Non mi pare che lo stimasse molto.Originariamente Scritto da Nietzsche


Non mi pare che lo stimasse molto.Originariamente Scritto da Nietzsche
Ultima modifica di Malaparte; 08-12-09 alle 22:39
Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.










Non voglio dire il contrario.Mi sarebbero contro sia la corretta esegesi Nieztschiana che il discorso sulla morale dei servi e quella aristocratica e , non per ultima, la "teologia" sulla morte divina e la concezione del superuomo. Tuttavia, come dice JnanaTapas, il mio discorso verte piu' su di un Cristo Metafisico, il limite ultimo e non valicabile che l' uomo si sarebbe posto come completa estrinsecazione del suo essere, per Nietzsche non piu' spettante ad una divinta' ma all' uomo medesimo, sotto canoni metafisici completamente differenti e transvalutati. Non concordo con questi assunti, ma era per precisare il mio pensiero.
Ultima modifica di Konrad; 08-12-09 alle 23:05






Riscattare il Mondo dalla Morte fisica e spirituale col proprio sacrificio non è abbastanza Eroico?
Capisco benissimo quello che dici e concordo. E' anche un personaggio da tragedia, ma è anche l'Eroe per antonomasia.
Viceversa per spade, cavalli, panzerfaust è armature, v'è anche la Parusia, così si accontentano grandi e piccini.
Ultima modifica di Miles; 08-12-09 alle 23:04
Preferisco di no.


