Casini: Cdl, o si cambia o si perde «Serve discontinuità. L’effetto Berlusconi non trascina più i nostri elettori». «Partito unico dopo l’estate. Non un maquillage, ma un atto di coraggio» «O cambiamo, o temo che perderemo. Se si sceglie una continuità che nasconde la rassegnazione, è pura illusione poter competere con l’Unione di Romano Prodi». Pier Ferdinando Casini se ne va in vacanza lasciando come regalino a Silvio Berlusconi un rebus estivo che riguarda non solo la leadership, ma la strategia del centrodestra. Anzi, a sentire il presidente della Camera, più la seconda che la prima. Casini lo afferma, quasi lo grida, pur sapendo che la sua posizione oggi è inminoranza nella coalizione di governo; che la candidatura per il 2006 a palazzo Chigi sembra già decisa a favore del premier uscente.
Ma la sua convinzione è che ormai esistano «due tesi radicalmente diverse» nella maggioranza; e che offrire «discontinuità» al blocco sociale del centrodestra significhi riaprire la partita delle elezioni del prossimo anno. «Spero che l’estate porti consiglio, e faccia riflettere bene tutti», ripete il presidente della Camera nel suo studio a Montecitorio, un po’ sollevato perché insieme col presidente del Senato, Marcello Pera, ha spinto il governo a fare approvare subito le misure antiterrorismo.
Lei voleva il partito unico del centrodestra, e pare che non ci sia. Voleva la legge proporzionale, e non c’è. Si parlava della sua leadership al posto di Berlusconi, e neppure quella arriva. Non si sarà illuso un po’?
«Non credo di essermi illuso. Preferisco assumermi la responsabilità di quello che penso, tutto qui. La mia ricetta era ed è finalizzata a creare una competizione elettorale nella quale non ci sia un avversario di comodo per il centrosinistra. Quanto alla leadership, ho fatto presente che la cosa non è nel novero né delle possibilità né della mia disponibilità. È vero che se ne parla, ma sono gli altri a farlo. Io ho già deciso ».
È sicuro che con Berlusconi candidato il centrodestra sia più debole? I vostri oppositori, ma anche FI, An e la Lega dicono il contrario.
«Guardi che non ho mai avuto l’ossessione di Berlusconi. Il problema non è lui,mal’impostazione e la strategia che deve darsi il centrodestra. Ci vuole un atto di coraggio, di temerarietà, non un maquillage a tavolino. E io dico e ripeto che se scegliamo il puro continuismo, sarà illusorio ritenere di poter competere contro il centrosinistra alle prossime elezioni.Mase Berlusconi e Fini pensano davvero che vada bene così...».
Che vada bene o no, l’impressione è che il partito unico dei moderati che lei sosteneva è entrato nelle nebbie del 2006: Berlusconi non lo ritiene possibile prima del voto.
«Mi auguro che l’estate porti consiglio; che si capisca quanto sarebbe importante un partito dei moderati capace di evitare la diaspora silenziosa e il "tutti a casa" del centrodestra. Credo che ci aiuterebbe a vincere. E comunque darebbe una speranza ad un mondo che ritengo ancora maggioritario nel nostro Paese. Potrebbe rappresentare un argine contro i fenomeni di smottamento parlamentare ai quali stiamo assistendo, e che temo possano essere un’anticipazione di quello che accadrebbe nel 2006 se perdessimo le elezioni».
Allora è vero che siete ossessionati dalla diaspora della vostra coalizione.
«Con le ossessioni non si fa politica. Ma nemmeno con le illusioni. E io né mi illudo, né mi lascio ossessionare. Cerco di capire la situazione e di offrire una soluzione. La trasmigrazione di parlamentari e dirigenti da uno schieramento e da un partito all’altro è un fatto negativo, di trasformismo intollerabile. Ma forse, in questo caso la trasmigrazione della quale dovremmo preoccuparci di più è quella dei nostri elettori alle ultime elezioni regionali, o la loro astensione dal voto».
Lei spera ancora che la decisione di andare avanti come è stato fatto finora possa essere rivista dopo le primarie di ottobre che designeranno ufficialmente Prodi vostro avversario?
