La Cina e il nuovo protezionismo
di Alberto Mingardi
Sul Corriere della Sera di ieri, l’ira del professor Giovanni Sartori ha travolto per una volta non i giochi della politica, ma le leggi dell’economia. Sartori ci ha esortato a “rileggere Ricardo”, per capire perché i dazi sarebbero l’unica ragionevole soluzione al presunto “problema” che la Cina rappresenterebbe oggi per l’Italia, l’Europa, l’Occidente.
La legge di Ricardo (per cui “le merci devono essere prodotte dove costano meno”) viene plasticamente rammodernata: la sua validità resterebbe tale solo se resiste una forma di “reciprocità”. I produttori di vino portoghesi che scambiano con i filatori inglesi.
Siccome il costo del lavoro in Cina è “10-30 volte inferiore che nei Paesi ricchi”, il teorema s’incrina, e i cinesi sono destinati a bagnarci il naso in tutti i campi. Anzi, marciamo verso un “colossale e intollerabile disastro”.
E’ davvero così? Non proprio. Anzitutto, Sartori confonde i costi comparati con i costi assoluti.
Per Adam Smith, ogni nazione si specializza nella produzione in cui ha un vantaggio assoluto, cioè in cui è più brava delle altre. Si procura, invece, tutti gli altri beni di cui ha bisogno da altri Paesi che nella loro produzione hanno i loro vantaggi assoluti. Mezzo secolo più tardi, Ricardo aggiorna la teoria, dimostrando che conviene alle diverse nazioni scambiarsi non soltanto i beni in cui ciascuna di loro aveva un vantaggio assoluto. Il commercio internazionale è un gioco che vale la candela persino per quelle nazioni che non hanno alcun vantaggio assoluto e che sono svantaggiate rispetto alle altre in qualunque tipo di produzione. L’importante è che ciascuna di queste nazioni si specializzi nella produzione in cui ha il minore svantaggio, in cui ha, in altre parole, un vantaggio comparato.
Perché? Perché Michael Johnson impiega il figlio del vicino di casa per tagliargli l’erba del prato? La sua perfetta forma fisica gli consentirebbe di farlo prima e meglio. Ma il valore del tempo suo e di quello del ragazzetto è evidentemente diverso, per cui, com’è evidente, gli conviene pagarlo e concentrarsi su attività più remunerative.
Dello stesso stampo sono due altri errori di Sartori. Anzitutto, egli confonde vantaggio competitivo con costo del lavoro: un Paese in cui il lavoro costa meno sarebbe automaticamente avvantaggiato rispetto ad uno in cui costa di più. E la produttività, di quel lavoro, dove la mettiamo? Come si fa a sostenere che conta solo il salario di un operaio, e non le macchine che impiega? Il politologo fiorentino suppone, certo, che globalizzazione significhi “la stessa tecnologia a tutti gli angoli del globo”. Ma è proprio la differenza nel costo del lavoro che cospira contro questa teoria. Se in Occidente c’è bisogno di macchinari più avanzati, che facciano meglio rendere il sudore e la fatica, è proprio perché il lavoro costa di più. Viceversa, il suo costo minore in Cinasi spiega anche alla luce della minore produttività marginale: se un uomo lavora con attrezzature di qualità superiore riuscirà a fare in un’ora molto più di quanto possa fare nello stesso tempo il lavoratore che usi attrezzature meno efficienti. E viceversa. Il lavoro più economico è meno produttivo, e se la produttività sale così avviene anche col suo valore.
Tuttavia, la cantonata più grossa di Sartori è un’altra. Dice: se la macchina cinese costa meno di quella italiana, quest’ultima non ce la compra più nessuno Ma come si fa ad assumere che l’automobile cinese sia uguale a quella italiana, o tedesca, o americana? La “Happy Emissary” farà concorrenza alle auto del suo stesso segmento di mercato, non certo alla Golf o alla Porsche Carrera.
Il professor Sartori immagina che l’economia sia un magma statico, in cui non si producono cambiamenti. L’esperienza ci suggerisce il contrario. Chi scrive sui giornali viaggia a creatività limitata, ma gli imprenditori ne hanno tanta, e la usano appunto per soddisfare bisogni e necessità dei consumatori sempre nuove.
I prodotti cinesi a basso costo fanno bene non solo a quel Paese, ma anche a tutti noi consumatori. I dazi sarebbero una tassa occulta per gli europei, costretti a pagare di più un bene che potrebbero acquistare a meno. Il protezionismo produce poi altre conseguenze nefaste: favorisce l’imprenditoria inefficiente contro quella innovativa, e si offre come comodo scudo sotto il quale ripararsi anziché mettere mano a riforme significative. Già, perché chi l’ha detto che è il costo del lavoro cinese troppo basso, e non il nostro troppo alto?
Un’ultima cosa. Sartori sbeffeggia con scarso rispetto Innocenzo Cipolletta, cui viene imputato l’ottimismo panglossiano di chi crede che il mercato porterà anche in Cina più libertà per tutti. L’illustre politologo sembra accartocciarsi su una definizione un po’ bizzarra di cosa sia un Paese libero: la libertà dei giapponesi si concreterebbe nel fatto che lì esiste un sindacato: ma se la forza del sindacato è indice di libertà, allora noi siamo liberissimi, e americani ed inglesi a un passo dalla schiavitù! Non è questo il punto. Quella di Cipolletta è, è vero, una “profezia”. Ma che trae conforto dalla storia di tutti quei Paesi (un esempio: il Cile) in cui l’apertura agli scambi ha segnato la rinascita dei diritti civili. Sartori si lancia in un’altra profezia, di segno contrario: in Cina sopravviverà la dittatura, nonostante il mercato. Ma perché l’eccezione dovrebbe essere più plausibile della regola?


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in una materia della quale conosce molto poco (se lo ricordi quando sbeffeggia gli ingegneri che fanno i ministri della giustizia) e quello di Mingardi non aiutanoi al agente a capire.
