FAZIOGATE
L'agonia della repubblica
GALAPAGOS
Cosa hanno in comune Luigi Einaudi, Guido Carli, Lamberto Dini e Carlo Azeglio Ciampi? Semplice: sono stati uomini, tecnici secondo alcuni, che la Banca d'Italia ha «prestato» alla politica in situazioni spesso drammatiche. Anche Antonio Fazio sembrava destinato a proseguire la tradizione degli incarichi istituzionali: negli scorsi anni si era parlato di lui come possibile ministro dell'economia e addirittura di capo del governo. Fa tristezza vedere il volto del governatore sbattuto in prima pagina - come un comune delinquente - sul Financial Times di ieri, contornato dalle frasi «storiche» e squallide pronunciate nella telefonata notturno al suo amico Fiorani. La bibbia del liberismo, non solo inglese, non fa sconti. Il quotidiano non li ha fatti a Berlusconi quando indagava sui suoi affari poco trasparenti e non li fa a Fazio. Prende atto di una situazione anomala che vede un governo screditato rimanere in carica e un governatore che non viene neppure sfiorato dal dubbio che in certe occasioni il male minore sono le dimissioni. Il governo non ha (per fortuna) poteri su Bankitalia. Però, come un alto dirigente della banca ai tempi dello scandalo Parmalat «se il governo lo chiedesse, Fazio si dimetterebbe senza indugi». Il governo quelle dimissioni non le ha mai chieste: d'altra parte non ha nessuno autorità - in primo luogo morale - per chiederle. E così ci ritroviamo da una parte un governo delegittimato in perenne conflitto d'interesse (la salva Previti e lo scandalo dei libri di testo denunciato ieri da Gian Antonio Stella sul Corriere, gli ultimi casi) e un governatore che «innocente fine a prova contraria» può fare parecchi male, al pari dello screditato governo Berlusconi, all'economia italiana. Forse è solo casualità, ma l'asta dei buoni del debito pubblico tenutasi ieri ha visto un rialzo - piccolo, ma significativo, dei tassi di interesse. Che potrebbe essere il preludio di una crescita non desiderabile dell'onere del debito pubblico che finirebbe per drenare ulteriori risorse al bilancio pubblico sui dati del quale non c'è persona in Italia disposta a mettere la mano sul fuoco.
Ma ci sono altri aspetti intriganti e misteriosi nella vicenda del Faziogate. Chi ha diffuso il contenuto della registrazioni telefoniche e perché? Nessuna certezza: però l'uccellino che ha recapitato il pacchetto non sembra provenire dalla procura milanese (piuttosto seccata della soffiata) nella quale, si mormora, che esistesse una talpa di Bankitalia. Sembra, invece, che la fonte siano gli stessi controllori: quella guardia di finanza molto efficiente che in anni passati fu coinvolta in scandali multimiliardari.
Il Giornale ha fatto un scoop nel diffondere, per primo, le telefonate. Crediamo nell'autonomia del giornalismo, ma il padrone di quel quotidiano (Berlusconi) non era stato avvertito di quanto stava per essere pubblicato? Se ha dato il via alla pubblicazione lo ha fatto per rispetto dell'autonomia della stampa (che gettava fango anche su alcuni suoi amici, come gli immobiliaristi) o per altri scopi? In questo i dubbi che avanza Bertinotti in un intervista al Tempo (parla di «attività corsare» che indeboliscono la democrazia) hanno fondamento. Più banalmente potrebbe essere utile (a Berlusconi) fare di ogni erba un fascio: quando le istituzioni traboccano fango le responsabilità di ciascuno tendono a attenuarsi.
Infine va risolto in tempi brevi il mistero sulle autorizzazioni concesse da Bankitalia all' ex Popolare di Lodi per il lancio dell'operazione di conquista dell'Antonveneta. Sembra che quell'autorizzazione fosse stata negata dalla vigilanza di Bankitalia, ma concessa direttamente da Fazio. Che alcuni minuti dopo la mezzanotte telefona a Fiorani per comunicare la buona notizia. L'amicizia non dovrebbe interferire con i compiti istituzionali. Oggi i silenzi di Bankitalia sono francamente imbarazzanti.




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