Anche se leggendario, l'incontro di Confucio con Lao-tze narrato da Co-hong nel « Si-sien-ciuen », è pieno di significato. Narra Co-hong che Confucio, il quale cercava di irretire Lao-tze nelle sue preoccupazioni circa il costume, la tradizione, la morale e il resto, si ebbe risposte tali che, riferendosi all'incontro, egli non trovò di meglio da dire che: « Reti ed ami afferrano anche i più agili pesci delle oscure acque; nei lacci cadono gli animali della foresta; anche i liberi uccelli sono raggiunti dalla freccia dell'abile cacciatore ma con che cosa mai potremmo noi prendere il dragone che si libra nell'etere, al disopra delle nubi?
Ed ecco che le massime del « Tao-Te-Ching » scolpiscono gradatamente questa natura del Compiuto, l'Ambiguo, il Sottile, l'Inafferrabile.
La Via, che è la Via, non è la via ordinaria - comincia cosi, il testo. Il Nome, che è il Nome, non è il nome ordinario. Gli uomini rubano la vita, certo. Stanno fuori dal centro e attirano fuor dal centro le virtù che dovrebbero restare profonde ed invisibili. Ci si costruiscono il fantoccio della « personalità », essi, invece di essere; e ci si aggrappano, contratti, animalmente tenaci: accumulano, assorbono, stringono, « affermano » ad infinitum: Io! Io! Io! La maschera, il ghigno diviene tutto. Non si accorgono che ciò è febbre, errore, mania. La morte, ci sta, dentro alla loro costruzione-guscio. E la morte li stronca. Sono le larve rigettate nel Gran Gioco.
Ecco che cosa dice il Compiuto: l'affermazione vera, l'individualità assoluta, non è l'affermazione, non è l'individualità conosciuta dagli uomini. Via di corruzione e di illusione è questa, invece. Parlano di possesso, e non sanno che cosa significhi possedere. Parlano di « forza », e non parlano che di una favola. Egli dice: solo perdendosi, l'Io si individualizza; cessare l'« affermazione » per essere realmente individui e Signori dell’Io. Non si può avere mantenendo, non ci si può acuire afferrando. Il Compiuto scompare - così rivela: si vuota, così perviene all'essere assoluto. Per porsi al culmine, vela il suo Io. Prodigando guadagna; donando è ricco. Abbandona, si discioglie, sale, lascia cadere il raggio, abolisce lo splendore, si fissa nell'origine invisibile. Concentrato, consegue - disperso, fallisce. Dal pieno si è spostato al « vuoto », lui: qui sta l'essenza del pieno, come nel vuoto del mozzo la consistenza della ruota; dal movimento, si porta in ciò che, quale causa reale del movimento, è senza moto; dall'essere, in ciò che nella sua non corporeità è non-essere. « Io », « non-Io », « volontà » tutte manie! Il guadagno diviene perdita. Lo sforzo di chi sta sulla punta dei piedi non è elevarsi, né è camminare lo scartare ridicolmente le gambe. Chi si pone in luce resta all'oscuro, chi si ritiene giusto si trova risospinto indietro: mostrarsi è dipendere, guardarsi è decadere, sforzarsi è l'inutile, l'insano, ciò che porta sempre più lungi dal principio. Più « affermi », e più vai fuori, più affermi il niente.
Se non smetti il gioco della resistenza, del possesso, della tua volontà, non cesserai di essere giocato. La Via è un'altra: volere senza voler volere, agire senza voler agire, compiere senza fare, attuare senza restare l'agente, elevarsi senza dominare. Dritto ma flessibile, chiaro ma non abbagliante - ecco che dice Lao-tze. Essere veramente, è non volere essere. Egli te li rovescia tutti, i « valori ». Di te, che vieni innanzi duro e torvo con la maschera del « superuomo », del « conquistatore », di colui che « si frange, ma non si piega », di te sorride, fine, come per un bambino. Che ingenuo! E ti dice dell'acqua: non vi è nulla al mondo, che come l'acqua sia pronto ad assumere una forma qualsiasi, ma nello stesso tempo non vi è nulla che meglio di essa sappia vincere il forte e il rigido. Essa è indomabile perché a tutto adattantesi: perché priva di resistenza, è inafferrabile. E la « virtù » del Cielo, la imita. Il flessibile trionfa sul rigido, il debole trionfa sul forte. Forte e duro sono i modi della morte, sottile e flessibile sono i modi della vita: quelli sono in basso, questi in alto. Questi dirigono quelli: l'incorporeo compenetra l'impenetrabilità della materia.
