altro». Intende Silvio Berlusconi. L´incontro con Cosentino, che Verdini liquida in conferenza stampa come «una telefonata», è stato in realtà preparato dalla loggia. Martino a Sica dirà di più: «Denis è allineato». E poi Cosentino riferisce a Martino che Verdini è spaventato: gli ha consigliato di riferire «al capo del partito». Dice un´altra bugia, il coordinatore fiorentino, quando sostiene che è stato Cosentino a dirgli che le notizie sulle attitudini sessuali di Caldoro erano vecchie. In verità è stato Flavio Carboni: «Sono vecchie, ma anche attuali». Ecco, la sottostima pubblica fatta da Verdini non regge. E non regge la "fase due" del dossier che, ieri, il dirigente del Pdl ha disvelato: il foglio anonimo diventa un volantino consegnato da Sica. Lui lo avrebbe portato a Berlusconi, quindi «ne ho parlato con lo stesso Caldoro che si disse offeso». Infine, «abbiamo tutti sostenuto Caldoro».
    Un altro passaggio delicato, e non spiegato in pubblica conferenza, è il rapporto di Denis Verdini con Flavio Carboni, condannato a 8 anni e 6 mesi per il crack Ambrosiano. «L´ho conosciuto nel maggio 2009», ha assicurato, «sapevo che era stato assolto nell´inchiesta sull´omicidio Calvi». D´altronde «la P2 è stata panna montata». Di Carboni, «sapevo che era interessato a investire nel mio giornale, avevamo parlato dell´acquisto di una tv, dell´implementazione di due radio». Sull´energia eolica e le 400 pale da mettere in Sardegna «perché lo vogliono a Roma» (parole ancora di Carboni), Verdini dice di non sapere nulla. Sostiene di aver frenato la nomina all´agenzia ambientale della Sardegna, l´Arpa, di Ignazio Farris. In verità, spiegano telefonate e interrogatorio di Ugo Cappellacci, è il presidente della Regione sarda a frenare: Carboni spinge e Verdini appoggia. «Non ho società né terreni per l´eolico», ancora Verdini in conferenza. Ma Carboni al fidato Pinello Cossu ha rivelato che le società milanesi da allestire «sono quelle che ha ordinato Verdini».

  2. #462
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 30 Luglio 2010, pag. 7

    La finta società per la conquista dell’eolico

    Le carte


    PAOLO COLONNELLO
    ROMA


    «Il momento opportuno». E’ questo il significato della parola «Karios», il nome scelto per una delle strane società messe in piedi da Flavio Carboni per la fallita conquista dell’eolico in Sardegna. Una scatola vuota, riempita dalla buona volontà di tale Giuseppe Tomassetti, tuttofare e «prestanome di Carboni», l’uomo che mette a disposizione di Denis Verdini il suo nome e la sua identità per coprire una serie di operazioni che gli inquirenti, e da ieri anche la Banca d’Italia, considerano più che sospette.
    Dunque, il fronte si allarga. Da una parte la relazione della vigilanza di Palazzo Kock sul Credito Fiorentino all’«estrema attenzione» di ben due procure, quella romana e quella fiorentina, che ipotizza un «conflitto d’interessi» di Verdini nella sua gestione e, proprio per gli assegni di Carboni-Tomassetti, una «violazione della legge antiriciclaggio». Dall’altra il reato di corruzione che, contestato fin dall’inizio dell’inchiesta, colpirebbe Verdini sia come percettore di soldi (da Carboni) che come distributore: verso chi? L’altro indgato per lo stesso reato, risulta al momento il presidente della Sardegna, Ugo Cappellacci. E infine c’è il ruolo della Karios 32, «all’esame» del procuratore Capaldo: una scatola che Carboni e soci si stavano apprestando a riempire di contenuti e soldi. Di certo, come risulta da una perquisizione in casa di Tomassetti, la Karios è servita per dar fiato al pagamento di «un bel contrattone» come lo chiama Carboni, effettuato dalla Sardinia Renewable Energy Project - società forlivese di Alessandro Fornari, suocero del commercialista di Carboni, Fabio Porcellini - evidentemente attratta dall’affare sull’eolico ma che per il momento paga un milione di euro non si capisce bene a che titolo. E perché li paga alla Karios? Mistero.
    C’è da dire però che appena i soldi arrivano sul conto Karios-Tomassetti, nell’ottobre 2009, la ex moglie di Carboni, Maria Laura Scanu Concas, preleva 500 mila euro in assegni circolari e li porta al marito, che in quel momento si trovava in casa di Verdini, a palazzo Pecci Blunt. Il giorno dopo, come accertano i carabinieri, una parte di questi assegni viene messo all’incasso presso la filiale Campi Bisenzio del Credito Cooperativo fiorentino, di cui, come si sa, Verdini è presidente. La storia degli assegni incassati da Verdini con il documento faxato di Tomassetti è ormai nota.
    Quello che è meno noto è proprio il ruolo svolto dalla Karios che per Carboni dovrà in sostanza essere la società nella quale «gli amici di Roma», entreranno per gestire la loro parte dell’affare sull’eolico: «Dove lui ha il 40 e noi abbiamo il 60...e noi sappiamo benissimo di chi stiamo parlando. Però loro, quelli che erano a pranzo con noi l’altro giorno, non potranno comparire così, no?». E chi sono «quelli che erano a pranzo»? «Evidentemente - segnano i carabinieri - i presenti a casa del parlamentare Verdini» il 21 ottobre del 2009. Ovvero, oltre a Verdini e Carboni, Marcello Dell’Utri, lo stesso Cosmi, Silvano Ragni e Serena Salvigni, moglie di Alessandro Alberani, imprenditore romagnolo. Il Ragni e la Salvini si sono presentati per ottenere da Verdini la nomina ad importanti incarichi politici nel Pdl in Romagna. Ma anche, anzi «soprattutto», dirà poi Carboni parlandone con Verdini e collaboratori vari, per discutere di eolico e soldi che dovrebbe versare, in gran quantità l’imprenditore Alessandro Alberani. Il quale però, all’ultimo minuto si tirerà indietro. «Sono in imbarazzo con Marcello», commenterà amareggiato Carboni. «Era ridicolo pensare che quello fosse un incontro politico! Era un incontro di lavoro o di altro, ecco!». E poi si angoscia: «Eh, dopo, quando saranno i momenti di dare le opportune distribuzioni, come si fa?».
    Ricapitolando: esiste una società, la Karios 32 che sta per diventare la società chiave di un gruppo di personaggi che, apparentemente, vanno da Verdini a Dell’Utri, a Carboni e alcuni imprenditori. Come ad esempio i misteriosi «amici di Milano» di Dell’Utri, la cui presenza in tutta la vicenda eolico, è costante e influente. Non a caso, ancora ieri, in procura, si ricordava come il ruolo del senatore sia stato «specifico». Ma forse non tanto nella pittoresca "P3" dei Pasqualino Lombardi, quanto nelle "combine" con Carboni in Sardegna. «Un’operazione - ricorda sempre Carboni - che va distribuita tra gli aventi diritto, no? Di cui una parte va all’amico nostro e l’altra parte andrà agli altri». Di fatto la società con i vari "amici", non decollerà. Ed è per questo che ieri gli inquirenti hanno escluso che formalmente Dell’Utri e Verdini ne possano aver fatto parte. Era forse nelle intenzioni, ma, come si sa, i processi alle intenzioni non vanno molto lontano. Invece i soldi lasciano tracce ed è un fatto che uno di questi sentieri porti dritto all’onorevole Verdini Denis.

