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Discussione: "Vandee" padano-alpine

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    BRANDA LUCIONI IL CAPO DELLA INSORGENZA PIEMONTESE
    di Francesco Mario Agnoli
    Fra i protagonisti dell'Insorgenza, che emergono per doti personali o particolari imprese, il maggiore Branda Lucioni sembra avere suscitato nei lettori particolare interesse e simpatia dal momento che più di uno mi ha chiesto di averne ulteriori notizie, non pago del poco che ne avevo scritto e, probabilmente per la difficoltà di reperirlo, del rinvio allo studio di Gustavo Buratti Zanchi, "Due figure leggendarie delle insorgenze piemontesi: Contin e Brandaluccione", pubblicato nel n. 2/1992 della rivista "Studi Piemontesi". Andiamo dunque a ricercarlo, utilizzando come guida il recente, pregevole volume "Il maggiore Branda de' Lucioni e La Massa Cristiana" (Libreria piemontese editrice, 1999) dedicatogli da Marco Albera e Oscar Sanguinetti: una lettura indispensabile per chi voglia farne davvero conoscenza. E' a Milano il 28 aprile 1799 che avviene il nostro primo incontro col maggiore Lucioni (il de' nobiliare lo aggiungerà dopo il matrimonio con la figlia del conte milanese Pietro Paolo Landriani), nato nell'anno 1740 a Winterberg (oggi Vimperk) in Boemia, dove il padre, originario di Abbiate Guazzone (attualmente frazione di Tradate), tenente nell'esercito imperiale, era di guarnigione. Nel 1799 il Lucioni si trova nel suo cinquantanovesimo anno d'età, ha alle spalle una carriera militare non particolarmente brillante e si trova con un grado realtivamente modesto, anche perché i suoi avanzamenti sono stati rallentati da frequenti intervalli di temporaneo collocamento in quiescenza, come avveniva non di rado negli eserciti dell'epoca. Tuttavia il momento-clou della sua esistenza sta per scattare in questa primavera. caratterizzata sul piano politico-militare dal rifluire verso il confine francese delle armate rivoluzionarie, che, dopo avere occupato fin dal 1796 gran parte dell'Italia settentrionale, dove, oltre ad annettere il Piemonte alla Francia, avevano installata una repubblica satellite, la Cisalpina, nel corso del 1798 e agli inizi di quello stesso 1799 avevano completato, con la conquista delle restanti province dello Stato della Chiesa e del Regno di Napoli, l'invasione della penisola. In questo 1799 passato alla storia come "l'anno terribile", assente il Bonaparte impegnato nella spedizione in Egitto, le sconfitte patite dai francesi a Verona (30 marzo) e a Magnano (5 aprile) ad opera degli austriaci del generale Paul Kray von Krayow mutano le sorti del conflitto e aprono la strada dell'Italia settentrionale all'armata (liberatrice anche se in più di un caso i cosacchi si abbandoneranno ad atti di barbaro saccheggio) del generale Alexandr Vasilevic Suvorov, che assume il comando supremo delle operazioni. E' appunto precedendo questa armata che il 28 aprile 1799 Branda de' Lucioni, alla testa di una pattuglia di ussari austriaci, entra in Milano non ancora del tutto abbandonata dai francesi in ritirata verso il Piemonte, suscitando l'entusiasmo dei cittadini, sicché, scrive un cronista di simpatie giacobine, "tosto furono abbattuti dal basso popolo e specialmente dai facchini gli alberi di libertà, la statua di Bruto fu atterrata". L'ingresso nella città liberata dà inizio al breve momento culminante, appena tre mesi, fra maggio e giugno, della vita del nostro campione, ufficiale regolare dell'armata austriaca (è maggiore della riserva), ma assai diverso dalla maggior parte dei suoi compassati colleghi e forse proprio per questo incaricato di fare da tramite con le popolazioni locali, sul cui attaccamento per la religione e i legittimi sovrani gli austro-russi fanno conto per affrettare la sconfitta francese. Branda Lucioni, verosimilmente entrato per primo a Milano proprio per saggiare gli umori della popolazione, non frappone indugi e già il giorno successivo, mentre in città sfilano fra ali di folla entusiasta le truppe e Suvorov per prima cosa si reca alla chiesa di San Giorgio ansioso di ringraziare del successo quel santo a lui particolarmente caro, raggiunge coi venticinque ussari affidatigli per l'impresa il Ticino e inizia ad organizzare i paesani delle località lungo il fiume e in particolare di Cuggiono, posto nei pressi di uno dei principali guadi, sia per rendere difficoltoso il passaggio dei reparti francesi, in ritirata, ma tutt'altro che in rotta, sia per impedirnme eventuali ritorni offensivi. Scrive un cronista: "Il comandante Branda Lucioni del luogo di Abbiateguazzone... ordinò di accendere fuochi per tutta la riva del Ticino e stare là in guardia gruppi di 12 paesani, dandosi la muta. Il mercoledì mattina, 1° maggio, essendosi notati tentativi di passare il fiume da parte dei francesi per venire a depredare i nostri paesi, il Lucioni ordinò di suonare le campane a martello, incominciando da Cuggiono, e poi negli altri paesi. Portatisi tutti colle armi lungo il Ticino, costretti furono i circa dieci mila francesi a partire e precipitare la loro fuga verso Vercelli". I paesani non vedono l'ora di sbarazzarsi degli occupanti francesi, che con la loro arroganza, la loro prepotenza, le loro rapine hanno suscitato l'odio generale, ma la rapidità con la quale l'appena arrivato Lucioni riesce ad organizzarli dimostra che questo singolare personaggio, per certi aspetti rozzo e spavaldo, li comnprende a fondo e sa usare il linguaggio giusto per accattivarsene la simpatia e la fiducia. Notano acutamente Albera e Sanguinetti come Branda de' Lucioni si renda perfettamente conto che la mentalità contadina, frutto di una cultura prevalentemente orale e refrattaria alla carta stampata, ha bisogno di "gesti" e rituali che ne colpiscano l'immaginazione, gesti che, del resto (ed è questa la ragione del suo successo in questo particolare tipo di guerra), gli riescono facili, perché conformi al suo temperamento, anche se offrono il destro prima ai cronisti di simpatie giacobine, poi agli storici della cultura ufficiale per demonizzarlo, e con lui quanti lo hanno seguito, trasformandolo in una grottesca ed assurda maschera di brigante. D'altra parte non inventa nulla e di suo ci mette solo il dirompente entusiasmo della propria personalità e una notevole capacità nella conduzione del particolare tipo di guerra più conforme alle attitudini di soldati non professionali. Come scrivono i nostri autori, "Il reclutamento "a massa" era una modalità consueta in tempo di guerra durante l'antico regime e serviva per mobilitare le popolazioni a fianco e all'interno della strategia e dell'organizzazione dei belligeranti. Allo scopo venivano predisposti piani, che in genere venivano attivati all'inizio o in previsione delle ostilità... Il segnale di raccolta delle truppe, che erano organizzate ricalcando le gerarchie e l'organizzazione delle comunità rurali, era tradizionalmente il suono della campana a martello". Di conseguenza, anche se giacobini e francesi si ostinavano a definire "briganti" quanti ne facevano parte e a trattarli come tali, le truppe a massa possedevano il crisma della regolarità secondo le consuetudini dell'antico regime, che per tale riconoscimento esigevano solo un armamento costituito non da quelle che oggi definiremmo "armi improprie" (strumenti di lavoro e simili), ma da armi considerate da guerra, fra le quali le lance. E' appunto per adempiere a tale condizione che il maggiore raccomanda ai volontari non provvisti di altre armi (non tutti possiedono uno schioppo) di munirsi di bastoni con una punta di ferro (ricordano Albera e Sanguinetti che, per lo stesso motivo, "la stessa preoccupazione di fare forgiare dagl'insorgenti armi da punta regolari è fatta propria anche dal cardinale Fabrizio Ruffo al momento di costituire l'esercito della Santa Fede"). Tutti questi fattori spiegano come Branda Lucioni, pur potendo contare unicamente sul volontariato dei paesani, comunque agevolato dalle antiche consuetudini e, ancor più, dall'astio antifrancese, giunga a disporre con eccezionale rapidità di circa seimila-diecimila uomini riuniti, appunto, sotto il nome di "Ordinata Massa Cristiana", le cui fila s'ingrossano man mano che si avvicina alla capitale del Regno Sardo. Torino costituisce, difatti, la meta di un a marcia, che, agevolata anche dalle spontanee insorgenze di numerosi paesi, procede speditamente, dopo la liberazione di Novara, Vercelli e Santhià, su due direttive: una colonna punta sul Biellese e di lì a Nord verso Ivrea e il Canavese, un'altra verso Trino, Pontesura e Chivasso. Quella che si combatte è in parte una guerra di liberazione da uno straniero reso particolarmente odioso dalla sua irreligione, in parte una guerra civile. Inevitabili di conseguenza le violenze, le vendette, anche l' uccisione (i tempi non sono propizi alla clemenza) di qualche giacobino troppo espostosi all'odio popolare. Nonostante che la storiografia ufficiale ne abbia tramandato l'immagine ben diversa di un rissoso, prepotente e avido bravaccio, Lucioni si preoccupa di porre un freno agli eccessi, di porre in condizione di non nuocere quanti confondono la riconquista col brigantaggio e di evitare qualunque forma di vendetta privata. Così nel proclama loro indirizzato il 13 maggio ricorda ai piemontesi che alcuno non può farsi lecito il menomo insulto, la più piccola offesa verso chicchessia. L'offeso dee accusar l'offensore presso le competenti autorità e queste sole hanno il diritto di arrestare e di punire. Ciascuno è libero nelle proprie opinioni... solo le autorità costituite possono prendere le convenienti misure, possono castigare, onde prevenire le conseguenze alla società stessa fatali... Lungi adunque da questo popolo lo spirito di vendetta, di personalità: lungi il genio di insultare; lungi i vocaboli di morte, i gridi di minacce. Si riuniscano gli animi, si procuri da ciascuno la concordia, e siano questi tratti generosi, ed amici, i forieri di giorni tranquilli e sereni, onde allora abbandonarsi alla pura gioia ed ai voti per una permanente felicità. E' vero che in alcune circostanze il maggiore si mostra incline ad approfittare della propria posizione di forza, come quando, se si deve prestar fede al cronista, entrato a Novara, richiede pressantemente al podestà il donativo di un orologio a ripetizione d'oro, finendo però con l'accontentarsi, di fronte alle rimostranze del funzionario di "un orologio d'argento dei più infimi del valore di non più di 7 franchi". L'episodio, ammesso che sia vero (Albera e Sanguinetti sospettano che per screditarlo si siano attribuite al Lucioni abitudini dei cosacchi, particolarmente avidi di orologi), può indurre qualche perplessità sul rigore della sua morale, ma non diminuiscono in nulla il valore e il significato del documento appena riportato e di molti altri analoghi, tanto più che se il podestà di Novara non esitò ad opporsi con con esito sostanzialmente vittorioso il Lucioni doveva avere formulato la richiesta con modi ben diversi da quelli minacciosi e sbrigativi usati da francesi e briganti. Torniamo alle vicende belliche. Dopo aver costretto a cedere con la minaccia dell'assalto e del saccheggio alcuni municipi del Canavese (Ciriè, San Maurizio. Caselle Torinese e Leinì) poco propensi ad unirsi all'Insorgenza per avere dato rifugio a molti repubblicani della zona, sulla metà del mese di maggio Lucioni e i suoi, ormai popolarmente noti col nome di "brandaluccioni" o "branda", sono davanti a Torino. Qui, nell'attesa dell'arrivo degli imperiali, riescono nel compito, tutt'altro che facile per milizie inesperte dell'arte militare, a tenere la città, se non sotto un vero e proprio assedio, per il quale occorrerebbe un forte parco d'artiglieria, comunque bloccata in modo da rendere ardui i rifornimenti sia via terra sia per fiume. Ce lo confermano la cattura di 63 barconi carichi di sale, cannoni e munizioni e, soprattutto, un manifesto, datato 16 maggio, della Municipalità torinese, che invita i bravi repubblicani ad unirsi alla spedizione militare predisposta dal generale Fiorella, comandante della guarnigione francese. In realtà il Fiorella, che in un suo proclama definisce Lucioni "uno schiavo, un satellite d'un despota... alla testa di qualche brigante", tenta più volte sortite e spedizioni punitive, ma, tenuto in scacco dalla superiore abilità tattica del brigante, ne rientra sempre scornato e dopo aver patito sensibili perdite. Così gli accade il 17 maggio, quando la sua colonna, forte di trecento soldati e un cannone, corre il rischio di essere circondata dagli insorti. Ancora meno fortunato il tentativo dei repubblicani, che hanno accolto l'invito della Municipalità e all'alba del 19 maggio lasciano Torino suddivisi in tre colonne: la prima deve marciare sulla destra Po per superarlo all'altezza di Chivasso, la seconda raggiungere la Stura ad Altessano, l'ultima puntare su Gassino, dove si crede abbia sede il comando dell'Armata Cristiana. Nessuna riesce nell'intento ed è proprio la colonna col compito di maggior rilievo, l'attacco al Quartiere Generale degli insorti, a ripiegare con la maggiore rapidità dopo un brevissimo combattimento. Il 24 maggio arrivano sotto le mura gli austriaci del generale Vukassovic e i russi del generale Bragation, che non debbono penare molto per la conquista della città, le cui porte vengono aperte il giorno successivo da componenti della guardia nazionale pare per incarico della stessa municipalità repubblicana, decisa, di fronte all'inevitabile, a scaricare i francesi. Il generale Fiorella, sorpreso dall'inatteso epilogo, riesce a stento a riparare nella cittadella, da dove inizia un forte cannoneggiamento finché, il 9 giugno capitola e si dà prigioniero coi 2.790 uomini della guarnigione. La conquista di Torino non pone fine alla guerra in Piemonte, anche se nel successivo novembre la caduta della fortezza di Cuneo costringe definitivamente i francesi a mere azioni di contenimento. Termina invece il periodo fortunato del maggiore Branda de' Lucioni, che esce di scena, dopo essere stato inviato ad Alba soprattutto allo scopo di allontanare dalla capitale, in attesa del congedo, che seguirà di lì a poco, i contadini della Massa Cristiana, guardati con sospetto e timore da nobili e borghesi, che, quali che siano le loro idee, se la intendono assai meglio fra di loro che con i paesani. Branda Lucioni non è un soldato a massa, ma un ufficiale dell'esercito imperiale. Tuttavia la sua immedesimazione nel ruolo ricoperto per pochi mesi e la sua convinzione dell'importanza del contributo che le truppe paesane hanno dato e ancora potrebbero dare lo spingono a chiedere che gli sia consentito di nuovamente "formare un'Armata cristiana, come mi ha pregato il nostro generalissimo Sowarof e senza di questa non sottometteremo giammai i perfidi francesi, et io alla testa, Sua Maestà lo deve con il Sommo Pontefice comandare et io regolare, e combattere colla sempre havuta Divina Assistenza veramente miracolosa". Suvorov, che anche nelle Marche e in Toscana ha mostrato di apprezzare il contributo degli insorgenti, è l'unico a mostrarsi favorevole al progetto, bocciato invece senza indugio dai comandi alleati, convinti di non avere più bisogno dei paesani. A questo punto le notizie sul maggiore Branda Lucioni si fanno confuse. Secondo alcuni la sua eccessiva insistenza nel vantare i meriti acquisiti e le continue richieste di averne un compenso in denaro avrebbero indisposto le autorità militari, che lo avrebbero messo per tre mesi agli arresti a Milano. Secondo altri avrebbe militato ancora per qualche tempo, prima del definitivo pensionamento, con gli imperiali, passando al primno copro d'armata dell'arciduta Carlo d'Asburgo. Albera e Sanguinetti la ritengono l'ipotesi più probabile, come sembra confermare il fatto che dopo la vittoria napoleonica Marengo il Lucioni segue le truppe in ritirata verso il Veneto. L'almanacco delle truppe imperial-regie per l'anno 1804 dà notizia del decesso del maggiore pensionato Branda de' Lucioni avvenuto in Vicenza il 22 agosto 1803. Abbiamo seguito fin qui i tre mesi più importanti della vita di Branda Lucioni, ufficiale imperiale e capo-brigante, sotto la guida di Marco Albera e Oscar Sanguinetti. A loro, quindi, le parole di congedo: Lucioni si dimostra sempre zelante nel riconoscere i diritti di Dio, che vede violati dalla Rivoluzione, e nello sforzo di rimettere al suo posto la religione apostolica romana, il suo clero e i suoi emblemi. Buon conoscitore del popolo contadino e di quello italiano in generale, il varesino maggiore a riposo Branda de' Lucioni crediamo meriti un posto non secondario nell'ideale galleria delle glorie nazionali, militari, civili e politiche... Crediamo che la figura di Lucioni possa costituire un esempio significativo di impegno personale civile e religioso, non indegno di essere additato come esempio alle nuove generazioni. Magari in alternativa... a figure come quella dell'Eroe dei Due Mondi... Se Garibaldi è stato paragonato alla spada della Rivoluzione italiana, che dire di un uomo che ha speso gran parte della vita, non più giovane, per "sciabola alla mano... far atterrare quell'albero infame"? Per questo la sua memoria non deve perdersi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    INSORGENZA LIGURE
    di Francesco Mario Agnoli
    Alla fine del secolo XVIII il territorio della Serenissima Repubblica di Genova, assai decaduta dalle antiche glorie marinare e mercantili, non coincide esattamente con la Liguria geografica, che presenta, politicamente parlando, da ponente a levante e all' interno dello stesso territorio della Repubblica, dominii di altri Stati, situazione, del resto, non del tutto insolita nel sistema dell' ancien régime, che conosce numerose encleves. Appartengono al Regno di Sardegna le città di Oneglia e Loano, e dipendono da Vienna, in maniera per il vero abbastanza vaga, attraverso un rapporto di tipo feudale, i cosiddetti "feudi imperiali", siti nelle valli dei torrenti Scrivia e Borbera, retti da famiglie nobili locali, fra le quali la più importante, anche per l'estensione del suo dominio, è quella degli Spinola. Imitando la sua grande rivale di un tempo, Venezia, anche Genova ha scelto, nei dificili rapporti con l'espansionismo della Francia rivoluzionaria, la strada della neutralità disarmata, ma la sua situazione è ancora peggiore, sia per la maggiore vicinanza sia per la discontinuità del suo territorio, di quella, pur grave, della Repubblica di San Marco. Intanto, come avverrà a Verona poco meno di due anni più tardi, quando il Bonaparte varcherà il Mincio per inseguire gli austriaci del generale Beaulieu, la guerra col Piemonte serve, ai francesi fin dall'aprile 1794 (prima, quindi, che il Bonaparte assuma il comando dell' Armée d' Italie), per entrare nel territorio della Repubblica, con una presenza che diviene, di fatto, stabile il 24 novembre, quando il generale Massena sconfigge gli austro-piemontesi del generale Argentau e occupa Loano e Oneglia con conseguente fuga di gran numero di abitanti (le cronache parlano di oltre cinquantamila rifugiati a Genova e, soprattutto, in territorio piemontese). Oneglia, dove vengono piantati gli alberi della libertà e s'insedia l' "egualitario" Filippo Buonarroti, diviene il centro della penetrazione a Genova delle idee rivoluzionarie, che trovano terreno favorevole non solo nella classe mercantile e gran parte dell'aristocrazia, ma anche presso un non piccolo numero di sacerdoti, da tempo contagiati dall'eresia giansenista. Lo stesso Senato ne è penetrato e comunque non ha alcuna volontà di opporsi ad un esito che considera inevitabile sicché, pur conservando una larva di formale indipendenza, non tarda ad accettare la presenza in città di un forte contingente di truppe francesi agli ordini dell'ambasciatore Faypoult. I primi tentativi controrivoluzionari vengono organizzati al di fuori del territorio della Repubblica, in Piemonte e nei feudi imperiali. In Piemonte l'iniziativa è presa, su sollecitazione dei profughi di Oneglia e Loano, dall'avvocato Robusti, piemontese, che riunisce sotto l'insegna della croce e degli stendardi della Madonna (anche qui, come in tutte le Insorgenze, la motivazione di fondo è religiosa) una colonna di circa seimila uomini, tuttavia assai male armati, che, dopo avere invano cercato di risalire la vallata del Tanaro, giungono, percorrendo le strade della costa, nei pressi di Loano, dove l'artiglieria francese ha facile gioco (gli insorti non dispongono nemmeno di un cannone) nel disperderli con grande strage. Nei feudi imperiali, a nord di Genova, la guerriglia antifrancese è endemica ad opera degli abitanti, detti come in Piemonte barbetti, che, controllando le valli appenniniche, transito per i collegamenti fra l'esercito e la Francia, recano non poche molestie agli occupanti. Il Bonaparte, che ha già minacciato il Senato genovese di intervenire direttamente, facendo (al solito) bruciare le città dove avvenga anche un solo assassinio, rompe gli indugi quando, il 5 giugno 1796, una colonna militare viene sorpresa e distrutta dai barbetti. Stabilito il proprio quartiere generale a Tortona (altro feudo imperiale), invia il generale Lannes alla testa di 12.000 uomini contro Arquata Scrivia, feudo di Agostino Spinola, ritenuto il promotore dell'Insorgenza. Contro una simile forza la resistenza in campo è impossibile. La maggior parte dei barbetti, approfittando della perfetta conoscenza dei luoghi, si rifugia sui monti, ma quanti sono presi, e spesso si tratta di semplici sospetti, perché i francesi non vanno per il sottile, vengono passati per le armi. Il 9 giugno 1796 la città subisce un furioso saccheggio, il castello degli Spinola è raso al suolo e lo stesso Agostino viene condannato a morte, per sua fortuna in contumacia. Uguale sorte tocca pochi giorni dopo a Tortona, teatro, nonostante l'esempio appena avuto e la vicinanza delle truppe francesi, di una forte insurrezione, che si protrae dal 13 al 17 giugno e viene repressa nel sangue. Per quanto riguarda il destino di Genova, il Bonaparte, più interessato in questo momento alla guerra con l'Austria e alla Repubblica Veneta, che, ugualmente timorosa, dispone però tuttora, a differenza di quella ligure, di forze militari potenzialmente in grado di impensierirlo, preferisce temporeggiare. Di conseguenza, i giacobini genovesi, che mordono il freno per l'impazienza di impadronirsi del potere, decidono di bruciare i tempi con un colpo di Stato, per il quale, grazie all'appoggio del Feipoult, non prevedono seri ostacoli. Per il buon fine dell'impresa si trovano concordi e alleati due gruppi. Uno composto soprattutto di aristocratici e ricchi mercanti convertiti alle cosiddette "idee nuove", capitanati da Filippo Doria, incaricato della parte militare dell'impresa, l'altro, detto "morandista" dal nome del suo esponente più in vista, il farmacista massone Morando, di cui fanno parte non pochi sacerdoti, frati e ex frati, come l'ex scolopio Cuneo, il monaco Ricolfi e l' abate Eustachio Degola, che ne è l'ideologo, tutti ammiratori, scrive lo storico Raimondo Gatto, "del falso rigorismo giansenista" L'occasione è offerta, il 24 maggio 1797, dall' arresto di due giovani, che, verosimilemnte alla ricerca di un "incidente", hanno malmenato alcuni supposti reazionari nel corso di ua manifestazione in onore di un emigrato giacobino, il principe romano di Santa Croce. Di fronte alle proteste il Senato non si sogna nemmeno di resistere e consente immediatamente alla liberazione dei due, ma i giacobini, ai quali si è unito un certo numero di soldati, non se ne danno per intesi e, con le spalle coperte dal Feypoult, recatosi in Senato in veste di intermediario, liberano i detenuti comuni dal carcere della Malapaga e insediano un governo provvisorio nella Loggia dei Banchi. Sembra fatta quando, a guastare i piani dei "patrioti", scrive uno storico del XIX secolo "sboccano dalle catapecchie del molo, di Portoria, di Pré, forzuti e sempre nuovi facchini, neri carbonai, fuliggionosi bettolieri, ed assieme a quei pochi soldati restati fedeli al governo, di strada in strada, cominciano a dare addosso a chiunque lor s'appressi fregiato di coccarde tricolori, gridando quasi parola d'ordine, "Viva Maria" e "morte ai giacobini", poi sovrappongono ai loro berretti a modo di nappa un'immagine della Vergine". Si tratta, quindi, soprattutto, di appartenenti alle classi umili, ma ad essi, secondo il cronista Girolamo Serra, un nobile moderato non alieno da simpatie francesi, si aggiungono poi "i venditori de' commestibili e quasi tutti i bottegai". Gli insorgenti, forti dei fucili presi nell'assalto all'armeria dogale, non risparmiano nemmeno i francesi. Lo stesso Feypoult, che fino ad un momento prima stava dettando le proprie condizioni al Senato, deve mutare tono e ruolo per chiedere garantita la propria incolumità. Filippo Doria e un plotone di giacobini che azzardanoano una resistenza vengono massacrati. Tuttavia la furia dei popolani, attaccati alla religione e alle istituzioni cittadine, non può salvare la Repubblica, anzi ne accelera probabilmente la fine, perché i nobili e il Senato, timorosi della violenza popolare, che temono più di ogni altra cosa, il successivo 5 giugno firmano col Bonaparte un trattato che "democratizza" l'antica Dominante divenuta Repubblica Ligure. Se a Genova la forte presenza di truppe rende impossibili ulteriori moti interni di una certa consistenza, la capitale "democratizzata" deve fare i conti nel settembre di quello stesso anno con le Insorgenze dei paesani, che, a differenza di quanto avviene altrove, non si accontentano di cacciare francesi e giacobini dal proprio paese, ma, dopo avere conquistato Recco, Rapallo, Chiavari, Sestri Levante e altri luoghi, a loro volta insorti, si riuniscono con l'intenzione di marciare sulla capitale, nei cui pressi riescono ad impadronirsi di alcune piazzeforti. Questa Insorgenza, che trova i suoi maggiori centri ad Albaro, primo paese ad insorgere, e nelle valli del Bisagno, della Polcevera e di Fontanabuona, ha motivazioni essenzialmente religiose, essendo determinata dalla proposta di una costituzione del clero tesa alla realizzazione di una Chiesa nazionale, separata da Roma, e dalla predicazione (mai opera di propaganda sortì risultati più sfavorevoli) di 39 sacerdoti giansenisti, denominati "missionari nazionali" in quanto incaricati, come si legge in un documento dell'epoca, di propagandare tale nuova costituzione in tutti gli angoli della Liguria "a richiamare il popolo alle idee genuine della religione, a preparare gli animi al regno soave della libertà e della eguaglianza, e a mettere al gran giorno l'alleanza di questa e di quella con i principi del Vangelo". A rallentare l'impeto dei controrivoluzionari, che si apprestano ad assaltare il forte di San Benigno, il cui possesso aprirebbe le porte della città, il governo provvisorio costringe ad intervenire lo stesso arcivescovo di Genova, monsignor Lercari, il quale, scortato dai nobili Barbi e Corvetto e da altri membri della Municipalità, invita gli insorti a tornare ai propri paesi, avendo il governo garantito il rispetto della religione cattolica. I paesani, dopo essersi riuniti a consiglio, decidono di non fidarsi, se non dell'arcivescovo, del governo. Tuttavia l'indugio è fatale, perché giacobini e francesi ne approfittano per radunare un'armata di oltre seimila uomini, appoggiata da un consistente parco d'artiglieria, sicché, dopo una battaglia protrattasi per l'intera giornata del 6 settembre e un'ultima resistenza intorno alla forte Tenaglia nei pressi di Sampierdarena, gli insorti si sbandano, lasciando sul terreno un migliaio di morti, cui vanno aggiunti quelli causati dal crudele rito, destinato a protrarsi a lungo nel tempo, dei saccheggi e delle repressioni. Comunque l'Insorgenza non si spegne e prosegue per l'intero triennio giacobino in particolare in val Fontanabuona, non per nulla definita dai francesi "Vandea ligure". A capo dell' Insorgenza di questa valle si trova il nobile Luigi Domenico Assereto, già soldato della Repubblica Ligure, passato all'opposto fronte dopo avere conosciuto da vicino la vuota retorica dei nuovi padroni, la loro crudeltà ideologica, la loro servile sudditanza alla Francia. Sotto la sua guida, dall'aprile al maggio 1800, 10.000 insorti assediano Genova, precedendo gli austriaci del generale Mélas nella conquista delle alture che circondano la città, bloccata dalla parte del mare dalla flotta britannica del contrammiraglio Keith. Fra gli assediati, assieme alla guarnigione comandata del generale Massena, si trovano molti giacobini italiani, qui rifugiatisi dopo il crollo, nel corso del 1799, delle varie repubblichette rivoluzionarie create dai francesi. Fra gli altri il poeta Vincenzo Monti, che proseguirà poi per Chambéry, in Savoia, con la bella moglie Teresa Pichler, alla quale fa un'appassionata corte l'altro poeta Nicolò-Ugo Foscolo. Respinto da Teresa, che, nonostante le suppliche, si rifiuta di andarlo a trovare anche dopo un tentato suicidio per amor suo, il Foscolo, che comunque non trascura i doveri di soldato (si busca una ferita alla coscia per un colpo di sciabola nel fallito tentativo di strappare agli assedianti l'altura della Coronata), si consola unendosi al codazzo di nobili genovesi e ufficiali francesi e cisalpini che scortano, finché l'assedio non si fa troppo stretto, le passeggiate a cavallo della ventottenne Luigia Ferrari, moglie del marchese Domenico Pallavicini, e delle sue amiche. Da una caduta, che procura alla bella aristocratica una lieve ferita al volto mentre cavalca seguita dal suo democratico corteo, nasce la famosa ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo". Tuttavia Foscolo si fa battere sul tempo dal rivale Giuseppe Ceroni, ufficiale cisalpino e, anche lui, poeta, che dedica alla bella risanata i seguenti versi: "Come tanta beltà scontri la tomba\Si dolgono le Grazie desolate:\Gioia delle rivali è in fronte sculta\Ma non men vaga sorge e all'altre insulta". All'inizio di giugno Massena firma la resa, ottenendo dagli imperiali condizioni generose anche per le pressioni dell'Assereto, ansioso per la sorte degli abitanti, che da mesi soffrono la fame, dal momento che le scarse provviste sono riservate ai combattenti. Negli ultimi tempi in città ogni giorno si contano fra i civili oltre cento decessi per inedia e non si riesce a dare a tutti conveniente sepoltura. Tuttavia, per quanto indeboliti dal digiuno, quegli stessi umili abitanti di vicoli e carugi che hanno sventato nel '97 il colpo di stato giacobino, sollecitati dagli emissari dell' Assereto, hanno tentato fino all'ultimo, senza successo, un colpo di mano per affrettare la liberazione.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    INSORGENZA LOMBARDA
    di Francesco Mario Agnoli
