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Discussione: Il dopo Berlusconi

  1. #431
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    Le nubi rosa
    Scelto un bersaglio gli si va contro con ogni mezzo

    Era la vigilia di Pasqua del lontano 1953, quando venne trovato sulla spiaggia di Torvaianica il cadavere di Wilma Montesi. E' lontanissimo nel tempo quell'episodio di cronaca, ma la strumentalizzazione dello stesso fu tale da mettere in crisi il partito di maggioranza relativa, con l'attacco a uno dei suoi principali esponenti di prestigio, qual era Attilio Piccioni. Il figlio del ministro Attilio Piccioni, al termine di una non breve vicenda giudiziaria, fu prosciolto dall'accusa di omicidio, ma l'immagine di una gioventù dorata che si permetteva di tutto, e soprattutto alle spalle del potere, restò, fino a compromettere il futuro politico dello statista democristiano. Una vicenda complessa e controversa, capace di destabilizzare profondamente il sistema politico di allora.

    E lo scandalo rosa nella lotta politica è stato usato molto prima delle accuse di corruzione. Forse, a guardare bene, ha prodotto maggiori risultati. La democrazia è il sistema, fra i vari, più facile da corrompere. Questo concetto è di facile intuizione e probabilmente tutti, sapendolo, sono disposti anche a chiudere un occhio. Ma è più difficile trascurare la mancanza di integrità morale all'interno del sistema democratico, nemmeno fosse ritenuta cosa più comprensibile accettare mazzette che tradire la propria moglie. E se si dà per scontato che comunque, alla fine nella vita pubblica, tutti devono guadagnare qualcosa, non c'è però ragione di guadagnare al fine di violare i buoni costumi.

    Contro Berlusconi si sono mosse procure come battaglioni, nel desiderio di portarlo fuori dal gioco, di sgonfiarlo come vennero sgonfiati uno per uno i principali partiti di governo dal ‘92 al ‘94. Berlusconi imprenditore era riuscito a resistere con tutte le sue forze e oramai soltanto Berlusconi restava da piegare, a qualunque costo. Visto che poi le inchieste giudiziarie hanno prodotto magri risultati, si è pensato a sangue freddo di colpire il principale bersaglio, il "luciferino" - come è stato definito - presidente del Consiglio, proprio in quello che appare un suo evidente punto debole: la presunta simpatia per le belle donne. Se ne è sempre favoleggiato, sono fiorite battute ed indiscrezioni, ecco ora finalmente la prova concreta di un suo interessamento tramite le intercettazioni telefoniche.

    Berlusconi sarà anche prosciolto dai processi che lo riguardano, potrà anche essere rimasto estraneo rispetto alle attrici delle telefonate, ma in ogni caso la sua immagine ha subito un colpo durissimo perché, tra la graticola giudiziaria e le intercettazioni rosa, il premier in queste condizioni potrebbe non apparire all'altezza di poter seguire la vicenda politica del paese. Ed il fatto che si sfoghi alla Confeser-centi non lo ha certo aiutato, anzi.

    A questo punto possiamo fare le leggi che vogliamo, ma il danno è stato fatto. E non è detto che si consumi in un'unica soluzione senza nuovi colpi di coda. Berlusconi è un uomo nel mirino che, come egli stesso ha detto, non ha nessuna intenzione di mollare. Bene: siamo certi che nemmeno i suoi avversari vogliano mollare e da oggi sappiamo che la lotta sarà senza esclusione di colpi.