  3. #463
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 31 Luglio 2010, pag. 11

    Tremonti boccia i conti di Vendola

    Il casus belli: Una legge autorizza Regione e Asl ad assumere
    cinquemila operatori sanitari


    ALESSANDRO BARBERA
    ROMA

    L’oggetto dello scontro è reale, e viene da lontano. Al punto che non più tardi di mercoledì, di fronte alla concreta eventualità di vedersi rispedire al mittente il piano di rientro della sanità, Nichi Vendola aveva chiesto la mediazione del collega emiliano Vasco Errani.
    Ora arriva l’atto formale del governo verso l’unica Regione del Sud finora fuori dal rischio commissariamento. Giulio Tremonti evoca il «rischio Grecia», Vendola gli da del «sabotatore» e fra governo e Puglia scende il gelo. Il caso è esploso ieri dopo il consiglio dei ministri che ha deciso il commissariamento della sanità calabrese e l’affiancamento della Guardia di Finanza nel tentativo di mettere ordine nei conti di quella Regione. La decisione di bocciare il piano di rientro pugliese era però già stata preannunciata dal ministro dell’Economia in una tesissima telefonata con Vendola giovedì.
    A dividere i due è l’articolo 30 della legge regionale 4 del 25 febbraio di quest’anno, peraltro già impugnata dallo stesso governo di fronte alla Corte Costituzionale il 30 aprile. Una norma grazie alla quale, lo spiegherà lo stesso Vendola, la Regione e le Asl si impegnano ad assumere a tempo indeterminato almeno cinquemila dipendenti delle società che hanno avuto appalti con le rispettive aziende sanitarie. A Foggia, Taranto, Lecce, nella Provincia di Barletta-Andria-Trani ci sono già società in house, appositamente costituite, che hanno proceduto alle assunzioni. Almeno quattromila, secondo quanto si leggeva a marzo nei manifesti elettorali di alcuni dei sostenitori della lista di Vendola.
    Una delibera di giunta di fine 2009 (la 2477) spiega il perché della scelta: l’analisi della situazione dei conti «ha fatto emergere logiche imprenditoriali non corrispondenti ai bisogni dell’azienda sanitaria», «la mancata partecipazione dei soggetti esterni ad un progetto assistenziale», «la valenza negativa sul piano gestionale, dell’efficacia ed efficienza del servizio». Insomma, la Giunta Vendola giustifica l’assunzione in massa dei precari come un modo per rendere più efficiente una macchina, quella degli appalti, che finora non avrebbe funzionato.
    Tremonti, inutile dirlo, la pensa in modo diametralmente opposto e vede in quella scelta una pericolosa deriva clientelare: «Non vogliamo che la Puglia diventi una nuova Grecia. Credo che il messaggio sia arrivato, forte e chiaro. Non accetteremo lo sviluppo di una politica di quel tipo. Non sarà consentito da questo governo perchè non è accettabile, una deriva di legislazione regionale con caratteri non coerenti con i nostri mezzi finanziari».
    Vendola non ci sta, promette «una battaglia senza precedenti», e accusa il ministro delle Regioni, nonché ex governatore pugliese Raffaele Fitto, di essere il «suggeritore occulto» di Tremonti: «Penso che il ministro sia stato indotto in errore e che, siccome è uomo appassionato di numeri, quando potrà studiarli allora sarà nella condizione di capire che la Puglia ha ragione».

