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Discussione: Il dopo Berlusconi

  1. #251
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    Predefinito tratto da IL TEMPO 19 aprile 2005

    Berlusconi finge le dimissioni, tutti ci cascano

    Accordo raggiunto per il rimpasto. Poi il colpo di scena: il premier sale sul Colle e non lascia

    Il Cavaliere chiede al presidente della Repubblica di andare alle Camere. Il Quirinale si aspettava la visita venerdì

    di LAURA DELLA PASQUA

    «NON mi sono dimesso. Avete visto? Questa volta la sorpresa ve l’ho fatta io». E poi in tono di sfida rilancia: «Ora vediamo come reagisce il Parlamento». Berlusconi ha appena lasciato il Quirinale dopo l’incontro di circa un’ora con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e in piazza Montecitorio fornisce alla stampa alcuni scampoli di notizie sull’esito del vertice. Subito dopo arriva una nota del Quirinale: Ciampi ha accettato le dimissioni dei ministri, dei viceministri e dei sottosegretari dell’Udc e del Nuovo Psi e ha invitato il premier a presentarsi senza indugio al Parlamento per il chiarimento politico. Lì, ritiene Ciampi, deve avvenire il vero chiarimento politico nella maggioranza. Per andare avanti dopo le fibrillazioni innescate dal voto del 3-4 giugno, l’esecutivo deve ottenere un voto di fiducia. Quindi si potrà discutere dell’eventuale sostituzione dei ministri e dei sottosegretari dell’Udc e del Nuovo Psi. Il colpo di scena è arrivato al termine di una giornata in cui sembravano scontate le dimissioni del premier e inevitabile un Berlusconi bis. Un vertice a Palazzo Grazioli con i leader della Cdl aveva ricomposto la frattura con Follini che insieme a Fini aveva sottoscritto una lettera in cui a fronte di un nuovo programma e di un nuovo governo si ribadiva la leadership di Berlusconi. Tant’è che l’Udc aveva cominciato a far girare anche la lista dei nuovi ministri. A quel punto tutti si aspettavano che il premier consegnasse le sue dimissioni a Ciampi ma così non è stato. A consigliare Berlusconi sarebbe stato Bossi in una telefonata concitata: «Caro Silvio se ti dimetti ti consegni all’Udc, diventi un leader dimezzato e quelli alla prima occasione ti fanno fuori». Il Cavaliere non ha bisogno di essere convinto. Uscito dal Quirinale dirà ai suoi: ma io non ho mai pensato di dimettermi. Berlusconi arriva al Quirinale alle 18,30 accompagnato dal sottosegretario Gianni Letta, dopo il vertice con i leader di maggioranza. Il Capo dello Stato lo riceve nello Studio alla Palazzina, insieme al segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni. Prima di invitare i suoi ospiti a mettersi a sedere, Ciampi li accompagna al grande tavolo di lavoro sotto la finestra e, per cominciare, firma i decreti che rendono effettive le dimissioni dei ministri e dei sottosegretari. Un particolare che dice quanto avrebbe voluto farlo già venerdì scorso. Poi, quando tutti hanno preso posto attorno alla grande scrivania, Ciampi chiede a Berlusconi se intende aggiungere anche le sue dimissioni. No, presidente, è la risposta, preferisco andare in Parlamento a dimostrare che il sostegno della maggioranza non è venuto meno. Al presidente della Repubblica spiega che non intendeva rassegnare il mandato, ma preferisce andare in Parlamento a dimostrare la solidità della maggioranza: la scelta sarebbe motivata dal fatto che nella coalizione rimane un residuo terreno non del tutto appianato, difficoltà che il premier pensa di poter superare proprio nei tempi del passaggio parlamentare. Ciampi non solleva obiezioni, perché ci sono almeno tre precedenti simili. Furono rinviati alle Camere i governi Colombo, Fanfani, Goria, quando attraversarono una crisi analoga: ritiro di una intera delegazione di partito dall’esecutivo accompagnato dall’impegno del partito stesso a restare nella maggioranza mantenendo il sostegno al governo. La brevità dell’incontro e le modalità hanno confermato l’impressione che Ciampi attendesse la visita di Berlusconi già venerdì scorso, al rientro dalla Bulgaria, poche ore dopo la decisione della direzione dell’Udc e del Nuovo Psi di ritirare i ministri. Invece, venerdì stesso, in serata, al Quirinale si era recato il sottosegretario Gianni Letta, per riferire al segretario generale Gaetano Gifuni che l’approfondimento non era ancora concluso. Una evidente richiesta di tempi supplementari. Un gesto, pare, accompagnato da una telefonata fatta a Ciampi dallo stesso Berlusconi, per spiegare che il ritardo non voleva essere un gesto di scortesia, ma era dovuto alla ricerca di una soluzione positiva, che egli considerava ancora possibile. Il Quirinale ha comunque insistito perché le lettere di dimissioni dei ministri Udc fossero consegnate formalmente al Colle, senza ritardo. Questo è avvenuto l’indomani, sabato, quando le lettere sono state consegnate alla segreteria generale del Quirinale dal segretario generale della presidenza del Consiglio. Anche questo è apparso un gesto al limite della correttezza istituzionale: di solito è il presidente del Consiglio a sottoporle personalmente al capo dello Stato, contestualmente alla richiesta di firmare un decreto presidenziale di accettazione delle rinunce, ed eventualmente di proprie dimissioni o di sostituzione dei ministri uscenti. L’umore del Quirinale traspariva dal comunicato con cui si dava notizia del recapito delle lettere di dimissioni. In esso si rendeva noto che Berlusconi le avrebbe sottoposte personalmente ieri a Ciampi. Era chiaro, a questo punto, che il Capo dello Stato non intendeva concedere ulteriori dilazioni. Uscito dal Quirinale Berlusconi si è recato dai presidenti della Camera Casini e del Senato Pera per riferire dell’incontro. A Pera il premier avrebbe raccontato che era pronto a sostituire i tre ministri Marzano, Sirchia e Lunardi con Billè, Caldoro e La Malfa, oltre al cambio Castelli-Vietti. Nel frattempo a stretto giro è arrivato il commento dell’Udc che la dice lunga sullo scenario che si sta aprendo. Il braccio destro di Follini, Lorenzo Cesa avverte: «Evidentemente, in Forza Italia c’è chi auspica un governo istituzionale». L’Udc ha capito che la trappola è scattata. «Berlusconi ci ha messo nel sacco» è il tam tam che rimbalza tra i centristi. Di lì a un’ora arriva lapidario il commento di Follini: «Lo aspettiamo in Parlamento». E Berlusconi incalza: «Mi presento in Parlamento nella pienezza dei miei poteri».