«Non lo so. Ma mi auguro che il tempo fornisca a tutti la possibilità di approfondire e valutare bene le cose. Se così non fosse, mi spaventerei. Capisco il problema dei simboli dei partiti, le varie tecnicalità. Ma qui non stiamo mica parlando di forze politiche che scoppiano di salute: parliamo di partiti in crisi. E allora non vorrei che dietro l’idea di non toccare nulla ci fosse in realtà solo rassegnazione alla sconfitta, paura di cambiare pur sapendo che rischiamo di ritrovarci in un vicolo cieco».
Lei sta descrivendo i suoi alleati come una nobile compagnia di inconsapevoli suicidi.
«Io non offendo alleati e amici che stimo, e dunque non avallo questa descrizione. Detto questo, certo abbiamo idee diverse. E non è che l’amicizia mi faccia dimenticare che abbiamo due tesi radicalmente differenti su ciò che è giusto fare per il centrodestra in questa fase».
Scusi, ma il suo discorso non è un po’ lunare, poche ore dopo che FI ha confermato la candidatura di Berlusconi a palazzo Chigi come la migliore possibile?
«Non lunare, diverso. Sono due discorsi diversi, che riflettono due schemi diversi; ma molto terrestri. Se si ritiene che tutto vada bene, è giusto continuare così. Poi mi si spiegherà quale delle due impostazioni è più lunare».
Lei dice che la leadership è secondaria. Ma ritiene che Berlusconi possa garantire la discontinuità che lei invoca?
«Vedo la delusione dei nostri elettori, il loro esodo silenzioso: è il segno di una linea di tendenza. Ma, come lei sa, anche in politica non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Comunque, se lo schema è quello della continuità, non è solo naturale che sia Berlusconi a guidare la campagna elettorale, ma è anche giusto ».
Quello schema sembra stia prevalendo, presidente.
«E io ho fatto gli auguri al candidato Berlusconi, senza ironia e con amicizia».
Ma con qualche remora, visto che lei insegue un altro schema.
«La continuità non si giustifica più. Nel 2001 abbiamo vinto grazie all’effetto Berlusconi; oggi, però, non è più quello a trascinare il nostro elettorato. Occorre un atto di discontinuità che dia nuove motivazioni e speranze ai moderati italiani. Penso che potrebbe aiutarci a vincere, perché l’orientamento del Paese rimane tuttora sul centrodestra. Penso ad un partito europeista, manon euroretorico. E capace di riforme come la legge Biagi. Mai come oggi abbiamo condizioni virtualmente a noi favorevoli. La convergenza fra laici e cattolici nel referendum sulla fecondazione assistita riguardava valori affermati da una legge voluta da questo governo. Se poi la mia si rivelerà un’impostazione minoritaria, ne prenderò atto. Ma è quella di cui sono profondamente convinto, e alla quale non rinuncio ».
Secondo lei Berlusconi può vincere contro Prodi?
«Se i sondaggi sono quelli di Berlusconi, può vincere ».
Lo dice come se non si fidasse dei sondaggi di Berlusconi.
«Io tendo a non fidarmi dei sondaggi in generale».
Si fida almeno del modo in cui il governo sta maneggiando la questione della Banca d’Italia?
«In una fase così delicata per la Banca centrale, non posso permettermi divagazioni su un disagio che esiste oggettivamente. Constato che fra tante anomalie, spuntano intercettazioni telefoniche che ci riportano ad antiche barbarie. Dopo di che, esistono il governo e l’istituzione Banca d’Italia. Saranno gli organi competenti a valutare».
Tutto qui? Non teme un ridimensionamento delle competenze e dell’autorevolezza di via Nazionale?
«È ovvio che questa vicenda non può fare bene alla Banca d’Italia».
Lei non si aggiunge al coro di chi chiede un passo indietro del Governatore, Antonio Fazio?
«Qualunque cosa dicessi, contraddirebbe quanto ho affermato finora».
Lei si era espresso contro il mandato a tempo indeterminato del Governatore. È ancora di questa idea?
«Penso che tutte le istituzioni debbano essere a termine, in una democrazia, compresa la Banca d’Italia. Per la carica di Governatore si dovrà prevedere un termine che lo sottragga al cambio degli schieramenti politici e ai tempi elettorali. La discussione è aperta. C’è la riforma del risparmio al Senato, che spero venga al più presto rimandata alla Camera».
Massimo Franco
31 luglio 2005
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