  4. #464
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    "La Repubblica", SABATO, 31 LUGLIO 2010
    Pagina 11 - Interni

    "Pasqualì, ho provveduto l´altro ieri" così Giacomino rassicurava la loggia
    Dai favori di Carboni al vertice segreto a casa Verdini

    EMILIO RANDACIO
    MILANO - C´è un problema con l´aereo? In Sardegna, Flavio Carboni è potentissimo. E se, di mezzo, c´è un problemino che riguarda il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, Carboni spende il suo nome in prima persona. Bisogna riavvolgere il nastro al 15 settembre 2009. L´uomo d´affari sardo, al telefono, interviene per risolvere «direttamente un problema del sottosegretario». Trentasei alti magistrati, alcuni governatori regionali, sono riuniti in uno degli angoli più esclusivi della Sardegna per un convegno: al Fort Village, una manciata di chilometri da Cagliari. L´appuntamento è organizzato dal Centro studi giuridici di Cervinara (Avellino), le cui menti sono il giudice tributario, Pasqualino Lombardi, e l´ex politico campano, Arcangelo Martino. L´uomo d´affari sardo «si sta interessando per la soluzione di un problema correlato alla partecipazione del sottosegretario Caliendo al convegno. Carboni dovrebbe intercedere presso la Meridiana a favore di Caliendo per trovargli un posto sul volo Cagliari-Milano».
    Uno dei tanti episodi in cui, il nome del sottosegretario sentito ieri dalla procura di Roma e indagato nell´inchiesta sulla P3, emerge dagli atti dell´indagine. Il nome dell´esponente del Pdl salta fuori soprattutto quando c´è da «suggerire» al Guardasigilli l´ispezione al tribunale di Milano, o alla riunione a casa di Denis Verdini, quando si effettua la «conta» sui giudici costituzionali pro Lodo Alfano. Sui temi della giustizia, Caliendo sembra essere un riferimento. Soprattutto per Lombardi, con il quale ha una confidenza davvero stretta. Il 22 settembre 2009, è in corso una sorta di trattativa tra il presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Carbone, e la cricca di Lombardi. «Senti ti voglio dire una sola cosa - aveva chiesto al telefono Carbone - : io che faccio dopo che vado in pensione?». «In quell´occasione il Lombardi aveva tranquillizzato il suo interlocutore affermando di aver già affrontato l´argomento con un suo non meglio identificato amico di Milano».
    «In tale ambito - annotano i carabinieri spiegando il contesto - si segnala la conversazione intrattenuta dal Lombardi con Caliendo in cui il primo, sempre con riferimento alle operazioni di pressione sul Carbone finalizzate alla designazione del Marra (alla presidenza della Corte d´appello di Milano, ndr), ha proferito la seguente frase, evidentemente riferita a un progetto legislativo che avrebbe dovuto aumentare l´età pensionabile degli altri magistrati: "Eh allora te lo devi lavorare tu perché io me lo sono lavorato già bene, gli ho fatto prevedere i tre anni e gli ho fatto vedere che se non succede questo succede l´altra cosa quindi lui, tutto contento e soddisfatto gli ho detto vedi che Giacomino ti sta facendo tutte le operazioni che vuoi tu, quindi.... ».
    Il 22 ottobre Lombardi, dopo essere stato dal presidente Carbone, chiama Caliendo. Lui «ti ringrazia e disse guarda che Giacomo si impegna la massimo per quello che tu desideri, per cui tu devi fare queste due cose, uno e due, m´ha detto di sì... ». Nel marzo scorso, secondo le indagini, Caliendo si attiva per spingere l´ispezione al tribunale di Milano, reo di aver escluso per ben due volte la lista Formigoni dalla competizione regionale. Lombardi chiede alla segretaria di Caliendo, Algina Ferrara, se anche lei sia a Napoli con il sottosegretario. La donna conferma. A quel punto Lombardi cerca di combinare un incontro tra il Caliendo e il ministro in maniera tale che il sottosegretario possa rappresentare la questione d´interesse: "Eh, ma io mò acchiappo il ministro e gli dico guarda che Giacomino ti deve parla´ per cui un certo momento se Giacomino ci arrivasse male non sarebbe per dire al ministro, guarda che ci sta ´na cosa che.. ». A questo punto Lombardi suggerisce le mosse: «E diglielo tu, eh, diglielo tu.. ». «E mò - replica la segretaria - sai che faccio? Vedo se il ministro sta là, se sta là chiamo a Giacomo e finisce il bordello».
    Il 15 marzo, le insistenze di Lombardi sul sottosegretario, si fanno incessanti. «Io sto a Napoli, voleva sapere l´amico nostro di Milano se provvederai entro domani a fare quel servizio.... ». Caliendo perde la pazienza: «Pasqualì, te lo sto a spiega´ cinquanta volte, cazzo... glielo ho mandate l´altro ieri, gliel´ho mandato già». «Ah già le hai mandate? - si tranquillizza Lombardi - Allora stammo apposto, vabbuò è meglio che ce lo ricuordi sempre però, vabbuò».