    Martedì 19 Aprile 2005

  2. #252
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE DI BRESCIA 20 aprile 2005

    È già corsa al toto-ministri dell’eventuale Berlusconi-bis

    MINOR PESO ALLA LEGA

    ROMA - Torna il Berlusconi-bis negli orizzonti della Cdl. L’Udc è rimasta guardinga alla finestra. «Aspettiamo Berlusconi in Parlamento», hanno ribadito in via Due Macelli. La parola, perciò sembra già passata alle trattative sulla «nuova» squadra, e Berlusconi con Calderoli ha tentato di dipanare l’intricata questione del Ministero delle riforme, che An ha chiesto per Storace, ma che la Lega non vorrebbe mollare. Il problema si sarebbe presentato in tutta la sua importanza nel corso di un colloquio telefonico che Berlusconi è riuscito ad avere nel pomeriggio con Fini dopo diversi tentativi andati a vuoto. Fini avrebbe posto come condizione irrinunciabile un ridimensionamento del ruolo della Lega nel governo. E la discontinuità verrà misurata da An proprio dal trasferimento di alcune poltrone chiave (le Riforme, ma anche il Welfare o la Giustizia) dal Carroccio agli altri alleati della Cdl. Sembra sia dovuta a questo colloquio la necessità di un incontro in serata con il ministro Calderoli, con un contatto telefonico con lo stesso Bossi. Per il momento si farebbero solo ipotesi di soluzione. Il premier potrebbe assumere l’interim delle Riforme, facendosi «garante» con il Carroccio sui destini della Devolution. Oppure affidare il ministero ad una personalità gradita alla Lega (Roberto Brancher?), mentre un’altra ipotesi ancora è che alla fine la poltrona vada all’Udc Francesco D’Onofrio. Nei «toto-ministri» del nascituro Berlusconi-bis si dà per certa l’uscita di Sirchia (sebbene i sondaggi lo indichino come uno dei ministri più popolari) e Lunardi, e per altrettanto sicuro l’ingresso del repubblicano La Malfa e la promozione del socialista Caldoro (forse al posto di Scajola). Altra questione è quella del Ministero della giustizia, che potrebbe andare all’Udc Vietti, sempre che si trovi per la Lega una compensazione degna alle dimissioni di Castelli.