    Roma, 27 giugno 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #432
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    La diffusione delle intercettazioni con Saccà chiude le ultime vie di mediazione
    Berlusconi: un regime, ma non mollerò
    L'ira del Cavaliere: andrebbe usato il napalm su chi dà in pasto conversazioni private senza rilevanza penale

    «A Strasburgo, tra i miei colleghi europarlamentari, ho avvertito un senso di stupore e di sconcerto quando abbiamo iniziato a esaminare gli atti del caso Unipol». Il racconto di Giuseppe Gargani misura la distanza tra l'Italia e l'Europa della civiltà garantista. Il presidente della commissione giuridica di Strasburgo rivela che «gli eurodeputati erano sbalorditi per la richiesta della magistratura italiana di utilizzare i colloqui telefonici tra Massimo D'Alema e l'ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, perché considerano la privacy un tabù inviolabile. «Non si può intercettare un deputato», mi dicevano. Ho dovuto spiegare con un po' di vergogna come da noi la legge viene aggirata. D'Alema mi ha fatto chiamare dagli amici degli amici per capire cosa ne pensavo della faccenda. Gli ho fatto sapere che se ha bisogno può chiamarmi direttamente, dato che ci conosciamo».

    Se in Europa la violazione delle regole nei casi giudiziari è vissuta come «uno scandalo», in Italia è invece un consolidato strumento di lotta politica. La diffusione dei colloqui tra Berlusconi e il dirigente della Rai Saccà - che fanno parte dell'inchiesta aperta dalla procura di Napoli - ha alimentato ieri lo scontro sulla giustizia, ostruendo le ultime vie di mediazione, allargando il fossato tra maggioranza e opposizione. Anche se nelle file dei democratici c'è chi indirettamente manifesta solidarietà al Cavaliere. Lo s'intuisce da una battuta dell'ex tesoriere ds Sposetti, che ha vissuto sulla propria pelle l'esperienza per il caso Unipol: «Sono ripartite le intercettazioni? E perché, si erano mai fermate?». No. E il premier aveva previsto che - dopo Milano - si sarebbe aperto il fronte giudiziario partenopeo. Aveva messo nel conto anche l'uscita dei suoi colloqui telefonici. Insomma, era preparato.

    Ma quando ieri l'hanno informato della notizia si è trattenuto a stento: «Dare in pasto alla stampa conversazioni private senza alcuna rilevanza penale è una vergogna. Andrebbe usato il napalm». E mentre il Cavaliere veniva inghiottito in un vertice sull'emergenza rifiuti, alla Camera s'inseguivano le voci. Il deputato napoletano Laboccetta confidava di sapere «con certezza che i magistrati stanno lavorando attorno a una serie di intercettazioni»: «Riguardano il premier, e a quel che mi dicono sono molto private. Se non è una manovra orchestrata...». «Vorrà dire che gli italiani sapranno come anche in quel campo sono il numero uno», è stata la battuta di Berlusconi riferita dai suoi più stretti collaboratori, secondo i quali il Cavaliere alterna sprazzi di ottimismo e buonumore a momenti di profondo sconforto. In questi casi la vittima predestinata è l'avvocato-deputato Ghedini. È con lui che ragiona e si sfoga. «Eccoci», ha esordito anche ieri: «Invece di fare il presidente del Consiglio faccio l'imputato. E devo sentirmi pure la morale da quelli del Pd, che mi invitano a difendermi nei processi. Bene. Allora dovrei chiamare il capo dello Stato e avvisarlo che non potrò andare al G8 perché devo esercitare il mio diritto alla difesa. Dovrei dirgli che purtroppo l'Italia al G8 non sarà rappresentata. E siccome devo studiarmi le carte, non potrò convocare il Consiglio dei ministri, né firmare atti di governo. Dovrei fare così? Andiamo... La verità è che ormai siamo precipitati in un regime. Ma io non mollerò mai, mai».