  5. #465
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    "La Repubblica", MARTEDÌ, 03 AGOSTO 2010
    Pagina 12 - Cronaca

    Padre e figlia
    Appalti e terremoto arrestati in Abruzzo manager e politici pdl
    Coinvolta Selex, lascia l´assessore all´Ambiente

    GIUSEPPE CAPORALE
    L´AQUILA - Un diamante da quindicimila euro «regalato» ad un assessore regionale come «ringraziamento» per aver ottenuto un´ordinanza ad hoc dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal dipartimento della Protezione Civile. E poi anche auto, televisori, soldi, consulenze e altri «doni». Tutto per inserire una società partecipata da Finmeccanica e dalla stessa Regione Abruzzo nella ricostruzione dell´Aquila. Un affare da un milione e cinquecento mila euro «inventato» da Daniela Stati, assessore regionale alla Protezione Civile, per far «guadagnare» l´Abruzzo Engineering spa. Un affare senza progetto, scrive il giudice per le indagini preliminari, Marco Billi, nelle cinquantasei pagine di ordinanza di custodia cautelare che hanno fatto scattare tre arresti e due misure cautelari più lievi: l´unica finalità era far lavorare quella ditta.
    Lo racconta la stessa Stati in una intercettazione telefonica: «Dobbiamo dare in qualche maniera un milione e cinquecentomila euro all´Abruzzo Engineering (...) Io mi sono reinventata il lavoro! (...) Lo abbiamo fatto mettere nell´ordinanza (....)». La donna - ora indagata - ancor prima del suo interrogatorio fissato per questa mattina ha deciso di presentare le dimissioni dalla giunta regionale abruzzese, sotto choc per la notizia degli arresti arrivata proprio durante una riunione dell´esecutivo regionale guidato dal governatore Gianni Chiodi (che ricopre anche il ruolo di commissario straordinario sia per la ricostruzione che per il debito sanitario).
    In carcere, invece, è finito il padre dell´assessore regionale, Ezio Stati (esponente di spicco del Pdl nella Marsica e in passato già condannato per corruzione) che secondo l´accusa sarebbe il «manovratore» dell´attività amministrativa della figlia, la quale - sempre secondo il gip - svolgerebbe un´attività politica «solo apparente». Agli arresti anche Vincenzo Angeloni, imprenditore ed ex parlamentare del centrodestra (già condannato per bancarotta fraudolenta) ora rinchiuso nel penitenziario di Rebibbia a Roma. Arresti domiciliari invece per il compagno di Daniela Stati, Marco Buzzelli, mentre per l´altro presunto corruttore, Sabatino Stornelli, ex vice presidente di Finmeccanica, ora amministratore delegato della Selex (società sempre del gruppo Finmeccanica), all´epoca dei fatti consigliere di amministrazione dell´Abruzzo Engineering, è scattato solo l´obbligo di dimora. A coordinare le indagini il vice questore di Pescara, Nicola Zupo. La Procura dell´Aquila si è avvalsa della squadra mobile di Pescara sia per l´esperienza maturata da quest´ultima nelle diverse ed importanti inchieste sulla corruzione nella pubblica amministrazione sia perché l´inchiesta nasceva proprio da un lavoro investigativo degli uomini di Zupo.
    «Le indagini continuano a ritmo serrato, ci possono essere altri sviluppi - ha detto il procuratore Rossini - la richiesta delle misure cautelari si è basata sull´accertamento di favori e utilità ricevute per aver compiuto attività contrarie ai compiti e ai doveri connessi alla funzione pubblica ricoperta».

  6. #466
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    "La Repubblica", MARTEDÌ, 03 AGOSTO 2010
    Pagina 12 - Cronaca

    Il documento
    "Per quella gara ho chiamato il premier"
    Questo diamante vale tra i 12 e i 15mila euro, hanno rispettato gli impegni che avevano preso
    Attenti che i dipendenti della Abruzzo Engineering vengono sotto gli uffici con la mazza