  3. #253
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    Predefinito tratto da PANORAMA 21 aprile 2005

    Dopo la crisi formale, Ciampi accetta le dimissioni con riserva e oggi iniziano le consultazioni al Quirinale. I primi a salire saranno i presidenti di Senato e Camera Marcello Pera e Pierferdinando Casini. Entro venerdì, salvo complicazioni, Ciampi assegnerà l'incarico. Ma la Lega non vuole cedere il dicastero delle Riforme



    Consultazioni a tamburo battente e incarico in settimana, se possibile venerdì stesso, perchè i problemi del Paese non possono attendere. Carlo Azeglio Ciampi, come altre volte, vuole bruciare i tempi per risolvere la crisi di governo, che formalmente si è aperta al Quirinale con le dimissioni di Silvio Berlusconi e dell'esecutivo, accettate con la tradizionale formula: "Il presidente della Repubblica si è riservato".

    In fasi come questa, spettano al capo dello Stato gli adempimenti che portano fino alla formazione del nuovo governo. Si tratta di adempimenti formali e sostanziali, previsti dalla Costituzione, che richiedono alcuni giorni. Il primo passaggio è quello delle consultazioni da parte del presidente della Repubblica. Attraverso gli incontri, che di solito si svolgono nello Studio alla Vetrata, il presidente verifica la possibilità di formare una maggioranza parlamentare attorno al candidato premier che gli viene proposto. La verifica diretta è necessaria soprattutto in situazioni, come quella attuale, in cui un governo entra in crisi nonostante la dichiarazioni di buona volontà dei componenti la sua maggioranza.

    Ciampi comincerà le consultazioni alle 9.30, per concluderle entro venerdì pomeriggio. Sfileranno al Quirinale gli ex presidenti della Repubblica, i presidenti delle Camere e i rappresentati dei gruppi parlamentari, secondo un calendario che sarà reso noto in serata. Poi Ciampi procederà all'assegnazione dell'incarico per la formazione del governo. Se non ci saranno complicazioni, questo potrà avvenire già venerdì sera, bruciando i tempi, o nei due giorni successivi. Entro domenica, dunque. Vediamo perchè.

    È consuetudine che, concluse le consultazioni, il capo dello Stato si conceda una pausa di riflessione di un giorno, per raccogliere e analizzare gli elementi acquisiti. In realtà, Ciampi nelle precedenti occasioni, ha di fatto rinunciato alla pausa, riducendola a poche ore.

    L'attuale inquilino del Colle, quando si è trovato a gestire le due crisi del governo D'Alema (dicembre 1999 e aprile 2000), e la fase della successione dal governo Amato a quello attuale guidato da Berlusconi, dopo le elezioni del 2001, ha sempre proceduto in tempi rapidi, sviluppando consultazioni e contatti anche la domenica.

    Il Quirinale ha annullato tutti gli impegni pubblici del presidenti previsti nei prossimi giorni, ma non quelli di lunedì 25 Aprile che vedono Ciampi impegnato mattina e pomeriggio. La Festa nazionale della Liberazione, ormai da tre anni, viene celebrata al Quirinale con particolare solennità. E quest'anno, ricorrendo il 60.mo anniversario, oltre alla grande celebrazione mattutina al Quirinale, fra i gonfaloni dei Comuni e le bandiere delle associazioni partigiane e combattentistiche, la mattina, il capo dello Stato ha deciso di partecipare anche alla manifestazione organizzata nel pomeriggio a Milano.

    Ottenuto l'incarico, il candidato a formare il nuovo governo è chiamato a dire se accetta: può farlo subito o con riserva.
    Se accetta, dovrà sottoporre al capo dello Stato la lista dei ministri: potrà farlo in seguito, o contestualmente, se avrà già definito con i suoi alleati la compagine ministeriale.
    L'atto formale di nascita del nuovo esecutivo si avrà al Quirinale con la cerimonia del giuramento dei ministri.
    A questo punto il governo sarà in carica e il presidente del Consiglio si presenterà alle Camere per illustrare il programma e chiedere il voto di fiducia.
    Quest'ultimo passaggio potrebbe aversi fra una settimana.

