Crisi in Bolivia: chi controlla le risorse energetiche?

di Christian Parenti

Come possono le comunità autonome boliviane controllare società petrolifere multinazionali?

I movimenti sociali indigeni della Bolivia hanno cacciato un altro presidente, il secondo in meno di due anni. Ciò che chiedono è la convocazione di un’assemblea costituente e la rinazionalizzazione delle ingenti risorse di gas naturale del paese, che fanno della Bolivia il secondo produttore dell’America latina.Il petrolio e il gas boliviani sono stati sotto il controllo statale fino al 1996. Per molte persone il gas boliviano rappresenta più di una fonte di guadagno: è l’ultima e miglior occasione per il paese di sfuggire al sottosviluppo. Dei nove milioni di abitanti della Bolivia, il 64% della popolazione vive in una grave situazione di indigenza; molti di loro non dispongono né di energia elettrica né di acqua corrente, non hanno accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria. Per centinaia di anni, l’argento boliviano proveniente dalle miniere di Potosí ha finanziato l’impero spagnolo; una volta esaurito l’argento, alla popolazione locale non rimase nulla. Anche il gas scomparirà: 53 trilioni di piedi cubici è una quantità enorme, ma non è infinita. Dato che la ricchezza derivante dalle risorse naturali non viene equamente ripartita ed utilizzata per incrementare lo sviluppo del paese, la maggioranza indigena della popolazione teme di essere destinata ad uno stato permanente di povertà. Ho parlato con una donna, la quale ha riassunto così la situazione: “Senza gas, non c’è futuro per la Bolivia”. Perciò, migliaia di persone sono tornate a riversarsi nelle strade e molte di loro si dichiarano pronte a morire piuttosto che perdere questa battaglia.La rivolta si è via via intensificata con qualche blocco stradale, una marcia attraverso gli altopiani in direzione La Paz e una mobilitazione di massa. Decine di migliaia di manifestanti hanno marciato, giorno dopo giorno, su La Paz. Gli attivisti hanno bloccato l’aeroporto, hanno chiuso le principali arterie di comunicazione fuori e dentro la capitale, ed hanno circondato il parlamento. I politici e la borghesia hanno atteso che l’accesso di rabbia si placasse, ma ciò non è avvenuto.Dopo tre settimane, diversi giacimenti di gas sono stati occupati e il canale maggiore è stato messo fuori uso. Ben presto la ribellione ha messo sotto stretto assedio altre sei principali città, che si sono viste isolate, barricate e circondate da un esercito di dimostranti infuriati e ben organizzati. All’inizio di giugno, la città di La Paz si trovava in una situazione critica: scarsità di cibo e carburante; autobus e taxi fermi; raccolta dei rifiuti bloccata; banche, alberghi, uffici, ristoranti e quartieri del ceto medio avvertivano il peso della difficile situazione. Il Congresso non era in grado di riunirsi. La polizia paramilitare, sottopagata, in esubero e spesso sottofornita, combatteva proteste di strada estremamente violente, contro decine di migliaia di campesinos, minatori, insegnanti, panettieri, venditori ambulanti e studenti Aymara e Quechua. Le armi si limitavano a gas lacrimogeni e pallottole di gomma da una parte, pietre e dinamite dall’altra; gli scontri si concludevano ogni giorno con un piccolo numero di feriti e qualche arresto. Dopo tre settimane di stallo, il presidente centrista Carlos Mesa Gisbert ha rassegnato le dimissioni. Precedentemente, era riuscito in un qualche modo a tenere a freno le forze dell’ordine: prima del suo allontanamento, nessuno era stato ucciso. In seguito un manifestante, un dirigente sindacalista, è stato freddato dai soldati. Lo stesso Mesa aveva ricoperto la carica ottenuta dal suo predecessore, Gonzalo Sánchez de Lozada – neo-liberale formatosi negli Stati Uniti – il quale, durante una simile crisi scatenatasi nell’ottobre del 2003, quando scoppiò per la prima volta la questione del gas naturale ordinò alle forze armate di uccidere decine di manifestanti. Alcuni giorni dopo le dimissioni di Mesa, sembrava che l’elezione alla carica di presidente dovesse spettare al capo del Senato Hormando Vaca Díez, un “ranchero” di destra. Egli è senatore per il dipartimento di Santa Cruz, città pianeggiante ricca di gas che ultimamente si sta mobilitando per ottenere una quote di ricavi petroliferi più alte e una maggiore autonomia politica. Vaca Díez aveva avvertito i dimostranti del fatto che se avessero continuato ad alimentare ‘uno scontro ed un bagno di sangue’, la protesta sarebbe ‘culminata nell’insediamento di un governo autoritario’. I movimenti sociali giurarono che Vaca Díez non avrebbe governato per più di due ore. La Bolivia si trovava a un passo