    Più del caso Mills, è la diffusione delle intercettazioni a ferire il Cavaliere, perché teme ne venga ferita la famiglia. Il ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto ha già passato questo «calvario»: «Penso a quello che dovette subire mia madre». Ora aspetta di rivalersi «su una giustizia ingiusta», ma il punto è che - politicamente - non è stato ancora trovato un rimedio. Il ddl del governo tarda ad arrivare in Parlamento, perché Berlusconi vorrebbe restringere l'uso delle intercettazioni da parte dei magistrati, altrimenti - è il suo pensiero - resterebbe tutto come prima. Ma c'è chi fa presente che è più importante il controllo sulle richieste dei pm. Il problema comunque è così avvertito che l'Udc, con Luca Volontè, chiede ora che si agisca addirittura per decreto: «Solo in un verminaio può accadere che ogni sei mesi pseudo-giornalisti, in combutta con magistrati acquiescenti, pubblichino verbali di telefonate private. È una vergogna indegna per un Paese civile, lo stesso editore dell'Espresso dovrebbe vergognarsi». Dice il segretario del Pri, Francesco Nucara: «Se dopo appena due mesi di legislatura siamo già a questo punto, cosa accadrà di qui a cinque anni?». Italia, lontana periferia d'Europa.

    Francesco Verderami

    tratto da http://www.corriere.it/politica/08_g...box_primopiano

  3. #433
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    Punto Quotidiano: Il federalismo preoccupa Fini

    Scritto da Alessandro Corneli
    martedì 22 luglio 2008

    VELTRONI ALLA FRUTTA

    Walter Veltroni chiede al Governo aumenti salari, stipendi e pensioni,; forse crede che l’Italia sia il Paese dei balocchi. Chiede anche altro: con aria sconsolata e gran voglia repressa di menare le mani, chiede a Berlusconi, Fini e Schifani di stigmatizzare il gesto offensivo verso l'inno di Mameli compiuto dal ministro delle Riforme, Umberto Bossi. Infine, con un guizzo d’ingegno, coglie la contraddizione essenziale degli esponenti del centrodestra, ai quali chiede: come potete definirvi “moderati” con quei gesti e con quelle parole (di Gasparri sul Csm)?
    Ammettiamolo: la vita di premier di un governo-ombra non è facile.