    A BERLUSCONI IL RECORD DI DURATA DEL GOVERNO, CON 1.410 GIORNI

    È durato 1.410 giorni il secondo governo presieduto da Silvio Berlusconi (il primo durò circa otto mesi nel 1994).
    Un record nella storia della Repubblica. I calcoli sono fatti dal giorno del giuramento nelle mani del capo dello Stato fino alle dimissioni del governo (nel caso del governo Berlusconi 2 il giuramento è avvenuto l'11 giugno 2001).

    Il 5 maggio 2004, poco meno di un anno fa, infatti, il governo Berlusconi aveva stabilito il nuovo primato di durata, superando quello precedente che era detenuto dal primo governo di Bettino Craxi, durato 1.059 giorni, dal 4 agosto 1983 al 27 giugno 1986. Il 3 novembre 2003 Berlusconi aveva già superato la durata del governo Prodi, rimasto in carica 875 giorni, dal 18 maggio 1996 al 9 ottobre 1998, e che ora è in terza posizione. Con le dimissioni di oggi, tuttavia, sembra dimostrato che neanche il sistema maggioritario garantisce quel "governo di legislatura", che era uno degli obiettivi per i quali era nato.

    Il governo più breve della storia repubblicana è stato invece il primo governo Andreotti, durato solo 10 giorni, dal 17 al 26 febbraio 1972.

  4. #254
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Governo/Nucara a Palazzo Grazioli

    Il segretario del Pri Francesco Nucara si è recato a Palazzo Grazioli, dove sono presenti il premier Silvio Berlusconi, i ministri dell'Interno Pisanu e dell'Economia Siniscalco, il segretario del Nuovo Psi Gianni De Michelis.

    Roma, 21 aprile (Ansa)

  5. #255
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    Predefinito tratto da LA PROVINCIA DI DONDRIO 22 aprile 2005

    Valzer di poltrone, ma Follini si chiama fuori Il leader dell'Udc, pressato dal partito, rinuncerà a ritornare come vicepremier - Probabile Tremonti al suo posto Berlusconi al lavoro sul ministero più caro alla Lega, quello delle Riforme - Tra i «tecnici» a rischio Sirchia e Lunardi

    Chi entrerà nel nuovo governo? Per ora solo uno spiraglio, mentre un corazziere vigila