    L´AQUILA - Una frenetica corsa contro il tempo per assegnare i denari del post-terremoto. Lavori senza progetto («E che gli facciamo fare i fiorellini...?» si lamenta in una intercettazione un funzionario della Regione Abruzzo), appalti concessi tramite «favori» in cambio di «regali». Una guerra dove anche la vicenda dei «lavoratori dell´Aquila» (i dipendenti della società Abruzzo Engineering sono in cassa integrazione da quasi un anno) viene usata per ottenere commesse o come arma di ricatto («questi poi... vengono qui sotto gli uffici con la mazza...», dice la Stati al telefono).
    Raccontano tutto questo le cinquantasei pagine dell´ordinanza del gip dell´Aquila Marco Billi. Il magistrato per oltre dieci giorni ha studiato le carte dell´inchiesta condotta dal sostituto procuratore Antonietta Picardi e dal procuratore Alfredo Rossini. Cuore del fascicolo un voluminoso dossier firmato dal vice questore di Pescara, Nicola Zupo. Agli atti molte intercettazioni telefoniche ed ambientali. Nelle carte si legge dello studio professionale associato Tancredi-Chiodi (quello che fa capo al presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi) che svolge «attività di consulenza» per la ditta indagata (peraltro partecipata a maggioranza proprio dalla Regione) e che lavora per l´ente pubblico regionale senza contratto. C´è la lotta per l´aggiudicazione di servizi tra un consorzio gestito - di fatto - dai vertici della Protezione Civile (Reluis) e l´Abruzzo Engineering (al centro dell´inchiesta). Una lotta che, secondo il gip, va avanti a colpi di ordinanza firmate direttamente dal presidente del consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. La prima è del 3 settembre del 2009, (la numero 3805) con la quale si inserisce il consorzio Reluis per le istruttorie delle migliaia di pratiche della ricostruzione post-terremoto. Un consorzio di cui Mauro Dolce, capo ufficio rischio sismico della Protezione Civile, è fondatore e presidente fino a pochi mesi fa.
    Poi, quando interviene l´assessore regionale alla Protezione Civile Daniela Stati («ho chiamato direttamente il presidente Berlusconi...» racconta sempre lei stessa nelle intercettazioni) il premier a distanza di dodici giorni appena firma un´altra ordinanza (la numero 3808) per inserire nello stesso testo normativo anche l´indicazione della ditta «sponsorizzata» dalla Stati. In cambio, scrive il giudice, il giorno della firma della stipula del contratto (il 15 dicembre 2009) tra la società e il Governo per le pratiche post-terremoto, la Stati riceverà un gioiello: un diamante che vale «tra i dodici e i quindicimila euro» assicura il padre in una intercettazione ambientale registrata proprio al momento della consegna del dono per l´assessore. «Papà... Mi pare troppo...» dice la Stati mentre riceve il diamante. Ed il padre risponde: «... hanno rispettato gli impegni ...». Poi lei stessa chiama l´imprenditore per ringraziare.
    (g.c.)

  7. #467
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    Contro la corruzione i partiti si affidano al codice etico. Come si regola il resto d'Europa - Il Sole 24 ORE

    Notizie > Europa
    Contro la corruzione i partiti si affidano al codice etico. Come si regola il resto d'Europa

    di Mariolina Sesto



    Oggi il caso Verdini-Dell'Utri e il "processo" a Granata nel Pdl, ieri il caso Villari nel Pd. I partiti si trovano ciclicamente assetati di regole che ne disciplinino la condotta interna. E puntualmente si torna a parlare di codice etico. I tre partiti di opposizione se ne sono già dotati, il Pdl ne discute oggi sotto il pressing dei finiani che in nome della legalità chiedono più autodisciplina.
    L'obiettivo, più o meno esplicito, è quello di allontanare i casi di corruzione (oltre che di mafia) dal partito. «Il nostro intento – spiegano i finiani – è quello di applicare l'articolo 49 della Costituzione chiedendo ai partiti di fare loro stessi pulizia all'interno».

    I Democratici sono stati i primi in Italia, due anni fa, a dotarsi di un'appendice allo statuto chiamata proprio «codice etico», ultimamente messo in discussione per via del dibattito interno sulla massoneria. Il codice del Pd, oltre a mettere nero su bianco i principi ai quali gli iscritti dovrebbero ispirarsi, prevede precisi casi di incandidabilità alle elezioni e a cariche interne al partito e l'obbligo di dimissioni per chi già ricopre un incarico. Tra questi casi è previsto quello della corruzione: porte sbarrate per chi è stato condannato, anche in via non definitiva, per delitti di corruzione e di concussione. Più severo il codice dell'Idv che estende il divieto a chi sia stato rinviato a giudizio. Nessuno include – per ora – i semplici indagati, come ad esempio è al momento il coordinatore Pdl Denis Verdini. Ancora più generico il codice deontologico dell'Udc che sanziona i condannati in primo grado "per reati gravi". Il Pd stringe invece le maglie nel caso di delitti di mafia, anticipando (come fa anche l'Idv) le sanzioni dalla condanna al rinvio a giudizio.

    Se in Italia dunque le carte etiche non hanno ancora fatto breccia in tutti i partiti, in Europa esse sono assai più diffuse e, soprattutto, rigorose. Di sicuro, accontenterebbe maggioranza e minoranza del Pdl l'articolo 11 dello statuto del Partito popolare spagnolo. Tra le infrazioni "molto gravi" annovera infatti sia l'«incorrere in qualsiasi forma di corruzione nell'esercizio di cariche pubbliche» che il «creare o spingere alla creazione di correnti d'opinione organizzate in seno al partito». Insomma i popolari spagnoli puniscono con il massimo della pena (che può variare dalla sospensione all'esclusione dagli incarichi nel partito, all'espulsione) sia la corruzione che il correntismo. Chissà che possa diventare proprio questa la mediazione interna al Pdl, capace di soddisfare sia i desiderata di Berlusconi, sia quelli di Fini.