da una possibile guerra civile. Alla fine, hanno prevalso i più imperturbabili; Vaca Díez ha rinunciato al proprio diritto di successione costituzionale, lasciando il posto al moderato presidente della Corte Suprema boliviana, Eduardo Rodríguez. Quest’ultimo, in qualità di capo di Stato ad interim, ha annunciato di voler convocare elezioni presidenziali entro sei mesi, sebbene egli non possa legalmente sottoporre il Congresso ad una nuova votazione. Così, Evo Morales, capo indigeno del movimento socialista (MAS), assieme agli altri leader dei movimenti sociali tra i quali Abel Mamani di Fejuves, chiedono che l’intero Congresso si dimetta per lasciare spazio ad una nuova votazione. Come questo possa accadere è ancora poco chiaro. La destituzione di Mesa è stata una vittoria, un’ulteriore dimostrazione del potere indiano in Bolivia; tuttavia, non ha risolto la crisi del paese. L’allontanamento del presidente non ha portato alla nazionalizzazione delle risorse energetiche né tantomeno alla convocazione di un’assemblea costituente. Per le stesse questioni, nemmeno la destituzione di Sánchez de Lozada cambiò di molto la situazione politica ed economica della Bolivia. Malgrado la crisi, l’élite boliviana e i suoi alleati dell’ambasciata statunitense non hanno concesso nulla. Durante un recente incontro all’'Inter-American Dialogue' di Washington, funzionari della rappresentanza diplomatica USA, rappresentanti della Banca Mondiale e l’ambasciatore boliviano negli Stati Uniti hanno concordato sul fatto che la nazionalizzazione del gas boliviano è una ‘non-proposta estremista’. Sembra quasi che le proteste di strada e il blocco totale del paese non siano mai avvenuti.In altre parole, nonostante le ripetute ribellioni politiche succedutesi dalla fine degli anni ’90, e nonostante questo paese disponga di movimenti sociali tra i più forti e radicali dell’emisfero, la Bolivia non è ancora riuscita a uscire da questo impasse. I nuovi movimenti sociali sono sufficientemente potenti da bloccare la nazione, ma sono troppo indeboliti da divisioni ideologiche, fazionalismo etnico (Aymara contro Quechua) e rivalità tra i vari leader per sfruttare il loro potere e trasformarlo in una definitiva vittoria. In questo la Bolivia esemplifica i punti di forza e le debolezze di questi nuovi movimenti, che sono l’oggetto di così tanta attenzione da parte di studiosi ed attivisti nel Nord America e in Europa. Infatti, i nuovi movimenti sociali – le cui ideologie vanno oltre la tradizionale politica di classe e i cui metodi non hanno niente a che vedere con la passata lotta armata rivoluzionaria né tantomeno con la propaganda elettorale democratica – hanno riportato sorprendenti vittorie, contro ogni previsione. Fondati tanto sull’identità sociale quanto sullo status economico, e profondamente radicati nella cultura comunitaria della Bolivia indigena, i nuovi movimenti si sono sollevati non appena il neo-liberalismo ha minacciato la base sociale ed economica dei sindacati dei minatori e dell’industria, e quando i partiti tradizionali di sinistra sono sprofondati nella corruzione e nella dissolutezza in elezioni senza senso.In contrasto con lo stile caudillo dei partiti e dei sindacati tradizionali, i nuovi movimenti si diffondono capillarmente e e si fondano sulla cultura e sulla democrazia; i loro militanti sono poveri ma politicamente sofisticati. E, per tutte queste ragioni, sono facilmente idealizzati. Ma la sinistra boliviana ha anche punti deboli che potrebbero ostacolarne il progresso. Il principale è la tendenza ad un anti-statalismo di estrema sinistra, incoraggiato, purtroppo, dalle ONG, in quanto queste ultime fanno pressione quasi esclusivamente in favore di iniziative ‘locali’, ‘democratiche’ ed ‘autosufficienti’ in scala ridotta e in favore di partnership ‘pubblico-private’. Ora, comunque, l’agenda collettiva è diventata così vasta ed ampia che non può essere presentata come una semplice serie di richieste alla classe politica tradizionale. Consideriamo ora dimensione e durata della crisi. A partire dalla ‘nuova politica economica’ promossa nel 1985 dal presidente Paz Estenssoro – un leader populista della rivoluzione del 1952 che alla fine passò improvvisamente alla destra – la politica e l’economia della Bolivia stanno subendo un radicale aggiustamento strutturale. Per risolvere il problema dell’iperinflazione, Estenssoro e il resto della classe politica, avviarono un’ondata di privatizzazioni, soprattutto nei settori minerario, fondiario ed industriale, e liberalizzarono anche i mercati nazionali protetti. Il risultato fu la disoccupazione di massa. Non più collegati alle industrie di Stato e con i sindacati dipendenti dalle