    ROMA Il premier è ottimista: dice di aver già risolto il problema degli incarichi del suo nuovo governo, tanto da avere una lista completa e già condivisa da tutti gli alleati. BERLUSCONI: «HO GIÀ LALISTA» - - «Sarò pronto con la lista quando il capo dello stato scioglierà la riserva...» ha affermato ieri sera Silvio Berlusconi conversando con i giornalisti a via dei Coronari. La lista eventualmente sarà pronta anche domani sera (ovvero oggi, ndr)?, gli è stato chiesto. «Sì» ha risposto inequivocabilmente il premier. Che ha poi precisato: «Faremo un governo fotocopia? No, non è quello il problema... Stiamo lavorando e vediamo cosa riusciamo a fare. Certo, dovremo comunque mantenere un equilibrio di presenze nella compagine tra le varie componenti della coalizione. Sono fiducioso anche sui tempi». ALCENTRO LERIFORME -- Tra le questioni più spinose per la formazione del nuovo governo c'è la definizione del nuovo ministro per le Riforme. La Lega non intende lasciare ad altri la poltrona che fu già di Umberto Bossi e sulla quale oggi siede il numero due del Carroccio, Roberto Calderoli. Proprio la delicatezza di questo dicastero è al centro delle telefonate quotidiane tra Bossi e Berlusconi. Negli ultimi giorni sono tramontate, nell'ordine, le ipotesi di un interim da affidare al premier, di un incarico al forzista simpatizzante per la Lega Aldo Brancher e, ultima ipotesi, quella di un «big» dell'asse del Nord quale è Giulio Tremonti. Ma ieri Berlusconi si è comunque detto fiducioso: l'assegnazione del ministero delle Riforme «è uno dei problemi che stiamo risolvendo. Lavorando si risolvono i problemi». FOLLINIRESTAFUORI - La novità più consistente di ieri è comunque la rinuncia di Marco Follini a «rientrare» come vicepremier: l'ufficio politico dell'Udc ha infatti chiesto al segretario di restare a guidare il partito e, quindi, di non entrare nella squadra del nuovo governo. A confermare l'invito a Follini è stato il vicesegretario dell'Udc Giuseppe Drago, che spiega: «Abbiamo detto a Follini di fare il segretario: restare fuori dal nuovo governo per essere a tempo pieno alla guida dell'Udc è un'esigenza del partito molto forte. «Abbiamo appuntamenti importanti che ci attendono, come il Congresso e le future elezioni politiche» spiegava poi l'ex ministro della Funzione Pubblica, il centrista Mario Baccini. «Il segretario ha preso atto della richiesta - ha detto Baccini ai giornalisti - poi farà tutte le sue valutazioni». «TECNICI»ANCORAINBILICO - Ma per le altre poltrone da assegnare è inevitabile che il premier intervenga su quelle «semilibere», ovvero i ministeri affidati ai cosiddetti «tecnici», esterni fino ad oggi dai giochi di partito ma ora appetibili per risolvere le diverse beghe interne. La poltrona più «strategica» per la visibilità che comporta è quella del ministero della Salute: al posto di Girolamo Sirchia si dà per certo l'arrivo di Rocco Buttiglione, che lascerebbe a sua volta libero il posto delle Politiche comunitarie per la «new entry» del repubblicano Giorgio La Malfa. Sempre per liberare un posto da attribuire stavolta a «nuovi» alleati verrebbe allontanato Pietro Lunardi, per assegnare il controllo delle infrastrutture all'esponente del Nuovo Psi Stefano Caldoro. Non ci sono ancora voci sugli altri ministri «tecnici» Moratti e Stanca, rispettivamente incaricati di curare l'Istruzione e l'Innovazione, ma non è escluso che le loro poltrone potrebbero comunque essere utilizzate per placare gli interessi degli alleati o per compensare altri spostamenti. Non mancherebbe neppure l'arrivo di nuovi «tecnici»: l'azzurro Antonio Marzano lascerebbe infatti le Attività produttive a una personalità apartitica ma «sponsorizzata» dall'Udc quale il presidente di Confcommercio, Sergio Billé. BALLETTIDIPOLTRONE - Ma lo scacchiere dei ministeri potrebbe essere stravolto anche con passaggi di dicasteri da un partito all'altro. Se Marzano lasciasse, anche An oltre all'Udc avanzerebbe delle pretese tramite il «colonnello» del partito Gianni Alemanno, che lascerebbe le politiche agricole all'«avversario» interno al partito, Adolfo Urso. Ma per quel posto emerge anche la candidatura del forzista Claudio Scajola. Di una «promozione» si parla per il centrista Carlo Giovanardi, che lascerebbe la poltrona di ministro per i apporti con il Parlamento per un incarico di maggiore prestigio ma ancora tutto da definire. Posizioni tutte «blindate» invece quelle di due leghisti, Roberto Castelli alla Giustizia e Roberto Maroni al Welfare, anche se nei giorni scorsi erano emerse ipotesi di loro sostituzioni. Ai vertici del governo invece, dopo la rinuncia di Follini a riproporsi come vicepremier, si vocifera anche di un nuovo posto, sempre da vicepremier, per Giulio Tremonti. «EXGOVERNATORI? SOLOUN'IPOTESI» - Intanto ieri sera il cavaliere è intervenuto sull'ipotesi dell'ingresso nel governo di ex governatori di centrodestra, definendo questa possibilità come «solo un'ipotesi». «Si sono sentiti tanti ragionamenti e tante proposte - ha risposto il premier ai giornalisti - come è logico che sia quando si deve cercare di rafforzare una squadra». Tuttavia, ha aggiunto, «non c'è nulla di deciso al riguardo anche se è stata presa in esame anche questa possibilità». In gioco ci sarebbe Francesco Storace il quale, dopo essere stato «silurato» dalla presidenza della regione Lazio, aspirerebbe a un posto alla Salute o alle Infrastrutture, nonostante le sue ripetute smentite nei giorni scorsi. Ma in questo caso contro Storace giocherebbero i veti degli avversari interni al suo partito, primo fra tutti quello di Maurizio Gasparri.