    Il 7 maggio 1796 l'Armée d' Italie al comando del generale Napoleone Bonaparte varca il Po sopra Piacenza, del tutto incu_rante di violare così la dichiarata neutralità del duca di Par_ma e Piacenza, Ferdinando di Borbone, al quale anzi impone, per sovrappeso, un pesante contributo di guerra in denaro, cavalli, buoi, frumento e, per giunta, venti quadri di celebrati artisti. Il 10 i francesi sconfiggono al ponte sull' Adda gli austriaci del generale Johann-Peter di Beaulieu. Il 14 il generale Massena (il Bonaparte arriverà solo il mattino seguente, giorno di Pente_coste) entra in Milano, dove fin dal giorno 11 i giacobini, pur guardati con sospetto dalla grande maggioranza della popolazione, allarmata per le notizie delle insostenibili contribuzioni impo_ste alla piccola città di Lodi, avevano cominciato a piantare una vera e prorpia selva di alberi della libertà. Negli stessi giorni l' occupazione si estende all' intera Lombardia austriaca (all' epoca Brescia, Bergamo e Crema apparte_nevano alla Repubblica di Venezia, costituendo, appunto, la co_siddetta Lombardia veneta), suscitando l' entusiasmo dei non nu_merosi giacobini e dapprima il sospetto e il timore, poi l'ira della popolazione, che a Pavia, occupata dalla colonna del gene_rale Augereau, raggiunge più rapidamente che altrove il limite di saturazione. Già il giorno 16 se ne hanno le prime avvisaglie con le grida e le beffe per l' innalzamento dell'albero della libertà avvenuto non senza difficoltà tanto che l' albero era una prima volta caduto al suolo perdendo la cima, con le proteste per la distruzione dell' antica statua romana del "Reggisole", scambiata dagli occupanti (ma forse era solo un pretesto per gli antenati degli attuali "casseurs" delle manifestazioni parigine) per l'effige di un qualche imperatore e, quindi, oltraggiosa per i sentimenti dei buoni repubblicani, e, la sera, in Borgo Ticino, con i primi veri e propri scontri per reazione agli oltraggi (ul_tima goccia a fare traboccare un vaso già colmo) recati alle don_ne dai soldati, alcuni dei quali finiscono in Po. Un proclama di Augereau per l' immediata consegna delle armi pena la morte, e l' intervento del Vescovo, mons. Giuseppe Ber_tieri, ottengono qualche, momentaneo successo nel centro urbano, ma non nel contado, dove il 17 insorgono Trivolzio, Casorate, Binasco e la Lomellina. Ma si è ancora al preambolo. Preceduta, la sera del 22, da nuovi scontri in Borgo Ticino, il più popolare della città e, quindi, il più avverso a francesi e giacobini, il 23 esplode in tutto il suo furore l'Insorgenza cittadina. Il segnale è dato dall'abbattimento dell'odiatissimo e già malconcio albero in Piazza Piccola. Si grida "Viva l' Impera_tore!" e "Giù le coccarde!" e si procede all' arresto di chi ri_fiuta di unirsi a queste grida o di appuntare al farsetto o al cappello un ramoscello verde, il colore degli imperiali. Vengono ricercati, prima presso la sede della Società Popolare, poi nelle loro abitazioni, e arrestati i più noti giacobini o, come allora anche si diceva, "zelanti dei francesi". La guida delle Insorgenze è di solito presa o da un nobile, non di rado costrettovi, esattamente copme in Vandea, dagli stes_si insorti, da un sacerdote oppure, più di frequente, da popolani fino a quel momento anonimi, non solo elevati ad un nuovo ruolo, ma, per così dire, quasi creati e partoriti dal proprio ventre dalla massa, che poi li riassorbe nell' anonimità, sempre che non abbiano pagato con la vita, come il più delle volte avviene, il momento di gloria e l' obbedienza al comando popolare. A Pavia il compito tocca, per una designazione inespressa, ma da tutti condivisa, al capomastro trentenne Natale Barbieri. Questi, consapevole della impossibilità di affrontare i francesi solo con la forza del numero, ottiene dagli intimoriti rappresen_tanti municipali, ancora pencolanti fra il vecchio regime, che li ha nominati, e il nuovo, che li ha momentaneamente confermati, la consegna delle armi della milizia urbana, alle quali si aggiungo_no le altre strappate ai picchetti francesi di guardia alle porte cittadine, delle quali gli insorti assumono il controllo per fa_cilitare l' arrivo dei contadini ansiosi, non appena ne hanno avuto notizia dalle campane, di unirsi alla rivolta. Il giorno seguente il continuo e martellante suono a storno delle campane riecheggiante di pieve in pieve infiamma l' intero contado e accresce il numero degli insorti, pieni di entusiasmo, perché convinti del prossimo arrivo degli austriaci, che si crede abbiano battuto i francesi. A mettere un minimo d' ordine nella inevitabile confusione si adopera Natale Barbieri, descritto da un cronista di simpatie francesi "fermo sul suo cavallo di pelo grigio" (tolto il giorno avanti al generale Honoré-Alexzandre Haquin, preso prigioniero), "esso parlava con molti, né so di qual cosa; l'ho veduto di poi più volte scorrere qua e là. Ora egli portavasi al Castello a parlamentare colla guarnigione, ora volgeva il passo al Municipio, ora consigliava il popolo da cui veniva con soddisfazione ascoltato, e mi sovviene di aver in Strada Nuova veduto la moltitudine fargli replicati evviva, gran battimenti di mano, in attestato della universale approvazione". Intanto l' Insorgenza si è estesa pressoché all' intera Lom_bardia, ma con fenomeni violenti e rapidi come un' acquazzone estivo e, quindi, più facilmente repressi, anche perché qui gli insorti, avvezzi a nutrire fiducia sia negli ottimati cittadini, sia, e soprattutto, nei loro pastori spirituali, si lasciano per_suadere alla calma dalle buone parole e dagli ammonimenti di no_bili, parroci e prelati. Così avviene il 23 maggio a Varese e a Como. In quest' ultima città a riportare un' apparenza di calma è sufficiente l' intervento del Vescovo, che ricorre, a sproposi_to, all' argomento che ogni autorità viene da Dio e, soprattutto, scrive un contemporaneo, ad "un toccante discorso sempre colle lagrime agli occhi, esortando il popolo alla quiete per non ecci_tare ad orrida vendetta il Governo Francese". Nel tardo pomeriggio di quello stesso 23 un tentativo insurrezionale si verifica nella stessa Milano con due episodi principali, che tuttavia non riescono a trovare collegamento e continuità. Il primo, in realtà poco più di un tafferuglio se ad accrescerne l' importanza non provvedesse la tensione che tutti sentono vibrare nell' aria, in piazza Duomo, dove i giacobini della Società popolare, intervenuti a difesa dell' albero mi_nacciato di abbattimento da un gruppo di ragazzi, rimediano una caterva di bastonate per l'intervento di furibondi popolani, che hanno preparato la provocazione e l' agguato. Il secondo, più grave anche perché diretto contro i francesi, nel popolare quar_tiere di Porta Ticinese, con un violento assalto ad un drappello di dragoni. Tuttavia in città vi sono troppe truppe e troppo bene armate e organizzate per soccombere ad una folla numerosa, ma priva di vere armi. Non per nulla gli unici caduti della giornata sono due popolani, ai quali se ne aggiungeranno altri due, il giovane Domenico Pomi e il delegato di polizia Giuseppe Paccia_rini, imprigionati, condannati a morte e fucilati sulla piazza del mercato fuori di porta Ticinese rispettivamente il 26 maggio e il 30 giugno. Se la breve Insorgenza milanese è costata quattro morti e un certo numero di feriti assai peggio vanno le cose a Pavia e nel Pavese. Qui, dopo una resa concordata la sera precedente con la mediazione dei municipalisti, sul mezzogiorno del 25 i francesi, decimati dalle fucilate e dagli arresti, lasciano il castello per essere rinchiusi in una vecchia caserma, accompagnati da gran numero di nobili e di ecclesiastici, resisi garanti del rispetto delle loro vite, anche se inutilmente, perché se vi erano stati dei morti negli scontri, a nessuno dei prigionieri era stata usa_ta violenza. "Andava innanzi a tutti", scrive il già citato cro_nista, "quasi trionfalmente assiso sul suo cavallo il più volte ripetuto Capo Natale Barbieri, misero! a cui non mancavano più che poche ore a vivere". In effetti, come accade non di rado in queste Insorgenze po_polari, carenti di organizzazione e prive di qualunque servizio d' informazione, al momento dell' apparente trionfo segue dap_presso quello della sconfitta. Nel caso dell' Insorgenza pavese già durante la notte fra il 24 e il 25, mentre i francesi rin_chiusi nel castello meditavano se dare seguito ai patti di resa, i loro compagni provenienti da Milano, condotti in persona dal Bonaparte, furibondo per l' ostacolo frapposto ai suoi progetti di una rapida campagna contro gli austriaci da condurre, anche in questo caso nonostante la proclamata neutralità della Serenissi_ma, in territorio veneto, dopo una disperata resistenza opposta da circa 700 insorti, soverchiati dal numero quasi triplo dei ne_mici e dai loro sei cannoni, hanno preso e dato alle fiamme Bi_nasco, un incendio destinato a rimanere vivo nel ricordo di Napo_leone, che più volte in futuro o minaccerà di ugual sorte gli op_positori o ordinerà ai suoi generali di fare come lui a Binasco. Tuttavia il generale ha fretta e desidera evitare altre per_dite di uomini che gli servono per la definitiva vittoria sul Beaulieu e la conquista della munitissima fortezza di Mantova, il maggior baluardo imperiale in Italia. Di conseguenza si fa prece_dere a Pavia dall' arcivescovo di Milano Filippo Visconti, o "ze_lante dei francesi" o semplicemente opportunista, certamente in qualche misura incline all' eresia giansenista, latore di un ul_timatum che promette perdono a chi deporrà le armi entro venti_quattro ore, la morte agli altri e la fine di Binasco ai loro paesi. All'arcivescovo, accolto in un primo momento in trionfo da_gli insorti, che, avendo abbattuto a fucilate cinque dei sei dra_goni di scorta alla sua carrozza, credono di averlo liberato dal_la prigionia francese, viene impedito di parlare nonostante i tentativi di persuasione dei municipalisti e dei notabili non ap_pena rivela l' incarico affidatogli dal Bonaparte, tanto alte e ripetute e feroci sono le grida di "Viva l' Imperatore! muoiano tutti i francesi!". Alle parole gli insorti fanno seguire i fatti. Prima tentano una sortita contro le truppe francesi i cui cannoni hanno inizia_to il bombardamento della città, poi di impedirne l' ingresso in città, nonostante che i continui colpi di cannone e una fitta fu_cileria rendano quasi impossibile trattenersi sulle mura. La lot_ta prosegue per le strade della città, dove i dragoni vengono bersagliati, oltre che da sempre più radi colpi di fucile per la fine del munizionamento, da sassi, tegole e oggetti di ogni gene_re lanciati dai tetti. Vinta la resistenza, il Bonaparte si lascia indurre dalle suppliche del Vescovo e, soprattutto, dalla notizia, confermata_gli subito dopo la liberazione dai diretti interessati, che i circa seicento prigionieri francesi sono stati trattati bene, a risparmiare a Pavia il destino di Binasco e ad "accontentarsi" di abbandonarla al saccheggio delle truppe, alle quali si aggiungo_no, distinguendosi per crudeltà e sfrenatezza, alcuni giacobini locali, gli stessi che lì a poco consegnano ai francesi Natale Barbieri, che, rifiutatosi di seguire i compagni dispersisi nelle campagne e non volendo raggiungere la propria casa per la speran_za di non coinvolgere i familiari, attendeva l' inevitabile cat_tura in una bettola. Il giovane capomastro, dopo essere stato interrogato perso_nalmente dal Bonaparte, viene rinchiuso in castello, seviziato per l' intera notte dai soldati, che lo scherniscono chiamandolo "generale dei villani", e fucilato all' alba del mattino se_guente, 26 maggio 1796, nello spiazzo davanti alla fortezza, do_ve, poiché non si regge in piedi per le torture patite, viene condotto a braccia. Nuove Insorgenze si verificano in Lombardia nel 1799 in cor_rispondenza con l' avanzata delle truppe austro-russe del genera_le Suvorov, e, ad intervalli ed in particolare nelle vallate mon_tane, negli anni 1803-1809 (nel 1809, in corrispondenza della grande Insorgenza tirolese, è particolarmente attivo Corrado Ju_valta di Teglio in Valtellina, ufficiale e agente imperiale, una sorta di Branda Lucioni in sedicesimo). Si tratta, come scrive Oscar Sanguinetti, il maggiore storico dell' Insorgenza lombarda, di una Insorgenza "discontinua e, di fatto, minore, non paragona_bile alla enorme, omogenea e permanente mobilitazione popolare che caratterizza le regioni centrali e il Mezzogiorno". Le ra_gioni sono evidenti. Milano è la capitale prima della Repubblica Cisalpina poi del Regno d' Italia e la presenza delle truppe d' occupazione vi è particolarmente forte e pressante fino alla ca_duta di Napoleone. Inoltre il ruolo attribuito a Milano determi_na un largo afflusso di "zelanti dei francesi" da tutte le regio_ni d' Italia, mentre gli incarichi onorifici e gli impieghi of_ferti dal governo e dalla burocrazia (il Regno d' Italia napo_leonico è uno stato fortemente centralizzato e burocratizzato) allettano gli ambiziosi, fra i quali non pochi esponenti dell' aristocrazia e della borghesia benestante. Tuttavia, pur se è difficile e quasi ripugna trovare, nono_stante ogni possibile giustificazione, qualcosa di positivo in un episodio di criminalità come l'assassinio di un singolo per mano di molti, il linciaggio, il 20 aprile 1814, ad opera di una folla infuriata, di Giuseppe Prina, oggetto di particolare odio per il suo incarico di ministro delle Finanze del Regno Italico, ma anche per il suo particolare attaccamento a Napoleone e alla causa francese, la dice lunga sui sentimenti popolari. Questi sentimenti, per altro nella loro versione più modera_ta, trovano espressione in una poesia dialettale (se ne riporta solo la prima quartina) rivolta ai "paracar" (soprannome dato dai milanesi ai soldati francesi) in fuga di fronte all' avanzata au_striaca dal poeta Carlo Porta, che non solo non è un insorgente, ma è stato quasi un "patriota" e ha servito in un modesto impiego il governo imperiale e vicereale: "Paracar che scappee de Lombardia,/ Se ve dan quaj moment de vardà indree,/ Dee on'oggiada e fee a ment con che legria/ Se festeggia sto voster san Michee".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    INSORGENZE TOSCANE DEL 1799
    di Frencesco Mario Agnoli
    Il Granducato di Toscana, aveva avuto un primo esempio della libertà portata dai francesi alla fine del mese di giugno 1796, quando il Bonaparte aveva fatto occupare Livorno, nel timore forse di uno sbarco francese o napoletano in quel porto (in effetti i napoletani vi sbarcheranno agli inizi del '99 un corpo di spedizione col compito -fallito- di agevolare, prendendo alle spalle l'armata francese, la loro campagna per la conquista di Roma, coronata da un brevissimno ed illusorio successo). Tuttavia la vera e propria invasione della Toscana si ha, prendendo a pretesto, oltre che l'ospitalità concessa a Pio VI profugo da Roma, appunto la mancata resistenza allo sbarco napoletano; una resistenza in realtà del tutto impossibile (come impossibile era stata nel '96), perché il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, forse ancor più compenetrato del fratello Giuseppe, imperatore d'Austria, delle idee illuministe, persuaso com'era che le guerre, incompatibili con la civiltà dei Lumi, fossero ormai relegate nel buio passato, aveva ridotto l'esercito toscano ad una mera parvenza, privo di qualsiasi capacità operativa. Comunque proprio le idee illuminate e i conseguenti sistemi di governo del loro principe avevano allertato i toscani, che avevano fatto chiaramente intendere cosa pensassero delle illuminate riforme con i riusciti moti popolari contro i tentativi di modificare gli antichi riti e di creare una Chiesa nazionale separata da Roma posti in essere da Leopoldo dietro suggerimento del suo consigliere ecclesiastico, Scipione de' Ricci, vescovo di Prato e Pistoia.Comunque con l'ingresso, il 25 marzo 1799, dei francesi a Firenze, il Granduca Ferdinando III, succeduto al padre dopo che questi alla morte del fratello ne aveva preso il posto sul trono imperiale, prese la via di Vienna e la Toscana venne sottoposta direttamente al governo della Repubblica francese, rappresentata "in loco" dal generale Gaultier. A differenza di quanto era avvenuto negli altri Stati italiani invasi, ai toscani (con l'eccezione della piccola e indipendente repubblica di Lucca, trasformata da "aristocratica" che era in "democratica") non venne nemmeno concessa l'illusione dell'indipendenza attraverso la costituzione di una repubblichetta democratica ai servizi della Repubblica-Madre (cioè della Francia), il che non toglie che i francesi si mettessero sollecitamente all'opera per imporre contribuzioni di guerra e per impadronirsi degli "objets d'art" contenuti nella Galleria Pitti e nella Biblioteca Medicea-Laurenziana. Ciò nonostante non mancarono i festeggiamenti organizzati dai giacobini locali, con il solito tripudio-carnevalata dell'impianto degli alberi della libertà e le appassionate proclamazioni dei comizianti. Se i giacobini si mostravano soddisfatti, assai diversamente la pensava la gran massa del popolo toscano. Difatti già il 12 aprile, coi moti di Firenze e di Pistoia si hanno le prime avvisaglie di quanto avverrà. A riportare una momentanea pace in queste due città provvede l'intervento, sollecitato dal Gaultier e motivato dalla preoccupazione per la repressione francese, dell'arcivescovo Martini a Firenze e del vescovo Falchi-Picchinesi, succeduto al de' Ricci, costretto nel frattempo alle dimissioni dopo il fallimento del suo tentativo giansenista e la partenza di Leopoldo, a Pistoia.Tuttavia le ragioni del malcontento sono generali e non è possibile contenerle. Prima che scada il mese un po' in tutti i paesi senza o con scarsi presidi francesi, al grido di "Viva Gesù, Viva Maria!" (di qui la denominazione di "Insorgenza dei Viva Maria"), si bruciano o si abbattano gli odiatissimi alberi della libertà. Così avviene a Terranova Bracciolini, a S. Giovanni Montevarchi, a Figline, Poppi, Empoli, Lucca, in Versilia e in decine di altre località. Ma sono solo i primi sussulti. Maggio, significativamente dedicato a Maria, è anche il mese dell'Insorgenza, che trova in Arezzo il suo centro principale. Già la notte fra il 5 e il 6 maggio grandi fuochi accesi su tutte le montagne dell' Aretino per festeggiare il compleanno dell'esule Granduca hanno segnalato che qualcosa bolle in pentola. La mattina del 6 maggio la città brulica di gente, perché agli abitanti si sono aggiunti numerosi contadini. La miccia viene accesa da un episodio mai del tutto spiegato nonostante i vari tentativi. Dalla porta di Santo Spirito entra in città una sgangherata carrozza, che la percorre di gran carriera per uscire poi, sempre di corsa e senza mai essersi fermata, dalla stessa porta. A cassetta, accanto al cocchiere, un'anziana signora, che regge un vessillo imperiale. Come una fiamma si diffonde la voce che si tratti della Vergine del Conforto e di San Donato, patroni della città. Ci si creda o no, si tratta comunque del segno da tutti atteso. Viene bruciato l'albero della libertà ed al suo posto si erige la croce, si suonano le campane a martello per avvertire il contado, si liberano i detenuti nelle carceri sostituiti dai giacobini, ai quali non viene arrecato altro torto nonostante che ad Arezzo si siao fatti particolarmente odiare con le loro arie, le loro prepotenze, la loro irreligione (alcuni cittadini erano stati imprigionati per avere recitato le lodi della Madonna; un municipalista aveva dichiarato di volere ridurre in pezzi l'effigie della Vergine del Conforto e via di questo passo). Mentre vengono rialzate le armi granducali e su tutti i cappelli e farsetti compaiono o l'immagine o l'immagine della Madonna miracolosa o la coccarda bianco-rossa del Granducato o quella giallo-nera dell'Impero, la guarnigione francese si allontana dopo un breve scambio di fucilate. Il giorno successivo una affollatissima processione e una cerimonia in Duomo, cui partecipa l'intera città, rendono grazie al Cielo per l'avvenuta liberazione. Si è però consapevoli che questa deve essere ancora assicurata e, a differenza di quanto avvenuto altrove nel '96 e nel '97, si provvede a dare ordine all'Insorgenza, nominando una Deputazione civile e una Deputazione militare, che si pongon immediatamente all'opera. La prima si prepoccupa del mantenimento dell'ordine e dell'approvvigionamento, la seconda organizza un piccolo esercito, il cui comando viene simbolicamente attribuito alla Vergine del Conforto, proclamata "Generalissima dell'Armata", e prende contatto con le altre città, alcune delle quali, come Cortona, sono intanto insorte. Come era appena accaduto (e stava tuttora accadendo) nel Regno di Napoli, in Toscana, ma in tempi più rapidi, l'Insorgenza passa attraverso una duplice fase: una serie di spontanei moti autonomi, che si accendono, sempre più fitti, qua e là nel territorio, per finire poi col riunirsi in unico grande movimento. A Napoli il punto di coagulo, per la sua qualità di principe della Chiesa e il personale carisma, è il cardinale Ruffo, in Toscana, grazie alla sua capacità organizzativa, al valore e alla disciplina della sua Armata, la città di Arezzo, che acquisisce agli occhi di tutti il ruolo di simbolo della patria libera. La notizia dell'insurrezione aretina e del suo propagarsi eccita la rabbiosa reazione del generale Gaultier, che già con un proclama del 6 maggio, prima ancora di essere a conoscenza dei contemporanei avvenimenti di Arezzo, aveva minacciato di fucilazione immediata chi fosse colto in possesso di armi o portasse la coccarda granducale, e dichiarato preti e nobili "responsabili sulla loro testa all'armata francese della sicurezza di tutti i repubblicani che esistono in Toscana". Si procede, quindi, all'arresto e alla deportazione a Livorno di cosiddetti "ostaggi", scelti soprattutto fra le fila del clero e dell'aristocrazia (in Toscana, a differenza che altrove, la maggior parte dei nobili, quali che siano le loro idee filosofiche o politiche si mantiene, per amor di patria, avversa ai francesi). Come ricorda lo storico Massimo Viglione nel libro "La Vandea italiana", le repressioni suscitano lo sdegno di Vittorio Alfieri, in quei giorni con la contessa Albany in una villa nei pressi di Firenze (aveva lasciato la città il giorno stesso dell'arrivo dei francesi e vi rientrerà il 7 luglio con gli insorti). Scrive l'autore del "Misogallo": "Ogni giorno si arrestava arbitrariamente al solito di codesto sgoverno la gente; anzi sempre di notte. Erano stati così presi sotto il titolo di ostaggi molti dei primari giovani della città; presi in letto di notte dal fianco delle loro mogli, spediti a Livorno come schiavi". Le minacce del generale francese, che non dispone di abbondante truppa per attuarle, non impressionano gli insorgenti, ma le sorti sembrano volgere contro di loro quando entra in Toscana l'avanguardia dell'esercito del generale MacDonald, in marcia, nella sua ritirata da Napoli, dove ha abbondonato gli illusi patriotti partenopei al proprio destino, verso il settentrione. Dopo una serie di scontri, nel complesso favorevoli ai francesi nonostante le perdite subite, Cortona, con l'esercito nemico sotto le mura, patteggia la resa a condizione che siano evitate rappresaglie e il sacco della città. Al contrario Arezzo, che dispone di un' armata consistente (si calcolano circa 18.000 uomini ben inquadrati da ufficiali di carriera e sufficientemente armati) risponde all'intimazione lanciatagli dal Macdonald da Siena, dove ha stabilito il suo quartier generale, con un fiero proclama, che ribatte con minacce alle minacce e così termina: "Qui non siete più temuti, solo ci umiliamo dinanzi a Dio e alla nostra gran protettrice Maria. Tutto da Essa speriamo e tutto otterremo". Linguaggio assurdo e forse ridicolo per le laicissime orecchie dei rivoluzionari e del Macdonald, che tuttavia, forse perché pressato dalla necessità di raggiungere al più presto il grosso dell' Armée o forse timoroso di una sconfitta, rinuncia alla desiderata punizione della città ribelle. Questa, trionfante, si propone di liberare l'intero Granducato e, a questo scopo, trasforma la Giunta civile in governo provvisorio denominato "Suprema Deputazione". La riconquista procede con celerità, aiutata anche dalle insurrezioni spontanee che esplodono non appena si diffonde la voce dell'avvicinarsi della' Armata. Il 9 giugno viene liberata Cortona, dove la Suprema Deputazione pubblica un proclama che costituisce il manifesto dell'Insorgenza toscana: "Si combatte per la Religione. La Costituzione Francese le ammette tutte, ma non ne conosce veruna. Il sistema del loro Governo, perseguita, opprime e priva di sussistenza i Ministri del Culto. Questo è volerla abolire... Si combatte per la Giustizia. Si combatte per l'ordine pubblico rovesciato da un nuovo metodo di legislazione, di cui le basi sono l'arbitrio, ed il capriccio. L'autorità è stata conferita alle persone più stolide, ed immorali. Si è fatta la guerra al buon costume in tutti li oggetti della Cristiana educazione. Si è perseguitato l'Uomo giusto, ed onesto". Seguono Pontassieve, Montevarchi, Pienza, Chiusi, Montalcino, Incisa con molti altri paesi e città e, in territorio pontificio (all'Armata si sono aggiunti molti volontari provenienti dalla Romagna e dalle Marche, mentre anche l'Umbria è insorta), Città di Castello. Su sollecitazione di Marcello Inghirami, uno dei protagonisti dell'Insorgenza di Volterra, scoppiata il 5 maggio (un giorno prima di quella aretina), e su consiglio dell'ambasciatore d'Inghilterra presso il Granduca, Windham, la Suprema Deputazione affida al sacerdote Giuseppe Romanelli alcune migliaia di uomini che, sotto il nome di "Inclita Armata della Fede", marcia su Siena, liberata il 28 giugno dopo un breve scontro coi giacobini locali (i francesi si erano affrettati a ritirarsi nella fortezza). I vincitori procedono, quindi, come in tutte le città liberate, all'incendio dell'albero eretto in piazza del Campo, ma qui un forsennato gruppo di senesi approfitta delle fiamme per gettarvi, ancora vivi, tredici ebrei strappati a viva forza dal Ghetto, dove alcuni altri loro correligionari vengono uccisi (altri ancora sono stati nascosti e salvati da cittadini senesi, che, pur antifrancesi e antigiacobini, si oppongono come possono alla crudele iniziativa) . E' questo l'unico, feroce (e, inutile dirlo, ingiustificabile) episodio (il vescovo di Siena ne ha di recente chiesto perdono) dell'Insorgenza toscana, che si distingue fra tutte per disciplina e per mitezza, dal momento che la sola sanzione inflitta ai giacobini e ai collaborazionisti è quella di una momentanea carcerazione e la Suprema Deputazione si dà gran cura di accertare che nessaun torto, né ai beni né alla persona, venga loro arrecato. Quasi tutte le Insorgenze finiscono con l'esprimere un personaggio nel quale vengono in qualche modo riassunte e identificate. In Toscana a prevalere nell'immaginario collettivo dell'epoca non è un generale, un sacerdote o un capobanda, ma una donna: Cassandra Cini, figlia di un macellaio di Montevarchi, giovane e bella moglie di Lorenzo Mari, maggiore dei dragoni (nonché, secondo alcuni autori, amante del rappresentante inglese Windham), divenuta famosa, col vezzeggiativo di "Sandrina", nell'Armata, essendosi conquistata il cuore e l'ammirazione di tutti, perché, vestita dell'uniforme e con in capo l'elmo dei dragoni, partecipa ad ogni scontro, contendendo al marito il primo posto nelle cariche e incitando a gran voce il suo cavallo bianco, divenuto quasi altrettanto famoso. Il pomeriggio del 7 luglio, l'avanguardia degli aretini, 300 uomini guidati da Lorenzo Mari con al fianco il Windham e Sandrina, che regge il vessillo con l'immagine della Vergine del Conforto, entra in Firenze, abbandonata dai francesi, che hanno preferito evitare lo scontro con l'Armata Aretina, accampata a San Donato e a Pontassieve. La pur breve dominazione francese e l'arroganza dei giacobini, incolpati soprattutto di aver retto il sacco al nemico nella spoliazione della città, ha suscitato inevitabili rancori. A più d'uno la carcerazione dei colpevoli (fra gli arrestati c'è anche l'ex-vescovo Scipione de' Ricci) non sembra pena sufficiente, tanto più che si immagina che il mite Ferdinando III non tarderà ad ordinarne la liberazione. Nella capitale liberata si verifica, quindi, qualche disordine, che potrebbe sfociare in qualcosa di più grave dell'abbattimento degli alberi se, dietro sollecitazione dell'arcivescovo Martini, rispettato perché avversario dei giansenisti, non intervenisse a imporre il rispetto delle persone e dei beni un proclama di Lorenzo Mari, che così termina: "La guerra di religione non aspetta alcun premio se non da Dio, che è la gran mercede dei giusti".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    INSORGENZE IN EMILIA E IN ROMAGNA
    di Francesco Mario Agnoli
    Dalla Lombardia invasa nel mese di maggio 1796 le truppe francesi del Bonaparte passano negli Stati che compongono l' attuale Emilia-Romagna. Al Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla in cambio di un consistente contributo di guerra viene per il momento lasciata una semi-indipendenza sotto protettorato francese. Sulle prime pare che altrettanto possa avvenire per il ducato di Modena, al quale viene imposta una consistente contribuzione, ma il pagamento, a causa anche delle mene dei giacobini reggiani, non evita dapprima lo smembramento del ducato con la proclamazione, il 26 agosto, della Repubblica Reggiana, poi, proclamata anche la Repubblica Modenese (6 ottobre), l'assorbimento nella Cispadana, della quale fanno parte, oltre a Modena e Reggio, Bologna e Ferrara (a Reggio il 7 gennaio 1797 il Congresso cispadano sceglie, pare su proposta del lughese abate Compagnoni, giurista e poeta, come bandiera nazionale il tricolore in un formato molto simile a quello di recente riesumato dal presidente Ciampi). Nonostante che il duca Ercole III abbia cercato riparo a Venezia ancor prima dell'invasione, le popolazioni non accolgono di buon grado la "democratizzazione" né a Reggio, dove l'iniziativa è presa dai giacobini locali, né a Modena, dove invece i francesi agiscono in prima persona. A favore del duca si dichiarano, oltre alle campagne, tutte "duchiste", centri come Rubiera, Gualtieri, Mirandola, Camposanto, Novellara, Scandiano, Correggio, Concordia, San Possidonio, Castelnuovo ne' Monti (qui alla testa degli insorti si pone don Maggesi, confessore del duca, poi condannato a morte in contumacia, con la singolare pena accessoria che la sua casa di famiglia debba essere "saccheggiata e distrutta sino a' fondamenti"). In questi paesi e in molti altri si abbattono gli alberi della libertà, si bruciano le bandiere e vengono arrestati o cacciati gli inviati delle neonate repubbliche, in pratica asseragliate dentro le mura di Reggio e Modena. Gli stessi modenesi, nonostante la forte presenza di truppe, non si rassegnano e il 25 novembre 1796, incitati dalle notizie giunte dalla Garfagnana, dove i montanari hanno inflitto notevoli perdite agli occupanti, danno luogo ad una giornata di violenti scontri contro i francesi e i loro amici giacobini. A dispetto della violentissima repressione, particolarmente sanguinosa in Garfagnana, queste insorgenze si protraggono fino all' inizio della primavera 1797, per riprendere poi, con accresciuta intensità, nel 1799, dopo la relativa pausa, definibile di resistenza passiva, del 1798. Intanto, le truppe del Bonaparte, entrate a Bologna il 18 giugno, hanno invaso le legazioni dello Stato pontificio. A Bologna ancor più che a Modena la presenza delle truppe d'occupazione blocca l'esplosione violenta e armata della collera popolare, ma i bolognesi non mancano di fare conoscere i loro sentimenti con gli attentati all'odiato simbolo degli alberi della libertà e la contestazione dei propagandisti del verbo giacobino, primo fra tutti il giovane nipote dell' arcivescovo Andrea Gioannetti, Camillo Gioannetti, particolarmente inviso per la sua abitudine di entrare nelle chiese per interrompervi la celebrazione della Messa e le prediche in piazza a favore del giacobinismo, in più di un caso interrotte da nutrite sassaiole. Fra Rivoluzione e Reazione infuria anche la guerra dei simboli. Nel gennaio 1798 il Direttorio del dipartimento del Reno promette un premio di mille lire milanesi a chi darà informazioni "sul delinquente che ha tentato di mettere fuoco all' albero della libertà in Via Imperiale, oggi Via Repubblicana". Nel luglio dello stesso anno fa fucilare don Pietro Maria Zanarini, parroco di S. Maria di Varignana, alle porte di Bologna, reo dell'abbattimento di due alberi della libertà innalzati proprio davanti alla sua chiesa. Comunque negli anni '96 e '97 il centro dell'Insorgenza in questa parte della penisola è la Romagna, dove, per quanto incredibile possa oggi sembrare, massimo è l'attaccamento alla religione cristiana e al governo del Papa. A Ravenna il generale Augereau entra alla testa di un grosso contingente di dragoni il 26 giugno e subito convoca i Savi, cioè l'amministrazione cittadina, e li invita minacciosamente a dichiarare se preferiscono vivere liberi o soggetti al Papa, sentendosi rispondere da questi pur tremebondi personaggi che, non avendo ragione di lamentarsi del buon governo del Pontefice, si allontanerebbero "dall' obbedienza del legittimo Sovrano, sol quando dalla forza vi fossero astretti". Se gli ottimati si appagano di questa dignitosa risposta, il 28 i borghigiani di porta Adriana, ai quali si uniscono gruppi di contadini di Alfonsine, Santerno, Mezzano, Glorie e altre minori località, formano, riferisce uno spaurito cronista, "una lega con l'intento di uccidere tutti i Francesi che vi trovavano". Proposito sventato a fatica dall' arcivescovo Codronchi (pur mantenendosi fedele, a differenza di non pochi suoi colleghi contagiati dal giansenismo, alla dottrina della Chiesa, questo prelato farà una brillante carriera, giungendo al titolo di Grande Elemosiniere del napoleonico Regno d'Italia, ma non otterrà da Pio VII il sospirato galero cardinalizio), che, preoccupatissimo di salvare "in tal guisa da un sicuro flagello la misera Ravenna", riesce a fare deporre le armi ai recalcitranti fedeli non senza essersi dovuto prima inginocchiare, narra un altro cronista, davanti al più recalcitrante, che "gli teneva una pistola contro". Eventi analoghi si hanno a Forlì e a Cesena. Nella prima di queste città il ricorso alle armi è evitato dal marchese Fabrizio Paulucci, rispettato perché considerato "papalone", che, coadiuvato dal vescovo Mercuriale Prati e dai parroci, persuade i capi del moto insurrezionale del male che cagionerebbero "alla Patria, ai cittadini, alle nostre famiglie, a voi stessi". Nella seconda identica opera viene svolta dal cardinale Bellisomi. Del resto, un po' dovunque l'alto clero, anche se in genere non condivide le idee rivoluzionarie, o per la preoccupazione di rappresaglie contro i fedeli, o per timidezza o per pura e semplice paura, finisce con l'aderire supinamente ad ogni richiesta dei nuovi potenti, prescrivendo ai parroci di leggere i decreti del Direttorio, di inculcare ai fedeli l'obbedienza, perché ogni autorità viene da Dio, di non consentire né le processioni né il suono delle campane. Un atteggiamento collaborazionista che costituisce una delle cause, e forse la principale, del futuro anticlericalismo delle popolazioni romagnole. Ecco, a prova, una lettera diretta nel settembre 1798 dal vescovo di Sarsina, monsignor Nicola Casali, al cittadino Ronconi, commissario del potere esecutivo nel dipartimento del Rubicone: "Li Parochi, Capellani a loro Respettivi Popoli e in pubblico, ed in privato hanno significato simili Proibizioni, e gl' anno avertiti ad oninamente prestarsi, e per certo loro hanno ricusato a fare quanto i popoli volevano, ma senza profitto, mentre i Popoli medesimi ad onta dello sgridare de preti, e Parochi hanno volsuto fare le processioni in pubblico sforzando i medesimi ad escire di Chiesa con le minacce, andando a prenderli con gl' archibugi, come Io stesso ho veduto in due luoghi, ove per accidente mi sono Ritrovato, che hanno fatto lo stesso nonostante che avertissi molti a prestarsi al ubbidienza, ed in Sarsina volendo proibire il Sagrestano l' andare suonare allegrezza, alcuni del Popolo vi vollero andare, e vollero suonare ancorché Io in Persona andassi sotto il Campanile a sgridarli e li facessi chiamare". Anche il vescovo di Imola, cardinale Barnaba Chiaramonti (il futuro Pio VII), autore, in occasione del Natale 1797, della celebre omelia democratica, nella quale sostiene la perfetta compatibilità della rivoluzione con la religione cristiana, vorrebbe bloccare, ma fallisce lo scopo, l'insorgenza di Lugo, parte, allora come oggi, della diocesi imolese e, all'epoca, seconda città della legazione di Ferrara. A questa i liberatori hanno imposto una contribuzione di quattro milioni di lire francesi, che la municipalità giacobina intende addossare in buona parte alla ricca zona agricola della Bassa Romagna, di cui Lugo è la piccola capitale. Il 30 giugno vi giungono due commissari incaricati di prelevare e fondere ori e argenti, pubblici e privati. I due, sia per procedere