industrie stesse, migliaia di lavoratori furono lasciati alla deriva. Da ciò che restava dell’economia tradizionale nacquero innumerevoli nuove forme di organizzazione, comprese le organizzazioni della comunità urbana, i rinnovati sindacati dei ‘campesinos’ e, grazie alla produzione di coca in forte espansione, nacque anche un sindacato dei cocaleros (i coltivatori di foglie di coca, NdT) chiamato la “Six Federations”. Questi nuovi organismi sindacali erano più orizzontali, orientati alla sopravvivenza e fortemente pragmatici, meno burocratici ed ideologici rispetto alla sinistra tradizionale. Il loro primo, grande scontro con lo Stato avvenne nel Chapare, dove minatori e campesinos provenienti dagli altopiani occuparono le coltivazioni di coca. In breve tempo, questi cocaleros, organizzati in una classe dalle politiche economiche USA, affrontarono le politiche militari guidate dagli Stati Uniti nella guerra alla droga. Milioni di dollari sono piovuti dal nord per finanziare lo sradicamento della coca, un tentativo di distruggere l’organizzazione “Six Federations”. I cocaleros risposero all’attacco con la stessa tattica che ha recentemente fermato la città di La Paz: blocchi, marce e sabotaggi. Da queste lotte emersero Evo Morales e il suo partito. Era in corso la guerra dell’acqua a Cochabamba, nel 2000, quando la multinazione Bechtel – il gigante dell’ingegneria statunitense con sede a San Francisco – cercò di privatizzare l’intero sistema idrico della città, compresa la pioggia che lo alimenta (raccolta dagli abitanti in apposite cisterne, NdT), che portò i movimenti all’attenzione del mondo. In quell’occasione, massicce proteste e blocchi prolungati, scontri corpo a corpo e sdegno internazionale espulsero dalla città la Bechtel. Sulla scia di questo evento, è stata creata una ristrutturata società dell’acqua a Cochabamba, nella quale gli attivisti della comunità ricoprono importanti funzioni manageriali. Dopo la guerra dell’acqua si sono succedute altre mobilitazioni popolari sulla questione della privatizzazione dell’acqua a El Alto, e sul controllo del gas naturale e il servizio del debito altrove. Nel frattempo, il conflitto sulla coltivazione della coca nel Chapare è proseguito. Ora Morales e il MAS vogliono conquistare il potere statale attraverso le elezioni. La maggior parte dei restanti gruppi di sinistra considerano le elezioni una trappola, in cui l’unico vincitore è il denaro. Lo stesso Morales è visto da alcuni malpreparato, troppo centrista e dispotico, ma persino i suoi critici riconoscono la sua onestà. Oscar Olivera, eroe della guerra dell’acqua a Cochabamba e uno dei leader popolari più rispettati del paese, chiede autogestione ed autogoverno. Si sentono versioni diverse, tutte interne alla sinistra. In un comunicato sulla recente crisi, Olivera ha notato che il potere del movimento ‘paralizza l’intero paese’ e allo stesso tempo ‘tiene a distanza le manovre dei businessman e dei politici malvagi’. Ma egli ha anche fatto osservare l’incapacità del movimento stesso di imporre le ‘proprie decisioni e i propri obiettivi a questi politici, che oggi si trovano a dover fronteggiare una crisi gravissima’. Alla luce di questa contraddizione, Olivera esorta la sinistra a concretizzare la propria capacità di ‘autogoverno’.Come possono comunità autonome controllare società transnazionali di petrolio? Quando a maggio ho intervistato Olivera, egli ha citato la gestione dell’acqua in Cochabamba come esempio calzante di una crescente trasformazione pragmatica di un movimento di protesta in un organo responsabile di governo locale e di controllo delle risorse. ‘Prendere il potere non è così importante’, ha spiegato. ‘Ciò che conta di più è l’assemblea costituente, per concedere maggiore potere locale’. Fino ad ora, le due correnti principali della sinistra – fondamentalmente, controllo locale contro elezioni nazionali – si sono trovate d’accordo sulla questione dell’assemblea costituente e sulla richiesta di un numero fisso di seggi congressuali per le comunità indiane, le quali sceglierebbero i loro rappresentanti attraverso mezzi tradizionali al di là di, ed indipendentemente da, partiti politici. Un’altra proposta avanzata dai movimenti indigeni è l’abolizione della Camera Alta e la creazione di un corpo monocamerale più democratico di 130 seggi. Per il momento tutto tace: il movimento ha chiesto una tregua per discutere di questioni basilari. Tuttavia, sembra chiaro come la nuova sinistra boliviana stia affrontando vecchie problematiche: come allearsi, in che misura esporsi con nemici intransigenti, come sfruttare le elezioni e non esserne strumentalizzati ed, infine, come prendere il potere statale.