  6. #256
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 23 aprile 2005

    Il tris di Berlusconi



    Si chiude con lo scontato reincarico a Silvio Berlusconi la crisi inutilmente aperta dagli inquieti alleati del Cavaliere in cerca di una discontinuità più di parole che di sostanza. Il nuovo governo infatti non sarà molto diverso dal precedente. Né nella ripartizione delle poltrone né nell’indicazione dei programmi. Ma il rito da prima repubblica si è consumato e tutti si sentono un po’ più importanti.

  7. #257
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  8. #258
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    Predefinito alcuni commenti sul Governo Berlusconi 2°

    tratti da REPUBBLICA
    27 aprile 2005

    114 Berlusconi: "Se la Cdl è divisa non mi candido più"
    "Se la Cdl è divisa non mi candido più". Lo ha detto oggi Silvio Berlusconi tornando a parlare del progetto di un partito unico del centrodestra. "Anche dopo l'esperienza dei
    sottosegretari, e dei ministri, di questi ultimi giorni - ha aggiunto il premier - io personalmente non sono più disposto a rifare l'identica esperienza, né sono disposto a ripresentarmi agli elettori nelle condizioni attuali; non vedo perché gli elettori dovrebbero dare fiducia ad una squadra che ha dimostrato di non sapere stare insieme". Quanto all'auspicato partito unico del centrodestra, Berlusconi ha messo in guardia gli alleati che "deve essere chiaro che il partito unico non si allea con nessuno, cioè va da solo alle elezioni e chi non sta con questo partito va da solo".

    10:49 Montezemolo: "Programma va bene, ma bisogna fare in fretta"
    Il programma del Berlusconi-bis presentato ieri dal premier alla Camera "va bene, ma ora occorre realizzarlo in fretta". Lo ha dichiarato il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. "Auspichiamo - ha aggiunto - che quanto emerso dal programma di ieri venga realizzato in tempi brevi: bisogna fare in fretta, visti i tanti mesi passati, e passare dalle buone intenzioni alla realizzazione. Bisogna fare in fretta perchè la situazione è grave".

    10:19 Fini: "Andrà tutto bene"
    "Andrà tutto bene non c'è nessun problema". Così il vicepremier, Gianfranco Fini, conversando con i giornalisti in Transatlantico, ha risposto a una domanda sull'esito del voto di fiducia alla Camera.

    10:14 An: "Nuovo patto tra le forze governative"
    Domenico Benedetti Valentini, intervenuto per Alleanza nazionale, ha detto che il suo gruppo approva "gli intendimenti del Governo, frutto di un nuovo patto tra le forze governative" e ha sottolineato che il Berlusconi bis raccoglie "le indicazioni del voto" della tornata regionale. Il deputato ha inoltre richiamato tra le priorità del nuovo esecutivo la riforma elettorale, per porre fine alle "liste civetta".

    10:09 Calderoli scherza su Follini: "Lui applaude così"
    Siparietto in Transatlantico tra il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli e il segretario dell'Udc, Marco Follini. Attorniato dai giornalisti, che gli chiedevano un parere sui tiepidi applausi di ieri di Follini, al termine dell'intervento in Aula del Presidente del Consiglio, Calderoli ha detto: "Questo è il suo aplomb, lui applaude così". Follini, sopraggiunto in quel momento, è stato informato dallo stesso Calderoli di quanto era stato appena detto: "Mi interpreta Calderoli", ha osservato il segretario dell'Udc.

    10:04 Craxi: "Legati da vincolo di lealtà, ma vigiliamo"
    "Senza robuste correzioni, la crisi di questa maggioranza non si concluderà con il voto di oggi pomeriggio". Lo dice nell'Aula della Camera Bobo Craxi, del Nuovo Psi, assicurando che il suo partito "voterà la fiducia al Berlusconi bis per un vincolo di lealtà al presidente del Consiglio e per la prospettiva di poter fare ancora qualcosa di buono per il Paese in questo ultimo anno di legislatura".

    091 Berlusconi: "Non ci sarà nessuna sorpresa"
    Silvio Berlusconi, prima di sedere tra il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco e quello del Welfare Roberto Maroni, ha detto: "Andrà tutto bene: non ci sarà assolutamente nessuna sorpresa" sul voto di fiducia. Al cronista che chiedeva se temesse imboscate, il leader di Forza Italia ha detto: "Sono tranquillo", "e poi questa notte ho dormito davvero bene".