più celermente sia nella convinzione di suscitare minori reazioni, concentrano l'attenzione sugli ornamenti e gli oggetti di culto delle chiese, ma a fare scattare la più violenta insurrezione popolare, con quella di Pavia, del 1796 è proprio il sequestro del busto d' argento di Sant' Ilaro (o Ellero), protettore del paese. Alla guida dei lughesi, decisi a riappropriarsi dell' immagine sacra per ricollocarla, come faranno solennemente di lì a poco, nella chiesa del Carmine, si pongono il fabbro Francesco Mongardini, detto il Morone, i conti Luigi Samaritani e Matteo Manzoni, il notaio Antonio Maria Randi e l' orologiaio Domenico Colombi, in una solidarietà di tutti i ceti, alla quale non si contrappongono per il momento, a differenza di quanto avviene altrove, elementi giacobini locali: una caratteristica dell' Insorgenza lughese, che assume così il carattere di una risposta corale della comunità all' invasione e all' oltraggio recato ai propri più profondi sentimenti. La reazione francese si fa attendere per alcuni giorni, impegnati dal cardinale Chiaramonti in un' intensa, ma inutile attività diplomatica, che vorrebbe, da un lato, persuadere i lughesi a deporre le armi, dall' altro, il comando francese e in particolare il Bonaparte a usare clemenza. Il 5 luglio il generale Marziale Beyard, sottovalutando l' importanza del moto, invia una pattuglia di dragoni, che cade in un agguato teso dagli insorti, appostati dal Mongardini nel fosso che fiancheggia la strada fra Barbiano e Lugo, e ripiega precipitosamente su Faenza. Restano sulla strada i corpi di alcuni caduti, fra i quali i due ufficiali. Il giorno successivo giunge in zona, proveniente da Ferrara, via Argenta, una colonna assai più numerosa al comando del colonnello Pourailly, che viene bloccata dal Mongardini nella zona valliva a nord-est del paese e costretta a ritirarsi, abbandonando i carriaggi e lasciando sul terreno un paio di centinaia di caduti, dopo uno scontro protrattosi dal 6 luglio fino al mattino del 7. I lughesi non hanno nemmeno il tempo di rallegrarsi e rifiatare che sulla città piomba da Imola, con un forte contingente di truppa e due cannoni, lo stesso Augereau, che ha finalmente compreso l' importanza dell' insurrezione e la necessità di stroncarla prima che si estenda all' intera Bassa Romagna e oltre. Il Mongardini ha previsto il pericolo e ha appostato lungo la strada un gruppo di abitanti di Villa San Martino, che troppo presto aprono il fuoco sui dragoni dell' avanguardia. A differenza di quanto è toccato pochi giorni prima a Binasco, Lugo non viene incendiata, ma sottoposta ad un feroce saccheggio con stupri e uccisioni. Fra le vittime Giambattista Mongardini, padre del Morone. I beni in gioco hanno per tutti un valore tanto essenziale e irrinunciabile che né il saccheggio di Lugo né la sconfitta delle truppe pontificie sul fiume Senio fra Castelbolognese e Faenza (2 febbraio 1797) fanno venire meno un' opposizione, che, se deve limitarsi alla resistenza passiva nei centri maggiori, dove le guarnigioni francesi sono adesso fiancheggiate dalle milizie cispadane (poi cisalpine), assume nelle campagne e, soprattutto, nelle valli montane le forme di una continua guerriglia, che costringe francesi e giacobini a uscire dalla cerchia delle mura cittadine solo in buon numero e in assetto di guerra. Non per nulla l' altro episodio di maggior rilievo del periodo segue a un mese di distanza la vittoria francese del 2 febbraio. Agli inizi di marzo a prendere le armi sono le popolazioni delle montagne cesenati e, poiché le cause sono comuni, l' Insorgenza infiamma l' intero appennino romagnolo-marchigiano, coinvolgendo pressoché tutti i paesi, fra questi Tavoleto, centro di raccolta delle armi e di fabbricazione delle cartucce, e Sogliano, che dà ben 500 volontari guidati da Gioacchino Tornari, noto in tutta la zona per la sua forza e il suo coraggio. Dalle montagne gli insorgenti scendono al mare per attaccare i convogli che trasportano i generi alimentari requisiti all'affamata popolazione. Il 26 marzo gli allarmatissimi giacobini di Cesena, che temono un assalto alla città, scrivono alla Giunta di Difesa Generale di Bologna che "la Vandea della Francia sembra rinascere sulle nostre vicine montagne", i cui abitanti, "coraggiosi fino alla temerità e devotissimi della Beata Vergine", si mostrano animati da un odio "in singolar modo rivolto contro i francesi". Questi, dopo qualche inutile tentativo compiuto dalla truppe cispadane, alla fine di marzo intervengono direttamente con due forti colonne affidate ai generali Sahuguet e Chambarlac. Il 31 il Sahuguet, infranta la resistenza degli insorti, dà alle fiamme Tavoleto, il cui parroco, don Pietro Galluzzi, è considerato, probabilmente a torto, l'ispiratore e il capo dell' Insorgenza. Prima dell'incendio, rimasto celebre, tanto che ancora oggi i suoi abitanti sono a volte chiamati "i bruciati" (titolo di cui vanno orgogliosi, come hanno dimostrato dedicando, tre anni fa, ai loro avi insorgenti un bel monumento sulla piazza del municipio) viene sottoposto a saccheggio, col solito rituale di assassinii, rapine e atti sacrileghi (le sacre particole strappate dal tabernacolo della chiesa sono disperse per strada e una posta, in segno di dileggio, fra le labbra di un chierico diciottenne, la più giovane vittima della giornata. Se il 1798 è per francesi e giacobini un anno relativamente tranquillo, il 1799, con le notizie delle vittorie degli austro-russi del generale Suvorov nel nord della penisola, degli insorgenti al comando dell' ex-generale cisalpino Giuseppe Lahoz nelle Marche e dell' Armata della Santa Fede nel Regno di Napoli, fa esplodere, come una pentola colma di vapori troppo a lungo compressi, l'intera regione senza più distinzione fra campagna e città, fra grandi e piccoli centri. Dovunque, con incontenibile furore, alimentato dalle ferite ancora brucianti dagli oltraggi patiti e dalla speranza della prossima liberazione, i popoli, nonostante i ripetuti inviti alla tranquillità dei vescovi, insorgono, inneggiando agli antichi governi e all' imperatore d' Austria Francesco II, considerato non un sovrano straniero, ma, col Papa, uno dei due simboli del mondo che si era creduto perduto e nel quale adesso si confida di fare ritorno. Si potrebbe illustrare l'estensione e l' imponenza del fenomeno con un lungo elenco di personaggi, luoghi, accadimenti, ma forse l'immagine più esatta dello spirito che in quei giorni regna in Emilia e in Romagna la si ricava dalla descrizione, opera di un cronista filogiacobino, di quanto accade a Forlì negli ultimi giorni di maggio. Costui, dopo aver detto dell' arresto, il giorno 28, di un buon numero di repubblicani, condotti in prigione fra due ali di folla tempestante, così prosegue: "Il giorno 31 maggio era ancora alzato l' Albero della Libertà. Gli insorgenti, frementi di più vederlo, risolsero di abbrucciarlo. Raccolta da varie case della legna, la raccozzarono a' piedi di esso e gli appiccarono fuoco. Il numero delle persone accorse a tale funzione fu immenso. Riboccanti di allegrezza si abbracciavano, cantavano, ballavano, urlavano. Non fu mai visto il popolo forlivese tanto riscaldato, né tanto furibondo". In realtà la primavera del 1799 vede gli abitanti dell'intera regione allegramente intenti, qui con le fiamme, là con le scuri, le funi o a semplice forza di braccia, all'opera di disboscamento degli odiosi alberi della libertà.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    LE PASQUE VERONESI
    di Francesco Mario Agnoli
    Col nome di Pasque Veronesi è passato alla storia il più im_portante episodio di Insorgenza nel territorio della Repubblica di San Marco, uno dei più significativi dell' intero triennio giacobino. Si tratta, difatti, di un'Insorgenza per così dire "totale", in quanto coinvolge non solo il contado (per l' esat_tezza un contado molto "allargato", in quanto si salda con quella delle valli bergamasche e bresciane), ma, in prima linea, tutti i ceti cittadini nonostante la fortissima presenza all' interno del centro urbano di truppe francesi, che controllano tutte le for_tezze, inclusi i castelli San Pietro e San Felice, le cui arti_glierie dominano, per la loro elevata collocazione, l'intera cit_tà. Fra i più determinati gli abitanti del popolare quartiere di San Zeno, fino all' ultimo contrari a qualunque ipotesi di re_sa, ma a Verona la partecipazione diretta di esponenti dell' aristocrazia, altrove modesta, è particolarmente intensa. Ferma l'identità di fondo, l'Insorgenza veronese presenta, rispetto ai conmtemporanei fenomeni dell' Italia settentrionale, alcune peculiari caratteristiche a causa, da un lato, della po_litica di stretta neutralità proclamata dalla Serenissima, dall' altro, del fatto che, in apparenza, i francesi non vengono come conquistatori, ma per la necessità di inseguire l' esercito au_striaco del generale Beaulieu in ritirata, dopo le sconfitte pa_tite in Lombardia, verso il Tirolo. E' lo stesso Bonaparte, che il 29 maggio 1796, al momento di varcare il confine veneto, invece di presentarsi, secondo il co_stume suo e di tutti i generali della Rivoluzione, nelle vesti di liberatore dei popoli dal dispotismo, ribadisce il legame di amicizia che unisce le due Repubbliche e quasi si scusa per esse_re costretto dalle esigenze della guerra a portare uomini in armi in territorio amico. Sul momento, nonostante che non pochi indizi facciano so_spettare il contrario (i francesi si affrettano a prendere pos_sesso dei tre forti cittadini), i veronesi possono illudersi che non si tratti soltanto di parole. Restano difatti in carica sia i rappresentanti del veneto governo sia le autorità locali (Verona, come tutte le città della "Terraferma", gode di una vastissima autonomia politica e amministrativa), la guardia alle porte cit_tadine è svolta da pattuglie miste franco-venete, nelle vie con_tinuano a vedersi reparti schiavoni, lo stendardo di San Marco sventola sempre sulla città e sui forti, anche se le loro guarni_gioni sono ormai totalmente francesi. La situazione resta allarmante e non facile da sopportare, tuttavia il permanere delle antiche cariche e la presenza in cit_tà dei soldati veneti ed in particolare degli schiavoni, prove_nienti dai domini veneziani in Dalmazia, indisciplinati, ma ani_mati da una vera e propria passione per San Marco e altrettanto violentemente avversi ai francesi, coi quali spesso si azzuffano, lasciano sperare che si tratti di un periodo transitorio, de_stinato a cessare alla fine della guerra fra Francia e Austria. In quegli anni le popolazioni delle terre venete si sentono legatissime al paterno (il termine non piace più, ma allora non era così) governo di San Marco, sicché i veronesi si lasciano facilmente convincere dagli inviti alla prudenza e alla pazienza provenienti dai Rappresentanti Veneti, impegnatissimi ad evitare qualunque atto che possa passare per violazione di una neutralità che il Senato vuole ad ogni costo mantenuta. Un' opera di freno e pacificazione nella quale si distingue il Commissario Estraor_dinario di Terraferma, Francesco Battaia, inviato da Venezia in sostituzione del debole Nicolò Foscarini, non perché più forte e deciso di lui, ma perché si conta sulla sua abilità diplomati_ca e sulla sua facondia per ammansire il temibile Bonaparte. Si spiega così perché, mentre, in genere, le Insorgenze scattano pressoché in contemporanea con l'ingresso delle truppe francesi o comunque dopo un breve intervallo, a Verona la fase violenta e armata del moto popolare abbia inizio nel tardo pome_riggio del 17 aprile 1797, lunedì di Pasqua (si protrarrà fino alla successiva domenica 23 aprile), mentre i francesi sono en_trati in città quasi un anno prima, il 1° giugno 1796. Inevitabilmente, col passare del tempo, il prolungarsi della presenza di soldati sempre più inclini a comportarsi da conqui_statori e l' intensificarsi delle trame dei non numerosi giacobi_ni locali, una parte sempre più larga della popolazione comin_cia a dubitare dello spontaneo ritiro dei francesi. Tuttavia l'ancora incondizionata fiducia sull' accortezza e previdenza della Serenissima, confermate da secoli di felici esperienze, impedisce a lungo l' accendersi dell' Insorgenza, la cui esplo_sione è preceduta e in qualche modo ritardata, indirizzando la tensione verso altri obiettivi, da una campagna militare condotta dai veronesi contro i giacobini bergamaschi e bresciani, impadro_nitisi, con il determinante aiuto francese, delle loro città, che il Bonaparte intende sottrarre a Venezia per accorparle (as_sieme a Crema, anch' essa dominio veneto) alla Lombardia, desti_nata a diventare il centro e la base del suo potere in Italia. Nel tentativo di conciliare il tentativo di recupero col mantenimento della neutralità, le autorità veronesi, pure assai più decise e bellicose dei Rappresentanti Veneti, non solo si sforzano di non coinvolgere i francesi, tutelati dai severissimi ordini del Senato, nella guerra contro i giacobini, ma si spin_gono fino a chiedere al comando francese, che in apparenza ac_consente, l' autorizzazione a riportare questi sudditi ribelli all' obbedienza del legittimo sovrano. Di conseguenza, il 27 marzo l' esercito veronese, composto in gran parte dei volontari delle "cernide", varca il Mincio sotto il comando del brigadiere generale Antonio Maffei, dando inizio ad una campagna, che, sulle prime, assume le caratteri_stiche di una marcia trionfale, perché la gran massa delle popo_lazioni dei paesi, come allora si diceva, "democratizzati" è ri_masta fedele a San Marco. Per di più la spedizione si salda con l' Insorgenza dilagante nelle valli bergamasche e bresciane e sulla sponda lombarda del Garda. Se i montanari delle Valli Se_riana, Gandino, Callina, Imagna, scesi a porre l' assedio a Ber_gamo non riescono nell' impresa, gli abitanti di Salò, ai quali si sono uniti i vicini di Maderno, Tuscolano e Teglie e i valli_giani della Val Sabbia, guidati da Don Andrea Filippi, parroco di Barghe, il 29 marzo cacciano la nuova municipalità e il 31 in_fliggono una severa sconfitta ai giacobini accorsi per restaurar_la e che, intercettati durante la ritirata al passo dei Tormeni dall' armata del Maffei, vengono definitivamente disfatti. Sarebbe la vittoria decisiva se i francesi, accortisi dell'incapacità dei giacobini di reggere la controffensiva vene_ta, sostenuta dalle popolazioni, non scendessero direttamente in campo, costringendo a ripiegare fino al Mincio il Maffei, grave_mente impacciato dall'obbligo di astenersi da qualunque azione che possa essere interpretata come violazione della neutralità (si arriva all' assurdo che alla richiesta di ordini per il caso di attacco a paesi tenuti dai veronesi deve rispondere di resi_stere se si tratta di bresciani e bergamaschi, ma di non opporsi se francesi). Del resto la situazione sta precipitando anche a Verona, perché il Bonaparte, quali che fossero le sue intenzioni inizia_li, ha ormai deciso la distruzione della Serenissima, i cui ter_ritori intende usare come merce di scambio nei colloqui di pace con l' Austria per ottenere la cessione alla Francia della Lom_bardia. Di conseguenza sono proprio i servizi segreti francesi, alla ricerca di un pretesto che giustifichi quest' ultima e defi_nitiva violenza, a provocare la scintilla destinata a fare esplo_dere la sempre più viva e incontenibile indignazione popolare. Ai primi di aprile fallisce per le rivelazioni di un infil_trato, il giovane Giovambattista Malenza, che pagherà con la mor_te l' essersi finto giacobino per amor di patria, un complotto giacobino organizzato dall' avvocato piemontese Angelo Pico, 007 al servizio del Bonaparte, e dal colonnello Giovanni Landrieux, Venerabile del Grande Oriente di Milano e capo del Bureau de Po_lice Politique, il servizio segreto dell' Armée d' Italie. Tutta_via i francesi non possono rinunciare ai loro progetti, dal mom_nento che le trattative con l' Austria procedono spedite (il 18 aprile saranno firmati a Leoben i preliminari di pace, destinati a sfociare nel trattato di Campoformido), sicché il Landrieux nella notte fra il 16 e il 17 aprile, fa affiggere per le strade un manifesto da lui commissionato un mese prima a tale Salvado_ri, ma apparentemente sottoscritto da Francesco Battaia per invi_tare, nella sua qualità di Provveditore Estraordinario in Terra Ferma (in realtà ha lasciato l' incarico già alla fine di mar_zo), i veronesi a prendere le armi senza più distinguere fra francesi e giacobini. Il proclama, pur nella sua manifesta falsità, corrisponde troppo alle aspirazioni dei veronesi per non produrre un notevo_le fermento. Tuttavia i cittadini, complice anche l' atmosfera festiva del lunedì di Pasqua, lascierebbero probabilmente cadere la provocazione, prestando una volta di più obbedienza ai Rappre_sentanti Veneti, Contarini e Giovanelli, affrettatisi a fare dif_fondere un controproclama col pressante invito di "non lasciar_si sedurre da simili ragioni, per supporre alterate minimamente le costanti massime del Senato, della più perfetta amicizia e ar_monia colla nazione francese", se alle cinque del pomeriggio, il generale Balland, deciso a provocare comunque la sommossa neces_saria al Bonaparte, non facesse tirare i cannoni di Castel San Pietro sul palazzo pretorio in piazza dei Signori. E' troppo. Il suono delle campane a martello, prima la mag_giore della torre civica, poi, via via, quelle di tutte le chie_se, dà l' avvio invece che alla modesta sommossa preparata dal Landrieux, ad una Insorgenza che, nonmostante la sproporzione delle forze e le posizioni dominanti tenute dai francesi, potreb_be concludersi vittoriosamente e addirittura mutare le sorti del_la guerra, se il Senato veneto, ripetutamente sollecitato dagli insorti, trovasse la forza di rinunciare all' inutile neutralità e facesse scendere in campo le non indiffernti forze di cui an_cora dispone prima che l'affluire di nuove truppe francesi da Mantova e da tutta la Lombardia strangoli dall' esterno la corag_giosa città, bloccando anche l' arrivo dei volontari dalla conta_do, che hanno a loro volta preso le armi non appena diffusasi la notizia dell' insurrezione cittadina. Dopo sei giorni e sei notti di furibonda battaglia e di pressoché continuo cannoneggiamento da parte dei tre forti (San Pietro, San Felice e Castelvecchio), venuta meno la speranza di ricevere da Venezia gli aiuti disperatamente richiesti, domenica 23 aprile i veronesi si piegano all' armistizio, preludio, nono_stante il permanere di una disperata opposizione popolare, al_la resa, divenuta inevitabile dal momento che, sconfitte il giorno 20 in località Croce Bianca dalle soverchianti forze fran_cesi e più che dimezzate dalle perdite subite le truppe del Maf_fei, accorse dal Mincio a difesa della città, Verona, oltre ad avere i nemici all' interno, ne è completamente circondata. Ai francesi non basta la vittoria e, con un rituale tipico della cultura illuminista-giacobina, come tale destinato a ripe_tersi nei secoli successivi, pretendono di travestire la vendet_ta da giustizia. Vengono, quindi, arrestati e processati un gran numero di insorti o presunti tali, aristocratici, popolani, sa_cerdoti, fra i quali il vescovo Giovanni Battista Avogadro, in realtà estraneo all' Insorgenza e che, assolto a stento una prima volta, subirà dopo qualche mese una seconda carcerazione. Numerose le condanne a morte. Particolare sdegno e commozio_ne suscita in tutto il popolo l' esecuzione (16 maggio 1797) del conte Francesco Emilei, Provveditore del Comune e del conte Augu_sto Verità, di null' altro colpevoli, come scrisse nelle sue me_morie un altro protagonista di quei fatti, pur non avverso ai francesi e alle "idee nuove", di avere "servito con il maggiore coraggio il proprio sovrano". Con loro viene fucilato il giovane Giambattista Malenza, reo di essersi finto giacobino per scoprir_ne i complotti. Eguale sorte tocca il successivo 8 giugno al cappuccino set_tantaduenne padre Luigi Maria da Verona, al secolo Domenico Fran_gini, addirittura assente dalla città durante l' Insorgenza, ma colpevole di avere condannato in una lettera ad un confratello l' empietà dei francesi, da lui definiti "peggiori dei cannibali", dopo avere assistito "alla profanazione delle chiese e delle San_te Specie". La sua vera colpa è di essere frate. Non per nulla i giacobini locali, non appena "democratizzata" Verona, aprono una Sala di Pubblica Istruzione, una sorta di club destinato all' indottrinamento dei cittadini e a discussioni nel corso delle quali si avanzano proposte come quella che i preti "fossero sta_ti col cannone a mitraglia sullo stradone di San Pietro in Carna_rio tutti là condotti e fatti morire".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    INSORGENZE PIEMONTESI
    di Francesco Mario Agnoli
    La guerra guerreggiata, fra eserciti, che coinvolge la Re_pubblica francese e il Regno di Sardegna iniziata nel settembre 1792, si conclude nella primavera del 1796. Condotta a lungo come una guerra di posizione, acquista una rapidissima accelerazione quando il Direttorio di Parigi affida al giovane generale Napoleone Bonaparte il comando dell' Armée d' Italie. Dopo le vittorie riportate dal Bonaparte a Montenotte, Millesimo e Dego sugli austro-sardi e la definitiva sconfitta dell' esercito sardo a Mondovì (21 aprile 1796), al re Vittorio Amedeo III non resta che firmare, il successivo 27 aprile, l' armistizio di Cherasco, al quale segue, il 15 maggio, la pace di Parigi. Per il momento i Savoia conservano il regno, ma debbono cedere alla Francia Nizza e la Savoia, evacuare tutte le fortez_ze, concedere alle truppe francesi libero passo sul proprio ter_ritorio, liberare i repubblicani detenuti (in Piemonte, a causa della contiguità con la Francia, il numero dei seguaci delle co_siddette "idee nuove", pur sempre ridottissimo, è maggiore che altrove e i repubblicani approfittano della vittoria francese per instaurare ad Alba -25 aprile 1796- una repubblica denominata "Nazione Piemontese"). Se gli abitanti del Piemonte possono per un momento illu_dersi, nonostante le prepotenze e le vessazioni subite dai vinci_tori, che sottopongono soprattutto le campagne e i piccoli centri a continui saccheggi, di avere conservato l' indipendenza sotto il governo del loro Re, che potrà -si confida- riportarli al pa_cifico ordine antico non appena la guerra avrà termine, diversa è la situazione dei territori ceduti alla Francia. Di conseguenza è in particolare in queste province che ha inizio una guerriglia di resistenza popolare ad opera soprattutto dei contadini e dei montanari delle vallate, che, animati dai resoconti dei soldati rientrati al paese dopo lo scioglimento dei loro corpi, "si bat_tono", come scrive lo storico di questa resistenza dalla parte dei vinti, Gustavo Buratti Zanchi, "in nome delle libertà comuni_tarie ed individuali e delle tradizioni". Francesi e giacobini li definiscono "barbets" ("barbèt in dialetto piemontese), ripescando un antico termine usato per de_signare i valdesi (ma questi, perseguitati dal governo sabaudo a causa della loro religione, sono invece il gruppo più compatto di fautori della Rivoluzione), o, più sbrigativamente, "briganti", come avverrà poi in tutta Italia. Una definizione che consente agli invasori di fucilarli senza processo, di esporre in pubbli_co i loro cadaveri a scopo intimidatorio, come nel caso (uno fra tanti) del capo barbèt Fulconis detto Solin, ucciso ad Escarène, suo paese natale, ed inchiodato alla porta dell' abitazione del_la madre prima di essere trasportato a dorso di mulo fino a Nizza con soste sulle piazze dei villaggi attraversati. E' proprio la ferocia della repressione (case e villaggi dati alle fiamme e intere famiglie deportate all' interno della Francia) a provare l' importanza e l' efficacia dell' insurrezio_ne, confermata anche dai ricordi di un soldato pubblicati da un giornale parigino: "I barbetti ci aspettano dietro una rupe o un cespuglio e ci mandano fucilate che noi non sappiamo da dove ven_gano. Codesti maledetti contadini fanno più danno dei soldati di linea; conoscendo il paese, fuggono da un dirupo all' altro fa_cendo continuamente fuoco e non lasciandosi mai avvicinare". Fra questi "briganti-barbetti" assurge a particolare fama Antonio Francesco Richier, detto Contin, di Drap, nella contea di Nizza, che, pur operando soprattutto su quello che è ormai il versante francese, si spinge ripetutamente fino alle porte di Cu_neo, Mondovì, Saluzzo e della stessa Torino con la sua "massa", la cui consistenza, anche se forse lontana dai 17.000 uomini in_dicati in alcune cronache dell' epoca, è tale da consentirgli di sostenere vittoriosi combattimenti con le colonne francesi e di tenere saldamente la posizione-chiave del colle di Tenda e la valle della Roya. Contin si considera un patriota e un soldato del nuovo Re, Carlo Emanuele IV, dai cui ministri, se si deve prestar fede alle accuse dei repubblicani, si reca più volte a prendere ordini. La sua testa, come quella ditutti i più noti barbèt, viene messa a prezzo (la taglia ammonta a venti quintali di grano -alimento preziossimo in tempi di guerra, disordini e conseguente care_stia- o al corrispondente valore), ma la cattura, nell' agosto 1798, avviene per tradimento del generale Garnier, che gli pro_pone un incontro, garantendogli impunità e, in caso di resa, il grado di colonnello d' artiglieria. Nonostante l' impegno, Con_tin, rifiutatosi di fare i nomi dei suoi uomini, è incarcerato e rinchiuso in catene nella sentina di una nave che dovrebbe por_tarlo ai bagni penali di Tolone, dove giunge cadavere per le per_cosse e i maltrattamenti inflittigli durante la traversata. La fine di Contin non segna quella dei barbèt, che continua_no ad operare fin verso il 1802 (e sporadicamente fino alla cadu_ta di Napoleone) sotto la guida di capi come "Comtés", partico_larmente attivo sul versante piemontese, fucilato poi a Marsi_glia, e "Violino", proveniente dal corpo franco dei Cacciatori Buoni Tiratori, sulla cui fine esistono versioni diverse (la più probabile è che, dopo avere partecipato alla riconquista del '99 e ripreso le armi dopo Marengo, sia stato catturato, esattamen_te come il Contin, con l' inganno e fucilato). Nel frattempo il Direttorio ha deciso di estinguere l' ul_tima larva della libertà piemontese, favorendo una serie di moti "spontanei" dei giacobini locali, sobillati e appoggiati dal fi_losofo Pier Luigi Ginguené, appositamente inviato a Torino (di lui il repubblicano Vittorio Alfieri, dirà di provare ripugnanza per un ambasciatore venuto a "compiere la sublime impresa di ro_vesciare un re vinto e disarmato"). Comunque la situazione non è più sostenibile e l' 8 dicembre 1798 Carlo Emanuele abbandona la sua capitale, mentre i giacobini vi alzano il simbolo della Rivoluzione, il massonico albero della libertà, trasformano la basilica di Superga in Tempio della Ri_conoscenza (la componente antireligiosa è sempre in primo piano nella Rivoluzione) e rinnovano la "Nazione Piemontese" già speri_mentata ad Alba, una repubblica-fantoccio destinata a breve vita, dal momento che già il 9 febbraio 1799 un plebiscito, voluto e controllato dagli occupanti, sancisce l' annessione alla Francia del Piemonte, che, ad imitazione dei modelli d' oltralpe, viene suddiviso in quattro dipartimenti. La partenza del Re e la proclamazione della Repubblica, ren_dendo definitiva una situazione che si sperava transitoria, au_mentano l' insofferenza della popolazione, tutt' altro che sod_disfatta della trasformazione in "cittadini", ed estendono all' intero territorio l' Insorgenza. Già il 24 dicembre gli abitanti di Costigliole d' Asti, infuriati per il divieto di celebrare la S. Messa natalizia, che si pretende di sostituire con una ceri_monia per l' impianto dell' odiato albero, assaltano i notabili giacobini (fra loro due abati) riuniti a banchetto in spregio del digiuno della Vigilia e ben presto il moto si allarga fino a con_cludersi, il 27, con uno sfortunato assalto alle mura di Asti. Ugualmente assaltati, ma senza successo per l' eccessiva dispa_rità di armamento, sono Alba e Acqui. Il 28 il generale Grouchy, comandante militare del Piemonte, emana un proclama draconiano, che minaccia, fra l' altro, l' incendio dei villaggi nei quali venga sparso il sangue anche di un solo francese o di un "patrio_ta" (così vengono definiti, chissà perché, i collaborazionisti). L' annessione alla Francia getta ulteriore benzina sul fuo_co. Il 24 febbraio gli abitanti di Strevi, dopo aver saccheggiato le case dei pochi giacobini, marciano su Acqui. Lungo la strada il loro numero aumenta al punto che, nonostante l'armamento assai sommario (per i più falci e forconi), se ne impadroniscono e ten_tano poi l' assalto ad Alessandria, dove vengono massacrati (il governo provvisorio repubblicano valuta in circa 400 gli insorti caduti, ai quali si aggiungono una trentina di prigionieri fuci_lati ad Alessandria) dalla cavalleria francese dei generali Grou_chy e Flavigny. Quest' ultimo, già protagonista delle stragi in Vandea, dà alle fiamme Strevi e consente ai soldati il saccheggio di Acqui, "colpevole" di non essersi saputa difendere. Tuttavia sono già in aria le avvisaglie degli avvenimenti che faranno del 1799 un anno terribile per tutti, ma in partico_lare per francesi e giacobini. In gennaio è ripresa la guerra tra la Francia e la seconda coalizione europea. Il 5 aprile il gene_rale Schérer è battuto a Magnano dagli austro-russi dei generali Kray e Suvorov. Il successivo 27, a Cassano d' Adda, è la volta di Moreau, che lo ha sostituito. Il 28 il Suvorov, appena entrato in Milano, invia un proclama per invitare all' insurrezione le popolazioni piemontesi, del resto da tempo in armi. Protagonisti di questa seconda fase sono in particolare, ol_tre ai barbèt, i loro corrispondenti valdostani, detti "socques", zoccoli, dalle loro calzature, e il maggiore Branda Lucioni con la sua "Massa Cristiana". Barbèt e socques occupano uno dopo l' altro i passi alpini e ne mantengono il controllo respingendo tutti gli assalti per liberarli tentati dai francesi sicché questi, interrotte le comu_nicazioni con la Francia, si trovano ingabbiati nella loro pro_vincia italiana, con un territorio sempre più stretto ed insicuro per l' avanzata degli austro-russi e l' odio popolare. Sullo sfondo di questi insorgenti, i cui nomi ci sono per la maggior parte ignoti, espressione dell' anima profonda di quelle popolazioni, si staglia la figura, per tanti aspetti picaresca e misteriosa, anche per le incerte e contradditorie notizie che si hanno di lui e per i feroci giudizi di cui è stato (allora e poi) oggetto, del milanese Branda Lucioni. Il Lucioni è ufficiale di carriera nell' esercito austriaco, ma i suoi sistemi di guerra, la teatralità dei suoi gesti, la ca_pacità di parlare alla gente semplice, la disponibilità ad acco_gliere chiunque gli si presenti con l' intento di battersi, la comprensione per l' ansia di vendetta presente in molti suoi se_guaci, che approfittano delle vittorie per darvi sfogo, ne fanno un autentico capomassa, destinato a diventare col nome mitico di "Brandalucione", come scrive Buratti Zanchi, epico protagonista con i suoi "branda" di satire giacobine e di canzoni controrivo_luzionarie. E', del resto, il primo a rendersene conto e nei suoi proclami si qualifica "Maggiore dell' imperiale armata austriaca e comandante dell' ordinata massa cristiana". Ha l' incarico di preparare il terreno all' avanzata degli alleati e lo svolge nel migliore dei modi. E', difatti, il primo a lasciare Milano appena riconquistata e a varcare il Ticino alla testa di 25 ussari, cui strada facendo si uniscono i volon_tari destinati a formare la massa cristiana e che da lui prendono l' appellativo di "branda", col quale passeranno alla storia. Ai primi di maggio entra a Novara, vi abbatte l' albero della li_bertà e prosegue per Vercelli. L' 8 maggio libera Santhià, il 9 Biella, dove lancia due proclami: uno a tutti i piemontesi, l' altro ai "popoli cristiani della provincia biellese". La guerra non gli fa trascurare le esigenze dell' amministrazione, sicché nel Canavese dispone l' abolizione di quanto è stato introdotto "nel tempo traditore denominato democrazia" e raccomanda di af_fidare gli impieghi ai migliori in modo che "la cabala dei prepo_tenti non abbia più luogo". L' impresa nella quale maggiormente risaltano le sue capaci_tà di comando è l' assedio di Torino, che riesce a protrarre no_nostante che i suoi seguaci siano entusiasti sì, ma assai male armati, fino all' arrivo dei regolari, per due settimane, du_rante le quali respinge tutti i tentativi francesi di rompere il blocco. Come già a Milano, il Lucioni, cui il carattere turbolento non consente di indugiare sugli allori, è fra i primi a lasciare Torino liberata e già il 29 è ad Alba per organizzarvi l' insor_genza e lanciare i volontari di Ceva e Morazzano sulle orme dei francesi in ritirata verso Cuneo. I branda danno così un contributo determinante alla cacciata dei francesi, dal momento che l' assedio di Torino consente agli austro-russi di puntare su Alessandria e Tortona per chiudere la ritirata al Moreau. Tuttavia, compiuta o quasi l' opera, la loro indisciplina li rende ingombranti. Di conseguenza subito dopo la liberazione di Torino, mentre Branda Lucioni si trova nelle Langhe, il Suvorov li congeda e li rimanda alle loro case previa consegna, chi ne ha, delle armi da fuoco. Più incerto il destino del loro capo. Alcuni lo danno per arrestato e trattenuto poi in carcere a Milano per tre mesi, altri, forse più esattamente, lo vedono riprendere il suo posto nell' armata austriaca e parteci_pare alle successive guerre antifrancesi fino alla morte avvenu_ta, probabilmente sul campo di battaglia, in data imprecisata, ma certamente anteriore al 31 maggio 1810, quando un documento ufficiale lo indica come deceduto.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Quei leghisti di duecento anni fa
    di Gilberto Oneto
    Nella ribellione dei popoli padani si nascondeva la voglia di difendere la propria terra

