Poche osservazioni sulla proposta di Legge costituzionale d’iniziativa dei Deputati Maurizio Turco, Beltrandi, Bernardini ecc.
Inviato da Nicola Mignogna il Mar, 01/20/2009 - 16:25
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NO al Concordato
Poche osservazioni sulla proposta di Legge costituzionale d’iniziativa dei Deputati Maurizio Turco, Beltrandi, Bernardini, Farina Coscioni, Mecacci e Zamparutti per il rafforzamento della laicità dello Stato
di Nicola Mignogna
1. Un disegno di Legge dai connotati fortemente laicali quello presentato dagli Onorevoli Maurizio Turco, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci ed Elisabetta Zamparutti, tutti eletti nelle liste del Partito Democratico ma di chiara formazione radicale e dalla carriera politica troppo nota e importante per essere qui illustrata con poche e brevi parole. Dirò soltanto che il progetto di riforma, presentato il 29 aprile del 2008 e assegnato il 24 giugno in sede referente alla I Commissione Affari costituzionali, testimonia l’ennesima battaglia del Partito Radicale per il superamento delle vecchie architetture legislative legate all’esclusivismo della Chiesa cattolica nella vita religiosa del paese, nonché dei suoi privilegi in materia di finanziamento pubblico.
Il disegno di Legge sembra muovere dalla presa di coscienza delle numerose modificazioni che i repentini e talvolta problematici flussi migratori hanno apportato nella composizione confessionale della società italiana, ma le cose, in realtà, stanno in modo molto diverso. La riforma in questione rientra, infatti, in un progetto più ampio teso a favorire la laicità dello Stato attraverso l’abrogazione dei trasferimenti di denaro pubblico alle “Chiese”, cioè dell’8 per mille sul gettito Irpef, come si evince da un altro progetto di Legge sul finanziamento della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose mediante un’addizionale ecclesiastica dell’Irpef, presentato dagli stessi Deputati radicali il 29 aprile del 2008.
I due disegni di Legge sono identici a quelli presentati il 5 giugno del 2007 dagli Onorevoli Maurizio Turco, Beltrandi e D’Elia e assegnati alla I Commissione nell’ottobre dello stesso anno, ma rimasti senza esito, giacché la caduta del governo Prodi e la fine anticipata della XV Legislatura (28 aprile 2006-24 gennaio 2008) chiuse ogni discussione in merito al problema dell’e-guaglianza giuridica di tutte le confessioni religiose e del finanziamento pubblico alle “Chiese”. Sappiamo, però, che le proposte dei radicali, allora riuniti nella Rosa nel pugno, suscitarono una grande opposizione tra i partiti del centrodestra. Il capogruppo vicario alla Camera della Dc per le Autonomie, Giampiero Catone, parlò di un “accanimento stucchevole” nei confronti della Chiesa, mentre Isabella Bertolini di Forza Italia vide nei due progetti di Legge un attacco deliberato contro il Vaticano se non addirittura un “disegno di intimidazione” nei confronti del Papa. (Cfr. “La Discussione”, 28 agosto 2007, Duro attacco dell’Onorevole Giampiero Catone a Maurizio Turco: Giù le mani dalla Costituzione ). Luca Volonté, capogruppo dell’Udc alla Camera, prendeva le distanze dalle dichiarazioni di Monsignor Kasteel – “ignoto e autorevole Padre” – che si dichiarava disponibile a modificare il Concordato, peraltro senza averne titolo, quando Maurizio Turco ribadiva la necessità di abrogare l’articolo 7 della Costituzione, l’8 per mille e “tutte le leggi che creano un privilegio per la Chiesa”:
Altrimenti continueranno a essere giustificate tutte le nefandezze legislative appro-vate in oltre sessant’anni dai diversi Governi. Un gioco dell’oca truccato e dispendioso in cui gli unici a pagare sono i contribuenti italiani. (Cfr. “La Stampa”, 28 agosto 2007, Basta intimidazioni al Vaticano, di Paolo Stefanini).
Il governo, attraverso il Sottosegretario all’economia Paolo Cento, faceva sapere che discutere dei privilegi di cui gode il Vaticano non può e non deve essere un tabù, giacché bisogna sempre distinguere la funzione sociale svolta dalla Chiesa dalla sua attività di gestione di beni immobili o di esercizi commerciali. Le parole del Sottosegretario all’economia ci danno l’indicazione della reale posta in gioco nella lotta politica accesa dai radicali: l’immunità reale della Chiesa, cioè i privilegi e le esenzioni fiscali.