    09:26 Iniziati gli interventi alla Camera
    La replica del presidente del Consiglio, che è in aula seduto ai banchi del governo, dovrebbe aver luogo attorno alle 15, dopodiché si procederà alla votazione per appello nominale.

  9. #259
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    Predefinito tratto da LA PROVINCIA DI COMO 28 aprile 2005

    La sfida: «Sinistra disfattista, però noi vinceremo» Berlusconi alla Camera ritrova toni da campagna elettorale: se l'Unione vincesse nel 2006 la democrazia sarebbe minore Il premier riafferma di aver superato il programma del 2001 e incassa la fiducia con 334 «sì». Oggi il voto al Senato

    ROMA Trecentotrentaquattro voti per avere la fiducia della Camera. Il governo Berlusconi bis fa quasi il pieno dei consensi a sua disposizione a Montecitorio. La Cdl, infatti, ieri poteva contare su 338 voti (173 di Fi, 97 di An, 34 dell'Udc, 28 della Lega, 6 tra Nuovo Psi e Pri). Ottiene 17 voti in meno rispetto al precedente governo Berlusconi all'esordio (il 21 giugno del 2001, infatti, votarono a favore 351 deputati, contro 261, con un astenuto), ma lo scarto tra i sì e i no è stavolta di 4 voti superiore (94 contro 90 di quattro anni fa). I 334 voti di ieri, poi, sono per il governo secondi solo a una delle 18 votazioni di fiducia affrontata dal Berlusconi dei record alla Camera, quella del 21 maggio 2003, quando il decreto per le quote latte passo con 336 sì. L'intensa giornata è iniziata con il messaggio del premier Berlusconi: se «la sinistra» vincesse le elezioni politiche del 2006, in Italia «la democrazia sarebbe minore». Ma «gli italiani sono saggi» e non daranno la maggioranza parlamentare all'Unione che, in questo frangente, si sta distinguendo per il «vecchio vizio italiano» di spargere «pessimismo, disfattismo, catastrofismo». È un Berlusconi d'attacco quando in aula a Montecitorio tira le fila del dibattito sulla fiducia al suo nuovo governo. Il premier inizia quasi sottotono, ringraziando tutti, maggioranza e opposizione per la «moderazione dei toni». Poi si esibisce in un crescendo, in cui ricorre ai toni a lui più congeniali, quelli dell'attacco all'opposizione e della rivendicazione dei risultati dell'azione di governo. economia ed europa Il contesto economico internazionale «che è centrale per la performance dell'Italia» è negativo, e «non è nel potere del governo modificare il contesto economico europeo». Inoltre, è da sfatare il mito che gli altri Paesi europei abbiano un andamento migliore del nostro. In un inciso Berlusconi afferma che nelle relazioni politiche con i partner europei «nulla è cambiato». «I rapporti con Francia e Germania sono ottimi» a tutti i livelli; unico dissenso la guerra in Iraq. DISFATTISMO «I signori dell'opposizione» hanno «il vecchio vizio italiano di diffondere pessimismo, disfattismo, catastrofismo», ma questo modo di fare «incide sulle capacità degli italiani di investimento e di consumo». Insomma parte dei problemi economici dell'Italia sono colpa dell'opposizione: «Se voi andate tutte le sere in tv - prosegue Berlusconi nel tripudio dei deputati della Cdl e tra le contestazioni di quelli dell'Unione - e dite che l'Italia è un paese che va alla malora, poi gli italiani ci credono» e assumono comportamenti negativi per l'economia. Insomma si tratta «delle "self-fulfill profecies"», le profezie che producono i propri effetti pronunciandole. «Smettetela una buona volta - ha attaccato il premier tra gli ululati dell'opposizione - di fare i disfattisti». DEMOCRAZIA MINORE- «Gli amici della sinistra non si facciano illusioni, di avere già la vittoria in tasca. Gli italiani hanno buon senso, sono troppo saggi, e non metteranno il paese nelle mani della sinistra». Gli italiani, insiste Berlusconi alzando i toni, «sanno che c'è una vostra egemonia culturale, sanno che voi dominate nelle scuole, nella magistratura, tra i giornalisti televisivi, alla Corte costituzionale. Per questo non vorranno darvi la maggioranza parlamentare, perchè con voi ci sarebbe una democrazia minore. Insomma, «ci aspetta un anno straordinario - conclude il premier, quasi urlando per superare con la voce i boati di contestazione - vinceremo nel 2006 come abbiamo vinto nel 2001». PROGRAMMA 2001 - «Noi non riteniamo assolutamente superato il nostro programma del 2001, e vogliamo rispettare tutti gli impegni assunti nel contratto con gli italiani entro la fine della legislatura», prosegue Berlusconi. Insomma il programma di fine legislatura «non cambia», ma viene integrato dai tre punti enunciati ieri (Imprese, Sud, Famiglie). Imprenditori e parti sociali però «devono assumersi le loro responsabilità» e i rinnovi dei contratti «devono essere realistici». L'esecutivo farà la sua parte attraverso un «risanamento della spesa pubblica», perchè «rimane l'obiettivo di uno Stato leggero, visto che anche di qui passa la competitività del Paese».