18/11/2006
«Edipo e la Sfinge», Jean-Auguste Dominique Ingres, 1808, Museo del Louvre
Nel carcere di Sing Sing, nel quadro di un programma chiamato «Riabilitazione con l’arte», è stato rappresentato l’Edipo Re.
Detenuti per omicidio l’hanno a lungo provato e poi recitato davanti ad un pubblico di detenuti assassini. (1)
Il New York Times racconta di come quel pubblico abbia voluto abbracciare ciascuno di quegli attori, salendo sul palco improvvisato in piccoli gruppi sorvegliati dalla scorta armata: ciascuno li ha voluti abbracciare, con una commozione profonda, senza lacrime.
L’antica storia, fondamento della nostra civiltà, ha dunque agito ancora.
Una pestilenza devasta la città su cui regna Edipo, amato e giusto re.
L’indovino gli rivela che la causa sta nel fatto che a Tebe abita un parricida e un incestuoso, che la contamina e provoca l’ira degli dei.
Edipo ordina: sia scoperto, sia punito e cacciato.
A poco a poco, rivelazione dopo rivelazione, Edipo scopre che il colpevole è lui.
Molti anni prima il padre, avvertito da un indovino che il figlio l’avrebbe ucciso, lo affidò a un pastore perché lo esponesse alle belve sulla montagna; per pietà, l’uomo lo salvò.
Edipo cresce a Corinto; vince la Sfinge che opprime Tebe, risolvendo il celebre indovinello: per questo la città lo saluta re.
Egli sposa la moglie del re precedente, e ne ha dei figli.
Ma anni prima, sulla strada di Delfi, aveva ucciso un passante arrogante: era suo padre, il re di Tebe, che non conosceva.
Sua moglie è dunque sua madre, di cui ha contaminato il letto.
Edipo resiste alle rivelazioni via via più chiare, si dibatte, accusa altri.
Infine si arrende.
Ha pronunciato su di sé, senza saperlo, il giudizio (2); cieco, abbandona la città.
E’ una storia crudele, sul fato e sulla colpa oggettiva, sull’innocente predestinato alla sventura e all’impurità.
Che cosa c’è di più pagano?
Eppure a Sing Sing, a scegliere l’Edipo re è stata suor Joanna Chang, d’origine cinese, che da anni assiste i detenuti.
Posso capire perché: senza Sofocle, l’Occidente non avrebbe potuto accettare Cristo.
Chi non conosce Edipo, non può diventare cristiano; un omicida americano deve sapersi Edipo, per riconoscere la sua colpa, accettare l’espiazione e chiedere perdono.
Il perché l’ha spiegato un artista giapponese che vive a Los Angeles. (3)
Ha raccontato l’orrore che faceva a lui e a tutti i giapponesi, l’immagine del Crocifisso.
La loro domanda era: «Se Gesù era così buono, come mai ha fatto quella fine?».
Perché nella cultura asiatica, che non conosce Sofocle, è naturale pensare così: i buoni terminano la loro vita con una morte pacifica e serena, come fu per Buddha.
Dunque uno che è stato appeso a una croce, suppliziato come delinquente, sporco di sangue e pieno di ferite, e muore atrocemente tra sofferenze atroci, può essere solo un delinquente.
Invece, all’Occidente, già Sofocle diceva qualcosa di diverso.
Diceva: attenti, il giudizio della città, dello Stato, oggettivamente giusto, può non essere l’ultima istanza.
Il colpevole oggettivo può essere uno sventurato perseguitato dal destino.
La sua punizione è meritata, eppure sulla sua sorte si può piangere come a quella di un fratello. Assistiamo all’esecuzione, ma - come il coro - con agghiacciato dolore, sentendo che Edipo siamo anche noi.
Anche noi esposti al fato, anche noi suoi fratelli.
Frammento di cratere a calice, con la rappresentazione dell'Edipo Re di Sofocle, da Siracusa, 330-320 a.C.
Da quando Cristo è morto sulla croce, l’Occidente «sa» che un criminale punito può essere Cristo, e ogni giudice Pilato; ma già prima, la Grecia sospettava che un criminale esiliato o ucciso poteva essere Edipo.
Sapeva che il re giusto poteva essere il colpevole occulto: e che dunque la gloria, l’apparenza
e la pompa del capo politico sono relative, e che l’attende un giudizio superiore cui non sfuggirà. Come dire gli effetti rivoluzionari di questa nozione nella coscienza politica occidentale?
Socrate è condannato a morte, ma non viene abbandonato dagli amici: le leggi dello Stato sono relativizzate, la coscienza ne è indipendente.
Nel carcere, Socrate e gli amici discutono, liberi, sul vero e sul bello e sul giusto.
Ma la cosa più profonda e centrale è che, nell’Edipo re, il giudizio dell’opinione pubblica - sempre facile e troppo pronto - diventa impossibile, deve essere sospeso: il coro non giudica, ma si addolora e piange sul re colpevole-innocente.
Il nome stesso di Edipo dice la verità sull’uomo: il re di Tebe non porta un nome greco glorioso, «domatore di cavalli» o «distruttore di fortezze».
Si chiama «Piedi Gonfi»: un nome da poveraccio.
Il coro non giudica, perché «capisce» profondamente.
E comprendere tutto è già tutto perdonare.
Questo devono aver capito detenuti di Sing Sing: qualcosa di più profondo del banale conoscere sociologico che ogni colpevole è stato a sua volta una vittima di colpe altrui; ma invece, la nozione che la verità, mentre punisce il detenuto, anche in qualche modo lo riscatta, lo purifica.
Lo libera dal giudizio pubblico.
Ha fatto bene suor Joanna, cinese d’origine, ma cattolica e occidentale in Cristo.
E’ cattolico infatti non domandarsi se Sofocle era pagano, ma sentire che ha creato la scena, la profonda scena della vita in cui Cristo può apparire.
E ciò che vale per Sofocle, vale per Maometto, e per Buddha.
Rifiutarli perché non sono cristiani, mi pare, non è cristiano.
Occorre chiedersi, come il coro, se dicono o no la verità.
E accettare con gratitudine la parte di verità che viene da loro.
Come avvertiva Agostino, habent suos gentes prophetas, esistono profeti anche fra i pagani.
Molti cristiani d’oggi sono integralisti in questo senso, che non ammettono altra storia che quella di Gesù e della Bibbia, non altra storia che quella sacra.
Gesù invece ha voluto nascere nella storia profana, greco-romana, che esisteva prima di lui come uomo - ed è questo il senso profondo dell’Incarnazione: - non l’ha condannata.
Ha trovato nel centurione più fede che negli ebrei; ha lodato il samaritano «questo straniero», il solo fra i lebbrosi che torna indietro a ringraziarlo d’averlo guarito.
Cristo è più che cristiano; oppure, essere cristiani, significa comprendere la verità dei pagani e farla propria.
Non per usurpazione, ma come un tesoro inatteso che ci è stato dato di scoprire negli «stranieri»; come la scena teatrale necessaria perché la verità possa apparire.
Per questo Cristo è romano, e i cristiani sono greci, e l’Occidente ha tremila anni di storia e non due mila.
Per questo se non si impara ad essere greci e romani, è più difficile essere cristiani.
Per questo l’Occidente decade: l’Occidente è cultura, è la scena culturale che Cristo ha scelto per apparire nel mondo, e senza cultura l'Occidente muore.
Altri prenderanno il suo posto.