    Sulle Insorgenze - si sa - il regime italione ha messo una pesante e imbarazzata coltre di silenzio: le sue componenti sinistre per la loro complice filiazione giacobina e quelle destre per la mai nascosta ammirazione per il cesarismo bonapartista e per tutti i suoi orpelli imperiali romani. Tutti assieme tacciono perché hanno sempre descritto la Rivoluzione francese e le sue (ignobili) propaggini italiane come i veri prodromi del successivo processo di unificazione in un confuso tripudio di sanculotti e camicie rosse, Napoleoni primi e terzi, tricolori messi per dritto o per traverso. Si tratta di un atteggiamento che si basa su comunanze forti e oggettive: le imprese di giacobini e di patrioti risorgimentali sono strettamente cucite fra di loro dagli stessi fili massonici, anticlericali e nazionalisti. In questa ottica, non possono che passare per volgari briganti di strada o per irriducibili reazionari sobillati dai preti tutti quelli che si sono opposti in armi alle radiose conquiste progressiste molto significativamente rappresentate da una Repubblica italiana e poi da un Regno d’Italia che portavano nel nome (riesumato dopo secoli di onesto e meritato oblio) il legame con antiche oppressioni. A condannare le Insorgenze negli sgabuzzini della grande storia hanno paradossalmente contribuito anche taluni laudatori che le hanno descritte come movimenti in difesa "del Trono e dell’Altare", e cioè - di fatto - come jacqueries bigotte, codine e prezzolate. Che è proprio come i giacobini hanno sempre cercato di bollarle denigrandole. Invece (va detto per rispetto della verità) le Insorgenze sono state di più e di meglio. In alcune pagine molto belle, Francisco Elìas de Tejada descrive i "sacri imperativi" per cui lottavano i Carlisti di Navarra: "Dios, Patria, Fueros y Rey". Con tutta certezza possiamo dire che queste fossero le motivazioni dietro le quali si sono sviluppati tutti i movimenti di resistenza antigiacobina e antinapoleonica d’Europa. Ogni momento, paese o circostanza hanno miscelato gli ingredienti con diversi dosaggi: talora era prevalente la motivazione religiosa e la difesa della tradizione cattolica, altre volte era il sentimento di amore per la propria terra e la sua cultura a prendere il sopravvento, spesso era la determinata difesa degli antichi diritti (i "Fueros" baschi), delle franchigie e delle autonomie che avevano regolato la vita e le libertà delle comunità locali per secoli. Altre volte ancora era, infine, il desiderio di confermare le autorità statuali legittime. In ciascuna delle Insorgenze troviamo mescolate in maniera spesso inestricabile queste quattro pulsioni ideali ma ciascuna le ha coniugate in forma propria e originale. E’ innegabile che nelle Insorgenze padane fosse prevalente l’esigenza della determinata difesa delle antiche libertà locali sancite da Statuti, da franchigie e da diritti spesso conquistati con lotte lunghe e sanguinose. In qualche modo anche la tradizione religiosa e l’attaccamento alla patria erano (e sono) interpretati come parti organiche del diritto naturale all’autonomia. E’ anche in coerenza con questo sentimento che, purtroppo, i movimenti insorgenti non sono mai riusciti a trovare uno stabile coordinamento riproponendo una propensione per il particolarismo che è da sempre la forza ma anche la debolezza della vicenda padana. C’è un lungo, robusto filo rosso (di sangue, di passione, come la Croce di San Giorgio) che connette le antiche tribù celtiche ai Comuni medievali, agli Insorgenti e a tutti quelli che oggi combattono per le libertà delle comunità padane.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    "Andreas Hofer tra Napoleone e Francesco Giuseppe" (*)
    Saggio
    di Francesco Mario Agnoli