    Dei "processi" interni ai partiti si occupa invece estesamente lo statuto del partito conservatore inglese che, nella parte XII, intitolata "etica, condotta e standard", cerca di descrivere quando il comportamento di un militante getta realmente discredito sul partito e quando no. E sottolinea che «una condotta che consista unicamente nell'esprimere un disaccordo rispetto alle politiche del partito non configura un comportamento suscettibile di gettare discredito sul partito». Ma chi decide se un comportamento è censurabile o meno? I conservatori dispongono di un «comitato per l'etica» che «determina in assoluta discrezione se un'istanza sia in effetti basata unicamente su una divergenza politica in seno al partito». Trasposto nell'italico Pdl, sarebbe questo l'organismo che dovrebbe giudicare se la condotta di Fabio Granata si configuri come una semplice divergenza dalla linea maggioritaria o come un comportamento dannoso per il partito. Ma non a tutti i partiti piace avere al proprio interno un organo che finisce per assomigliare troppo a un "tribunale". «In un partito – dice Stefano Ceccanti, estensore dello statuto del Pd – deve vigere un patto non scritto di lealtà reciproca che rende superflue regole così stringenti». Fu proprio a quel patto implicito (citato nel regolamento del gruppo parlamentare dei democratici) che il Pd si richiamò per espellere il senatore Riccardo Villari, reo di essersi fatto eleggere presidente della Vigilanza dalla maggioranza di governo, in contrasto con la linea del proprio partito. Una linea condivisa dal partito socialista francese che al termine del suo statuto annovera una «carta etica» molto "leggera". L'unica cosa che sta a cuore ai socialisti d'oltralpe è il divieto di cumulo delle cariche. E così le regole etiche coincidono con i criteri di incompatibilità tra le funzioni nei diversi livelli di governo locale, dipartimentale, regionale e nazionale. Il resto è affidato al patto di reciproca lealtà tra iscritti.

  8. #468
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    "La Stampa", 05 Agosto 2010, pag. 7

    Mondiali di nuoto, Balducci a processo


    Alla sbarra anche Simone Rossetti, il gestore del Salaria Sport Village



    ALESSIA MELONI
    ROMA

    Prima la richiesta di giudizio immediato per la vicenda della Scuola marescialli di Firenze, ora la citazione a giudizio per presunti abusi edilizi nella realizzazione di strutture sportive in vista dei mondiali di nuoto del 2009. E’ un periodo difficile per l'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, attualmente ai domiciliari per la vicenda degli appalti del G8. Il processo per la Scuola marescialli inizierà a Roma il 19 ottobre e vedrà dietro il banco degli imputati, con l’accusa di corruzione, anche Fabio De Santis, già presidente del Consiglio dei Lavori pubblici della Toscana, Francesco Maria De Vito Piscicelli e Riccardo Fusi, imprenditori. Nel procedimento al vaglio della Procura capitolina rimangono tuttora indagati il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, e l'imprenditore Roberto Bartolomei, mentre un settimo indagato, l'avvocato Guido Cerruti, è morto recentemente.
    Il processo relativo agli impianti sportivi inizierà il 5 aprile 2011: oltre a Balducci sul banco degli imputati ci saranno altri 31 imputati tra cui Claudio Rinaldi, ex commissario straordinario per i Mondiali di nuoto, e Giovanni Malagò all'epoca presidente del comitato organizzatore. Proprio Malagò, commentando la notizia, ha affermato di non voler «fare del vittimismo», ma che non farà «più nulla di pubblico per questo Paese finchè non sarà stata fatta luce su questa vicenda». Oltre a loro saranno imputati anche Simone Rossetti, gestore del Salaria Sport Village, il circolo citato coinvolto nel caso G8. Nell'ambito dell'inchiesta sulle piscine dei Mondiali, inoltre, il gip di Roma Donatella Pavone ha disposto, come chiesto dal pm Sergio Colaiocco, il sequestro del circolo sportivo Aquaniene, nel cuore dei Parioli. Qui, a differenza di altri circoli sono state realizzate strutture ex novo con un ritenuto notevole impatto urbanistico. Sono quindi complessivamente otto i circoli cui sono stati apposti i sigilli dalla magistratura, su un totale di quindici al centro dell’indagine. Copia degli atti dell'inchiesta è stata inoltre trasmessa alla Procura regionale della Corte dei Conti che sta svolgendo accertamenti per valutare l’eventuale sussistenza di un danno erariale per il mancato pagamento degli oneri concessori da parte di alcuni circoli. Tra questi anche l’Aquaniene. Il Comune di Roma giustifica tale condizione in quanto si tratterebbe di un’opera di interesse pubblico.
    Di diverso avviso i magistrati. Lo stesso gip, nel decreto di sequestro afferma come, «in realtà, il circolo esercita un’attività commerciale altamente redditizia. Ne consegue che l'opera non sia destinata alla soddisfazione dell'interesse pubblico in via immediata e diretta». In conclusione per il giudice, «l'epilogo della vicenda è stato che in un'area di proprietà comunale si è concesso direttamente (senza gara) a un privato di edificare ex novo un impianto sportivo di grandi dimensioni, con annesse attività commerciali, in deroga alla normativa urbanistica senza pagamento di alcun onere concessorio».