Intanto, il dibattito sul caso Ici-Chiesa si fa sempre più serrato dopo l’entrata in scena del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Santa Sede, che riconosce negli “attacchi di qualche gruppo ben connotato politicamente” delle “meschine polemiche che danneggiano l’immagine pubblica dell’Italia”, giacché “la Chiesa non gode di privilegi e tantomeno di vantaggi fiscali”. (Cfr. “La Repubblica”, 5 settembre 2007, Basta con gli attacchi alla Chiesa, danneggiano l’Italia e i poveri, di Orazio La Rocca). Lascio ben volentieri al Cardinal Bertone l’analisi dei propri sofismi, cogniti soltanto alle alte gerarchie ecclesiastiche, e passo allo studio dei fatti attraverso la ricostruzione fatta da Curzio Maltese:
C’è chi è abituato a ottenere privilegi da qualsiasi governo e autorizzato a non pagare il fisco, ma sul quale nessuno osa moraleggiare. Pena l’accusa di anticlericalismo. L’anomalo rapporto fra Stato italiano e clero è invece finito da tempo sul tavolo dell’U-nione europea, che si prepara a mettere sotto processo il nostro Paese per i vantaggi fiscali concessi alla Chiesa cattolica, contrari alle norme comunitarie sulla concorrenza. Oltre che alla Costituzione, meno di moda. Al centro del caso è l’esenzione del paga-mento dell’Ici per le attività commerciali della Chiesa. La storia è vecchia ed è tipicamente italiana. (Cfr. “La Repubblica”, 25 giugno 2007, La Ue pronta a processare gli sconti Ici alla Chiesa, di Curzio Maltese).
Così Curzio Maltese che calcolava, con molta prudenza, fra i 400 e i 700 milioni di euro il mancato incasso dell’Ici, in 500 milioni lo sconto del 50% su Ires, Irap e altre imposte, e in 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del “turismo religioso”. (Cfr. C. Maltese, La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani, Milano, 2008, p. 40).
La storia della Legge sull’Ici è nota a tutti: promulgata nel 1992, esentava dal pagamento gli immobili della Chiesa cattolica. Respinta dalla Corte di Cassazione con una sentenza del 2004 fu riesumata dal governo Berlusconi con un decreto del 2005. A questo punto “a Bruxelles cominciano a spazientirsi”, osserva l’Onorevole Turco, e “chiedono notizie”:
“Nel frattempo arriva il centrosinistra che, col disegno di Legge Bersani, risolve il problema. In teoria”. In teoria perché a Palazzo Chigi cominciano subito a fare “ammuina”. Nel senso, dice Turco, “che il governo, col decreto attuativo di quella legge, tentò di salvare la Chiesa esentando tutti gli immobili destinati non esclusivamente a fini religiosi. Insomma non solo non si paga l’Ici sulle chiese, ma anche sugli alberghi di proprietà degli enti religiosi, basta che dentro ci sia, che so, una cappella votiva”. (Cfr. “L’indipen-dente”, 27 giugno 2007, Tasse e fede. “Il governo Prodi sarà costretto a eliminare il privilegio”, dice il radicale Maurizio Turco: Ici, la Chiesa rischia di pagare, di Marco Palombi).
In queste pagine, però, non mi occuperò del caso Ici-Chiesa, né della vertenza aperta in sede europea per ottenere l’abolizione di questo privilegio reale che sembra proietti la nostra Repubblica in pieno antico regime spingendo indietro le forze della storia anche rispetto al Concordato del 1741 tra Carlo III di Borbone e Benedetto XIV. Le mie osservazioni si concentreranno sull’analisi della Legge costituzionale proposta dai radicali per il solo aspetto giuridico e dei diritti civili, della reale incidenza sulla vita sociale e delle sue possibili ripercussioni sull’ordinamento repubblicano.