    La storia conosce personaggi che, a volte indipendentemente dal successo delle loro imprese o dal clamore immediato della fama, rimangono più a lungo vivi nella memoria dei popoli per avere saputo meglio di altri, magari più fortunati o più ammirati nel periodo del loro splendore terreno, incarnare l'essenza di un'epoca o, più spesso, di un'idea.

    Naturalmente non tutti questi uomini hanno una medesima dimensione storica, anche perché di diversa misura può essere stato il loro campo d'azione. Identico è però sempre il motivo che giustifica il perdurare di uno "speciale" ricordo, che non è una semplice "memoria", ma fa di loro, per dirla con James, delle opzioni vive. Essi rappresentano delle bandiere attorno alle quali si possono creare movimenti, consolidare aspirazioni, concretizzare quei sussulti di moti pendolari che costituiscono il cosiddetto cammino della storia. Al tempo stesso sono, necessariamente, segni di contraddizione e destinati a suscitare odi, polemiche e perfino antipatie più di molti viventi. Per questo non pare azzardato l'accostamento di tre personaggi in apparenza assai diversi: Napoleone, Imperatore dei Francesi, Francesco Giuseppe, Imperatore d'Austria, è Andreas Hofer, relegato in Italia dalla storiografia ufficiale al ruolo di capobanda o, al massimo, di ribelle capo di ribelli.

    Di questi personaggi Napoleone è indubbiamente il più famoso, quello che la storiografia colloca di gran lunga sul gradino più alto. Posizione di privilegio dovuta non solo al suo genio militare ed al fulgore delle sue vittorie, ma anche al monopolio culturale esercitato in questi ultimi secoli dagli esponenti dell'idea di cui egli fu l'incarnazione più valida e completa. Napoleone, difatti, riassume in sé, purificate dal fuoco della sua umana grandezza, le caratteristiche di Marat, Mirabeau, Danton, Robespierre e dei vari generali sgorgati dal crogiuolo della Rivoluzione francese. Del resto, a dispetto dell'ostentato pacifismo, gli aderenti ai movimenti catalogabili sotto il generico termine di "sinistra" non hanno mai saputo completamente nascondere l'innata propensione per la potenza militare e per le avventure belliche. I manuali dì guerriglia, la pubblicazione della rivista "Maquis", l'ostentata ammirazione per l'Armata Rossa e per la politica militar-culturale all'insegna del "libro e moschetto" del regno comunista cubano ne sono la prova migliore.

    È comunque indubbio che la figura di Napoleone è quella che trova tuttora più frequenti riscontri nell'anima popolare, tuttavia l'idea che egli rappresenta era ed è essenzialmente malvagia. Un'idea "demoniaca", Lesa a distruggere l'ordine del mondo, pur se questa malvagità, evidente nei suoi più meschini e mediocri predecessori, Danton, Robespierre e, soprattutto, l'osceno Marat, egli seppe rivestire di una tale grandezza di umani trionfi da riuscire quasi a celarla. Il principio diabolico di cui era, forse a sua insaputa, portatore, venne così avvolto nei profumi della gloria. La riprova ditale "negatività" (in relazione, s'intende, a valori universali, perché è ben possibile, ed anzi certo, che in rapporto ad un breve periodo di tempo ed a considerazioni transeunti, non tutti i frutti della sua azione furono dannosi e molti addirittura parvero benefici) la si rinviene nel fatto che nessun altro personaggio della storia o della cronaca ebbe tanta presa sulle menti e sugli spiriti sconvolti. Per un intero secolo, e ancora oggi, i manicomi di tutta Europa son stati pieni di sedicenti Napoleoni, mentre altri "eroi", anche se in quel momento più famosi o più presenti all'attenzione dell'opinione pubblica, trovavano assai meno ammiratori fra i malati di mente.

    Non per nulla più d'uno dei contemporanei, e non sempre, come si vuole far credere, fra gli spiriti mediocri, credette di riconoscere in Napoleone l'Anticristo. Né si può dire che costoro avessero torto alcuno se si crede che l'Anticristo non sia di necessita un essere malvagio, sibbene il portatore di una idea malvagia, a volte perfino illuso di operare per il Bene. D'altronde non di rado il termine "Anticristo e stato usato per designare, più che un singolo individuo, un essere collettivo, formato da tutti coloro che nelle varie epoche hanno più potentemente ed efficacemente operato per distruggere l'armonia dell'universo e sostituire a quello divino il finto ordine demoniaco.

    Il ricordo di Francesco Giuseppe è indubbiamente meno diffuso. Fuori dai continente europeo non molti sono coloro per i quali il suo nome abbia un significato che vada al di là di una vaga reminiscenza scolastica. É altrettanto indubbio però che, là dove opera, questo ricordo è assai più intenso e profondo fino ad assumere le forme di una vera e propria nostalgia. Se parecchi desidererebbero per sé la gloria e il potere di Napoleone, pochi o nessuno si augurano il ritorno del suo regno o sognano di avere consumato sotto di lui l'arco della loro esistenza. Al contrario intere popolazioni, e non solo di lingua tedesca, ricomprese entro gli antichi confini dell'Impero, rimpiangono il buon governo di Francesco Giuseppe e ne sospirano la restaurazione sotto la guida dei suoi discendenti.

    Il fenomeno appare inesplicabile soprattutto a noi Italiani, che fino dai banchi di scuola abbiamo appreso una specie di odio ereditario contro Cecco Beppe l'impiccatore ed i soprusi e le violenze degli Austriaci. Anche se oggi, dopo le crudeltà e le violenze cui siamo costretti ad assistere e a volte a partecipare in veste di protagonisti, non importa se carnefici o vittime, quasi tutti cominciano a domandarsi se l'indignazione dei nostri testi scolastici non fosse un poco eccessiva e se oggigiorno il destino di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli, nonostante le particolari sofferenze di quest'ultimo, non sarebbe stato assai più triste. Comunque, inespicabile o no, rimane il fatto che in molte zone mistilingui dell'odierna Jugoslavia gli abitanti, dopo aver provato le amministrazioni austriaca, italiana e lugoslava, concordano soltanto nel rimpianto della prima.

    Eppure il lunghissimo regno di Francesco Giuseppe fu rallegrato da ben poche vittorie e la stessa consistenza territoriale dell'impero fu via via ridotta. L'imperatore ebbe la fortuna di chiudere gli occhi prima dello sfacelo finale, ma al momento della sua morte il destino, o la storia, aveva detto l'ultima parola. I due anni di regno dell'Imperatore Carlo non furono che una lunga veglia al capezzale dell'agonizzante. La registrazione notarile delle ultime volontà del morente e la redazione dell'atto di morte.

    La figura di Francesco Giuseppe è, di conseguenza, assai più emblematica di quella di Napoleone. Per essa non vale la spiegazione, così congeniale per la seconda, del prolungarsi di una lunga eco di eroiche imprese, di inaudite vittorie, di mai visti trionfi. Sotto il profilo del successo umano l'ultimo Imperatore fu un mediocre, sotto quello militare uno sconfitto, sotto quello politico un diplomatico arroccato a difesa di posizioni sempre più difficili incapace di quelle audaci sortite che avrebbero potuto ribaltare il corso della storia. Perfino dal punto di vista degli affetti familiari la sua esistenza fu avara di soddisfazioni: innamorato non corrisposto, marito incompreso, padre infelice. Se tutto questo è, come è, esatto, la logica avrebbe voluto che il nome e la memoria del "povero peccatore" restassero per sempre rinchiusi nella cripta del Convento dei Cappuccini, che, dopo averlo lasciato bussare tre volte, si era aperta per accoglierne le spoglie mortali. E successo invece il contrario. Il miracolo può essere attribuito unicamente alla sola virtù che Francesco Giuseppe possedette in grado eccelso: alla capacità di essere l'Interprete ed il fedele custode di un'idea, di un principio universale proprio nel momento in cui stava per offuscarsi e temporaneamente sparire dalla faccia del mondo, lasciando nell'animo umano un disperato rimpianto ed una incoercibile volontà di operare per la sua restaurazione. E insita negli uomini la tendenza a personificare, per meglio credervi, i principi e le idee; è quindi inevitabile che quanti credono nell'idea imperiale, non come un mito monarchico, ma come tentativo di riprodurre in terra il divino ordine universale, evochino a loro modello la figura di colui che ne fu l'estremo ed insuperato custode.