  9. #469
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    "La Stampa", 06 Agosto 2010, pag. 7

    PATRIMONIO DI AN

    Casa a Montecarlo, indagini per truffa

    GLI SVILUPPI

    Fini «Ben vengano gli accertamenti sui beni del partito anche se
    la denuncia arriva da avversari politici»
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    if(cont==1){

    immagine('20100806/foto/H10_132.jpg');

    }
    </script>

    FRANCESCO GRIGNETTI
    ROMA

    Finisce con l’apertura di un’inchiesta penale, lo scoop del «Giornale» sull’appartamento di Montecarlo, svenduto due anni fa dal tesoriere di Alleanza Nazionale a una società off-shore e finito poi in locazione a Giancarlo Tulliani, il «cognato» di Gianfranco Fini. Truffa aggravata, il reato ipotizzato. Al momento non ci sono indagati, ma tutto lascia pensare che potrebbero essercene quanto prima. E si comincia subito con una rogatoria verso Montecarlo per scoprire chi siano i reali proprietari dell’immobile.
    «Ben vengano - commenta Gianfranco Fini con plateale freddezza - le indagini sul patrimonio An, anche se la denuncia proviene da avversari politici». Il presidente della Camera, nel frattempo, ha presentato a sua volta alcune denunce per diffamazione. «Non è titolare dell’appartamento - ha puntualizzato tramite comunicato - e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile. Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo. Sarà l’autorità giudiziaria ad acclarare la totale infondatezza di quanto divulgato e ad accertare la condotta diffamatoria».
    Un’indagine penale, dunque. Del tutto simile a quella che ha investito la vendita di immobili di Propaganda Fide e comprati a prezzi di favore dall’ex ministro Lunardi. Anche in questo caso, c’è una procura che ipotizza una compravendita pilotata e poco importa se il danneggiato in questo caso sia un partito politico. Il procedimento è stato affidato al procuratore aggiunto Pier Filippo Lariani e la procura sottolinea che si trattava di un atto dovuto in quanto era giunto un esposto di ex militanti di An (due esponenti di La Destra, il gruppo che fa capo a Francesco Storace) che si sono sentiti defraudati.
    La martellante campagna di stampa di «il Giornale» e di «Libero», però, non va giù ai nuovi compagni di strada di Fini. «Non mi piace affatto - dice Pier Ferdinando Casini - lo squadrismo intimidatorio che sta emergendo in relazione alle vicende che riguardano il presidente della Camera». Aggiunge Linda Lanzillotta, rutelliana: «L’attacco quotidiano e violento a Fini fa amaramente riflettere sul dovere liberale di separare la battaglia politica dall’aggressione personale».
    Intanto Luciano Gaucci, l’ex fidanzato della signora Tulliani, l’attuale compagna del presidente della Camera, conferma che alla fine degli Anni Novanta ci fu una forte vincita al Superenalotto, ma afferma anche che fu lui a cedere la metà dei soldi a Lady Fini e non il contrario. L’ex patron del Perugia Calcio, fuggito a Santo Domingo dopo il crac delle sue società, racconta al settimanale Panorama: «Elisabetta Tulliani non aveva né proprietà, né redditi, le ho dato tutto, sia a lei che alla famiglia. La schedina l’ho compilata e l’ho giocata io. Ho vinto 2 miliardi e 400 milioni di lire e siccome sono generoso ed ero perso d’amore le ho regalato la metà». Parlando poi di Giancarlo Tulliani, che ora vive nella casa dello scandalo di Montecarlo, dice: «L’ho nominato presidente della Viterbese e oggi mi piacerebbe andare a rivedere i bilanci di allora, le compravendite dei giocatori. Era un furbetto, ma io non ero un cretino».

  10. #470
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    "La Stampa", 06 Agosto 2010, pag. 7

    Reportage

    Nella Monaco di Tulliani a regnare sono solo i misteri

    Il fratello di Elisabetta è sparito. Massima riservatezza sul costo della casa.


    PIERANGELO SAPEGNO
    INVIATO A MONTECARLO

    <script language="javascript" type="text/javascript">
    //alert(cont);
    if(cont==1){

    immagine('20100806/foto/H10_138.jpg');