2. Com’è noto, la proposta di Legge prevede la riforma di tre articoli della Costituzione: due dei Principi fondamentali e precisamente il 7° e l’8° e uno, il 19°, nella Parte prima della Legge Fondamentale. Le motivazioni che i cinque Deputati adducono a sostegno della riforma sono di ordine storico e politico, ma la preponderanza delle argomentazioni giuridiche sembra essere il vero fondamento di tutto il progetto. Gli estensori chiedono che “si cancelli finalmente dall’ordinamento italiano il regime concordatario introdotto con i Patti fra la Chiesa cattolica e il regime fascista e inserito poi nella Costituzione repubblicana con il voto concorde di democristiani e comunisti”:
Il principio stesso del concordato è inconciliabile con un sistema democratico liberale: comporta un accordo fra lo Stato e la Chiesa in base al quale i cittadini appartenenti alla Chiesa – le gerarchie ecclesiastiche, i fedeli – hanno diritti, privilegi e obblighi particolari, diversi da quelli comuni agli altri cittadini, in violazione del principio di ugua-glianza. ... L’autentica libertà religiosa, invece, si realizza quando lo Stato democratico liberale la riconosce piena e uguale a ogni cittadino e a ogni confessione, in quanto per propria natura è impegnato a garantire le libertà fondamentali e l’uguaglianza di ognuno di fronte alla legge. (Cfr. Camera dei Deputati, n. 241, Proposta di Legge costituzionale d’iniziativa dei Deputati Maurizio Turco, Beltrandi, Bernardini, Farina Coscioni, Mecacci, Zamparutti per il rafforzamento della laicità della Repubblica, 29 aprile 2008, p. 1).
L’articolo 3 e il richiamo all’eguaglianza di diritto costituiscono il fulcro dell’intera riforma; si rigetta perciò ogni trattato di accomodamento fondato
“sull’ineguaglianza giuridica” tra lo Stato e la Chiesa, tra la condizione dei laici e quella degli ecclesiastici. Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Quindi non si capisce perché “lo Stato e la Chiesa cattolica (solo essa!) sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” e per quale oscura ragione la Chiesa di Roma debba essere “più eguale delle altre” e la sola a beneficiare di un trattamento di favore mentre alle altre confessioni si riserva “un sistema concordatario di minore dignità (le intese)”.
La macroscopica disparità di trattamento che la Repubblica riserva alle “Chiese” è particolarmente evidente nei trasferimenti dell’8 per mille. Lo Stato, infatti, oltre a impegnarsi a non far concorrenza alla Chiesa cattolica, cioè a non influenzare i contribuenti per la destinazione dell’8 per mille, versa alla Cei un anticipo di circa il 90% sull’introito dell’anno successivo, mentre alle altre confessioni che rientrano nella ripartizione del denaro pubblico trasferisce il gettito delle quote – e nel caso dei valdesi e delle Assemblee di Dio solo delle quote espresse – con tre anni di ritardo. Questo clamoroso trionfo dell’ineguaglianza assurta al rango di sistema giuridico è possibile grazie all’articolo 8 della Costituzione dove si afferma che le confessioni religiose diverse dalla cattolica sono “egualmente libere dinanzi alla legge”, vale a dire che esse sono, come la Chiesa cattolica, libere di organizzarsi, di esercitare il culto e di farne propaganda, ma non sono eguali dinanzi alla legge. Questa differenza tra le “Chiese”, si comprende benissimo, non è di natura quantitativa ma qualitativa, nel senso che concerne la dignità delle “Chiese” stesse. Lo Stato teologo poteva così permettersi di ristabilire l’antico primato della Santa Sede, sia pur all’intero di una generalizzata libertà di culto, garantendo l’eguaglianza di diritto ai singoli ma non alle formazioni sociali in cui si realizza la pratica del culto, o almeno non a tutte nello stesso modo.
In ogni caso, sarebbe un errore considerare il disegno di Legge come la semplice rivendicazione dell’egualitarismo repubblicano o come un adattamento della Costituzione ai mutamenti della società italiana innescati dai processi migratori e dalla presenza sul territorio nazionale di comunità religiose che ai tempi dell’Assemblea Costituente non potevano avere una così vasta diffusione. Voglio dire che la riforma partì dai radicali, ma servì al governo per esercitare una pressione politica sulla Chiesa di Roma in merito all’affare Ici, giacché è impensabile che i parlamentari della Rosa nel pugno, gli ulivisti, i verdi e lo stesso esecutivo pensassero realmente di abrogare l’8 per mille con un atto unilaterale dello Stato italiano. O forse si? Del resto, il potere di fare e disfare le Leggi appartiene solo alla Repubblica.
La condanna dei Patti Lateranensi e della politica religiosa del regime mussoliniano rappresenta invece il movente storico della riforma. I Patti del ’29 furono accettati dalla Chiesa cattolica solo per salvaguardare, o recupera-re, posizioni di potere e di privilegio, ma con essi Benito Mussolini tradì gli ideali risorgimentali perché ristabilì il dominio temporale dei Pontefici.
I Patti Lateranensi hanno costituito il modello che ha ispirato, almeno in Europa, tutti i successivi concordati fra Chiesa cattolica e stati nazionali firmati da dittatori fa-scisti (peraltro di nascita e formazione cattolica): Benito Mussolini (11 febbraio 1929), Adolf Hitler (20 luglio 1933, subito dopo la presa dei pieni poteri), il portoghese Antonio de Oliveira Salazar (7 maggio 1940) e lo spagnolo Francisco Franco (27 agosto 1953).