    Questa idea era l'esatta antitesi di quella napoleonica; il tentativo, come si è appena detto, di riprodurre in terra un'immagine, sia pure imperfetta e caduca come tutte le cose terrene, dell'ordine universale, in continuo anelito ad adeguare il particolare al generale.

    Pochi hanno inteso la posizione di Francesco Giuseppe nella storia dello spirito umano come Franz Werfel, un suddito dell'ultimo Cesare vissuto a cavallo del tramonto del vecchio mondo e della squallida realtà del nuovo. Alcuni brani di quanto egli scrisse nel prologo al volume "Nel crepuscolo di un mondo" sono estremamente illuminanti per comprendere sia l'ultima incarnazione dell'idea imperiale sia l'invincibile rimpianto per la sua scomparsa. Il Werfel, per spiegare Francesco Giuseppe, la sua grandezza ed il suo perdurare nel cuore degli uomini, prende le mosse dal primo Natale del secolo nono dell'era cristiana, quando Papa Leone depose sulla fronte di Carlo Magno la corona dei Cesari romani. "Uno dei più grandi avvenimenti che la nostra terra abbia vissuti. L'antico Imperium, la cui potenza aveva riposato per tanti secoli, era nato di nuovo. Di nuovo nel senso più vero. Poiché a differenza di Cesare Augusto, di Adriano e di Marc'Aurelio, il nuovo Cesare non era più soltanto il simbolo del dominio terreno, non più il rappresentante di quel Quiritismo, che con la sua altissima superiorità si era assoggettato il mondo antico, urbem et orbem. Non c'era più un antico popolo sovrano, un erede del Quiritismo, che avrebbe potuto esercitare l'imperium alla maniera dei Romani. Ma c'era la Croce, nelle cui due braccia s'incrociavano l'orizzontale terrena e la verticale sopraterrena. Il globo imperiale nella sinistra di Carlo, simbolo del globo terreno, portava la croce

    "Quando" continua il Werfel "all'inizio del secondo decimonono cominciò a salire l'ondata del nazionalismo tedesco, il sovrano asburgico allora regnante, Francesco I, sciolse il Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca e non si chiamò più Imperatore Romano, ma "Imperatore d'Austria". Era un disperato tentativo di salvare la grande idea dell'unità dei popoli, una ritirata, un concentramento sulla posizione più forte.

    "Di ciò approfittò la famiglia reale prussiana degli Hohenzollern, i nemici mortali dell'Austria è della sacra idea imperiale. Essa sforzò e stimolò energicamente i demoni del nazionalismo pangermanico. Dopo le vittorie sopra l'Austria e la Francia nell'anno 1870-71 riuscì a ridurre sotto il proprio dominio i piccoli Stati tedeschi, e in tal modo a unificarli. Ed allora avvenne uno dei più brutti scherzi di parole della storia mondiale. La grande Prussia si chiamò "Impero Tedesco", quando nel migliore dei casi non era che uno Stato nazionale, un'unità demoniaca, il contrario dunque di un regno unificatore di popoli nato da un'idea sopraordinata. Ma i re prussiani si conferirono il titolo di imperatori. Kaiser è la forma greca di Caesar. Ogni Kaiser è il successore di Cesare, che fondò l'impero mondiale soprannazionale della civiltà occidentale. Il Cesarismo è l'opposto assoluto della regalità nazionale. Gli Hohenzollern furono fortunati re nazionali, che per odio contro i Cesari legittimi della Casa d'Asburgo usurparono un vuoto titolo imperiale".

    Delineato il concetto fondamentale dell'impero come radicale opposizione dello Stato nazionale (espressione delle forze centrifughe e disgregatrici) l'Autore tratteggia rapidamente la figura del primo Imperatore asburgico, Rodolfo, svizzero di nascita, straordinariamente semplice nel suo tenore di vita, "alieno d'ogni infatuazione di sé medesimo, da ogni enfasi parolaia, scrutatore dell'uomo, non freddo, ma fervido, perché ricco di umorismo, pio senza essere fanatico". Al primo Imperatore avvicina l'ultimo, Francesco Giuseppe.

    "Francesco Giuseppe raggiunse ottantasei anni e ne regnò settanta. La sua vita durò circa tre generazioni, il suo governo più di due. Egli salì al trono durante la rivoluzione del 1848, diciottenne. Il suo regno si iniziò in una giornata di dicembre, terminò in una giornata di dicembre. La stagione, l'intonazione politica, la caratteristica umana di questo regno fu crepuscolo invernale, gelo invernale e vicinanza di morte. Quando Francesco Giuseppe nacque vivevano ancora molti uomini dell'ancien régime, che spiritualmente stavano al di là del grande spartiacque della Rivoluzione francese e in Napoleone sopra tutto vedevano uno sfacciato parvenu. Quando giacque sul letto di morte nel castello di Schönbrum, era in piena fioritura l'età trionfante del gas velenoso, delle bombe incendiarie e delle masse martirizzate e martirizzanti. La vita di Francesco Giuseppe unisce come un ponte di straordinaria portata due epoche storiche, lontane l'una dall'altra dieci volte più del secolo reale che le separa. Non poteva essere una natura fiacca quella che, stando per settant'anni sulla vetta di un mondo, resse a una simile portata senza crollare. La natura dì Francesco Giuseppe si difese a modo suo contro l'immane destino. Non rintuzzò le armi avverse, ma si ritrasse, si chiuse in una solitudine veramente cesarea. Si corazzò con l'ininterrotta dedizione al concetto del "servizio"(1). (La penna vorrebbe scrivere "fanatica" dedizione. Ma nulla sarebbe meno vero della parola "fanatico" riferita a Francesco Giuseppe). La prammatica del servizio - così suonava la vera espressione austriaca - regolò l'attività, i diritti e i doveri dell'Imperatore fino alle minime sfumature. Dove essa cessava - ma in realtà non cessava mai -, trovava la sua continuazione in una scrupolosissima esigenza di tatto, che vietava per esempio al sovrano di pronunciare, in occasione di un'esposizione d'arte o di una serata a teatro, un giudizio di carattere personale... In un'epoca in cui la personalità fu idolatrata con snobismo, in cui la contingenza e il disordine travestiti da libertà erano tutto, la natura originariamente impaziente e capricciosa di Francesco Giuseppe si superò costringendosi all'impersonalità, all'ordine e alla regola.

    "Questo fu possibile solo perché in lui, l'Ultimo, continuava ad agire l'antica forza della sacra idea imperiale. Ciò che vi era di universalmente umano in questa idea estorse dall'anima dell'Imperatore una virtù, per la quale la parola obiettività è troppo debole. Egli, tedesco di sangue e di tradizione, cercò con estrema sincerità di soddisfare alle esigenze di tutti i popoli della monarchia...". L'ultimo Imperatore consacrò, quindi, la sua esistenza all'idea dell'Impero a sostegno e a difesa della quale egli chiamava tutti gli uomini di buona volontà, senza differenza di razza e di ceto, i Tedeschi come gli Ungheresi, i Boemi e gli Italiani, gli aristocratici come i poveri e i poverissimi.

    "Il comune nemico" continua Werfel "era l'appassionato antagonista, ab antiquo, dell'idea austriaca di universalità: l'odio demoniaco, la vana presunzione delle parti sul tutto, la sfrontata idolatria del proprio Io; in una parola il fanatismo nazionale, sostenuto dal piccolo borghesismo arrabbiato di tutti quanti i popoli. Esso è rimasto vincitore". A parole così chiare e significative basterà aggiungere che le vicende successive al momento in cui vennero scritte, e tuttora in corso di svolgimento, hanno provato ad usura che si trattava di una vittoria di Pirro. O, meglio, che quella vittoria non era che una tappa verso la dissoluzione integrale, che di quel fanatismo costituisce lo sbocco necessario. La "sfrontata idolatria del proprio Io" sta oggi conducendo, sia sul piano dei singoli sia su quello delle nazionalità e delle etnie, all'annientamento di quell'individualità che viveva e prosperava invece quando era protetta, come il tuorlo nel guscio, dalla universalità dell'idea imperiale.

    Occorre del resto tenere presente la sostanziale falsità della oggi tanto proclamata contrapposizione fra Impero, o anche, entro certi limiti, fra Monarchia cristiana, e popolo (inteso come l'insieme delle classi umili, dei "poveri e dei poverissimi" di cui parla Werfel). Essa esiste unicamente nelle nostre menti, frutto della balorda filosofia illuminata e della faziosa storiografia borghese, che da oltre cent’anni si preoccupa non di studiare e di far conoscere, ma di propagandare e indottrinare. La realtà delle vicende storiche degli ultimi due secoli ci dimostra invece che quasi sempre, per non dire sempre, le rivoluzioni opposero la borghesia, fiancheggiata da larghissime frange dell'aristocrazia (in molti casi così larghe da costituire, almeno nelle fasi iniziali e prima di tardive quanto vane resipiscenza, la quasi totalità), alla Monarchia (2) e a quello che nell'Italia meridionale era chiamato "popolo basso". Appunto nel Meridione i popolani si batterono (fenomeno incredibile per gli storiografi liberali, che se la cavano in genere facendo appello all'ignoranza e alla predicazione superstiziosa dei preti cattolici) per il re Borbone e ne festeggiarono il ritorno cantando:

    "A lu suono dela grancascia

    viva lu popolo bascio.

    A lu suono de tamburielli

    so' risorte li puverielli

    A lu suono dela campana

    viva via li pupulana.

    A lu suono dela viulina

    morte alli Giacubine.

    Sona, sona

    sona carmagnola

    sona a li Cunsiglia

    viva o Re cu la famiglia".

    Al che la borghesia, costretta a fondare la legittimazione del proprio potere sopra una volontà popolare in realtà quasi sempre inesistente là dove non viene imposta con la forza o con l'inganno(3), replica con lo sprezzo di espressioni, come "sanfedismo", che non significano nulla, ma l'esonerano dal fornire una valida spiegazione del fenomeno delle masse popolari che si battono al fianco dei re contro i bottegai ed i "paglietta", nonostante che costoro affermino di volerle "liberare, educare ed elevare".

    Ma tralasciamo queste notazioni, che pure hanno la loro importanza nel disegnare i contorni di un quadro storico nel quale solo si può intendere la figura di Andreas Hofer nelle sue reali dimensioni di eroe cristiano. Del resto questo stesso quadro storico vale anche a spiegare perché, a dispetto dell'amore popolare, sia stato possibile contrabbandonare così a lungo l'oste di Sand come un capobrigante o un montanaro ignorante e fanatico. O come perfino i suoi ammiratori l'abbiano travisato, e sminuito, facendone un eroe nazionale o meglio, per usare le parole di Werfel, un campione del "fanatismo nazionale". Tuttavia anche queste polemiche e queste falsificazioni valgono meglio di ogni discorso a provare come Andreas Hofer sia rimasto, al pari di Napoleone e di Francesco Giuseppe, presente nel cuore degli uomini non come un pur glorioso ricordo, ma come un'opzione viva. Come nei due Imperatori anche in lui s'incarnava, sia pure sopra un piano diverso e più limitato, un'idea universale.

    Si è detto "sopra un piano diverso". L'espressione non ha un significato riduttivo, o se l'ha ciò non tocca l'universalità del principio di cui Hofer era portatore, e che, all'ultimo, si riduceva a quella stessa visione cristiana nel mondo (anche sul piano politico) e dell'ordine universale che fu propria di Francesco Giuseppe. Il limite, se è questo il termine esatto, concerne unicamente il fatto che quel principio, pur sempre di valore generale, Hofer rappresentava nel momento del suo adeguarsi alle esigenze ed alla realtà esistenziale di un piccolo popolo. Ciò del resto è naturale; Francesco Giuseppe era il simbolo del complesso corpo dell'Impero, Andreas Hofer di una comunità, che al riparo dell'idea e dell'unità imperiale poteva vivere in pace e sviluppare le proprie peculiari caratteristiche.

    Difatti la concezione imperiale e, ancor prima, la concezione cristiana, di cui quella non era che una estrinsecazione nell'ordine politico, possiedono la singolare capacità di conservare integro il proprio significato universale, pur adeguandosi agli speciali bisogni delle comunità che le accolgono. In tal modo, nell'epoca di Hofer e di Napoleone, quel principio cristiano rimaneva lo stesso sia presso gli abitanti dei masi tirolesi sia presso i cafoni degli assolati e petrosi altipiani del sud, pur assumendovi forme diverse, rispettose delle loro tradizioni, delle loro abitudini, del loro ambiente e dei loro ritmi esistenziali. In ciò, del resto, consiste uno dei principali criteri di differenziazione rispetto a concezioni come quelle liberali e marxiste incapaci di intendere l'ordine e l'uguaglianza altrimenti che come un generale appiattimento e livellamento (e lo dimostra, in Italia e altrove, la piatta monotonia del sistema scolastico, che impone l'insegnamento delle medesime cose - o delle medesime menzogne? - a tutti gli allievi, dall'Alpi al Lilibeo).

    Tenendo presenti questi rilievi si comprende perché ed in qual senso (prescindendo cioè da ogni giudizio di valore, ma con riferimento all'incidenza e all'estensione del suo raggio d'azione) la figura di Andreas Hofer abbia un significato più limitato di quelle di Napoleone e di Francesco Giuseppe. E pur così intesi vocaboli come "limitatezza" e "limite" si appalesano inesatti, perché, in quanto espressione del diritto di ogni comunità di sviluppare le proprie caratteristiche e di mantenere la propria identità nell'ambito del più grande quadro che le comprende, il principio di cui era portatore è altrettanto universale e Andreas Hofer diviene espressione dei cafoni meridionali e degli "insorgenti" romagnoli non meno che dei montanari tirolesi. Con la sua lotta contro l'ateismo, il vago deismo e il sincretismo livellatore dei cosiddetti "Illuminati", dei sedicenti "progressisti", egli riaffermò il diritto alla propria nativa e specifica originalità non solo dei Tirolesi, ma anche, necessariamente, dei Vandeani, dei Bretoni e dei "luciani del Re".

    Il carattere del cristianesimo di Andreas Hofer s'intende appieno solo tenendo presente il concetto, tipicamente cristiano, di "comunità", che non è, sia ben chiaro, qualcosa di contrapposto all'individualità, come avviene per la collettività, la massa, la classe e, in alcune accezioni; per lo stesso popolo. Comunità è l'ambito, alla cui formazione concorrono tutti gli individui con le loro tradizioni e le loro abitudini di gruppo, tramandate dagli antenati e sviluppate da loro stessi, nel quale la persona può pienamente manifestarsi, arricchirsi ed accrescersi in un rapporto di reciproco scambio con tutte le altre persone che lo compongono. Sì vorrebbe dire che in una vera comunità i defunti non sono morti del tutto (e di questa sopravvivenza è simbolo nei nostri paesi alpini il cimitero raccolto intorno alla chiesa, che permette un incontro almeno settimanale dei vivi con i defunti) ed i viventi sono più vivi.

    Andreas Hofer non pretese, come Enrico VIII Tudor, il titolo di "defensor fidei", ma, assumendo la difesa e riassumendo in sé le istanze e le caratteristiche della comunità cristiana tirolese, fu al tempo stesso il difensore e il simbolo di tutte le comunità cristiane. Questa fondamentale connotazione dell'azione hoferiana risulta incomprensibile ai tanti che si sono occupati di Hofer, o tentando di caratterizzarlo come un eroe esclusivamente tedesco, un esponente "ante litteram" del pangermanesimo o, al contrario, rimproverandogli di non aver saputo creare, sotto l'ala protettrice del grande Napoleone, uno staterello nazionale tirolese. Chiarissima coscienza ne ebbero invece lui stesso ed i suoi contemporanei e non solo tirolesi. Così i cittadini di Mantova, dove fu portato in catene, riconoscendo in lui "uno dei loro", uno che aveva combattuto per la loro stessa causa, raccolsero con pubblica sottoscrizione un ingente somma di denaro per provvedere alla sua difesa in un processo che si voleva credere equo e fu invece una di quelle tragiche burlette con le quali Illuminati e progressisti tentano da sempre di coprire i loro delitti. Ancora prima che venisse formato il Tribunale, Napoleone aveva ordinato che il giudizio si concludesse con la condanna a morte.

    Si è detto che Andreas Hofer ebbe chiaro il senso della sua missione. Egli non si mosse per riaffermare l'appartenenza del Tirolo all'Austria in quanto tale, ma come entità sovranazionale capace di garantirgli la conservazione delle sue originali caratteristiche e, se si vuole distinguere, delle sue caratteristiche religiose (ma la distinzione è impossibile, perché le tradizioni di una comunità non possono mai essere disgiunte dalla sua fede o, perfino, dalla sua mancanza di fede, che necessariamente le permea per intero anche se relative a campi in apparenza lontani da quello più propriamente religioso).

    In realtà i Tirolesi non avevano esitato a dare manifesti segni di insofferenza contro Vienna quando questa aveva mostrato col giuseppismo" di inclinare pericolosamente verso le idee degli Illuminati e di volere instaurare il monotono regno della Regione. Questo momento di malumore era stato poi superato quando la Casa d'Asburgo aveva ripreso la precedente politica di rispetto delle singole costumanze e delle tradizioni, di tutela delle peculiari caratteristiche di tutti i popoli e di tutti i gruppi che formavano il vasto mosaico dell'impero.

    Per converso la terribile ribellione contro i Bavaresi non fu certo dovuta a ragioni di razza o di lingua. Sotto questo profilo i Bavaresi erano più simili ai Tirolesi di innumeri altre popolazioni dell'Impero a cominciare dagli stessi Viennesi o dai cosiddetti Tirolesi italiani (o Trentini), ai quali sempre Hofer si rivolse come a fratelli e che in gran numero accorsero sotto le sue bandiere. Per dì più il popolo bavarese, a differenza dei suoi governanti, era profondamente cattolico, e lo dimostrerà quasi un secolo dopo, opponendo a Bismarck il famoso "Zentrum". Purtroppo all'inizio del secolo XIX (soltanto allora?) i governi si arrogavano il diritto di esclusiva interpretazione dei loro popoli e si adoperavano per fini che la coscienza popolare non solo non sentiva ma radicalmente disapprovava (o avrebbe disapprovato se li avesse conosciuti). Scintilla della rivolta fu, difatti, la pretesa del governo centrale bavarese e dei suoi rappresentanti, quasi tutti appartenenti alla setta degli "Illuminati", di spiantare le tradizioni tirolesi e di ridurre a mera parvenza, confinata al segreto delle case o al chiuso delle chiese, una fede che permeava quasi ogni atto della quotidiana esistenza.

    Ciò è confermato dalla presenza di numerosi sacerdoti e religiosi nelle file degli insorti (famoso fra tutti il cappuccino Haspinger, che guidava i montanari alla lotta contro gli invasori, levando alto il crocefisso) e dalle disposizioni che Hofer prese perché le vittorie dei Tirolesi fossero ricordate con Messe e solenni processioni in onore del Sacro Cuore di Gesù, alla cui protezione egli attribuiva ogni successo. In uno dei suoi proclami, datato Innsbruck 10 settembre 1809, si legge: "Se noi abbiamo mai sperimentato la bontà indulgente e salvatrice di Dio verso di noi, ciò fu nella prima metà del mese di agosto, quando l'aiuto del cielo ci liberò così visibilmente dalle mani di un nemico che crudelmente soggioga e che non rispetta né religione, né trattati, né umanità!". Ancor più significativo della consapevolezza che Hofer ebbe della vera natura della sua battaglia, non nazionalistica o patriottarda, ma di legittima difesa della comunità cristiana del Tirolo, uno scarno appello lanciato quando, dopo la vittoria di Napoleone e Wagram e l'armistizio di Zuaim, le sorti volgevano al peggio per le armi austriache e gli insorti.

    "Se mai vi accorgete che ci avviciniamo... non esitate a prendere le armi. Si tratta di religione e di cristianesimo; non lasciatevi ingannare dai mascalzoni". A dispetto di questa evidenza gli storici successivi, quasi tutti eredi e discepoli, anche se a volte inconsapevoli, degli "Illuminati" hanno sviluppato il preciso disegno di ridurre l'eroe tirolese al rango di un semplice nazionalista, accennando a volte perfino ad una sua presunta e mai provata intenzione di sottrarre la nazione tirolese al dominio austriaco oltre che a quello bavarese (ma se così fosse stato perché mai allora non cercò di conciliarsi, com'era facile nel momento della vittoria, la protezione di Napoleone, seguendo l'esempio del regolo bavarese?). In tal modo non solo se ne sminuisce di molto la levatura morale ed il significato storico, relegandolo al ruolo di un qualunque ribelle, ma lo si trasforma addirittura in un campione di quegli ideali e di quei principi che egli invece sempre strenuamente avversò. Lo stesso pessimo servizio, come si è già accennato, gli rendono quei suoi "laudatores", in genere di lingua tedesca, che esaltano in lui una specie di propugnatore del pangermanesimo, dimenticando che i Bavaresi non erano meno tedeschi degli Austriaci e che Andreas Hofer, pur avendo vivissimo il senso della sua appartenenza alla comunità tirolese, non fece mai questione di lingua o di razza. Significativo a proposito il suo proclama ai Trentini, dato in Bolzano il 4 settembre del 1809, rivolto ai "dilettissimi Tirolesi Italiani". Dal canto loro questi furono sempre al suo fianco e già all'inizio dell'insurrezione, il 26 aprile 1809, la popolazione di Rovereto, popolani ed "ottimati",(4) accolse trionfalmente il suo ingresso alla testa degli insorti delle valli di Sole e di Non e delle Giudicarie, tutti Trentini, di molti dei quali non ci è stato tramandato il nome, ma senza dubbio bravi montanari ed ottimi cristiani di razza e di lingua italiana.

    La storiografia successiva alla rivoluzione francese ha sempre perseguito intenti pubblicitari ed ha sempre accuratamente emarginato, con gli strumenti del potere di cui era ed è espressione, ogni serio tentativo dì compiere indagini obiettive ed approfondite, favorendo il permanere dì ridicoli miti che nulla hanno di storico ("i secoli bui del medio evo", "la civilità umanistica , "il risveglio del rinascimento", "il secolo dei lumi" ecc.). Tuttavia il fraintendimento della figura e dell'opera dì Hofer va addebitato anche agli interessi particolari dei due popoli che ne furono più direttamente interessati. I Tedeschi, ansiosi di fare del campione tirolese un eroe esclusivamente loro, calcarono eccessivamente la mano sulla sua devozione all'Imperatore Francesco d'Asburgo, devozione indubbiamente esistente, ma diretta più al simbolo dell'idea imperiale che all'uomo. Gli Italiani, preoccupati di affermare l'italianità del Trentino e dell'Alto Adige, cercarono, in sostanza, di ridurlo ad un rango modesto e gli attribuirono nobiltà d'animo e grandezza dì cuore, ma ristrettezze dì vedute per non avere inteso che il futuro di quelle terre era con l'Italia e non con l'Austria(5).