Chi si espone, crea la possibilità di esser abbattuto. L'albero forte viene stroncato... Il fallire è reso possibile dal « volere », la perdita è resa possibile dall'attaccamento, non vi è azione su cui non riconvenga una reazione. Così: buon lottatore non usa violenza, buon vincitore non lotta, buon direttore non dirige, buon camminatore non lascia traccia, buon detentore non ha bisogno di chiudere, buon imprigionatore non usa corde. L'esercito veramente vincitore non deve « combattere » non ha mai ammesso lotta, possibilità di lotta. Senti quanto tutto questo è sconcertante: tu non troveresti presa, non troveresti resistenza e sentiresti tuttavia una forza contro cui non puoi fare nulla, che ti toglie per prima cosa la possibilità della lotta, perché una spada non può colpire l'aria, perché una rete non può imprigionare l'acqua. Questa forza posseggono coloro « che sono stati morsi dal Dragone »: con questa essi dirigono, con questa operano, invisibili e silenziosi. Gli uomini, per essi non sono nulla, come non sono nulla, gli uomini, per le forze impersonali della natura: come strumenti essi li usano, dice Lao-tze, senza conoscere amore o odio, bene o male. Forse il costruttore si comporta diversamente con le pietre che adopera? Il quadrato infinitamente grande non ha più angoli, il recipiente infinitamente grande non ha più capacità, il suono infinitamente acuto non è più udibile, l'immagine infinitamente grande non ha più forma - ecco che ti dice Lao-tze. La non traccia è la traccia del suo Perfetto. Nella vastità della forza del suo spirito, rispetto a quella limitazione che è la coscienza di voi uomini, sembra che appena sappia di essere. Sotto l'aspetto della debolezza, ha la vera forza: si sa potente e sembra debole, si sa illuminato e sembra oscuro, si sa grande e si mostra piccolo, mediocre; ottunde l'acuto, rischiara il confuso, mitiga l'abbagliante, si identifica esteriormente al comune. Progredisce senza avanzare, assorbe senza conquistare, ha senza prendere. Divenendo come tutti, si diversifica da tutti. E va: prudente come chi guada un torrente invernale, vigile come chi sa intorno a sé il nemico, freddo come uno straniero, vanente come fiocco di neve che si scioglie, rude come tronco non dirozzato, vasto come le grandi valli, impenetrabile come l'acqua profonda, chiuso come le altezze solitarie. Giunge senza camminare, penetra senza guardare, compie senza volere, agisce senza fare, sparisce. Senza comandare, si fa obbedire; senza lottare, vince; senza chiamare, trae a sé. Quanto deve essere sconcertante per coloro che hanno il cliché della virilità-muscolo, della virilità-metallo, questo, che è il vero uomo, l'uomo assoluto! Egli assorbe serpentinamente in sé la virtù ambigua della femmina. Ti parla, Lao-tze, appunto della magia invisibile del femminile, che attrae e assorbe felinamente l'atto del maschio: e la congiunge all'immagine delle valli, oscure, nascoste, che traggono irresistibili a sé le acque delle altezze alpestri.
« La Via, che è la Via, non è la via ordinaria », certo. Sai tu che sono, per esempio, il tuo « eroe », il tuo « martire », il tuo « uomo di carattere »? Creature di vanità, e niente più. « Mi frango, ma non mi piego » tu vuoi dire: per il « bel gesto », per la soddisfazione orgogliosa da far inghiottire al mio « Io », sacrifico la realtà. Quel enfant! I fumi dell'« eroico », del « tragico », lui non li ha, Lao-tze: freddo e lucido, gli importa solamente di compiere. Tu avanzi? Si trae indietro e poi torna, come l'onda: « retrocedere di un passo anziché avanzare di un pollice, fra due combattenti vince quello che non combatte ». Poni l'ostacolo, l'« affermazione »? Egli ti lascia fare, va sotto, ti stronca la radice. Previene ciò che non è ancora manifesto, agisce su ciò che è ancor debole, scioglie la crisi prima che essa scoppi. Si sottrae: intende agire là dove non ci sono condizioni e non ci sono difese, là dove non si crea una « causa », ossia dove non si crea nulla su cui possa ritorcersi un effetto.
Ti ripete: l'azione, essi non sanno che cosa sia. Oggi c'è la religione dello « sforzo », del « divenire », dell'« atto ». Non il giungere importa, ma il « tendere infinito », la « lotta », l'« aspirazione eterna ». L'azione serve loro per sentirsi, non per compiere. Più sono presi, più sono eccitati e trasportati più sono contenti: così si sentono di più, loro, perché, naturalmente, essi hanno bisogno di « sentirsi »... Che catastrofe il giorno in cui non trovassero più resistenze! Scoppierebbero come quelle bolle d'aria, che sono. E proprio così accade alla morte, quando si sfascia l'astuccio solido del corpo fisico che serviva a « riflettere » la loro coscienza, e il nodo si scioglie e si dilata nell'etere infinito, dove non c'è appoggio e non c'è direzione, dove è il regno del Dragone.
Livellare, tacere, sparire; la voce, senza parola; la vista, senza l'oggetto; il possesso, senza il contatto; l'atto, senza il movimento. Questa è la via del Tao. Paradosso? non-senso? Tutte parole, piccole mosche che ronzano intorno all'elefante regale. Bada piuttosto, tu che vorresti passare all'altra sponda, a quel che ti dice, lui, Lao-tze il sottile: « Come il pesce non potrebbe vivere abbandonando gli abissi tenebrosi, così l'uomo volgare non conosca l'arma di questa sapienza del Signore ».





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