    }
    </script> Questa è la casa del mistero, come l’hanno chiamata i giornalisti con la solita enfasi, boulevard Princesse Charlotte, numero 14, la strada che sale sopra Montecarlo, un po’ lontano dal mare, le persiane tutte chiuse, una siepe bassa davanti al portone e un cameramen che non si muove mai dal marciapiede, la sigaretta in tralice e gli occhi socchiusi, come se aspettasse l’assassino. Al primo piano c’è l’appartamento lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale da Anna Maria Colleoni, discendente di quell’altro Colleoni, Bartolomeo, e grande tifosa del presidente della Camera, Gianfranco Fini, da quando andava a tutti i suoi comizi assieme all’amica Delfina, portandogli sempre un cesto di albicocche, che coglieva dai suoi frutteti. La cosa strana sarebbe che ora lì ci abita, versando l’affitto a una misteriosa società off-shore, il cognato del presidente, Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta. E in basso, al citofono, vicino agli altri nomi, quasi tutti italiani, il suo c’è davvero: Tulliani. Sta fra Romano e Axel Mees, che assieme a Pleint Pourteau e Maslak è l’unico cognome dal suono straniero. Gli altri si chiamano Bozzolan, Lazzaroni, Monigatti, Ribaudo, Calcagno, Spadaccini, Bessero, Arrigoni. Quello di Tulliani è l’appartamento numero tre, ma non è la finestra indicata in questi giorni dalle fotografie dei giornali. Non sta sulla strada, non si vede da qui.
    Il cameramen l’ha spiegato con un sorriso. Lui ormai su questo marciapiede ci sta passando dei giorni interi. Devi andar dietro, dove c’è il giardino. E dietro, dove c’è la scala appoggiata al balcone, quello è l’alloggio di Tulliani. E’ tutto chiuso. Sulla terrazza, rifatta a nuovo, con le volte, c’è solo una brandina da sole, di quelle che costano 50 euro in Italia. Per ora sembra non ci sia nessuno. La palazzina di tre piani, color avorio, ha qualche fregio alle finestre, delle grate affacciate sulla strada, i decori stile liberty ai lati del portone, e anche sopra, e nell’insieme quell’aria un po’ fuori moda, come un anziano signore che ha fatto il suo tempo, ma che mantiene ancora tutta la sua dignità. La zona, come spiega il signor Andrea, da Milano, che ha «un bilocale vicino al porto, che poi le spiego», non è di quelle importanti, e nemmeno tra le più care: «Cioé, qui non ci abitano i vip». Per capire il suo valore, bisognerebbe capire quanto è grande. Tulliani ha detto che saranno 40 metri quadri, che quando l’hanno preso era tutto malandato: «Io non ci vivo gratis, nè ho il concordato d’uso, ma pago alla società un affitto congruo». Il Giornale ha scritto che invece sarebbero 70 metri quadri. Andrea spiega che è un errore che ci può stare: «Qui a Montecarlo non si fa distinzione tra superficie calpestabile e commerciale. E’ tutta la stessa». Quindi, un balcone varrebbe come una stanza. Sull’atto di vendita, archiviato nel fascicolo 1283A-Acte0009A, davanti al notaio Paul Louis Aureglia, c’è scritto che la casa ereditata da An «consiste nella totalità del nono lotto, comprendente un appartamento situato al pianterreno dell’immobile e composto da: sala, due camere, cucina, bagno e balcone». Quel giorno, l’11 luglio 2008, An cedette l’alloggio a una società nata un mese prima, la Printemps, amministrata da James Walfenzao, al prezzo di 300mila euro.
    Secondo alcuni quel prezzo è irreale, e quella società nasconderebbe un nome importante. Il presidente della Camera ha fatto sapere che quel nome non è il suo. Ovviamente, c’è chi non gli ha creduto. Il Giornale ha raccontato che alcuni condomini del palazzo avevano offerto un milione d’euro per acquistare l’appartamento, senza che An prendesse in considerazione quell’opportunità. Il signor Andrea comincia a spiegare che a lui, per comprare il bilocale di 65 metri quadri giù al porto, gli avevano chiesto «un milione e centomila euro partendo da uno e due». Ma il porto è una delle zone vip di Montecarlo, con vista mare. Questa non è così. La «casa del mistero», come dicono i giornalisti, sta sulla sinistra del boulevard, arrivando dall’Italia, e lì attaccato, al numero 16, c’è il Novotel, un albergo di 16 piani con 4 livelli sotterranei ricostruito appena tre anni fa, dopo che avevano buttato giù il vecchio palazzone di otto piani di Radio Montecarlo, un edificio storico del Principato, ma non certo un monumento. Il Novotel adesso ha 207 camere e 12 suites, più un residence di 28 appartamenti e un parcheggio pubblico per 449 posti auto. Non è roba da 4 stelle. Radio Montecarlo, invece, s’è spostata, guarda caso, giù al porto. A cento metri circa dal numero 14 c’è l’ingresso alto della nuova stazione ferroviaria sotterranea del Principato, e da qui si va giù allo stadio e alla Moyen Corniche andando verso Nizza. Beh, non sembra proprio una zona troppo chic, tanto per dire la verità. Eppure, quel prezzo, 300mila euro, non dev’essere ancora giusto, come ti spiegano proprio a Radio Montecarlo: «In effetti sembra un po’ basso...».
    Solo che tutti quelli che l’hanno visto, da Giancarlo Tulliani a Rita Marino, la segretaria di Fini, ripetono come in un ritornello che era ridotto davvero male, che «sembrava meglio venderlo che ristrutturarlo». E dopo la vendita, «i lavori di miglioramento e ristrutturazione ci sono stati davvero». Adesso lo conferma anche l’amministratore del condominio, senza dire però quanto sono costati. Anche nelle case, forse, l’unico mistero è quello dei soldi. E intanto qui, dopo un’ora di appostamento, finalmente arriva un tizio, spuntato da qualche macchina, che si attacca al citofono. Non gli risponde nessuno: normale. Ma il cameramen ha già attraversato la strada. E quando gli chiediamo della casa di An e di Tulliani, lui è lì che sorride: «Ma voi credete davvero a tutto quello che scrivete?». Annotiamo la sua pelata sul taccuino. Perché? «Perché vedrete che non è vero niente, che non è vero che quella casa è stata venduta a 300mila euro e che non è neppure vero che vale più di un milione e chissà quanto altro...».

 

 
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