    In realtà il desiderio dì diluire o negare, anche oltre il vero, le caratteristiche germaniche, pure indubbiamente presenti, di Hofer, porta a volte gli storiografi italiani a sfiorare parzialmente la verità, come fa, ad esempio, il Caracciolo,(5) quando afferma che sbaglia chi vuole fare passare per patriottismo quello che non era se non una cieca tenacia tradizionale e un esasperato fervore religioso". Ma l'errore è di base, perché in questo autore è chiaro il pregiudizio, dovuto forse anche all'epoca in cui scriveva, che il patriottismo sia la somma virtù e siano invece difetti o addirittura vizi l'amore per la tradizione e il fervore religioso. D'altronde se per patriottismo s'intende l'attaccamento al proprio paese, alla terra dei padri, Andreas Hofer fu senza dubbio patriota grandissimo (e non sì vede invero su cosa si fondi la pretesa che egli, tedesco dì razza, di lingua e di costumi, per meritarsi il titolo di patriota dovesse trasformarsi in fautore "ante litteram" dell'unità d'Italia). Ciò non toglie che egli fu anche e soprattutto un patriota cristiano; patriota perché cristiano, cristiano e quindi patriota. La sua profonda ed autentica fede religiosa gli aveva, difatti, permesso dì intuire che il cattolicesimo aveva così profondamente modellato il suo popolo ed il suo paese che senza di esso il Tirolo non sarebbe più stato il Tirolo, il popolo tirolese il popolo tirolese e che in breve perfino lo stesso paesaggio, una volta scristianizzato, avrebbe mutato aspetto al punto di divenire irriconoscibile ed odioso anche a coloro che vi erano nati e ne conservava intatta in cuore l'immagine fra i fasti della corte di Vienna o i ruderi gloriosi ed i trionfi barocchi della Roma Cesarea e pontificia (6).

    Ancor prima del Caracciolo il Tolomei (7) aveva esattamente sottolineato: "Nessuno che obiettivamente giudichi può dar colore nazionale germanico a questo moto... La storia è là per raccontare le stragi dei Bavaresi e dei Sassoni compiute per mano dei Tirolesì insorti..." Poteva essere il valido inizio di una corretta analisi, che però l'Autore non era in grado di compiere, perché dell'invocata obiettività dì giudizio si dimenticava volentieri quando doveva cambiare versante. Afferma difatti subito dopo inesattamente (e a smentirlo basterebbe la vecchia lapide immutata nell'ingresso del santuario di San Romedio) che nel Trentino esisterebbe una prevenzione ostile ad Andreas Hofer in parte per il ricordo degli eccidì (dove e quando avvenuti?) commessi dalle "fanatiche bande hoferiane" in parte per l'attaccamento "al glorioso Regno Italico che quelle bande combatterono". In realtà la storia dell'epoca ci mostra gli insorti trentini (i cosiddetti Tirolesi italiani) ed anche bellunesì combattere contro le truppe del "glorioso Regno Italico", composte, In quella zona, o di Francesi o di Napoletani, come la colonna operante, appunto nel Trentino e nel Bellunese, al comando del generale Peyri. Del resto di che genere fosse l'attaccamento dei Trentini al Regno Italico e quale la loro posizione nella lotta intrapresa da Hofer lo dimostra il truculento proclama con il quale lo stesso Peyri intimò alla popolazione dì Lavìs e di Trento di non opporsi alle sue truppe. "Saranno d'esempio le terribili giornate del 28 settembre e del 2 ottobre, l'Adige ancora intimo di sangue, i ponti di Trento zeppi di cadaveri, le contrade della città coperte dì semivivi, le vittime di un giusto furore militare a Lavis e le altre nelle scorrerie della cavalleria al di là di San Michele".

    Vi erano quindi stati gli eccidi e le stragi dì Trentinì di cui parla il Tolomei, ma ad opera del "giusto furore militare" degli eserciti del "glorioso Regno Italico" e non delle "fanatiche bande hoferiane".

    In realtà i Trentini, al pari dei Tirolesì e, del resto, dei Mantovani, degli "insorgentì" romagnoli, dei cafoni abruzzesi, con la prontezza di giudizio propria dei popoli semplici e non corrotti, avevano perfettamente compreso che la lotta non era fra "oscurantismo" e "progresso", fra mondo germanico e mondo latino, ma fra due diverse concezioni del mondo e dell'universo, fra due idee contrapposte. L'una, senza distruggerlo ed anzi esaltandolo, sottometteva il particolare all'universale, l'altra si serviva del particolare come di una mina destinata a distruggere l'universale senza intendere, o forse intendendo fin troppo bene, che la distruzione dell'unìversale comportava di necessità, dopo l'effimero ed apparente trionfo nel momento del "botto", l'annientamento del particolare.

    Queste umili popolazioni, nella loro saggia ignoranza, non avrebbero certo sottoscritto il giudizio del Caracciolo, che, pur dopo aver reso omaggio al singolare fascino che promana dall'eroe tirolese, riconoscendo che "raramente una responsabilità sì grandc e un sì pesante carico di onori fu portato con maggiore indifferenza se non addirittura con umiltà. Ecco una grande eccezione nella storia tumultuosa delle rivoluzioni!", aggiunge; "se egli avesse voluto, se avesse osato, se avesse intravista e valutata la verità, avrebbe potuto creare un'autonomia, o addirittura un piccolo stato libero semi indipendente, che con opportune garanzie sarebbe stato forse dallo stesso Napoleone portato a battesimo". Tutt'al contrario, se flofer si fosse adeguato a questo postumo suggerimento, sarebbe venuto meno alle ragioni della sua immortale grandezza, ai principi che fanno di lui un simbolo, una permanente opzione viva, per discendere al rango di un regolo tanto borioso quanto inutile come Massimiliano di Baviera, o dì un funzionario imperiale un po' più impennacchiato e immedagliato degli altri come Eugenio Beauharnais o Gioacchino Murat.

    Del resto il singolare destino di Andreas Hofer fu sempre dì essere compreso ed amato dagli umili e dai semplici e frainteso dalle persone di qualità (dai generali ai "paglietta" ed agli odierni intellettuali), se è vero che il generale francese Pollet, che pure si trovava in Tirolo durante l'insurrezione del 1809, ebbe a dire che questo campione dello spirito "non mostrò che il coraggio che nasce dal vigore dei muscoli". Il che, riconosciamolo, è un po' eccessivo perfino per un Illuminato!






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    (1) É importante notare che il concetto del potere come servizio è tipicamente cristiano ed è stato riproposto con particolare vigore proprio in questi ultimi anni.

    (2) Il riferimento è qui alle Monarchie cristiane, per cui rimangono estranee alle svolte considerazioni le monarchie borghesi o, peggio, "illuminate", come quella di Luigi Filippo o, in Italia, la sabauda.

    (3) Significativa al riguardo l'opera "La conquista del Sud" di Carlo Alienello (Rusconi Editore) ove, fra tante altre cose interessanti a proposito della liberazione dei "cafoni" ad opera dei "piemontesi" e dei "paglietta" loro amici, si apprende come venne fabbricato il successo del plebiscito per l'unione all'Italia delle province meridionali.

    (4) Fra questi il conte Alberto degli Alberti, il barone Giulio dei Piccini ed il conte Fredigotti mentre, come sempre, la storia ha dimenticato di conservarci il nome degli umili e dei poveri.

    (5) Italo Caracciolo: "Andreas Hofer nell'insurrezione antibavarese del 1809", Zanichelli, 1927, Bologna.

    (6) Se non si corresse il rischio di uscire troppo dal tema, sarebbe assai interessante approfondire l'indagine su questo punto per vedere in quanta parte il declino del vero patriottismo, che caratterizza la nostra epoca, sia dovuto al fatto che ormai assai pochi sono i paesi, i "paesaggi", che conservano, anche nel loro aspetto esteriore, l'impronta della fede, delle tradizioni, delle concezioni e dei modelli esistenziali propri degli uomini che vi hanno vissuto. Ormai quasi ogni paesaggio, cittadino, alpestre o marino che sia, appare modellato sulle monotone esigenze del denaro, del profitto (compreso quello di Stato) e del consumismo. Il patriottismo è fatto di cose, piccole e grandi, il nazionalismo di roboanti parole.

    (7) E. Tolomei. "L'Alto Adige".




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    IL QUADRO STORICO

    Il trattato dì Presburgo (26 novembre 1805), seguito alla vittoria napoleonica dì Austerlitz, assegna la "Provincia del Tirolo", comprendente il territorio fra l'Inn e le Alpi, l'attuale Alto Adige e il Trentino, austriaca fin dal 1363, al re Massimiliano dì Baviera, fedele vassallo dì Napoleone.

    Il 6 febbraio 1806 sì insedia ad lnnsbruck, capoluogo della Provincia, quale governatore, il conte Carlo d'Arco, ciambellano del regolo bavarese e uomo di fiducia del conte di Montgelas, ministro della Real Casa bavarese, affiliato alla setta degli Illuminati, noto soprattutto per i suoi furori antireligiosi e, in ispecie, anticattolici.

    Il re dì Baviera aveva promesso ai nuovi sudditi, i quali, pur promettendogli fedeltà, avevano tenuto a ricordargli, con apposita delegazione, il loro attaccamento agli Asburgo, dì non turbare i loro ordinamenti civile e religiosi, affermando di ben sapere "che uno dei primi doveri del Nostro Governo è dì assecondare i pastori della Chiesa nell'adempimento del loro benefico ministero, e dì aiutarli potentemente, per il bene dei Nostri popoli, nel conseguire il sacro scopo che la religione cattolica sì propone con l'insegnamento della verità".(1)

    Tuttavia già con un decreto del 16 aprile 1806 inizia l'opera di sovvertimento dell'organizzazione ecclesiastica cattolica, che prosegue poi incessante col divieto ai Vescovi dì ordinare nuovi sacerdoti senza il benestare del re e l'approvazione dei professori dell'Università di Innsbruck, con l'obbligo per gli stessi Vescovi di adeguarsi incondizionatamente ai provvedimenti presi dalle autorità civili a carico di sacerdoti per la cosiddetta "polizia della Chiesa", col diritto esclusivo del Governo di provvedere alla nomina dei parroci, il tutto con l'intento di assoggettare completamente la Chiesa e la stessa religione al governo, perché, come scrive il segretario del conte d'Arco, la "separazione dei due poteri (Chiesa e Stato) che reggono la società, non è più neppure concepibile e invece tutto esige la più completa centralizzazione dell'autorità".(2)

    Questo tentativo non può essere accettato dai Vescovi delle tre diocesi tirolesi (Merano, Trento e Bressanone), tanto più che il Vescovo di Merano ha già provato i regimi "illuminati", essendo stato scacciato dalla rivoluzione francese dalla sua precedente sede di Coira. Di conseguenza i Vescovi di Merano e Trento debbono prendere, il 24 ottobre 1806, la via dell'esilio da Innsbruck, dove si e radunata, per salutarli ed esprimere loro la solidarietà popolare, una grande quantità di fedeli. Ugualmente in esilio debbono riparare i parroci che si rifiutano di accettare il "nuovo ordine", e gli uffici rimasti vacanti, nell'impossibilità di reperire sacerdoti locali ossequienti alle direttive degli Illuminati, vengono coperti con preti fatti venire dalla Baviera. I tirolesì però disertano le chiese officiate da preti considerati "luterani", ridotti a celebrare le funzioni religiose davanti ad auditori composti esclusivamente da soldati e funzionari bavaresi, molti dei quali si proclamano apertamente atei.

    Naturalmente un po' dovunque scoppiano tumulti e il conte d'Arco, ad esempio, fa arrestare e poi esiliare il parroco dì Merano, don Patscheider, e, con lui, una ventina di sacerdoti. A Trento, dove è stato nominato Vescovo-vicario il conte Francesco di Spaur, si canta la seguente canzonetta:

    "Che quel Spaur, quel temerario

    figlio inver d'un barbagian,

    l'ha voluto esser vicario

    ed è invece un luteran.

    Quell'indegno, quell'infame,

    quell'ipocrita e impostor

    inventò tutte le trame

    e si fé commendator… " (3)

    Agli odiosi provvedimenti antireligiosi si accompagna l'introduzione di un istituto in precedenza sconosciuto nella provincia tirolese, la coscrizione obbligatoria, (1808), cui sì aggiungono la sostituzione dell'antico nome Tirolo con quello di Baviera del Sud e la ripartizione della regione nei circoli dell'Inn, dell'isarco e dell'Adige. Anche un ufficiale francese dell'esercito di occupazione, il luogotenente Morel, scrive nelle sue memorie che un gran numero di funzionari bavaresi sono "membri dì una setta degli Illuminati" e che da essi il popolo tirolese viene giornalmente offeso nelle sue convinzioni.(4)

    Intanto a Vienna, anche per la consapevolezza della precarietà della pace seguita al trattato dì Presburgo, si segue con attenzione la sorte del Tirolo, da sempre assai caro alla dinastia degli Asburgo, e l'arciduca Giovanni crea un "Ufficio centrale delle comunicazioni col Tirolo", alla cui guida pone il barone tirolese von Hormayr, il quale stabilisce una serie dì contatti soprattutto con Tirolesì scelti nel ceto degli albergatori, influenti nella regione e in grado di esercitare, attraverso gli ospiti che sì fermano nei loro locali, un certo controllo sugli avvenimenti. Fra questi sono Andreas Hofer, albergatore a Sand, in Val Passiria, Peter Huber, albergatore a Brunico, e Franz Nessìng, caffettiere a Bolzano, i quali, il 16 gennaio 1809, si recano a Vienna per concretizzare la possibilità dì liberare il Tirolo dall'odioso regime degli Illuminati, approfittando delle difficoltà che il loro patrono Napoleone sta incontrando in Spagna.

    L'insurrezione del popolo tirolese scoppia, rapida, violenta e simultanea, il 9 aprile 1809, mentre si riaccende la guerra tra Francia e Austria, le cui armate puntano in direzione della Baviera e del Friuli, al comando, rispettivamente, degli Arciduchi Carlo e Giovanni.

    Già il 12 aprile gli insorti entrano ad Innsbruck ed il giorno seguente le truppe francesi e bavaresi di occupazione firmano la resa. A quei giorni sì riferisce una canzona popolare che, citando i nomi dì alcuni comandanti bavaresi, dice, fra l'altro:

    "... guai, guai, guai!

    Ecco l'esercito bavarese

    fu battuto dai contadini,

    buttato nella tomba con gioia.

    Il generale codardo

    fu arrestato in un angolo;

    la crudeltà di Dittfurth

    ha preparato la sua caduta.

    Anche la rabbia dì Wreden perisce.

    Quanti non sono morti sono prigìonieri..."(5)

    A Innsbruck liberata entrano anche gli insorti della Passiria e del Sarentino guidati da Andreas Hofer, con il quale sono Peter Mayr, oste a Bressanone, e il frate cappuccino Gioacchino Haspinger, che accolgono, il 15 aprile, le truppe austriache comandate dal generale de Chasteler, il quale assume il governo del paese in nome dell'Imperatore Francesco.

    Ancora in mano dei francesi e dei bavaresi è il Trentino, dove tuttavia serpeggiano fremiti di rivolta, che si tenta di contenere con le frequenti fucilazioni e con truculenti proclami, nei quali si minaccia la distruzione, col fuoco, dì paesi interi per la ribellione di pochi cittadini. "... I Comuni verranno puniti del fallo di alcuni loro cittadini. Le pacifiche vostre capanne, albergo una volta dì semplice gioia, saranno distrutte dal fuoco sterminatore, devastate le vostre campagne e, ciò che vi deve essere più caro sulla terra, le vostre famiglie colpite dalla più desolatrice miseria", sì legge in un proclama (6) del Regio Bavaro Commissario del Circolo dell'Adige (Circolo corrispondente su per giù al Trentino), datato 17 aprile 1809.

    Il 26 aprile entrano in Rovereto le truppe austriache del generale Chasteler e, condotti da Andreas Hofer gli insorti atesini e trentini delle valli di Non, di Sole e delle Giudicarie. La liberazione del Tirolo sembra compiuta, ma la vittoria di Napoleone a Eckmuhl costringe le truppe dell'Arciduca Carlo a lasciare la Baviera e quelle dell'Arciduca Giovanni a ritirarsi dalla pianura veneta. Gli insorti che, ritenendo chiusa la partita, erano in buona parte rientrati nelle loro case, si affrettano a radunarsi nuovamente, perché già le truppe franco-bavaresi, il cui comando è stato assunto dal Generale Lefebvre, Duca di Danzica, muovono alla riconquista.

    Il 29 aprile il Duca è a Salisburgo, il 10 maggio i bavaresi del Generale von Wreden riescono, dopo scontri di estrema violenza, a superare il passo Straub, il 13 maggio gli austriaci dì Chasteler sono sconfitti al passo Soll e a Wörgl, sull'Inn, il 19 maggio francesi e bavaresi rientrano a Innsbruck, mentre gli insorti sì ritirano sulle montagne intorno alla città, i cui abitanti vivono nel terrore, perché lungo la valle dell'Inn riconquistata i bavaresi hanno compiuto tali nefandezze che lo stesso maresciallo Lefebvre si rivolge ad alcuni loro ufficiali dicendo, nello stile retorico, a dispetto dall'apparente asciuttezza, dell'epoca: "Io mi vergogno di comandarvi. Nell'armata francese vi sono forse degli empi, ma non vampiri come voi. Napoleone non ha ai suoi ordini alcun brigante, ma dei soldati".(7)

    Tuttavia le sorti del conflitto sembrano nuovamente cambiare. Napoleone è sconfitto dagli Austriaci a Essling, e Andreas Hofer, che, dopo essersi illuso dì avere recuperato il popolo alla libertà, aveva ripreso le armi alle prime notizie del ritorno offensivo dei franco-bavaresi, il 26 maggio tenta con un assalto improvviso di liberare Innsbruck. Fallito questo tentativo anche a causa dello scarso munizionamento, riprende l'assalto il 29, dopo che è stata celebrata la messa al campo e tutti si sono devotamente comunicati per prepararsi alla morte, che aspetta molti dì loro, e la notte stessa i franco-bavaresi, comprendendo di non poter resistere più a lungo, abbandonano Innsbruck, nella quale rientrano, il mattino del 30, i tirolesi, mentre Hofer, dopo aver tentato invano di raggiungere il nemico in ritirata, vi viene accolto trionfalmente solo il successivo 3 giugno.

    Intanto però Napoleone vince la battaglia decisiva di Wagram e l'armistizio dì Zuaim (12 luglio) è il preludio di una pace che non sarà favorevole agli sconfitti e che il vincitore concede probabilmente in vista delle sue mire dinastiche (il matrimonio con Maria Luisa d'Austria, figlia dell'Imperatore Francesco). Hofer e gli altri capì dell'insurrezione stentano a credere alla notizia, ma ai primi giorni di agosto le ultime truppe austriache lasciano il Tirolo, mentre già il 31 luglio il Duca dì Danzica era entrato in Innsbruck.

    Andreas Hofer, la cui testa è stata messa a prezzo, si è ritirato in Passiria, ma, come egli stesso scrive in un proclama datato 4 agosto, è in attesa dì raggiungere i tirolesì quando questi "si riuniranno e diranno: combattiamo per Dio, la Religione, la Patria".(8). Difatti gli insorti, pur non avendo più l'appoggio di truppe regolari, non desistono dai loro proponimenti e, convinti di lottare per la buona causa, quello stesso 4 agosto, al comando di Peter Mayr, Speckbacher e Haspinger, attaccano le truppe sassoni (anch'esse vassalle, come quelle bavaresi, dei francesi) in marcia verso Bressanone, le sconfiggono e fanno prigionieri i superstiti. Indignato per la sconfitta dei suoi alleati, che si sono fatti battere da dei "contadini", il Duca dì Danzica esce il 15 agosto da Innsbruck per punire i "ribelli", ai quali sì è nel frattempo aggiunto Hofer con forti contingenti della Passiria e del Sarentino.

    La mattina del 7 agosto le truppe di Lefebvre puntano su Bressanone, ma a Mauls sono attaccate dai tirolesi, con i quali sono tutti i più popolari capì dell'insurrezione, Hofer, Haspinger, Mayr, Speckbacher, Kolb. I bavaresi sì volgono a precipitosa fuga (e forse i francesi che sono con loro trovano qualche parentela fra questi montanari e gli sciuani e quegli altri "contadini" della Vandea, così a lungo ostinati a combattere per il loro Dio e la loro Fede), abbandonando i carriaggi. Lo stesso maresciallo riesce a stento ad evitare la cattura e a ripararsi a Vipiteno, donde, dopo aver invano atteso rinforzi, il giorno li ripiega ulteriormente su Innsbruck, giungendovi il 12 sempre tallonato da Hofer, che la mattina del 13 agosto, dopo che padre Haspinger ha celebrato la Santa Messa e impartito la benedizione, muove all'assalto della città.

    Gli insorti sono in numero di circa 18.000. Le sorti del combattimento pendono incerte per tutta la giornata anche se la colonna centrale degli insorti, condotta da Mayr ed Haspinger, sì trova a sera ad avere conquistato buona parte del monte Isel, che domina la città, essendovisi mantenuta nonostante i vigorosi contrattacchi dei sassoni e dei bavaresi, che hanno l'appoggio di un forte parco d'artiglieria. Il giorno successivo la lotta ristagna, ma nella notte fra il 14 e il 15 il Duca di Danzica, comprendendo di aver perso la partita e timoroso di restare imprigionato con i resti della sua armata, abbandona, col favore delle tenebre, la città.

    La disfatta franco-bavarese si ripercuote nel Trentino, dove i generali Fiorella, che avrebbe dovuto riconquistarlo al comando di un corpo misto italo-francese, e Caffarelli, ministro della guerra del Viceré d'Italia Eugenio Beauharnais, debbono riporre i proclami, con i quali si proponevano d'intimidire le popolazioni, minacciando di fucilazione chiunque venisse trovato in possesso di armi, e ripiegare sulle posizioni di partenza. La vicinanza con il cosiddetto Regno d'Italia rende la posizione dell'insurrezione in Trentino più difficile, ma ugualmente in tutte le valli sì formano compagnie di volontari decise a scacciare gli invasori, e gli insorti, al comando di Giacomo Torgler, il 18 agosto attaccano Trento, che i Francesi abbandonano il 21 successivo. Rovereto viene liberata il 29 e tutta la Provincia del Tirolo sembra avere coronato la sua aspirazione. Difatti Andrea Hofer, entrato trionfalmente ad Innsbruck il 15 agosto, viene, per unanime consenso, designato "Comandante Superiore del Tirolo" e nelle settimane di apparente pace che seguono può riorganizzare nella regione la vita civile, preoccupandosi soprattutto di ristabilire, non solo nella forma, ma nella vita di ogni giorno, la religione cattolica, per la quale il popolo tirolese si è con tanto valore battuto. In questo breve compito di pacificazione Hofer dà prova di saggezza e dì cristiana moderazione e conserva tutta la sua religiosa semplicità di montanaro senza insuperbirsi né dell'incarico conferitogli né della vittoria riportata, che egli, del resto, attribuisce al miracoloso intervento del Creatore. Scrive, difatti, in un suo famoso editto del 10 settembre: "Se noi abbiamo mai sperimentato la bontà indulgente e salvatrice di Dio verso di noi, ciò fu nella prima metà del mese di agosto, quando l'aiuto del Cielo ci liberò così visibilmente dalle mani di un nemico che crudelmente soggioga e che non rispetta né religione, né trattati, né umanità".