    FINI PREOCCUPATO

    Chiamato in causa, Gianfranco Fini ha dato una risposta ambivalente. Ha detto: “Nessuno, meno che meno un ministro della Repubblica, deve pronunciare parole che offendono un sentimento nazionale che sta nell'Inno di Mameli ed in quello che significa, al di la delle parole che lo compongono. L'inno è elemento distintivo dello Stato al pari della bandiera: è un elemento simbolico e come tale esso va rispettato”.
    E fin qui è sembrato dare una stoccata a Bossi per il suo gesto. Ma è andato oltre e questa volta l’obiettivo è stato il movimento della Lega in quanto tale: “Identico rispetto si deve a tutti gli italiani, quale che sia il luogo di nascita, di residenza o di lavoro. Il primo dovere di ogni parlamentare o ministro è di ricordare che non ci sono italiani del nord, del centro o del sud ma che ci sono solo gli italiani, che in quell'Inno di Mameli si riconoscono. Non c'è dubbio che l'unità nazionale, i suoi simboli ed il rispetto che ad essi è dovuto sono condizioni indispensabili per qualsiasi politica di autentica riforma”.
    Questo significa che, sotto le battute, le frasi spinte, i gesti in sé volgari, c’è dell’altro, come sospettavamo nella nota di ieri. C’è una serie di domande che si affollano di fronte all’accelerazione sulle riforme, quella federalista in particolare. Si pensa che si sta per aprire una porta dietro la quale non si sa che cosa ci sia realmente. Si sta per iniziare un viaggio di cui non si conosce la meta. An, in particolare, è di fronte alla prospettiva di fondersi con Fi, con un rapporto di 3 a 7, non particolarmente esaltante, e sotto un unico leader, Berlusconi, sulla cui successione alla leadership, quando sarà, non ci sono indicazioni. C’à la possibilità che un federalismo con qualche contenuto, e non solo di facciata, indebolisca uno Stato fragile, nonostante si avvii a celebrare i 150 anni della sua unificazione politica. Forse Fini non se la pone con chiarezza, e non può nemmeno farlo, ma la preoccupazione che sembra nascondersi sotto le sue parole è il timore che il federalismo frantumi l’Italia.
    Quanto a Schifani, il presidente del Senato ha detto che “i simboli della Patria e dell'unità dello Stato sono sacri. Essi riassumono la nostra storia e fanno perciò parte costitutiva della stessa nostra entità”. Anche qui il richiamo all’unità dello Stato, come se fosse in pericolo mentre invece sarebbe solo questione di prestigio. Poi un tentativo di calmare la situazione: “Sono certo comunque che quanto accaduto nella giornata di ieri (domenica, ndr) in occasione del convegno di un partito sia frutto del clima particolare che in tale circostanza spesso si realizza. Infatti a mia memoria fatti come quelli di ieri non si sono mai verificati in ambito parlamentare. Sono convinto che ai nostri simboli nazionali sia dovuto il massimo e riverente rispetto”.
    E Bossi? Riferendosi all’intervento di Fini, dice: “Poteva non intervenire, che era meglio”. Poi cerca di cavarsela: “A me l'Inno di Mameli non è mai piaciuto, fin dai tempi della scuola, preferisco la canzone del Piave...quella che fa 'Il Piave mormorava calmo e placido...Quella è una canzone di popolo, è più vicina alla Marsigliese”.
    Anche qui, c’è ambivalenza: non piace l’inno di Mameli, ma piace la canzone del Piave, la canzone della prima guerra mondiale, degli interventisti, dei nazionalisti, quella che portò a compimento l’unità nazionale. Un modo per rassicurare o una furbizia? Anche perché Bossi cerca una via d’uscita: “Il poeta usò questa frase, ‘schiava di Roma’, che non ho mai sopportato...il problema é sul contenuto, non sull'inno in quanto inno d'Italia. Proprio non mi piacciono le parole dell'inno e l'ho sempre detto. Quella parola, ‘schiava’, non la sopporto. Noi siamo per abolirla la schiavitù in ogni sua accezione. E così ho anche detto che il nord, la Lombardia, il Veneto mica possono essere schiavi di qualcuno...E allora perché non usare come inno quella canzone del Piave che mi ha sempre commosso? Quella è popolare, trascinante, somiglia, come intonazione e come senso patriottico, alla Marsigliese”. La difficoltà è evidente. Ma quale reale progetto ci sta dietro? O forse non c’è nessun progetto? Il che non tranquillizzerebbe di più.

    QUALE FEDERALISMO

    Ancora non abbiamo – perché non sono state fornite – idee chiare sul federalismo. Ciò che emerge, dagli interventi di Tremonti, è che il federalismo dovrebbe essere il meccanismo attraverso il quale ridurre drasticamente la spesa pubblica e quindi modificare decenni di politica economica lassista.
    Sotto questo aspetto, è una grande idea e una grande scommessa. Facendo carico a ciascuna realtà politico-ammnistrativa locale di contare essenzialmente su ciò che produce e non su interventi integrativi dello Stato, l’attenzione si sposta sul controllo della spesa per cui, se si vuole spendere di più, bisogna anche produrre di più. Perciò le classi politiche locali devono riorientare la spesa in funzione della produzione e non degli sprechi che si trasformano in consensi inquinati e malsani.
    Se questo è l’obiettivo – non facile da raggiungere per tutti gli interessi che andrebbe a colpire – allora si chiariscano gli aspetti politici: allora non c’è bisogno di prendersela con l’Inno di Mameli; allora non c’è bisogno di richiamare l’unità nazionale (se nessuno la rimette in discussione).
    Si chiarisca bene che il federalismo politico-amministrativo non mette a rischio l’unità del Paese e si indichino con chiarezza gli obiettivi economici, legati soprattutto a un nuovo modo di concepire il bilancio dello Stato.