La Chiesa ha rinnegato, con dolorosa riflessione, l’appoggio fornito all’avanzata del fascismo e del nazismo in Europa negli anni venti e trenta (per quanto il Mein Kampf non sia mai finito nell’Indice dei libri proibiti). Ma ha sempre lottato per conservare i principali frutti di quel “patto col diavolo”, ovvero i concordati. Le ragioni di questo in-teresse sono evidenti per chi si sia preso il disturbo di leggere le clausole economiche degli accordi. (Cfr. C. Maltese, La questua ..., cit. , p. 146).
Mossi da tali considerazioni e dalla condanna postuma dei Patti Lateranensi, i cinque Deputati promotori della Legge illustrano infine i cardini della loro riforma costituzionale.
- All’articolo 7 della Costituzione attualmente in vigore:
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettati dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
- Si sostituisce il seguente:
La Repubblica riconosce la libertà religiosa quale diritto fondamentale della persona.
- All’articolo 8 della Costituzione:
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organiz-zarsi secondo in propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
- Si sostituisce il seguente:
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge e
hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e con i diritti inviolabili della persona.
- All’articolo 19:
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.
- Si sostituisce il seguente:
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al rispetto dei diritti inviolabili della persona.
3. Da una prima analisi della riforma si arguisce immediatamente la forte spinta laicale, “separatista” ed egualitaria che presiede alla redazione del-le norme. Infatti, all’articolo 7, cardine dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, si sostituisce un articolo autenticamente repubblicano, laico ed eguali-tario. Apparentemente nulla di irreparabile, anzi un trionfo, se non fosse che dietro quell’articolo ci sono i Concordati come del resto dietro il terzo comma dell’articolo 8, ma di essi si può fare un bel falò.
Personalmente, considero la riforma più pomposa che utile semplicemente perché il nuovo articolo 7 pretende di retroagire sulla struttura della società, con buona pace di Marx ed Engels.
La libertà di culto prima di essere una legge è un’opinione, un sentimento, un’idea di società. Intendo dire che il legislatore può anche pietrificare la Costituzione incidendo nella roccia una ad una le norme che la compongono, ma il libero esercizio dei diritti civili non sarà mai garantito fino a quando non si instauri nel corpo sociale un’autentica coscienza costituzionale. Il problema della tolleranza e della libertà religiosa interessa oggi prevalentemente i cit-tadini di religione musulmana; ebbene fino a quando la maggioranza dei cat-tolici continuerà a indicare in ogni musulmano un potenziale terrorista e in ogni moschea un’officina della sedizione questa libertà non sarà mai garantita.
Fino a quando le amministrazioni comunali non riserveranno nei loro piani regolatori dei lotti idonei per le moschee o continueranno a non rilasciare le dovute concessioni edilizie per la loro edificazione, i cittadini di religione mu-sulmana saranno sempre discriminati.
La libertà di culto per i musulmani pare contrasti oggi con il senso comune di una parte considerevole del corpo sociale e può essere perciò garantita solo con la forza, cioè con la forza della legge repubblicana. Lo Stato, però, si occupa della “Questione islamica” solo in termini di ordine pubblico o quando si tratta di reprimere eventuali spinte eversive, ma mai per garantire i diritti manifestando così chiaramente di non voler risolvere il problema.
Quanto all’abolizione dei finanziamenti pubblici alle “Chiese” e alla completa separazione tra lo Stato e le confessioni religiose credo proprio si tratti di una suggestiva utopia che peraltro, nello stato attuale delle nostre co-se, affamerebbe il clero cattolico, visto che nell’Italia cattolicissima, nell’Italia di San Francesco e San Pio che adora le spoglie mortali degli eroi della fede i contributi volontari al culto cattolico, peraltro esentasse, non raggiungo i 30 milioni di euro l’anno.
In conclusione, non posso far altro che ricordare a tutti coloro che hanno avuto la bontà di trattenersi con le mie fantasticherie politiche una semplice verità, per altro notoria: la Chiesa non rinuncerà mai ai suoi privilegi se non costretta da contingenze superiori, perché essa li considera una sua proprietà, un suo diritto sancito dalla storia, e in questo potrà sempre contare sulla cocciuta superstizione dell’uomo comune che vede nel Vaticano una realtà immanente e non modificabile, uno Stato sacro e intangibile creato da Dio e non dall'uomo e per questo responsabile dei suoi atti solo dinanzi a Dio stesso.




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