    Gli sviluppi della situazione internazionale sono però sfavorevoli agli insorti, perché Napoleone, perdurando tuttora l'armistizio di Zuaìm e svolgendosi le trattative per la pace e per il suo matrimonio con Maria Luisa d'Austria, ha tutto l'interesse a togliersi dal fianco la spina tirolese prima della conclusione del trattato. Hofer ne è pienamente consapevole e, con l'aiuto dei suoi collaboratori Giovannelli e Rapp, costituisce in tutte le valli del Tirolo propriamente detto e del Trentino, o Tirolo meridionale, come allora era chiamato, delle compagnie di volontari denominati "tiratori dell'Adige". La temuta tempesta non tarda a scoppiare e questa volta le forze nemiche sono schiaccianti dato che tutta la forza dell'impero napoleonico può rivolgersi contro l'eroico pigmeo che" ha osato sfidarlo. Il Tirolo non è uno dei tanti campi dì battaglia nel quadro di una più vasta guerra, ma l'oggetto della campagna, che inizia, di fatto, il 27 settembre con l'ingresso in Rovereto di truppe franco-italiane al comando del generale Peyri, il quale si affretta ad emanare un proclama contenente le seguenti disposizioni: "1) Che nel termine dì tre ore (9) tutti gli abitanti dì questo Comune che fossero possessori di effetti militari, d'armi da fuoco, di qualunque specie e munizioni, debbano consegnarle al comandante della Piazza signor Bognamanì, che abita nella casa del Signor Gaetano Tacchi, nella piazza delle Beccherie; 2) Tutti quelli che avessero presso di sé alloggiato o nascosto qualche individuo sospetto o che facesse parte di una banda armata, dovranno denunziarlo all'istante al sunnominato signor Bognamani". (10)

    Il giorno 28, rotta la disperata resistenza degli insorti, il generale Peyri entra a Trento ed inutilmente tentano di ricacciarlo rinforzi tirolesi inviati da Bolzano e da Merano. Intanto il 14 ottobre, a Vienna, Francia e Austria firmano il trattato dì pace, che abbandona alla prima tutta la Provincia Tirolese. Il giorno stesso Napoleone incarica il Viceré Eugenio di stroncare definitivamente ed immediatamente la ribellione. La Provincia Tirolese, assalita concentricamente da tre partì (dal Salisburghese muove un corpo d'armata al comando del generale Drouet d'Erlon, dal Trentino avanza una divisione al comando del generale Vial, cui è collegata una colonna agli ordini del generale Peyri - lo stesso che aveva occupato Trento - operante nel Bellunese, dalla Carinzia muove un altro corpo d'armata, forte di quattro divisioni, condotto dal generale Baraguey d'Hillìers, cui spetta, dopo il Viceré Eugenio, il comando generale delle operazioni), tenta una disperata difesa, ma mancano perfino i fucili, come rivela un proclama di Speckbacher, che ha il compito di difendere la valle dell'Inn: "Prego nel nome dì Dio e della SS. Trinità, che tutti gli uomini che possono portare le armi partano col Landsturm generale. Chi non ha fucile si armi di tridente e farà il possibile con tali armi. E se non possiamo resistere a Rattemberg, prego tutti di andare sulle montagne verso Innsbruck; la sarà loro indicato il luogo di adunata ove sgomineranno il nemico per combattere per Dio, la Patria, l'Imperatore. Fratelli carissimi, siate coraggiosi e pensate spesso a questo". (11)

    Tuttavia il 25 ottobre le truppe di occupazione rientrano ad Innsbruck ed il 27 respingono un ritorno offensivo dei tirolesi, che, pur trovandosi di fronte a truppe più numerose e meglio armate, non vogliono arrendersi. La situazione degli insorti è così palesemente disperata che l'Arciduca Giovanni, che ha sempre nel cuore il fedele Tirolo, invita gli insorti a rinunciare all'inutile lotta e per un momento Andreas Hofer sembra adattarsi all'ineluttabilità della resa, chiedendo (29 ottobre 1809) una tregua di 15 giorni al generale Drouet, che rifiuta ed anzi riprende le operazioni per la "pulizia" dei dintorni di lnnsbruck. Riacquistano, quindi, vigore, di fronte all'intransigenza del nemico, fra gli insorti i fautori della resistenza ad oltranza, fra i quali primeggiano Haspinger e Kolb, mossi soprattutto dal timore, d'altronde pienamente condiviso da Hofer, reso irresoluto solo dalle sofferenze del popolo, che stia per ricominciare l'implacabile persecuzione contro la religione.

    Anche gli insorti comunque tentano operazioni militari, ma il 31 ottobre il generale Drouet riesce a cacciarli dal monte Isel, mentre gli eventi seguono la medesima china nelle altre parti della regione. Le truppe del generale Baraguey d'Hilliers conquistano Lienz e il 4 novembre, attraverso il valico di Dobbiaco, penetrano nella Val Pusteria. Il generale Vial, che ha l'incarico di occupare Bolzano, sostiene violenti combattimenti con i trentini a Segonzano il 2 e il 3 novembre. In coordinamento con le sue mosse deve agire il generale Pevri, il quale, muovendo da Belluno, il 1° novembre si porta ad Agordo, il 2 si scontra rudemente nei pressi dì Caprile con insorti bellunesi comandati da Francesco Dal Ponte e tenta invano di convincere alla resa gli abitanti di Andriaz. Può comunque proseguire la sua marcia ed il 3 novembre giunge ad Arabba e per il passo di Campolongo discende a Corvara e conquista Colfosco, Sant'Ulrìco, Santa Maria e Santa Cristina, ma poi, appreso che gli insorti si stanno radunando per cacciarlo, evita il combattimento e riprendere la marcia verso Bolzano, dove entra il 4 novembre.

    A questo punto Hofer, vedendo il paese così dilaniato ed in gran parte invaso, cede alla compassione per il popolo, ed invia al generale Drouet una lettera, datata "4 novembre, alle ore 7,30 della sera", nella quale, ricordata la promessa del Viceré Eugenio di rinunciare a punire gli insorti che depongano le armi, non si vergogna di supplicare: "In conseguenza, l! sottoscritto prega umilmente Vostra Eccellenza di volere trattare il popolo con bontà e riguardo e dimenticare il passato. Il sottoscritto assicura Vostra Eccellenza che in tal caso nessun individuo delle sue truppe proverà il minimo fastidio".

    "Frattanto per evitare ogni disordine sarà bene che sia ritardata l'avanzata delle truppe per qualche giorno, per dare il tempo alle nostre genti di ritirarsi nelle loro case". "Il sottoscritto raccomanda nuovamente a Vostra Eccellenza con le più umili preghiere il popolo; egli vi supplica dì dimenticare il passato e di risparmiare una popolazione infelice ed oppressa" (12).

    Il generale Drouet prende spunto da questa lettera, con la quale Hofer chiede tutto per il popolo e nulla per sé, per emanare, dal suo quartiere generale di Innsbruck, uno dei soliti editti congegnati in maniera da renderne impossibile l'osservanza. Vi si legge difatti: "'Non essendovi pertanto più alcun pretesto di sollevazione, si fa noto che colui che 24 ore dopo la pubblicazione del presente decreto verrà preso con le armi alla mano sarà considerato come assassino e come tale sul fatto impiccato".

    "Ogni giudice, podestà o qualsiasi altra autorità denuncerà subito al più vicino comando militare quel forestiere o quell'abitante che con le parole o con le azioni tentasse di stimolare nuovi torbidi. Ogni Comando militare, appena avrà ricevuto questo avviso, prenderà le necessarie misure per arrestare simile gente".

    "Ogni villaggio, ogni Comune, ogni luogo nel quale verrà praticata qualsiasi sorta d'offesa o prepotenza verso i soldati o altre persone, verrà condannato ad una multa dì 1000 fiorini e in recidiva verrà bruciato il villaggio o il luogo ove fu commessa la prepotenza" (13).

    Ancora il successivo 8 novembre Andreas Hofer, i cui emissari hanno avuto un incontro con il Viceré Eugenio, conferma, ricordando di essere stato a ciò sollecitato anche dal Vescovo di Bressanone, la necessità della resa in un proclama dato a Vipiteno, nel quale sì informa la popolazione della situazione militare e si aggiunge: "nessun uomo ragionevole lotterebbe contro il torrente. Rendiamoci naturalmente degni per mezzo della nostra rassegnazione alla volontà Divina, della protezione del Cielo, e col nostro fraterno amore e con la sottomissione che ci è imposta, della clemenza e della grazia di Napoleone" (14).

    Intanto le trionfanti truppe franco-bavaresi penetrano in tutte le valli per disarmare le popolazioni e l'editto del generale Drouet fornisce il pretesto per la più crudele repressione. Le impiccagioni e le fucilazioni si susseguono; a Tione di Trento in una sola giornata sono fucilati 52 uomini. Fra le valli da "ripulire" vi è anche la Val Passiria, patria dì Hofer, che viene invasa da due partì; una colonna, al comando del generale Rusca, muove da Merano (14 novembre) ed un'altra, che dovrà varcare fl passo Giovo, da Vipiteno. Hofer, postosi alla testa di 1500 valligiani, ributta la colonna proveniente da Merano e, dopo tre giorni dì violenti combattimenti, la costringe ad abbandonare la città, che conosce così un'ultima fiammata di libertà, e a ritirarsi su Terlano.

    Intanto (18 novembre) giunge a San Leonardo in Passiria la colonna proveniente da Vipiteno, che, dopo violentissimi combattimenti, riesce, a conquistare il paese, restandovi però rinchiusa, finché il 22 novembre, dopo un combattimento condotto casa per casa, viene distrutta o presa prigioniera.

    La vittoria rincuora Andreas Hofer, che lancia da Sand un appello alle armi: "Miei cari fratelli, ecco un nuovo esempio della clemenza Divina; noi siamo attualmente in Passiria, ove possiamo agevolmente attendere il nemico che è in rotta. Abbiamo fatto circa un migliaio di prigionieri; così voi vedete, cari fratelli, che Dio ci ha scelti per il suo popolo preferito e ci incita a battere una nazione straniera, la più forte che è sulla terra. Noi ci batteremo come i cavalieri antichi e Dio e la nostra Santa Vergine ci daranno la loro benedizione; e dopo la guerra noi speriamo dì vivere tranquilli e non divisi dall'Imperatore d'Austria, che, senza dubbio, ridiventerà padrone del nostro paese. Soprattutto non perdete coraggio: truppe dalla Carinzia vengono in nostro soccorso"(15).

    Il tono è diverso da quello della lettera del 4 novembre e del proclama del giorno 8, ma gli avvenimenti intercorsi, ancor prima della vittoria di Merano, hanno fatto comprendere ad Hofer che non vi è pietà per il popolo insorto. Del resto lo stesso Viceré Eugenio in una lettera del 19 novembre a Napoleone attribuisce la responsabilità dell'improvvisa resistenza della Val Passiria al generale Rusca, comandante della colonna dì Merano, "che già si è mostrato in questa spedizione troppo ardente e anche sconsiderato".(16)

    Comunque si tratta degli ultimi bagliori, perché le truppe d'occupazione hanno forze soverchianti. Gli insorti riescono ancora a riconquistare la Pusteria e a circondare Brunico, ma il giorno li dicembre l'insurrezione è praticamente finita. Nepomuceno von Kolb, ex esattore delle imposte, che aveva guidato l'estremo tentativo in Pusteria, ripara in Austria, dove pure si ritirano Speckbacher e, attraverso la Svizzera, padre Gioacchìno Haspinger.

    Vi sono sacche di resistenza, ma dell'opera di "polizia" viene incaricato il generale Broussier, noto per la sua crudeltà, il quale procede con spiegato rigore, facendo fucilare senza processo chiunque viene trovato in possesso di armi o sia comunque sospettato di essere un ribelle. Le esecuzioni vengono effettuate sulla piazza dei paesi o addirittura davanti alla casa dei condannati e i paesani e gli stessi familiari vengono costretti ad assistervi. Il vescovo di Klagenfurth, "reo" dì avere chiesto la liberazione di due parroci, imprigionati per "sobillazione", viene condannato a cinque anni di carcere e i due sacerdoti vengono, "naturalmente", fucilati (17).

    Fin dal 2 dicembre Andreas Hofer sì tiene celato fra le sua montagne, rifiutando i salvacondotti che gli vengono offerti, anche da parte francese, per riparare in Austria. E lì, sulla montagna boscosa del Riffei, nella Pfandhütte, prima con la sola compagnia del suo giovane seguace Gaetano Sweth, poi con quella della moglie e del figlio Giovanni (le quattro figlie sono affidate ad un fedele amico di San Martino) trascorre il Natale del 1809 e rimane fino alla notte del 27 gennaio 1810, quando, a seguito della delazione di un traditore, certo Raffi, viene arrestato da una colonna composta da ben 1470 soldati guidati dal capitano Renouard.

    Dopo una sosta a Merano i prigionieri vengono portati a Rovereto (1° febbraio) e di lì a Mantova, dove giungono il 5 e vengono rinchiusi nella fortezza, di cui è comandante il generale Bisson, che, all'inizio dell'insurrezione, si trovava nel Tirolo ed era stato costretto ad arrendersi agli insorti. A Mantova si celebra il processo-farsa, il cui esito è segnato, perché Napoleone, il giorno Il febbraio, appena appresa la notizia della caduta del capo tirolese, ha scritto al Viceré: "Figlio mio, vi avevo incaricato di fare venire Hofer a Parigi, ma dal momento che sì trova a Mantova, inviate l'ordine di formare una commissione militare sul campo per giudicarlo e fucilarlo sul posto dove arriverà il vostro ordine. Che tutto venga conchiuso in ventiquattro ore" (18).

    Il 20 febbraio 1810 Andreas Hofer viene fucilato.

    (1) ITALO CARACCIOLO, Andreas Hofer nell'insurrezione anti-bavarese del 1809, Zanichelli Bologna, 1927 p. 9

    (2) ibidem, p. 11

    (3) JOSEPH HIRN, Tirol's Erhebung in Jahre 1809, Innsbruck 1909

    (4) LIEUTENANT MOREL, Etude sur l'insurrection du Tyrol en 1809, in ITALO CARACCJOLO, op. cit, p. 15

    (5) JOSEPH HIRN, op. cit

    (6) ITALO CARACCIOLO, op. cit pp. 47-48

    (7) Generale DERRECAGAIX, Nos campagnes au Tyrol, in ITALO CARACCJOLQ op. cit, p. 64

    (8) ITALO CARACCIOLO, op. cit., p. 101

    (9) È caratteristico di questi "ukase" delle truppe di occupazione la fissazione di termini così brevi da renderne praticamente impossibile anche ai più volonterosi, soprattutto tenendo conto delle difficoltà di comunicazione dell'epoca, l'osservanza. É evidente l'intenzione di costituirsi un pretesto legalitario a giustificazione della più rigorosa e, quasi sempre, crudele repressione.

    (10) ITALO CARACCIOLO, op. cit, p. 146

    (11) ibidem, pp. 153-154

    (12) ibidem, p. 166

    (13) ibidem pp. 167-168

    (14) ibidem, pp. 184-185

    (15) ibidem, p. 196

    (16) ibidem, pp. 193-194

    (17) A questo Broussier siamo debitori di una lettera, scritta il 19 dicembre 1809 da Lienz e diretta al generale Seras, dalla quale risulta con chiarezza di cosa erano resi capaci i Tirolesi e i Trentini dalla consapevolezza di combattere per la loro fede e il loro Paese.

    "Che vergogna, mio caro Seras! C'e da morirne! Dei contadini hanno battuto e imprigionato dei tuoi e dei miei soldati! Ancora un poco e tutte le nostre divisioni passavano sotto le forche caudine. Qui ci sono solo coglioni e bestie. Cerca di avere dall'Imperatore un udienza particolare e torna subito alla divisione. Le si trattano graziosamente le nostre divisioni!.. Se n'erano formati dei piccoli reparti, una compagnia, due compagnie, un mezzo battaglione in villaggi a 4 o 5 leghe di distanza! Ecco le disposizioni! Era raro trovare un battaglione o due interi; cos'è successo? i Tirolesi, che l'hanno notato e che non ci vedono con favore, hanno cospirato. La mia divisione è stata attaccata lo stesso giorno e alla stessa ora in tutti i suoi dislocamenti dagli abitanti delle valli vicine che erano insorti. Tutto è stato interrotto, bloccato; una compagnia di scorridori dislocata a Villabassa, a cinque leghe da Sillian, è stata presa ed arrestata, un uomo alla volta, come se si avesse a che fare con la gendarmeria. Il battaglione di Sillian ha potuto riunirsi e ripiegare su Lienz, facendosi strada alla baionetta; cinque ufficiali e una trentina di soldati sono stati fatti prigionieri. A Brunico c'era un battaglione che è stato attaccato contemporaneamente agli altri, è rimasto a Brunico e vi si è difeso. A Bressanone il generale Moreau avevo due dei miei battaglioni e il 35° e vi è rimasto bloccato. Ci sono stati dei movimenti anche a Lienz, dove arrivava il 90° reggimento; era il primo del corrente mese; ecco qua per me e per te!

    "C'e un certo Boré che ha capitolato con almeno 1300 uomini tutti in possesso delle armi che ha indegnamente deposto ai piedi dei briganti, i quali hanno rimandato i tuoi soldati prendendoli a calci nel culo e sputato addosso ad alcuni dei tuoi ufficiali Questi 1300 uomini erano tutti insieme e non avevano più cartucce; ma non gli restavano le loro baionette? Questi 1300 erano del 53° e del 13°"

    "Che vergogna! Che vergogna, mio Dio! Non si ha il coraggio di pensarci! Cos'è che ha prodotto simili avvenimenti? Un terrore generale fra le nostre divisioni; ma un terrore che mi ha sorpreso e indignato. Figurati che uno squillo di campana spaventava quei bricconi più di tutti i cannoni di Wagram; l'epparizione di un vile contadino in giubbetta, con la sua carabina, più dei quadrati di Wagram! Figurati che è difficile fare passare loro questo terror panico e che non ci siamo qui che io e te capaci di farli rientrare in sé Non lo si può immaginare; non l'avrei creduto, se non l'avessi visto, ma è la verità, tale e quale. Ritorna, te lo consiglio".

    "E quella bestia del tuo Moreau, che; con 3000 uomini e sei cannoni a Bre£sanone; si è lasciato bloccare da 1500 o 1600 briganti! E non ha anche tastato il terreno per finire come Boré? Diceva a Nagle, colonnello del 920, che fa eccezione alla regola, lui, "Ebbene colonnello, abbiamo solo sei cartucce a testa, cosa si può fare? Forse saremo costretti ad arrenderci". "Come" dice Nagle "Arrenderci!" Voi potete arrendervi; io non mi arrendo di certo. Ho due battaglioni e delle baionette; abbastanza per andare dove voglio'; Bressant, che si è pure condotto bene; e Nagle gli proponevano di attaccare; di disperdere tutte quelle canaglie che li circondavano e che si erano fatti portare dei violini per ballare. Ma quell’animale non ha voluto attaccare ed è rimasto nella sua tana come un timido coniglio; e chi l'ha sbloccato? Dei Dalmati e degli Italiani. Quando si apprendono cose simili non si vorrebbe crederci; fànno troppo male!"

    "Ho appena rimandato nelle retrovie due dei miei capi di battaglione; Desvais dell'84° e Baurain del 9°, per essersi lasciati battere da dei contadini È più forte di me; non posso sopportare la vista di un uomo sconfitto dai contadini! Vi si abitueranno se non si dessero degli esempi. C'è molto da fare qui soprattutto fra i capi che avevano paura. E anche quante reputazioni usurpate! Quanti fifoni che passavano per dei Baiardi! Infine sono rimasti bloccati per 10 giorni i miei!

    "Broussier passa poi a descrivere i provvedimenti militari e polizieschi che ha preso per porre rimedio a questo stato di cose e termina; 'in ogni luogo ho dato l'ordine di mettere a fianco di ogni sindaco e di ogni curato un sottufficiale con l'ordine di ucciderli al primo segno di attacco dei contadini o del villaggio di cui non avessero prevenuto il comandante; dell'ordine dato li ho fatti avvisare. Ecco il bel mestiere che faccio! È terribile essere costretti a questi estremi ma è necessario. Ora le strade sono libere. Io sono come il leone nel suo antro e come lui quando ne uscirò distruggerò i nemici di Sua Maestà".

    (18) in ITALO CARACCIOLO, op. cit, p. 226



    SINTESI CRONOLOGICA DEGLI AVVENIMENTI IN TIROLO (1)



    Agosto 1796, prima invasione francese. 115 settembre Napoleone Bonaparte entra in Trento con i generali Massena e Vaubois. Al Tonale è presente il caporale Andreas Hofer.

    Novembre 1796, prima liberazione dei Tirolo con la cacciata dei francesi.

    Gennaio 1797, seconda invasione francese con il generale Joubert.

    Aprile 1797, seconda liberazione del Tirolo.

    Gennaio 1801, terza invasione francese con il generale Macdonald.

    Novembre 1695, quarta invasione francese con il Maresciallo Michel Ney e il colonnello Colbert.

    Febbraio 1806, il Re di Baviera prende possesso dei principati di Trento e Bressanone.

    Aprile 1809, quarta invasione francese con il generale Baraguy d'Hilliers a seguito dell'insurrezione popolare esplosa il 9 aprile in tutto il teritorio tirolese (2). Il 24 Hofer entra in Trento.

    Maggio 1809, sesta invasione francese con il generale Rusca.

    Luglio 1809, settima invasione francese.

    Ottobre-novembre 1809, ottava ed ultima invasione francese.

    Gennaio 1810, il 27 una colonna francese al comando del capitano Renouard s'impadronisce di Andreas Hofer rifugiatosi con la moglie in una baita fra le montagne della Val Passiria.

    Febbraio 1810, trattato di Parigi tra Napoleone e il Re dì Baviera, in seguito al quale il Trentino, con Bolzano, viene unito al Regno d'Italia col nome di "Dipartimento dell'Alto Adige" (mentre la Baviera conserva il Tirolo del Nord). Il 20 febbraio Andreas Hofer viene fucilato a Mantova.

    (1) Da L. Dal Ponte: "Uomini e genti trentine durante le invasioni napoleoniche"; Trento 1984

    (2) Questa "invasione" e le successive costituiscono in realtà episodi della guerra conseguente all'insurrezione e gli interventi francesi sono determinati dalla incapacità delle truppe bavaresi di opporsi validamente agli insorti.



    (*) Andreas Hofer eroe cristiano, Res Editrice, Milano 1979, p. 15.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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