    MARONI BUONISTA

    Non è il lupo cattivo Roberto Maroni. Ha annunciato ieri che nei prossimi giorni avanzerà una proposta per dare ai bambini nomadi nati in Italia, “come ragione umanitaria”, un nome, un cognome e la cittadinanza italiana. Questa sì che è politica dell’assimilazione. Sicuramente influenzato da antiche letture deamicisiane, Maroni ha detto: “Dobbiamo tutelarli. Quello che stiamo facendo è una cosa giusta e di equità. Ci sono in questi campi persone che vivono in maniera subumana. Bimbi il cui destino è tragico. Alcuni, lo sapete, vengono utilizzati nel mercato dei trapianti di organi. E invece il primo diritto di un bambino, qualsiasi bambino, è di avere una identità. Sui giornali la cosa è stata impropriamente definita 'impronte digitali ai rom', in realtà quello che stiamo facendo è un censimento nei campi nomadi. Il censimento non è su base etnica, è solo per vedere e sapere chi c’è in questi campi. Fu il precedente governo che parlò di emergenza rom, quindi semmai l'aspetto etnico lo toccò il governo Prodi. Io ho cambiato da emergenza che riguarda una etnia a censimento. Eppure c'è piovuta addosso la condanna dell' Europa e sono state dette contro di me e contro di noi cose terribili. Sono stato persino definito uno stupratore da un direttore di giornale. Queste cose però le lascio ai miei avvocati”. Ma, alla fine, ha confessato: “Ho un segreto per non arrabbiarmi, non leggo i giornali, anzi no, ne leggo uno, la Gazzetta dello Sport”

    IL RICHIAMO DI NAPOLITANO

    Il Capo dello Stato è sceso in campo contro la spettacolarizzazione dei processi: “Nel momento in cui si riscontra una tendenza alla spettacolarizzazione dei processi, connotata anche dalla divulgazione di notizie attinenti a terzi estranei alle vicende che ne sostituiscono oggetto, occorre recuperare equilibrio per assicurare il rispetto della dignità e del decoro delle persone coinvolte”.
    Se “occorre recuperare” equilibrio, vuol dire che questo equilibrio non c‘è nella misura in cui avrebbe dovuto esserci.
    Importante: fonti del Quirinale hanno fatto sapere che il presidente Napolitano ha “apprezzato” le parole di Fini e di Schifani. Veltroni insiste per avere una dichiarazione di Berlusconi. Che invece ha avuto una conversazione telefonica con Bossi. Bonaiuti ha detto che il premier è impegnato a risolvere la questione dell’Alitalia.

    MANOVRA APPROVATA

    Se c’erano voluti 9 minuti al consiglio dei ministri per approvare la manovra economica di Tremonti, non c’è voluto molto di più, alla Camera, per approvarla con voto di fiducia: 323 voti a favore contro 253. Adesso il testo passerà al Senato che lo approverà prima della pausa estiva. A meno che l’opposizione non riesca a ottenere l’approvazione di qualche emendamento che costringerebbe la Camera a ripetere l’esame e la votazione. Poche settimane dopo, a settembre, i sindacati si mobiliteranno contro.

    CRUDELTÀ

    La direzione del carcere di Sulmona, dove è rinchiuso Ottaviano Del Turco, ha respinto la richiesta dell’illustre prigioniero di potere disporre in cella di pennelli, colori e tele per dipingere. Il regolamento dell'istituto di pena vieta, infatti, che un detenuto custodisca corpi contundenti in cella. Ma se non potrà trattenere il suo impeto artistico, viene precisato, “potrà farlo nel laboratorio del penitenziario”. Leggi e regolamenti prevedono tutto. Ci auguriamo comunque che Del Turco possa produrre una serie di “dipinti dal carcere”. Naturalmente per noi è innocente fino a sentenza definitiva.

    tratto da http://www.legnostorto.com/index.php...=view&id=22462

 

 
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