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    Predefinito tratto da IL GIORNALE DI BRESCIA 30 aprile 2005

    Partito unico? C’è chi pensa a un nuovo leader
    Il premier lancia la sua sfida:
    «Chi ci sta ci sta».
    Ma molti nella Cdl sono contrari o rispondono con freddezza

    DAL SENATO FIDUCIA AL BERLUSCONI-BIS

    Il partito unico diventa per Silvio Berlusconi il vessillo della riscossa: «O si fa o si torna al sistema proporzionale». Ma qualcun altro potrebbe essere il candidato premier della Cdl per il 2006

    ROMA - Dopo il voto positivo del Senato ieri alla fiducia per il Berlusconi-bis, il dibattito sulla successione nella Cdl è aperto e quello sul partito unico non riesce a mascherarlo. È lo stesso Berlusconi a confessare di sentirsi sempre un imprenditore prestato alla politica e di ambire a chiudere la propria avventura politica con la nascita di un sistema bipartitico. E infatti il ritorno al proporzionale, che qualcuno vede come un’arma brandita contro i centristi, non preoccupa in realtà l’Udc che - come ricorda Tabacci - lo ha sempre sostenuto. Si tratterebbe di una sconfessione del bipolarismo che nessuno è davvero disposto a sostenere. Bisogna adesso vedere come evolverà il dibattito aperto dal presidente del Consiglio. Molti partiti della Cdl, infatti, manifestano freddezza (la Lega) o perfino ostilità (Nuovo Psi) al progetto. An è disponibile a discuterne perchè si tratta di un’occasione preziosa per trovare una propria legittimazione nell’ambito del più importante partito moderato europeo (il Ppe), e l’Udc non è pregiudizialmente contraria a condizione che Forza Italia non pensi all’annessione. «Siamo stati i primi a unire Ccd, Cdu e De», rammenta D’Onofrio. Ma intanto Berlusconi ha fatto trapelare che i parlamentari disponibili a lavorare al partito unico saranno confermati nei propri collegi: un chiaro incentivo all’aggregazione. Chi ci sta ci sta, continua a ripetere il premier. Tuttavia è chiaro che si tratta di un traguardo talmente ambizioso e complesso da essere inevitabilmente collocato in là nel tempo. Finora è mancata l’elaborazione politica e culturale che ne costituisce la base essenziale. Ne deriva che potrebbero esistere passaggi intermedi, come per esempio una federazione del Polo (Fi-An-Udc) alleata con Lega, Nuovo Psi e Repubblicani: è l’ipotesi avanzata da Gasparri. Ma come arrivare al 2006? Un cantiere ideologico aperto e la crisi economica che colpisce le famiglie fanno credere a molti parlamentari del centrodestra che a questo punto l’obiettivo principale sia quello di limitare i danni, di impedire la nascita di una nuova egemonia della sinistra. Berlusconi invece spera ancora di rovesciare il trend con una manovra economica anticipata: aiuti immediati a famiglie e imprese, taglio dell’Irap, varo delle riforme, nella speranza che in autunno si manifesti qualche accenno di ripresa. E per farlo afferma: «I conti non ci preoccupano». Ma un anno «politico» è lungo e tutto può ancora succedere. Il centrosinistra ne è consapevole, tanto che nella sue file serpeggia il timore dell’ascesa di un nuovo candidato premier della Cdl che svuoti il senso della candidatura di Prodi e dell’asse di ferro con Bertinotti.

 

 
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